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La narrativa di fantascienza in Italia


di Angelo De Ceglie


È inutile chiedersi "Perché" sia nata una letteratura fantastica: la risposta potrebbe essere tanto complessa quanto semplice ed ovvia. La fantasia è una componente essenziale della mente umana e senza di essa l’uomo non potrebbe progredire, evolversi. Nessuna scoperta, o invenzione potrebbe essere stata o sarà realizzata senza almeno un pizzico di fantasia.

Logico quindi che tale componente sia penetrata anche nel mondo della letteratura: il fenomeno non presenta pressoché nulla di innaturale. Ecco allora che nel grande panorama letterario europeo hanno sempre trovato posto degnamente anche opere fantastiche.

La domanda è ora: come mai la Fantascienza, nata nella madre della letteratura, l'Europa, si e trapiantata così aggressivamente negli Stati Uniti, e vi si è autonomamente sviluppata ed evoluta?

La prima semplicissima risposta è che gli americani, per la loro natura di popolo giovane costituito da emigrati di altre nazioni, hanno molto meno del razionalismo tipico europeo, hanno più dinamicità, sono più aperti nell'accettazione delle nuove idee. Ma vi sono motivi più profondi.

Nella loro storia pur breve, gli americani hanno sempre dovuto lottare duramente, per conquistarsi dapprima il terreno su cui vivere (anche se letteralmente rubandolo agli indigeni), in seguito per conquistarsi l'indipendenza. Alla fine si sono trovati padroni di un territorio eccezionalmente vasto in rapporto al numero di abitanti e dalle enormi risorse naturali.

L’americano era perciò un uomo orgoglioso e nazionalista, e che in fin dei conti viveva nell’abbondanza. In base a queste premesse, ecco allora un logico sfruttamento intensivo delle risorse e un susseguente gigantesco sviluppo economico (prevalentemente industriale) degli States: essi dovevano imporsi al mondo, sottolineare la propria superiorità.

L’immagine che si viene a creare è perciò quella di un paese ricco, aperto e apparentemente libero: tutte caratteristiche che non possono fare a meno di attrarre, sebbene solamente la prima di esse sia poi del tutto vera. Non è certo strano quindi che il fenomeno dell'immigrazione sia stato nei primi tempi grosso modo unidirezionale verso gli States (sono ancora di uso comune frasi come "ho trovato l'America"), e che si sia verificata diffusamente la cosiddetta "fuga dei cervelli".

Nasce così un certo concetto di "mitizzazione" dell'uomo medio americano; in lui si stabilisce un senso radicato di grandezza, rispetto a chiunque altro.

(Benché sia ora in ribasso, per decenni è stata in auge l'ideologia del "Great American Dream".)

Pertanto è difficile stupire veramente un americano, perché le 'meraviglie' fanno parte integrante della sua vita: egli troverà naturale anche che i marziani atterrino nel giardino di casa sua. Magari li inviterà a cena, come niente fosse.

Facciamo ora un breve sunto. L'americano-immagine è:

-un uomo che si è imposto, perciò tendenzialmente portato all'azione, anche violenta;

-orgoglioso e nazionalista;

-superiore e etnicamente;

-economicamente benestante e sicuro di poter contare su una supremazia scientifica in apparenza infallibile;

-aperto e pronto a recepire, inglobare nella propria sfera psichica personale, anche le stranezze.

Ultima cosa: quasi sicuramente l'americano si mostra come un uomo onesto, lavoratore o legato alla famiglia. Se scapolo, anela solo a sposare qualche bella ragazza, metter su casa e fare bambini. Egli è un uomo felice, senza problemi, così pare (o deve apparire).

La fantascienza da appunto al lettore americano tutte queste cose.

Le opere della prima produzione, che ora appaiono ovviamente ingenue, erano molto simili tra loro quanto a trama e personaggi, tranne poche eccezioni. In esse c'era l'eroicizzazione, del personaggio maschile, sposso un uomo comune o ancora più spesso un valente scienziato. Egli, assurto di solito alla carica di rappresentante dell'umanità intera, si lanciava in una serie di mirabolanti avventure (sempre supportato dalla tecnologia americana). Affrontava e vinceva oscuri pericoli o tenaci avversari alieni, salvava qualche bellissima ragazza succintamente vestita, se ne innamorava, ne veniva corrisposto, finendo per sposarla felicemente. In base ai presupposti fatti, il successo non poteva certo mancare.

È interessante notare due aspetti presenti grosso modo sempre in questi 'drammoni spaziali' (Space Opera).

1) Nell'opporre il terrestre all'alieno (quest'ultimo dipinto con tratti di fosca malvagità) non ci si poneva nemmeno il dubbio di quale dei due potesse avere ragione, non si analizzavano affatto i motivi che spingevano gli extraterrestri ad agire in un certo modo. Come indicato anche da Damon Knight, era un po' la raffigurazione dell'eterna lotta tra Bene e Male, in cui, invariabilmente il terrestre stava dalla parte del Bene. Pertanto, o di riffe o di raffe, era destinato sempre a trionfare.

2) L'elemento sessuale, era trattato in modo molto marginale, anche per quei tempi. Come su indicato, il protagonista anelava, solo, a 'sposare' l'eroina ad avventura conclusa. (Ciò a cui i moderni eroi possono anelare è ben diverso e certo ben più materiale.) Questa tendenza platonica si è portata avanti per molto tempo nella Sf, e non solo nella Sf.

Un'altra tendenza, presente allora e protrattasi praticamente fino ai nostri tempi, è stata la "umanizzazione" degli alieni, nei loro schemi di comportamento, nei loro rapporti, nel loro tipo di società. Si inventavano magari stranissime civiltà extraterrestri, dai curiosissimi costumi e modus vivendi, ma traspariva netta una relazione con quello che era ed è il nostro stile di vita.

Non credo certo che ciò derivi da una incapacità di astrazione degli autori, contraria ai postulati della Sf, quanto piuttosto da un certo razzismo congenito americano e più che americano. Di esso vi sono numerosi esempi espliciti. Quindi lo statunitense, che si ritiene superiore, deve lottare contro dei diversi, in quanto essi gli sono inferiori razzialmente, ma per poterlo fare, questi ultimi devono essere in qualche modo legati, alla struttura sociale terrestre.

Nasce così l'alieno malvagio, distruttore, ma con i tratti psicosomatici della nostra umanità. (Ad es., vedi Flash Gordon, contro gli esseri gialli di Mongo.)

Voglio far notare che in seguito si scrissero storie in cui terrestri e alieni, invece di spararsi, fraternizzavano. Per combinazione, in esse gli alieni non avevano più nulla di fisicamente spaventoso.

Tirando ancora le somme, la letteratura Sf era:

-d'evasione, in quanto fondata prevalentemente su testi di Space Opera, ossia d'avventure;

-affascinante, con le sue descrizioni aliene;

-tecnologistica, poiché l'eroe era sempre coadiuvato dalla scienza 'benefica' (e molto spesso apparivano colossali invenzioni);

-perpetuante l'idea di potenza e superiorità americana;

-semplice, ossia non poneva problemi al lettore, evitava in prevalenza di affrontare le problematiche sociali dell’uomo; era così di facile comprensione.

In tale ottica, come già espresso, il successo che ebbe negli States non poteva mancare (benché ovviamente a quei tempi la cosa non sembrasse certo sicura). Ed una volta attecchita, subì una graduale maturazione, trasformandosi ed evolvendosi così come le altre letterature; e probabilmente ancor di più.

È comunque interessante notare a questo punto come una vera e propria aria di rinnovamento non venne dagli Stati Uniti, bensì dalla 'antenata' Inghilterra, con la cosiddetta "New Wave", che si proponeva un miglioramento dell'aspetto formale delle opere (pur giungendo a degli eccessi: la maggior preoccupazione dell'autore diventava lo stile, trascurando le idee, ed allora si ottenevano storie bellissime quanto a forma ma molto povere come contenuto).

Tralascerò di esaminare i passi successivi del mutamento della Sf, dalla nascita in rivista ad oggi. Ciò è inessenziale ai fini di questo articolo, ed esistono fonti ben più complete di questa.

Giungo pertanto a quello che è il tema centrale del discorso: la narrativa Sf italiana. Evito in questa sede di riportare le opinioni 'classiche' sulle politiche editoriali, sul gusto dei lettori, sulla nostra esterofilia, etc., più o meno tutte poco obiettive o superficiali.

Ora, la Sf italiana è giovane, questo è un dato di fatto e innegabile. Curiosamente tutti lo sanno, ma nessuno o quasi se ne vuole rendere canto davvero: si pretende dai nostri autori che essi abbiano la stessa maturità espressiva di quelli stranieri (leggi 'anglosassoni').

Ecco, questo è un punto che voglio ribadire, e sul quale mi soffermerò.

In un articolo su Fantascienza 3, Nati e Pergameno dicevano testualmente: "Chi mai si sognerebbe di preferire un racconto di uno qualsiasi degli italiani (…) ad uno di Silverberg, Simak, Sturgeon, ad es.?", ossia ponevano a confronto autori con una lunghissima esperienza personale (e 1/2 secolo di Sf alle spalle) con degli italiani dall'esperienza in rapporto quasi nulla. (A parte che io personalmente preferirò sempre un buon Aldani o Miglieruolo ad un cattivo Simak.)

Tutto questo tralasciando il fatto che anche negli States esistono cattivi autori, sicuramente superati dai nostri. Perché si dove guardare sempre ai "grandi maestri"? Perché – e non lo dico solo per i due citati - si deve sempre così mistificare? (1)

In nessun articolo denigratorio della Sf italiana si parla della crisi generale in atto nella narrativa del nostro paese (cosa a cui accenna Cremaschi, parlando bene però a difesa degli italiani). Perché questo, visto che anche diversi autori di mainstream lo ammettono, sebbene con una certa comprensibile amarezza?

L’Italia è un paese dalle lunghe e solidissime tradizioni culturali: qui sono nati i nomi più illustri della storia della letteratura e dell'arte. In Italia c'è sempre stata abbondanza di letterati, di studiosi, di critici. Abbiamo pure sempre avuto una grande tradizione scientifica, incontestabile da chiunque.

Come si può parlare allora di mancanza di un nostro back-ground culturale e sociologico quando tutta la letteratura americana di fronte alla nostra apparirebbe come una goccia nel mare?

Sarebbe più giusto e più onesto parlare di 'diversità' fra i due tipi di cultura.

Quella americana è più ritmica, dinamica (gli ampi spazi, l'avventura, etc.), quella nostrana è umanistica, filosofica, problematica a livello esistenziale.

L'eroe americano appare disumanizzato, come una macchina pensante, un burattino, più che altro, quello italiano rimane sempre un uomo, con tutte le sue sofferenze, il suo inconscio e il suo substrato ideologico.

Un autore italiano non potrebbe imitare uno americano, nemmeno se volesse, gli mancherebbe l'atmosfera, l'ambiente, la mentalità adatta. Ecco allora che laddove gli italiani hanno voluto operare in tal senso hanno fallito, riducendosi a scrivere orribili polpettoni, che stavolta a ragione, non possono reggere i1 confronto con i cugini anglosassoni.

I tasti italiani devono allora mantenere una propria individualità, nascere da ciò che è la nostra vita, il nostro pensiero, le nostre tradizioni (e spero che per queste mie affermazioni non mi si voglia accusare di sciovinismo). (2)

In tal caso parò oltre che inutile o stupido è impossibile voler forzatamente paragonare la nostra produzione a quella americana. Mancano le basi su cui poterlo fare. Perché poi solo per la Sf? Ciò non è mai accaduto per le altre letterature.

Tiro allora le somme di questo discorso (per l’ennesima volta!)

-Abbimo visto la nascita-trapianto della Sf in America, ed esaminato i suoi presupposti.

-Sappiamo che quella italiana è più giovane e meno matura, e che ha ben pochi punti di contatto con quella d'oltreoceano.

-La letteratura italiana in generale sta attraversando da alcuni anni un periodo di crisi, di ristagno a livello ideologico e formale, inserendosi nella crisi globale in cui si dibatte il nostro paese e coinvolgendo logicamente anche la Sf.

-La mancanza finora di un adeguato spazio editoriale ha fatto sì che gli autori si sentissero privi di reali prospettive, essendo quindi poco stimolati allo scrivere. Le opere sono allora slegate, inorganiche, ed è assente un certo bagaglio tecnico da sfruttare e su cui formarsi - e per i motivi detti prima è praticamente impossibile poter usufruire o rifarsi ai modelli americani.

-D'altra parte esiste un notevole numero di esordienti, alcuni dei quali piuttosto validi, ovviamente inesperti ma dalla infinita passione e buona volontà: si tratta di orizzontarli e criticarli, fare emergere ciò che è in profondità.

Attualmente si sta facendo davvero molto. Si pubblicano libri di italiani, si fanno concorsi di ottimo livello (vedi Mary Shelley, Robot, Ferrara), si da regolarmente spazio agli italiani su una rivista specializzata, esistono infine numerose fanzines.

L'Italia si sta muovendo, i nostri autori stanno finalmente conquistandosi un giusto spazio, ampiamente meritato.

Vorrei terminare con una considerazione. La Sf mondiale si trova ora in situazione di stallo, di blocco formativo. Da anni si aspetta un rinnovamento, che non è ancora venuto.

Nel frattempo negli Stati Uniti si è tornati all'esplorazione spaziale e all'avventura (con l'unica differenza di cinquant’anni di maturità narrativa alle spalle).

Bene, la mia opinione personale è che se un rinnovamento ci sarà, esso giungerà dall'Europa, e perché no, proprio dall'Italia.


Note:

(1) Il presente articolo, rispetto al pezzo citato, giunge alquanto in ritardo (non scordiamo però che la prima stesura risale al Dic. 76). Nel frattempo sono state scagliate numerose pietre contro i duo curatori di Fantascienza. Senza volere unirmi forzatamente al gruppo degli accusatori, non posso fare a meno di prendere posizione ed esprimere le mie convinzioni, pur coinvolgendo opposte asserzioni altrui.

(2) Dal dibattito sono emerse alcune caratteristiche peculiari della Sf e in genere della letteratura italiana tutta, qua1i l'intimismo, la profondità espressiva, l'ambientazione, l'analisi psicologica, l'utilizzo di tutte le scienze oltre a quelle esatte. A ciò si contrappongono carenze strutturali, dovute essenzialmente all'inesperienza e all'assenza di validi presupposti, come la mancanza dell'aspetto propriamente narrativo (ossia la 'storia', l'intreccio, etc.), e la mancanza di un preventivo plot (canovaccio).






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