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La galassia dei soli nascenti


di Giovanni Mongini, "Narratori europei di science fiction" n. 26, ed. Perseo libri, 2005, 20,66 €, 304 pagg.


Secondo romanzo di una progettata trilogia di cui "Il popolo che perse le stelle" è stato il primo, racconta una storia si conseguente a quella raccontata là, ma che si può leggere anche autonomamente.

Inizia con la scena della discesa, da vincitori, di umani su un pianeta abitato da rettili tanto intelligenti quanto feroci. Per, poi, proseguire raccontando gli antefatti, di quella.

Dalla partenza, da Marte, degli ultimi umani, quelli della base marziana del falso filantropo, in realtà l’Uomo contattato da quegli umani provenienti da un’altra stella, scampati migliaia di anni addietro da una catastrofe planetaria.

Ma, anche, della nascita della vita su quel Venere terraformato, e della sua ri, nascita, su una Terra che è stata quasi totalmente distrutta.

L’azione si svolgerà prevalentemente, però, su quel particolarissimo sistema solare della prima scena, che si trova in un universo figlio del nostro, generato da una galassia nascente. Nel quale gli umani in fuga da Marte si troveranno a dover vivere, essendo incappati nella singolarità generata proprio da ciò.

E vi dovranno lottare, per poter sopravvivere, contro questi rettili intelligenti si, ma alquanto stupidi, talmente accecati dalla propria ferocia e fanatismo da venire, appunto, sconfitti.

Il finale vedrà quegli umani fare ritorno alla Terra, dove troveranno un’umanità rinata, ma anche dei mutanti dovuti alle radiazioni molto simili ad alcuni di loro che avevano deciso di mutarsi in quel modo proprio per riuscire a sopravvivere. E quella nuova forma di vita, umanoide, di Venere.

Lasceranno su un Marte dominato da dinosauri quelli di loro che erano stati posti in sonno criogenico, ancora umani anche nel corpo, e se ne andranno per l’universo, alla ricerca non sanno neppure loro bene di che cosa, ma di un qualche tipo di trascendenza.

Decisamente migliore del primo, meno autobiografico e più raccontato che detto, affastella, come nella tradizione della space opera, una quantità incredibile di accadimenti uno più incredibile dell’altro, rischiando di farne fare indigestione. Ma è esattamente ciò che, da un romanzo del genere, ci si attende.

Lo stile, di cui non avevamo parlato dicendo del primo, riesce in più punti ad essere anche abbastanza poetico, ed in generale direi che sia più che discreto.

Il volume è corredato da una nota introduttiva di Ugo Malaguti, "Soli nella galassia" (pagg. 5-15).






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