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DEL SUBLIME IMMONDO

Inserito Venerdì 09 settembre 2005

Saggistica

Talvolta la cattiva letteratura riserva sorprese ragguardevoli: sorprese che spesso travalicano l’ambito angusto dello stile per aprire vorticose ed inaspettate prospettive di ordine estetico o addirittura metafisico.

Un tipico esempio di “pessimo” scrittore dal fascino in molteplici sensi irresistibile è quello di Howard Phillips Lovecraft (1890/1937). Il suo nome, ormai incontestabile oggetto di culto fra gli appassionati del fantastico e dell’orrorifico, lo si scopriva, fino a qualche decennio fa, solo razzolando nel pittoresco “ciarpame” delle riviste popolari americane di genere - i cosiddetti pulp, dal nome della carta di infima qualità sulla quale erano stampati – accumulato nel corso del secolo passato. Oggi, a suo modo, questo eccentrico confezionatore di incubi, morto in miseria e quasi sconosciuto, è ormai considerato alla stregua di un classico: la sua prosa spesso eccessiva e fallimentare ha saputo incuriosire Jean Cocteau; spingere Jorge Luis Borges a citarlo come “involontario parodista di Poe” e a dedicargli un racconto (There Are More Things incluso ne Il Libro di sabbia) o indurre Giorgio Manganelli a concedergli un posto nel suo La letteratura come menzogna (il saggio La città blasfema) o un romanziere di grido come Michel Houellebecq a scrivere un intero studio su di lui (H.P. Lovecraft: Contro il mondo, contro la vita). In Lovecraft evidentemente i contenuti scavalcano la forma: gli eccessi melodrammatici, l’aggettivazione incontrollata, l’inconsapevole comicità di certe affettazioni, possono essere dimenticati, così come molti stereotipi da gotico pedestre o i nomi barbari ed extraterrestri delle entità aliene che nei suoi testi riescono ancora a terrorizzarci nonostante - come ha osservato con maligna arguzia lo scrittore e critico britannico di fantascienza Brian Aldiss - “ricordino i nomi anagrammati delle marche di cereali che si mangiano a colazione1”. Oltrepassati con un eventuale sbadiglio gli stravizi e le ingenuità stilistiche, anche il lettore sofisticato non può evitare di restare irretito nelle  trame lovecraftiane: un nucleo di forza, un’autenticità assente negli imitatori lo inchioda alla pagina. Lovecraft, nel bene e nel male, è unico; è un autore. Come scrive nel saggio a lui dedicato Houellebecq: “Dai suoi viaggi nelle terre infide dell’indicibile, Lovecraft non ci porta buone notizie. Ci suggerisce che dietro il sipario della realtà potrebbe nascondersi, e talvolta lasciarsi intravedere, qualcosa. E che questo qualcosa è ripugnante e abietto2”.  Le cattive notizie hanno un gran potere di suggestione: non giungono mai inaspettate.

Anche per questo Lovecraft è l’antitesi dell’American Dream : è un perdente, è un fallito. Figlio di padre sifilitico e di madre isterica, nasce e vive per quasi tutta la sua breve esistenza in una sorta di Recanati dell’Unione: Providence nel Rhode Island. I suoi tentativi di fuga sono dei fallimenti: morta la madre nel 1924, si sposa con un’attraente vedova, di molti anni più vecchia di lui, cerca disperatamente lavoro a New York ma la Grande Mela è già rosa da ben altri vermi. Due anni dopo ripara sconfitto a Providence in casa di due vecchie zie: niente più moglie, niente occupazione regolare, niente di niente. HPL ha da sempre puntellato le proprie insicurezze con una patetica forma di suprematismo bianco che lo avvicina in teoria ad una destra fascistoide e razzista (l’unica donna della sua vita è però un’ebrea russa come molti dei suoi migliori amici sono ebrei e omosessuali). In realtà le “repellenti razze inferiori”, i devianti e i diversi, lo attraggono: i suoi racconti sono pieni di inquietanti meticci, di letali sangue misto, di incroci aberranti fra umano e non umano. Ecco il fascino maggiore di questo incoerente “fascista” così pericolosamente incline alla sovversione, di questo contraddittorio ateo ossessionato dalla magia nera: l’inversione sistematica del positivo e del negativo, la percezione di un meraviglioso “rovesciato” in cui la morte è vita,  la repulsione diviene seducente e “orge sataniche, demoni che volano sui venti della notte e tombe scoperchiate sostituiscono i tappeti volanti e le anfore col genio3”. Il suo universo creativo gravita intorno all’intuizione e all’enunciazione di un sublime immondo, di un’orrida estasi in cui la massima vertigine del terrore e della morte produce le convulsioni orgasmiche di un dissolvimento liberatorio, di un’apoteosi infera in cui tutti i termini di riferimento ordinari vengono irrisi e annullati. Come scrive Manganelli: “Nel suo universo, solo il negativo può generare miracoli3bis”. Una posizione filosofica per molti aspetti non lontana da quella degli esponenti più radicali delle avanguardie storiche novecentesche: Antonin Artaud 4 e, forse ancora di più, il Georges Bataille de L’esperienza interiore o de La pratica della gioia di fronte alla morte5. Anche Lovecraft, come loro, è un materialista assoluto; le sue entità aliene, i suoi dei e demoni, sono del tutto corporei ed immortali non tanto “perché incorruttibili ma perché fatti di una materia così corrotta e degenerata, che ogni degenerazione ulteriore è impossibile6”. Non c’è alcuna psicologia, non c’è alcun afflato spiritualista in lui: a suo modo Lovecraft è un realista estremo, un fenomenologo del caos6bis.

Emblematico a questo proposito un racconto del 1926, Pickman’s Model: un pittore di Boston, Richard Upton Pickman, discendente di una strega fatta impiccare a Salem da Cotton Mather alla fine del 1600, dipinge, con eccezionale maestria, esclusivamente scene di tregenda in cui mostri, sabba e banchettatori necrofagi infestano i sotterranei di quotidiani e ordinari paesaggi cittadini. La critica lo considera a torto un artista visionario e fantastico: in realtà, si scoprirà, è un antesignano dell’iperrealismo. Usa infatti fotografie come modelli per i suoi quadri. Non gli sfondi però, vengono riprodotti dall’immagine fotografica – come all’inizio pensa il sempre più terrorizzato narratore - ma proprio gli abominevoli soggetti dei suoi ritratti dal vero. Lo studio di Pickman confina infatti con un pozzo che immette in una catacomba dalla quale emergono i suoi modelli, i mostri ripugnanti che l’artista ritrae in piena oggettività. Pickman scomparirà in seguito, misteriosamente rapito dai suoi sgradevoli coinquilini - una variante canagliesca dei ghoul divoratori di cadaveri de Le mille e una notte – e, scopriremo in un racconto successivo (The Dream-Quest of Unknown Kadath), si trasformerà infine in uno di loro: queste orribili creature non sono altro che una degenerazione (o evoluzione?) dell’uomo stesso.

Lovecraft non poteva saperlo ma stava raccontando una storia vera. In quello stesso 1926 sull’altra riva dell’Atlantico, a Londra, un notevole pittore, Austin Osman Spare (1886/1956), veniva definitivamente emarginato dagli ambienti artistici britannici per le sue ostentazioni sataniche esternate in vari libelli e per la sua arte “degenerata” che ritraeva, streghe sabba e spiriti elementali. Anche Spare, come Pickman, rifiutava l’etichetta di artista visionario - la critica aveva salutato i suoi esordi paragonandolo a Duerer, a Blake e a Beardsley – ma sosteneva di  ritrarre semplicemente ciò che era capace di far apparire materialmente. In effetti il suo taglio pittorico è del tutto realistico: soprattutto i quadri del periodo tardo che ritraggono la Londra crepuscolare colpita dai bombardamenti della Luftwaffe, fanno pensare alla neue sachligkeit di Dix o di Grosz. Anche Spare sosteneva di avere come “seconda madre” una strega discendente diretta di quelle di Salem, una certa Mrs. Paterson che il futuro pittore aveva conosciuto quando era solo un bambino di sette anni e lei già una vecchia (capace però di trasformarsi davanti ai suoi occhi in una splendida fanciulla). La misteriosa megera esercitò su di lui un’influenza costante anche dopo la morte ispirando medianicamente al suo pupillo scritti e quadri e lasciandogli una perversa attrazione sessuale per le donne vecchie e deformi (Spare, assai bello da giovane, ebbe per amanti una nana, un ermafrodito e varie signore anziane).  Come e più di Lovecraft anche Spare inseguì e professò l’orrida estasi - uno dei suoi libri è intitolato proprio The Book of Ugly Ecstasy – ma a differenza di lui non si limitò al sogno e all’incubo letterario. Praticò effettivamente la magia (per un certo periodo a fianco di Aleister Crowley, -che la stampa scandalistica britannica chiamava “l’uomo più perverso del mondo” – il quale lo definì un “fratello nero”) ; inventò l’insolito culto di Zos-Kia basato sulla “nuova sessualità”, l’alfabeto del desiderio ed il risveglio degli “atavismi-risorgenti”7; coltivò in pieno Novecento la passione per i grimoires e tentò di scriverne almeno uno (a Lovecraft fu sufficiente immaginarlo: il famigerato Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred). Come Pickman anche Spare finì male, non rapito dai ghoul ma dall’alcool e dagli stupefacenti: emarginato ormai dagli ambienti artistici e intellettuali (quando aveva diretto riviste di cultura fra i suoi collaboratori c’erano stati W.B.Yeats, Havelock Ellis, Robert Graves…), costretto a vivere come un barbone nel sud di Londra dando via i suoi egregi seppur sulfurei lavori per un piatto di minestra o una pinta di Guinness, restò parzialmente paralizzato quando il tugurio dove viveva in compagnia di dozzine di gatti crollò sotto i bombardamenti tedeschi, si riprese in seguito e sopravvisse come una larva fino al 1956.

Dimenticati in vita, questi due speculari adepti del sublime immondo, sono stati riscoperti entrambi fin dagli anni ’60 e la loro fama ha viaggiato con la cultura psichedelica, il cyberpunk, il neosciamanesimo. La Chaos Magick, un occultismo postmoderno diffuso nell’underground estremista e praticata soprattutto su internet, li ha assisi fianco a fianco nel pantheon dei suoi numi tutelari8. Realtà e fantasia non hanno più limiti nel mondo virtuale: ora anche il delirio e la sovversione possono diventare merce, mentre un Occidente più immondo che sublime si avvia a celebrare, forse anche in loro nome, la globalizzazione dell’orrida estasi.

Walter Catalano



1 B. ALDISS, Billion Year Spree, London, Weidenfeld&Nicholson 1973, pag. 190.

2 M. HOUELLEBECQ, Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, Milano, Bompiani 2001, pag. 20.

3 Introduzione al racconto L’Estraneo, in H.P. LOVECRAFT, Tutti i racconti 1897-1922, a cura di Giuseppe Lippi, Milano, Mondadori 1989, pag. 213.

3bis G. MANGANELLI,  La città blasfema in La letteratura come menzogna, Milano, Adelphi 1985, pag. 83.

4 Ad esempio: “Voi siete caso, nulla, merda che si vuole legge e teme soprattutto il disordine, il caso, la merda e il nulla, cioè siete borghesia”. (da Note per una “lettera ai balinesi” in CsO: Il corpo senz’organi, a cura di Marco Dotti, Milano, Mimesis 2003, pag. 61.

5 Ad esempio: “La gioia di fronte alla morte mi trascina. La gioia di fronte alla morte mi precipita. La gioia di fronte alla morte mi annienta. Io resto in questo annientamento e, a partire da qui, mi rappresento la natura come un gioco di forze che si esprime in un’agonia moltiplicata e senza fine”. Da La pratica della gioia di fronte alla morte in G. BATAILLE, La congiura sacra, Torino, Bollati Boringhieri 1997, pag. 121. Tutta l’esperienza di Acéphale, la società segreta composta da Bataille, Leiris, Caillois, Klossowski, resta molto vicina all’estetica del sublime immondo e alla metafisica dell’orrida estasi.

6 Carlo Fruttero e Franco Lucentini in Storia delle storie di Lovecraft, introduzione a  H.P. LOVECRAFT, I mostri all’angolo della strada, Milano, Mondadori 1966, pag. 10.

6bis “L’eroe di un racconto fantastico non è mai una persona ma sempre un fenomeno o una condizione” scriverà in una lettera ad una collega scrittrice. In H.P. LOVECRAFT, Lettere dall’Altrove: epistolario 1915-1937, a cura di Giuseppe Lippi, Milano, Mondadori 1993, pag. 311.

7 Su di lui in italiano esiste un solo testo, A. O. SPARE, Anatema di Zos (discorso agli ipocriti), a cura di Luciano Pirrotta, Roma, Atanòr 1988.

8 Così la definisce Gavin Baddeley, nel suo libro Lucifer Rising: Sin, Devil Worship & Rock’n’Roll, London, Plexus 1999, pagg.155-156. “Una nuova scuola occulta con stretti collegamenti con la controcultura post-punk. Come stile di magia rituale antidogmatica, la Chaos Magick mescola gli ultimi sviluppi scientifici della “teoria del caos” e le antiche tradizioni della stregoneria e dello sciamanismo[...] il praticante può invocare qualsiasi tradizione di dei, demoni, angeli o simboli – perfino quelli fittizi della narrativa – perché  solo il significato personale, non una presunta esistenza letterale è vitale nel perseguimento degli obbiettivi magici di un individuo”.

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