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Accelerator (tratto da "La Massa Mancante")
di: quarks
Inserito : 07-03-2006 @ 11:50 pm

Accelerator.

Quello appena passato fu un anno straordinario.
Non solo perché verrà ricordato per sempre come l’anno in cui a Brentwood, piccola cittadina della California del sud, piovve ininterrottamente per undici giorni di fila.
Quello appena passato fu un anno straordinario per Simon M. Pellican.
I lunghi, rocamboleschi momenti d’alti e bassi del passato, quell’anno trovarono una ragione miracolosa. Ora tutte quelle traversie ebbero d’incanto un senso, come lo definiva lui, ordinato.
C’era una rigorosa, algebrica logica ch’aveva riassettato le particelle sparse del suo passato in una molecola nuova: la sua vita.

Undici mesi prima era stato chiamato direttamente dal nuovo direttore di Fermilab-Two, Wanyne Raylye. Il nuovo, più potente acceleratore di particelle del pianeta Terra, aveva bisogno della sua caotica ma fervente creatività perché il programma era entrato in una fase di stasi. La sua teoria MVStand, rigettata con troppa superficialità nel biennio precedente, era diventata ora un’ancora di salvezza per il comitato scientifico di Fermilab-Two, in palese crisi di finanziamenti privati.

Il nuovo incarico al centro, comunicatogli proprio nel giorno del suo trentottesimo compleanno, era però solo una sola delle novità che riguardarono quell’anno Simon M. Pellican.
Dopo acrobatiche peripezie con varie fidanzate conclusesi con Mei, la ballerina di Lap dance di Huntington Beach, ed un periodo di grave alcolismo, che curò in seguito al Santa Monica Hospital, finalmente aveva trovato Jolie. O sarebbe meglio dire che Jolie aveva trovato lui.
Proprio in una di quelle undici piovose mattinate che caratterizzeranno per sempre Brentwood, Jolie s’era letteralmente inciampata su Simon al cimitero. Doveva essere su per giù il 5 Febbraio. Anzi, era sicuramente il 5 Febbraio, perché da quanto mi è dato conoscere di Simon M. Pellican non ricordo un solo 5 Febbraio in cui costui non sia andato al cimitero di Brentwood a scattare una fotografia di qualcosa o qualcuno.
Proprio così conobbe la sua Jolie. Lei che era la reincarnazione di tutte le qualità morali, intellettuali, fisiche e somatiche ch’avesse mai potuto desiderare in una donna sola. Lei era questo, più un’insieme miracoloso di nuovi aspetti, sia fisici che di personalità, di cui neppure Simon conosceva l’esistenza.
Ventisei anni ben distribuiti su un metro e settantacinque di poderosa ma rassicurante muscolatura. Spalle e schiena che riflettevano le tre medaglie d’oro vinte ai campionati nazionali svizzeri di nuoto. Un viso d’angelo pallido da cui prendeva forma la sua folta e setosa chioma scura stretta quasi sempre in un’elegante coda. E poi finalmente, come nei reconditi desideri di Simon, eleganti, squadrati occhiali da vista che le esaltavano quel tocco d’angelica perversione intellettuale. Jolie era la donna che Simon avrebbe sempre voluto sposare. Ed ora che s’era trasferita dalla goliardica La Jolla nell’Illinois non c’era più nessun ostacolo alle loro imminenti nozze. Almeno così sembrava stessero andando le cose.

Simon aveva spesso in quel periodo visioni su se stesso che gli facevano venire dei brividi eccitanti: si sentiva un superuomo ch’avrebbe d’ora in avanti attraversato la vita come se questa altro non fosse che un supermercato pieno di scaffali. Doveva solo passeggiare con il carrello e prendere tutto quello che voleva, nulla gli sarebbe più stato precluso. E dopo pochi mesi di quell’incredibile fortuna, Simon M. Pellican si persuase che era semplicemente irrazionale pensare che questa macchina diabolica, che era diventata la sua vita, potesse fermarsi, o ancor peggio diventare un infinito complotto contro se stessa.

Jolie si era dimostrata una ragazza straordinaria, occupandosi in maniera impeccabile della loro villa di legno e materiali tecnologicamente avanzati che Simon aveva fatto arrivare direttamente da Portland.
Tutte le camere del lato nord della villa di tre piani s’affacciavano sul lago Michigan, e tutt’intorno il parco privato sorvegliava quell’apparente solida quiete. Ogni notte stellata nel garage riposavano beate una Porche 996 antracite, un Bmv X5 nero opaco, una Chevrolet Deville Sport del ’66 ed infine due Harley Davidson del centenario, fatte riassemblare in modo identico da Pet Towsand di Chicago Cycle’s.
Per Simon quelle due Harley Davidson non erano affatto di secondaria importanza, non solo nel garage, ma nell’intera dinamica della vita ch’aveva programmato. Quelle due robuste motociclette avevano lo scopo di sorvegliare e mantenere stabile l’umore di Jolie nell’arco del tempo, come dei maculati fantasmi che l’avrebbero illusa di stare vivendo a pieno la sua gioventù. Simon M. Pellican sapeva bene che avere ventisei anni e non aver praticamente nulla da fare, non era come averne trentanove ed essere impegnato nella soluzione dell’enigma dell’universo.
Simon M. Pellican, con tutto quello che gli era capitato nella vita, sapeva bene d’aver vissuto almeno dieci vite in più di Jolie. E che mentre lei se ne stava a casa o faceva shopping per Detroit, lui stava vivendo la sua undicesima, e più importante vita.
Presto l’avrebbe sposata. Aveva programmato di farlo solo nel settembre dell’anno seguente, tanto per non volerle dare l’impressione che una vita asfissiante la stesse circuendo. E di seguito l’avrebbe messa incinta. Amava Jolie, forse in un modo troppo ragionato e calcolato, ma l’amava eccome. E Jolie, con tutti quei paraventi intorno, ricambiava profondamente l’amore di Simon, quel Simon selvaggio ed imprevedibile, con quell’aria da eterno scapestrato ragazzino che nulla, ma proprio nulla aveva a che fare con il Simon M. Pellican rigoroso e geniale fisico della materia. Ma proprio come nei laboratori di Fermilab-Two non si poteva arrestare la divisione di particelle in subparticelle sempre più piccole, anche la storia di Simon M. Pellican non poté fare a meno di dividersi e scindersi in storie sempre più complesse.

Che quell’anno straordinario stesse per giungere al termine si capì solo una mattina di Gennaio. Simon aveva preso tutta la mattinata libera ed era rimasto a letto fino a tardi con Jolie. Avevano appena fatto l’amore, ed entrambi avevano avuto almeno un fresco, giovane e liberatorio orgasmo, quando Simon ebbe delle vertigini che gli annebbiarono la vista.
Jolie fu premurosa come al solito, tanto che fu proprio lei a dire subito che il programmato giro in Harley Davidson a Stratton View non si sarebbe più fatto. Si premurò subito d’avvertire al telefono Craig e Silvia che loro due non sarebbero più andati. Simon adorava quando Jolie usava termini come ‘loro due’ davanti ad altre persone. Lo confortava l’idea che per Jolie loro rappresentassero una sola, unica cosa, una particella indivisibile. Ma quella mattina per la prima volta scorse, o immaginò di scorgere, una crepa d’insoddisfazione nel pallido e giovane viso di Jolie.
Si portò quel pensiero fino al pomeriggio quando scese nel Box 4 della Fermilad-Two, dove era prevista l’ennesima sessione di test sulle particelle G. Lo scopo dei test era di catturare e registrare il movimento della subparticella di gravità dalla vasca di neutrini Z a quella Y. Registrare quel passaggio era uno dei punti chiave della teoria MVStand di Simon M. Pellican. Catturare quel passaggio voleva dire illuminare la strada che portava dalla dimensione attuale M a quella a noi più prossima, la V. La teoria di Pellican era tutta basata su quella brillante astuzia matematica che aveva messo in relazione la dimensione delle particelle atomiche con quelle delle subparticelle G. E come la maggior parte delle teorie della fisica quantistica si basava su assunzioni assai eleganti ma mai ancora verificate in laboratorio.
Simon, dopo aver ricevuto una telefonata, si spostò dal Box 4 al mirroring del separatore di massa degli isotopi.
Elen Bouvette, la giovane stagista dagli zigomi inesistenti arrivata dalla Francia quattro mesi prima, gli mostrò per l’ennesima volta quei dati nagativi sugli isotopi che erano incompatibili con la nuova, inaudita potenza di 70 TeV con cui avvenivano le collisioni delle particelle. Quel dato era una prova decisiva della bontà del fascicolo che Rallinger aveva depositato presso il comitato scientifico di Fermilab-Two, e che – di certo – non era un elogio della teoria MVStand di Simon M. Pellican. Simon sapeva già che in quel fascicolo Rallinger aveva incluso una nota speciale dedicata ai suoi record medici. Compresa la cartella clinica che aveva ottenuto dal Santa Monica Hospital, con tutti i dettagli del suo lungo ricovero per disintossicarsi dall’alcol e di quel drammatico venerdì notte in cui era stato letteralmente trascinato e lasciato dentro la reception dell’ospedale da una ragazza coperta solo da un accappatoio. Simon avrebbe ben voluto cancellare quell’orribile ricordo di Mei con gli occhi scavati dalla droga che l’abbandonava per terra nel freddo pavimento illuminato dai neon accecanti del Santa Monica Hospital. Solo per quel motivo avrebbe fatto saltare volentieri le cervella a quello ‘schifoso porco nazista frustrato segaiolo di un tedesco montanaro’ di Rallinger.

Dottor Pellican si sente bene?

Simon s’abbandonò sulla sedia proprio mentre il rumore dell’acceleratore s’acuì e fece tremare i tubi d’aerazione.
La dottoressa Bouvette gli portò subito un bicchiere d’acqua e lui non riuscì che a berne un timido, impacciato sorso. Le fece un cenno con il capo: andava tutto bene. Ma lui, Simon M. Pellican, sapeva che non era affatto così. Neppure Rallinger, con tutte le investigazioni che aveva fatto sul suo conto, sapeva davvero quanto le cose si stessero mettendo male per Simon M. Pellican. Né Jolie né nessun altro ad di fuori di se stesso.

Alle sette di sera di quel nefasto giorno la notizia divenne di dominio pubblico. Rallinger, Wanyne Raylye, la Bouvette e tutto lo staff di Fermilab-Two sapeva. E con paura, pensò Simon, presto avrebbero avvisato Jolie. Forse l’avevano già fatto. Glioblastoma multiforme: fase avanzata, molto avanzata, di tumore al cervello. Cellule staminali impazzite.
Simon M. Pellican era l’unico a sapere, dai tempi del Messico. Di Todos Santos e di Katie; di Marc, Cristina e Craig di Denver; di Susie di Palm Springs. Bei tempi davvero per Simon, già…se non fosse stato per quella maledetta scoperta.
Conosceva a perfezione lo scenario della sua malattia, non era forse per questo che s’era d’incanto interessato di fisica quantistica e d’acceleratori di particelle? Non era forse per questo ch’aveva falsificato tutti i suoi diplomi e le sue attestazioni di scienziato internazionale? Era tutto falso in Simon M. Pellican. Anche il suo nome probabilmente. Le uniche cose certe che lo riguardassero erano il tumore al cervello, e forse la sua genialità. E con essa almeno parti della sua teoria MVStand. Almeno parti, di questo ne era davvero convinto Simon.
C’erano proprio delle similitudini tra le cellule staminali che scatenano il glioblastoma multiforme e le particelle scisse negli acceleratori di FermiLab-Two.
Entrambe perdevano ogni controllo nella replicazione: si moltiplicavano con una velocità superiore a quelle delle cellule embrionali o dei fotoni e diventano dei killer che rigeneravano continuamente il tessuto del tumore o le molecole dell’atomo, rendendo così inutile ogni tipo di cura (radioterapia, chemioterapia e chirurgia) o di reale scissione (della subparticella G). Infine, entrambi provocavano recidive.
La recidiva che era capitata a Simon voleva dire, nel 97% dei casi, la morte. In un tempo variabile da uno a massimo sei mesi.

Alle nove ricevette la visita che più attendeva. Ormai era ricoverato, intubato, monitorato a vista da due ore. La sua vita era stata stravolta in pochi istanti: il punto non era più quando si sarebbe ripreso ma quando sarebbe partito per il viaggio verso il Creatore. Eppure in quelle due ore che passò disteso come un corpo disinnescato dalla bellezza della vita, non si preoccupò affatto del suo destino segnato ma ebbe pensieri solo per Jolie. In particolare si domandava come avrebbe preso la notizia: gli avrebbe riservato uno sconfinato, straziante amore o una sordida pietà? Lo terrorizzava l’idea di quel primo sguardo che Jolie gli avrebbe rivolto. Perché in quello sguardo si sarebbe specchiato, e tutta la sua vita passata, anzi tutto il senso della vita, non solo della sua privata, sarebbe dipeso da quello sguardo. Il mondo che lo circondava gli sarebbe apparso un cinico carosello di fantasmi e carogne o una beata giostra d’armoniosi affetti? Sapeva che quello sguardo, come la brillante luce della luna in uno specchio d’acqua, l’avrebbe accompagnato per tutti gli ultimi giorni dell’agonia che l’attendeva.

Jolie si era fermata sulla porta della stanza. Con la spalla muscolosa appoggiata sulla cerniera della porta e la silhouette magra e ricurva che le cadeva da ogni parte. Aveva gli occhi rossi, la bocca e le mani tremolanti. Era davvero visibilmente sconvolta. Terrorizzata – pensò Simon. Emetteva continuamente dei singhiozzi che le facevano scivolare della saliva e del muco lungo il mento che lei non si preoccupava di pulire.

Mi dispiace. – disse Simon – Non piangere tesoro. Tanto valeva fare il giro a Stratton View, per uno stupido mal di testa…non ne valeva la pena rinunciare.

Jolie non sorrise. Simon avrebbe desiderato in quel momento dirle che sarebbe andato tutto bene, che sarebbero partiti subito per La Yolla per organizzare una festa con tutti quei pazzi dei loro amici. Che avrebbero dimenticato tutto bevendosi tre bottiglie di whisky caraibico, fumandosi un paio di spinelli con l’erba che Josh portava da Ankara. Alla faccia di quei schifosi turchi puzzolenti! – avrebbe detto ancora una volta Josh.
Poi, al sorgere del nuovo giorno, avrebbero fatto surf a Pacific Beach portandosi quei plaid messicani che avrebbero disteso intorno al fuoco.
Mentre ci pensava si sentì pervadere da una tremenda malinconia e si rese conto che quella sua ambizione di guardare dentro la sfera del mago per svelare l’enigma del cosmo e di Dio, non era neppure lontanamente paragonabile alla bella fotografia del passato che aveva appena composto nella sua mente. E capì che la vita altro non era che un terrificante, invalicabile paradosso del tempo.

Perché mi hai mentito?! Io mi fidavo di te! – disse Jolie tra un singhiozzo ed un respiro difficoltoso.

E’ vero, era colpevole Simon M. Pellican. Colpevole per non aver confidato a Jolie che forse prima o poi il suo tumore al cervello li avrebbe separati. Forse Simon, con la sua folle e creativa teoria MVStand, aveva davvero pensato che la scissione della subparticella G avrebbe un giorno scisso anche le sue cellule staminali, che come un folto tappeto d’erba inglese si erano posate sul suo cervello.
Ma con un grande sgomento, forse anche peggiore di quello stesso che gli aveva prodotto la notizia della sua imminente morte, scoprì che non era quella la menzogna che tanto aveva sconvolto Jolie. Non era il segreto sottaciuto del suo tumore al cervello, né l’evidenza della sua prossima morte che la faceva stare là immobile sulla porta distrutta dal dolore. Era un altro il tradimento che turbava la povera, giovane, premurosa Jolie. Qualcuno, forse quel galantuomo di Rallinger, aveva dato in pasto a tutti quei piccoli, insignificanti segreti di Simon M. Pellican. Che importanza aveva ora chi l’avesse davvero fatto?

Mi hai sempre mentito…Sempre!! – disse Jolie, ora urlando con cattiveria – Non sei affatto uno scienziato…non sei neppure laureato in fisica. Non hai nemmeno finito le scuole superiori. Ma come hai potuto tradire anche la fiducia di mio padre! di mia madre! La casa di tre piani sul lago….le macchine di lusso…una bugia dentro ad una bugia: il tuo stipendio alla Fermilab non è che di 2900 dollari al mese. Dove hai preso tutti quei soldi?

Già, i soldi. E’ vero, era stato un anno straordinario quello di Simon M. Pellican, un anno in cui tutti i lunghi, rocamboleschi momenti d’alti e bassi del passato avevano trovato una ragione miracolosa. Non era stata forse miracolosa la scoperta del numero del conto cifrato che quell’insolente milionario di Nils Küng teneva alle isole Cayman? Numero di cui, con tutta probabilità, neppure quel meraviglioso angelo di sua figlia Jolie ne era a conoscenza. Riciclare i soldi del crack della WallmartCom in losche attività come armi e droga non è esattamente il soggetto delle favole che si raccontano alle proprie uniche bambine viziate.
Ma per Simon M. Pellican, che dopo anni di maledetti alti e bassi, aveva investito quel piccolo malloppo che gli era rimasto nelle azioni della WallmartCom, quella era una storia con cui volle cullarsi nel sonno.
Non era affatto un ladruncolo da quattro soldi Simon, né un insensibile arrivista, né uno squallido playboy. Simon M. Pellican era un sognatore, un uomo fuori da tutte le logiche e le leggi che regolavano la società in cui si era trovato a vivere. Era davvero un genio, uno scienziato. Ed era vero il suo tumore al cervello almeno quanto l’amore che provava per Jolie Küng. Ma questa, davvero, era una storia che passò in secondo piano nella scombussolata vita di Simon M. Pellican.

Un mese dopo dell’odore di quelle lacrime non rimase più nulla nella camera del Detroit Memorial. Jolie, così come Rallinger e tutti gli altri, era divenuta solo un ricordo nella mente divorata dal tumore di Simon M. Pellican. Grigi fantasmi di un’orgia fluttuante di memorie divorate dal tumore.
Mentre la dottoressa Fellworth mostrava gli ultimi risultati della tomografia di Pellican agli studenti dell’ultimo anno della facoltà di neurochirurgia di Moreside, costui si fumava una sigaretta nel poggiolo fuori della sua stanza del nono piano.
Da quel piccolo balconcino, insozzato di ogni genere di cartacce, plastiche e mozziconi di sigarette, si godeva di una vista panoramica d’interi quartieri di Chicago. Simon soffermava spesso la sua attenzione sull’incrocio tra la Gillmore avenue e la 2nd street – dove – ogni volta che scattava il verde per i conducenti provenienti dalla Gillmore, si creava un rocambolesco ingorgo che comprendeva le auto che tentavano di voltare a sinistra, le auto che procedevano in senso opposto ed pedoni che si riversavano, innervositi dalla lunga attesa, sull’attraversamento pedonale.
Il suo tumore e la sua imminente morte, di fronte a quello spettacolo di formiche meccaniche, gli sembravano una serena, distaccata, purpurea attesa per il viaggio nello spazio. Immaginava spesso che potessero avvenire degli scontri tra le auto a quell’incrocio; non incidenti comuni, ma scontri frontali ad una velocità in miglia paragonabile ai 70 TeV di potenza che scatenava l’acceleratore del Fermilab-Two.

Quante miglia all’ora sono 70 TeV? Si può davvero convertire i TeV in miglia? Ma no…no che non si può.

Quando pensava queste cose, Simon M. Pellican si rendeva perfettamente conto che le zone scure che la dottoressa Fellworth mostrava agli studenti non erano delle macchie di caffè sulle sue lastre ma parti del suo benamato cervello che, letteralmente, non c’erano più. Eppure, constatò lui stesso, Simon M. Pellican ragionava ancora. Con poche settimane di vita davanti e con pezzi di materia grigia morta alle spalle, Simon ragionava assai bene.

‘Molto meglio, molto meglio di prima vecchio storpio.’ – aveva detto a Trevis Bellegham, due giorni prima che lo trasferissero in rianimazione.

Ma per Simon, Trevis non era affatto in rianimazione. Era morto stecchito da due giorni. Carne per i vermi.
Come ogni giorno, da quando era parcheggiato al Memorial, venne notte dopo una serie di teatrali routine e pause di nulla. E come faceva da ormai nove giorni, anche quella notte, poco prima del cambio della guardia medica, s’alzò dal letto, prese la sua torcia elettrica e scese nel seminterrato del Memorial Hospital. Usando ben tre ascensori diversi: quello per i visitatori, quello dei barellieri e quello di servizio. Quando sprofondava negli inferi del Memorial, una quiete meccanica e spettrale ne accompagnava sempre la discesa.
Giunto nel seminterrato discese ancora tre piani con le scale di servizio. Più si scendeva e più l’odore dell’ammoniaca e dell’alcol lasciava campo ai vapori sulfurei di cibo disciolto ed all’umido, sporco terriccio che spaccava le piastrelle ingiallite. Percorse il lungo tunnel di pannelli azzurri che portava alla caldaia. Quella parte nascosta del Memorial Hospital sembrava un po’ il Site 12 dell’iniettore principale del Fermilab-Two, dove stazionavano solo ingegneri meccanici e tecnici dell’acceleratore. Fisici e menti creative non ci mettevano piede.
Poco oltre la metà del tunnel si fermò e staccò quel fatiscente pannello azzurro ricoperto da uno strato gelatinoso di sporco che ben aveva imparato a riconoscere. Gli faceva veramente schifo vedere che i condotti d’aerazione dell’ospedale passassero lungo quei cunicoli umidi sotto terra che erano dimora di topi e dei loro escrementi.
S’infilò dentro al cunicolo e risistemò il pannello finché calò un’oscurità rotta solo dall’acuto, insistente squittio dei topi. Quindi accese la torcia e avanzò tra le pozze d’acqua scura. Era davvero strana la vita, pensò Simon. Solo un mese prima, a quest’ora della notte, si trovava avvolto tra le lenzuola che profumavano di girasoli, stretto nei seni sudati di Jolie che, in preda ad un amplesso, digrignava i denti e si mordeva il labbro, poco prima di riderci sopra con quel suo sorriso così pulito e innamorato. Era maledettamente strana la vita, pensò ancora Simon. Julie, invece di tornare a La Yolla, si era fermata a Detroit nella villa che lui aveva fatto costruire appositamente per lei. Si era infatuata di Jeremy, uno dei tanti, intercambiabili, tecnici dell’acceleratore. Quante volte aveva invitato Jeremy e la sua fidanzata gotica a cena nella loro villa in quell’anno? Almeno dieci volte. Ora Jeremy sbatteva il suo ventre molle e peloso contro le cosce divaricate della sua Jolie, rotolandosi nel letto che lui stesso aveva comprato per tremila dollari; mentre a lui toccava navigare come un orrendo Caronte dal cervello divorato attraverso una grotta nei seminterrati del Memorial Hospital. Simon M. Pellican, dall’alto del suo geniale, illuminato intelletto non provava alcun rancore per la dissolutezza morale di Jolie, né per il cieco cinismo del suo compagno Jeremy. Anzi, provava pena per l’inconsistenza con cui, entrambi, attraversavano la vita senza assaporarne anche i lati oscuri. Oscuri come i cunicoli dove danzavano macabri rituali i ratti occultati nelle fondamenta del Memorial Hospital.

‘Quante volte ho invitato tutti voi a guardare dentro alle cose? Quante volte vi ho spinto ad osservare il paradosso celato nella sostanza? La misteriosa equazione che prende forma ogni volta ch’abbiate il coraggio d’ingrandire, di dividere o d’allontanarvi immensamente con la mente, tanto da poter vedere il tutto, da poter viaggiare ancora oltre questo limite per vedere il vostro stesso pensiero immateriale mentre crea la geometria del tutto e si specchia rendendovi matematicamente ciechi… ’

Sentì uno straordinario consenso alle sue parole nell’accelerato squittio dei ratti che lo seguivano in folte schiere. Lui stesso, camminando sempre più veloce, sentiva diminuire la forza di gravità sul suo corpo ed aumentare l’inebriante accelerazione. Gli odori all’interno dell’oscuro cunicolo si fecero ancor più acri e nelle putride pozze i suoi piedi affondavano tirati giù da una catramosa fanghiglia. Come un predicatore delle tenebre proseguì senza esitazione nella marcia e nel suo sermone.
Chi non avesse mai visto Simon M. Pellican in una delle tante, normali situazioni della sua vita appena passata, non ne avrebbe di certo dato un giudizio lusinghiero vedendolo così per la prima volta. A costui sarebbe sembrato uno sporco, folle fantasma. E nient’altro. Mai e poi mai a questo spettatore sarebbe sembrata vera quella fotografia scattata solo il 5 Febbraio dell’anno prima al cimitero di Brentwood in cui si vedeva nitidamente Simon M. Pellican, vestito con un doppiopetto scuro di Armani, inginocchiarsi sotto una fitta pioggia per depositare dei fiori sulla tomba di uomo dal suo stesso nome: Simon M. Pellican.
Che la vita di Simon M. Pellican fosse stata un infinito, interminabile susseguirsi d’alti e bassi era una cosa che molti avrebbero potuto sottoscrivere. Ma tra quegli alti e bassi qualcosa, qualcosa di veramente intimo su Simon M. Pellican era, inconcepibilmente, sfuggito a tutti.

Il primo di Febbraio di quello stesso anno, alle tre di un gelido pomeriggio, Simon M. Pellican morì nella sua stanza del Memorial Hospital di Detroit. Era morto assai prima d’ogni più nefasta previsione. Era morto con il cranio rasato, gli occhi scavati e le costole che gli sporgevano dal petto come delle spine. Era talmente orrendo che quando Jolie Küng s’avvicinò per porgergli l’estremo saluto non poté fare a meno di voltarsi immediatamente per sprofondare il suo sguardo nel maglione di cachemire di Jeremy. E sebbene avesse fatto l’amore per un anno intero con quell’uomo, la sua mente non poté associare quel rabbuiato scheletro a nessun ricordo che la riguardasse.
Uscendo dall’ospedale Jolie chiese a Jeremy d’occuparsi delle esequie e di tutta la trafila burocratica, compreso avvertire i parenti.

I parenti? – chiese Jeremy – Per esempio chi? Hai qualche numero di telefono?

A Jeremy dava il voltastomaco l’idea d’occuparsi di un morto, tanto più se quel morto era Simon M. Pellican. C’erano tanti buoni motivi per cui Jeremy non avrebbe più voluto aver nulla a che fare con quel tale. E così, visto che la splendida Jolie Küng non s’era mai dannata l’anima per conoscere nel dettaglio la storia familiare di Simon, Jeremy si ritrovò tra le mani un corpo stecchito ed un nome. E poc’altro.
In prima battuta Jeremy provò a scaricare il problema sul direttore della Fermilab-Two, Wanyne Raylye. Ma più si cercava di scavare nel passato di Simon M. Pellican più si veniva attorniati da una fitta nebbia che quasi accecava. Simon M. Pellican, con tutte le carte false che lo riguardavano, improvvisamente tornò ad essere un problema per la direzione di Fermilab-Two. Il suo corpo venne spostato nuovamente dalla camera ardente, dove non era mai stato visitato neppure dai tanti colleghi di Fermilab-Two, all’obitorio.
Infatti non fu solo per l’imbarazzo e per il fango che una storia del genere avrebbe gettato su Fermilab-Two che Wanyne Raylye in persona, invece d’avvertire l’FBI per esempio, fece quella fatidica telefonata al Memorial Hospital.

‘Abbiamo rintracciato il parente più prossimo del signor Pellican. Domani mattina verrà a ritirare la salma.’

C’era un motivo assai più importante per cui si decise di far sparire il corpo di Pellican in modo assai poco elegante, e anche poco legale. Qualcosa, in quella strampalata teoria MVStand, s’era rivelata davvero geniale. E sebbene tutto il comitato scientifico convergesse sul fatto che non fosse una teoria completa, allo stesso modo era d’accordo che quel qualcosa di straordinario che era successo nelle collisioni di quell’ultimo mese fosse un fatto che andasse annunciato al mondo intero come la scoperta di Greene Shelter, fisico di primo piano già vincitore di un Pulitzer e non come lo scarabocchio di uno scapestrato morto dottore in mistificazioni e falsità. C’era in ballo non solo la credibilità della comunità scientifica, ma forse anche un sacco di soldi.
La bara con il corpo di Simon M. Pellican venne sepolta il 5 Febbraio di quell’anno nel cimitero di Brentwood in California. Quello fu un anno straordinario per Brentwood perché piovve per undici giorni senza sosta.
E come ogni cinque Febbraio di ogni anno Simon M. Pellican andò al cimitero di Brentwood con la sua macchina fotografica. Quell’anno fotografò Simon M. Pellican proprio mentre fotografava Simon M. Pellican che stava inginocchiato con dei fiori sulla tomba di Simon M. Pellican. E fu così che conobbe Jolie Küng, unica, tra tutti quelli che l’avevano conosciuto, ad assistere quel 5 Febbraio allo scarno e deprimente funerale di Simon M. Pellican. Non si sa con esattezza se a portare Jolie Küng al cimitero di Brentwood quel 5 Febbraio fosse stato il terribile rimorso per quell’amore lasciato sfiorire da solo in un letto d’ospedale o qualcosa di diverso, forse un mistero che anch’essa – così come Simon M. Pellican – portava dentro come un’inestirpabile, malinconica ferita del tempo.
Cominciò così, dopo tutti quegli alti e bassi del passato, quell’anno straordinario di Simon M. Pellican. Che seppe goderselo tutto a pieno, tanto che ci furono momenti in cui si sentì un superuomo ch’avrebbe d’ora in avanti attraversato la vita come se questa altro non fosse che un supermercato pieno di scaffali. Se lo gustò davvero quasi tutto quell’anno. Persino i giorni che ne precedettero la morte a causa di quell’incurabile glioblastoma multiforme. Quello che veramente confortava Simon M. Pellican anche nel suo esilio al Memorial Hospital era la consapevolezza del suo incredibile, puro e cristallino intelletto con il quale, non a caso, aveva concepito la teoria MVStand. Ed ogni volta che a notte fonda scendeva nel seminterrato del Memorial Hospital, brancolando nel buio come un macabro fantasma impazzito, poteva prendere in mano le prove, ogni volta sempre più cospicue ed inconfutabili, della sua genialità.
Simon M. Pellican ce l’aveva davvero fatta. Con tutte quelle foto ch’aveva scrupolosamente nascosto nel cunicolo oltre i pannelli azzurri del tunnel che portava alla caldaia. Con tutti quei Simon M. Pellican che si fotografavano a vicenda ce n’era a sufficienza per dimostrare l’esistenza delle subparticelle G, della loro invisibile trasmigrazione da una dimensione all’altra, della contrazione temporale nella sovrapposizione delle stringhe. Era stato senza alcun dubbio un anno straordinario il suo, non solo per questo, ma anche perché aveva finalmente trovato Jolie.

Quell’anno straordinario di Simon M. Pellican sembrò durare un’eternità, ma non durò in verità che un istante. Tanto ci mise l’incendio della caldaia del Momorial Hospital di Chicago a propagarsi per tutto il seminterrato, lasciando solo una scura cenere dietro al suo passaggio. Quel maledetto di Trevis Bellegham non era affatto stecchito da due giorni, ed evidentemente neppure abbastanza storpio da non poter seguire Simon fino al seminterrato del Memorial. Lo stato di coma doveva aver in qualche modo cullato Trevis Bellegham, sradicato verso un mondo sospeso su una spirale in viaggio a ritroso nel tempo.
Neppure un solo ratto venne risparmiato da quel tremendo rogo che Trevis Bellegham aveva appiccato con un’accidentale, straordinaria stupidità. Nel cielo di Chicago s’alzò una nuvola densa che per parecchi giorni oscurò quasi un quartiere della città. E quando una mattina questa povere nera venne giù di colpo, all’incrocio tra la Gillmore avenue e la 2nd street si crearono una serie spaventosa d’incidenti. Urti frontali tra le macchine in viaggio in direzioni opposte, tra le auto che svoltavano a sinistra ed i pedoni accecati da un’improvvisa pazzia che li fece catapultare proprio là dove la cenere del Momorial Hospital s’andava ad adagiare, fino a svanire.
Ma di quell’anno molti ricordano solo l’eccezionale siccità che colpì tutta la California del sud. Brentwood non fece eccezione.
Quando Mei, l’ultima fidanzata conosciuta di Simon M. Pellican, venne a sapere della sua morte per tumore al cervello, pianse tutto il pomeriggio. Poi, come sempre, si fece di droga e prese un taxi fino al Tropicana di Huntington Beach. Quella notte fece sei volte lo striptease ma contò ben dieci spettacoli privati a cinquanta dollari l’uno. Sotto quel punto di vista, quello fu davvero un anno straordinario per Mei.

Accelerator (tratto da "La Massa Mancante") - Pablo Palazzi, 2006

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Ultimo aggiornamento il 07-03-2006 @ 11:56 pm


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