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Boys Don’t Cry

Inserito Mercoledì 10 dicembre 2003

Narrativa un racconto di Stefano Caronia

Boys Don't Cry - di Antonio Folli

[illustrazione di Antonio Folli]

Sono andato via di testa, cazzo. Ecco quello che mi è successo. Non sapevo più quanto tempo stavo seduto in quel sottoscala, e questo è tutto.

Mi sono legato gli anfibi senza arrivare fino in cima – ma vaffanculo – e mi sono alzato in piedi con la testa nelle mani. I capelli hanno esercitato una qualche resistenza al passaggio delle dita e la sensazione di pelle tirata ha oscurato per un attimo il mal di testa in cui mi ero svegliato. In realtà non sapevo se avevo dormito o ero stato ore con gli occhi aperti a fissare il murales di Sandra. O era di War91? Forse sì, c’era anche la firma. Firma, dipinto, erano tutte cazzate. Anche quelle. Come in un gioco di specchi, le icone della società si replicavano caleidoscopiche anche negli angoli più bui dei suoi bassifondi, reiterando all’infinito gli stessi schemi. Non me ne fregava un cazzo, all’infinito.

In ogni caso quel posto di giorno era praticamente deserto e bisognava essere proprio fuori per finire ai margini dei margini. Ma il margine è la mia scelta di vita e non esiste qualcosa in cui io possa stare. Non so perché è così. È così e basta.

C’era una sedia di quelle girevoli, mi ci sono seduto e ho acceso una sigaretta. Un manifesto di Sid Vicious sul muro di fronte a me cominciava a staccarsi da un angolo. Forse anche l’idea di occupare quell’area era stata un’altra puttanata. Non c’era posto per i punk in questo nuovo mondo. Tutto così nuovo, così nuovo che nessuno poteva osare dire nulla, tutto così esclusivo e irriducibile, ogni dannato secondo, che non c’era nemmeno il tempo di pensare, di accorgersi che era ancora tutto merda. Escrementi incartati ad arte. Forse non c’era mai stato posto per i punk. Per questo era ancora il caso di esserlo, fino in fondo, ancora più di prima.

Che lo vedessero il nostro sangue, che si schifassero, che scoppiassero le loro orecchie del cazzo per la musica troppo alta, saremo sempre lì a ricordargli l’altra faccia del loro mondo di plastica. Ho sentito un intenso senso di nausea e ho sboccato schizzando il manifesto, poi sono restato qualche minuto abbassato con la testa tra le mani. Qualcosa non andava.

È entrata Sandra. «Stronzo.» ha detto. Senza particolari inflessioni. Ma mi guardava dritto negli occhi.

Mi sono soffermato sul taglio dei suoi occhi. Non mi erano sembrati belli, qualche volta? Abbassai le braccia. «Perché hai detto questo?»

«Perché sei diventato uno stronzo.»

Sorrisi. «Qui sono tutti stronzi. C’è il pieno di stronzi. Galleggiamo.» Ho alzato la voce, senza peraltro arrabbiarmi veramente «Guarda, il marrone ci sovrasta!». Ho anche alzato le braccia al cielo.

«Non dire cazzate, Nik, tu sei stronzo con te stesso.»

«Vaffanculo.»

«Hai preso tutto troppo sul serio, questa tua coerenza del cazzo…» Ha appoggiato lo zaino sulla sedia di metallo e ha preso a sbrogliarsi i capelli. Guardando da un’altra parte.

«Io prendo le cose seriamente. Quello che sono è la conseguenza logica di quello che penso.»

«Allora non hai capito niente. È proprio così che fanno tutti. Il nostro scopo era liberarci.» Mi svegliai un poco. Sandra alzò la voce. «Hai un super-io così grosso che hai fatto del nichilismo una morale interiore, hai un bisogno di accettazione così grande e l’hai odiato così tanto che hai…». «Risparmiami…» l’ho interrotta «…la tua trasformazione nella moglie punk di Freud.» L’ho guardata negli occhi per manifestare il mio dissenso ma proprio la fermezza del mio sguardo ha tradito l’importanza che per me avevano quelle parole.

«L’ho detto. Sei diventato uno stronzo»

Sandra raccolse la borsa e uscì, con i capelli colorati sciolti sulla schiena. Cristo, non erano solo gli occhi: tutto di lei doveva essermi sembrato bellissimo, in un qualche momento del passato. Aveva l’aria di essere molto arrabbiata. E perché poi, cosa le avevo fatto?

«Hai visto il nuovo murales di War91?» Gridai. I suoi passi si fermarono oltre la soglia.

«Non è nuovo, Nik. Ed è mio, non leggi la firma?» La sua voce era stanca. Solo stanca. Improvvisamente mi venne un crampo allo stomaco, diverso da quello di poco prima. I passi continuarono. Non la rividi mai più.

Ho guardato il murales. Il tratto era quello skizzato e deciso di Sandra, pieno di forza e dolcezza al tempo stesso. Era un fumetto molto colorato che rappresentava un ragazzo con molti capelli colorati sparati in alto.

Era in piedi su una scogliera e guardava il mare, alle sue spalle una città stilizzata. Il ragazzo ero io. In alto c’era scritto “Boys don’t cry”, in basso a destra “a Nik. Sandra 12-10-91”.

-.-.-.-.-.-.-

Chris si allontanò dal video e posò gli occhiali sulla scrivania. Il pomeriggio non era troppo caldo e la luce filtrata dalle doghe della tapparella lasciava galleggiare gli oggetti dello studio in un atmosfera torbida e soffusa, indisturbata. Il piatto accanto alla tastiera conteneva i resti sparsi dell’insalata di riso che Roby aveva preparato la sera prima.

Mentre scriveva si distaccava dal mondo esterno e dalle persone. Lei era passata da casa, era entrata in stanza e gli aveva ricordato qualcosa. Ma cosa? Non aveva fatto caso a quanto si fosse fermata o se fosse uscita senza nemmeno mangiare.

Tutto nella stanza appariva immobile e congelato come i pensieri nella sua testa. Eppure doveva essere l’atmosfera giusta per scrivere. Invece, come al solito, aveva spinto i personaggi in un vicolo cieco dal quale era difficile farli uscire. Non riusciva a capire come potessero ancora incontrarsi o anche solo fare qualcosa che avesse un senso. Anche di questo racconto (o libro?) sarebbe rimasto solo l’inizio.

Da circa un anno aveva lasciato il lavoro. In preda all’entusiasmo, Roby e Chris avevano festeggiato la liberazione mangiando e brindando e fantasticando sulle vendite del libro. Il libro naturalmente non l’aveva mai finito. Non aveva potuto. Eppure era la situazione ideale. Forse il motivo del suo blocco era proprio tutta quella statica perfezione. Ci voleva un cambiamento.

Spostò il file Boys don’t cry nella cartella Work in Progress dei suoi documenti e si alzò passandosi le mani nei capelli lisci, lavati da poco, poi si decise ad andare ad incassare l’assegno per il suo ultimo articolo. Mise il computer in stand-by e uscì chiudendo bene a chiave.

Abbandonato l’appartamento provò un particolare sollievo, come se avesse ripreso a respirare. Da quanto tempo tutte le esperienze della sua vita erano diventate così dannatamente interiori? Si disse che tutto questo era molto borghese. Entrò in auto, accese l’aria condizionata e partì alla volta della banca. Accese anche l’autoradio e la macchina si riempì di una di quelle canzoni degli anni 80’, una musica proveniente da un passato lontano, un passato in cui la malinconia suonava come rivincita. O il dolore era sopportabile, la sconfitta il segno dell’identità e la riprova di essere nel giusto, perché era il mondo ad essere sbagliato.

…I would tell you
That I loved you
If I thought that you would stay
But I know that it's no use
That you've already
Gone away

Misjudged your limits
Pushed you too far
Took you for granted
I thought that you needed me more

Now I would do most anything
To get you back by my side
But I just
Keep on laughing
Hiding the tears in my eyes
'cause […]

Spense l’autoradio. Lo strano contrasto tra l’allegria della musica e quello che riusciva a capire del testo lo mise a disagio. Rallentando in vista di un semaforo rosso ripensò al racconto: il suo protagonista, Nik, aveva perso tutto sin dall’inizio e non aveva nemmeno capito niente. Non era l’inizio di un racconto, era la fine di un libro, il libro della vita di Nik. Cristo, perché scriveva quelle cose? In che vicolo cieco era finito lui? Si rese conto che stava stabilendo un nesso troppo stretto tra la propria vita e il racconto: se il proprio lavoro è scrivere e non ci si riesce, magari per un intoppo temporaneo di poca importanza, e lo stesso scrivere è una delle cose su cui si valuta la riuscita della propria vita, può facilmente avere inizio un feedback micidiale, dove l’arte riflette il blocco della propria vita rappresentando storie irrisolte e siccome questo stesso fatto fa parte della vita, la rappresentazione fa con essa un doppio specchio che ingigantisce all’infinito lo sfasamento iniziale. Come diceva il suo amico biologo… anelli di retroazione negativa. Come uscire da tutto questo? Smettere di scrivere? Smettere di vivere, distaccarsi da tutte le cose?

Tutto questo era molto borghese, ma non capiva dove. Riaccese l’autoradio ma ora stava parlando e straparlando un DJ idiota e la spense ancora.

La cosa accadde mentre era fermo al semaforo, immerso nei pensieri di cui sopra. A sinistra, centro città: comando dei vigili, negozi, centro commerciale, banca. A destra, tangenziale: autostrade, aeroporto. Controllò se nel portafoglio c’era l’assegno di seicentomila lire. Attese l’accensione della freccia verde a sinistra, premette l’acceleratore e svoltò. Se ne rese conto dopo alcuni metri: aveva svoltato a destra.

-.-.-.-.-.-.-

Lara ha quattordici anni e come tutte le ragazze della sua età passa la notte collegata. Questa notte aveva preferito disertare l’incontro con i suoi amici allo Psychic, uno dei club più popolari della rete sinaptica. Questa notte voleva ascoltare delle storie.

«È piuttosto tardi, Lara, faresti meglio a dormire.»

Rispose automaticamente. Era allenata a trovare rapide giustificazioni. «Ma sto riposando. Ho messo i sistemi circolatorio e motorio in modalità sospensione.»

La voce del vecchio si era fatta più stanca. «Il sonno serve alla mente, in primo luogo, lo sai bene.»

Il legno scricchiolò. Nella realtà simulata, o meglio nello spazio prodotto dalla proiezione incrociata del luogo in cui i due si erano voluti incontrare, reinterpretato e reso coerente dai server di rete, il vecchio jack sedeva su una vecchia sedia di vimini sul soppalco di legno di una vecchia casa tipo Far West, indossava un gilè nero sopra una camicia bianca, sorseggiava una bottiglia di whiskey. Il sole stava tramontando sull’immensa prateria e non c’erano nuvole nel cielo. Il rumore del vento fischiava tra le fessure del legno.

Si sentì il rumore di un accendino, anche se il personaggio non aveva compiuto alcun gesto. Questi particolari suggerivano a Lara che il suo vecchio amico non fosse una IA, ma una persona in carne ed ossa che non era nemmeno completamente collegata. Probabilmente aveva un terminale abbastanza potente da gestire il suo avatar in modo credibile. Lara si costrinse a ricordare che non poteva sapere nulla su chi realmente ci fosse dietro jack. E non importava. Come non importava chi avesse scritto l’Iliade.

«Jack, ti prego.» modalità bambina imbronciata. «Cosa è successo poi? Devo sapere se Christian poi è andato all’aeroporto. E cosa ne è stato di quell’altro?» Si appoggio con la testa ad una trave di legno.«Non posso andare a dormire. E dai… ti sei interrotto sul più bello…» Lo guardò con uno studiato sguardo di attesa speranzosa.

«Quell’altro esisteva solo nella mente di Chris.» Jack sospirò e la guardò negli occhi. Fece un gesto di noncuranza con la mano. «E poi sono solo storie, sono inventate.»

Non che Lara non l’avesse pensato. Solo non avrebbe voluto sentirselo dire. «Non è vero, lo dici solo per mandarmi via.»

«No piccola, è la verità. E a dire il vero comincio a essere piuttosto stanco anch’io, la mia fantasia vacilla.» Il vecchio sorseggiò il suo whiskey.

Si senti uno stridio acuto e un falco si posò sul tetto della casa. I due si girarono simultaneamente e lo osservarono in silenzio. Il falco si guardò attorno e ripartì. Apparve una scritta sulla sabbia: “Hawk 1.6b / scansione cache d’ambiente / nessun virus rilevato”. Jack annuì impercettibilmente e la scritta sparì.

Che differenza faceva? Per Lara quei personaggi esistevano eccome, erano più vivi di… un sacco di gente che conosceva.

«Ma qualcosa di vero ci dev’essere.»

«Qualcosa. Può darsi, non ricordo bene. Alla mia età ci sono troppi ricordi e alcuni si sovrappongono.» Si alzò dalla sedia, gettò per terra la bottiglia e guardò a nord, verso le montagne rocciose.

Lara si rannicchiò per terra appoggiando un lato della testa sulle ginocchia tenute dalle braccia.

«Non c’è niente di vero bambina, la verità è dentro di te…»

Lara ebbe un intuizione, con la quale pensò di trattenere Jack. «Nei riflessi tra due specchi?»

«…o alla fine dell’arcobaleno…» Jack stava cominciando a svanire, sorridendo.

«Non sparire, non sparire ora!» L’avatar di Lara corse verso la sedia, il vestito bianco che svolazzava sferzato dal vento. I capelli le colpivano la faccia. Jack era scomparso.

La sedia dondolava con un lieve rumore di legno asciutto. Si alzò una sottile nuvola di terra e Lara si addormentò. Con in testa una vecchia canzone che cantava sempre suo nonno.

…I vecchi conoscon l’ingiuria degli anni

Non sanno distinguere il vero dai sogni

I vecchi non sanno, nel loro pensiero

Distinguer nei sogni il falso dal vero…

Si addormentò e sognò. Sognò il seguito di un racconto di fantascienza che aveva letto. Il vento caldo delle prateria diventò un freddo vento del nord e il rumore della sedia quello di tuoni resi attutiti dalla lontananza.

-.-.-.-.-.-.-

In quel freddo mattino d’Aprile la base bunker era immersa in una particolare atmosfera, e si poteva sentire la sorda risonanza sotterranea di tuoni lontani. La pioggia continuava a cadere all’esterno della fortificazione, ma il fronte del temporale era passato e ora viaggiava verso sud sferzando i prati deserti della vecchia Inghilterra e lasciando dietro di sé una scia di silenziosa calma.

Zarx si era svegliato presto, ancora intorpidito e con la sensazione di non aver dormito neanche un minuto. Durante la notte, ogni volta che la sua mente tentava di oltrepassare il confine del sogno, i tuoni che laceravano l’aria si confondevano facilmente con il ricordo dei bombardamenti elettrostatici e lui si svegliava immediatamente, i muscoli contratti e i sensi all’erta, le mani pronte a stringere i comandi del suo velivolo da combattimento.

Aveva lasciato il suo alloggio e attraversato nel torpore del risveglio i corridoi vuoti, dirigendosi automaticamente verso l’area di ristoro. Aveva guardato l’orologio. Le brioche erano un’abitudine che aveva preso piede nella base, seppur fortemente osteggiata dai veterani più fedeli alla tradizione inglese antica. Forse a quell’ora non erano appena state sfornate, ma sicuramente erano ancora calde.

Con quest’unico pensiero Zarx raggiunse il grande salone in stile vittoriano. La porta a vetri si spalancò al suo passaggio. Su ogni parete i grandi schermi olografici mascherati da finestre dello stesso stile della stanza restituivano la visione in tempo reale dell’esterno del bunker. Aveva sempre considerato l’arredamento dell’area di ristoro un po’ kitch, avrebbe preferito un ambiente più sobrio, ma dopo diversi anni era giunto alla conclusione che questa simulazione del passato servisse a preservare la sanità mentale di gran parte del personale della base, a ridurre il senso di straniamento da cui peraltro lui stesso era afflitto. Però, pensava Zarx, ci sono tanti modi per impazzire, e forse quando la realtà diventa troppo assurda è la nostra mente a calare una specie di sipario blu con la scritta “spiacenti, per motivi tecnici la trasmissione della realtà è temporaneamente interrotta, proietteremo invece un cartone animato del gatto silvestro”. Forse l’umanità stava impazzendo.

Nel salone c’erano poche persone, tra cui Fiore d’Estate, insolitamente mattiniera, cosa che lo sorprese un poco. Prese due brioche alla crema e ordinò un cappuccino. Poi si sedette al tavolo di Fiore d’Estate che guardava fuori dalla finestra, o per meglio dire dentro lo schermo. Zarx la guardò, poi guardò fuori anche lui e quando si accorse che lei non stava osservando nulla di particolare si concentrò ancora assonnato sulla colazione. Prima che potesse sferrare il primo morso alla colazione Fiore d’Estate disse: «Credi che esista veramente?»

Zarx appoggiò la brioche sul piattino finemente decorato e aggrottò la fronte. «Che cosa?»

«La città chiamata Silenzio.»

Nessuno aveva parlato più di quell’episodio avvenuto in gennaio, con un accordo implicito si erano comportati come se non fosse mai accaduto. Per la verità, Zarx aveva il dubbio che fosse stata una sorta di allucinazione. Sospirò. «Secondo me era un qualche trucco psi dei venusiani, magari una specie di trappola cui siamo scampati per un pelo. Mi sono dato questa spiegazione.»

Fiore d’Estate si voltò verso Zarx e staccò un pezzettino della seconda brioche. «Così se avessimo creduto ai bambini saremmo finiti in una trappola?»

«Può darsi. Fare leva sull’istinto di cure parentali è una tattica molto efficace, avevamo abbassato tutte le barriere.»

Fiore d’Estate sembrava pensierosa, per un attimo smise di masticare. «Qualcosa non quadra.»

«Che c’è di nuovo? Mi stupirei se qualcosa quadrasse.»

Fiore scosse la testa. «Noi ci siamo cascati: i venusiani avrebbero avuto tutto il tempo di ucciderci o di distruggere le nostre navette.»

«E come ti spieghi il fatto che quei bambini ci assomigliassero così tanto? Tutto fa pensare che qualcuno stesse attingendo le informazioni dalla nostra mente, infondo è uno schema mimetico abbastanza comune se pensi agli insetti.»

Fiore d’Estate rimaneva perplessa. Zarx aggiunse: «I venusiani possiedono tecnologie telepatiche molto avanzate. Io dico che era solo una prova, o forse il loro attacco è fallito per qualche motivo a noi sconosciuto.»

«Davo per scontato che la mia non fosse un’ipotesi razionalmente plausibile, sai? Non è che non ci abbia pensato. Ma mi resta una strana sensazione. E’ una questione d’istinto.»

«Questa è bella! E cosa dovremmo fare, lasciare la base e partire in fila indiana alla ricerca di una città fantastica, come in una favola di Tolkien, quando i venusiani potrebbero attaccare da un momento all’altro?»

Fiore d’Estate si appoggiò allo schienale della sedia. «Non ci sono attacchi da circa due mesi. E la tregua durerà fino a giugno, ricordi? Sono i mesi sacri del KYUL venusiano. Porteremmo il comunicatore e un unità teletrasporto portatile. Se avranno bisogno di noi ci chiameranno.»

«Fiore, queste cose non esistono, non possiamo mollare tutto così per una fantasia avventurosa, noi non siamo… non siamo…»

«…Bambini?» La voce di Golia parlò alle spalle di Zarx, che per poco non si soffocò con la seconda brioche.

Zarx sorrise. «Eravate già d’accordo, voi altri?». Gli altri non sorrisero. «Ecco. Magari la trappola era proprio questa, ci avete pensato? Stanno aspettando che noi quattro ci togliamo dai coglioni per rompere la tregua attaccando la base coi demoni robot.»

«Mi sembra improbabile che questo accada nei mesi sacri, anche supponendo che avessero scoperto la nostra posizione.» disse Golia. «Se veramente esistesse una città popolata da bambini, credo che dovremmo proteggerla. Quale momento migliore? E poi ho la sensazione che celassero qualcosa di importante, forse per tutti. In ogni caso dovremmo indagare e riferire al Principe la soluzione di questo mistero.»

«Ma siamo nel 2130 dopo Cristo, non nell’antica Britannia, non esistono…»

«Il Popolo degli Elfi però esisteva.» Asserì Fiore d’Estate.

«Sì, ma erano reali. Abitavano i boschi e non erano magici. I venusiani infatti li hanno sterminati.»

Fiore d’Estate si alzò in piedi di scatto, in tutta la sua altezza, e la sua presenza fu in un attimo così forte che molti nel salone si voltarono e subito distolsero lo sguardo. Lanciò a Zarx un’occhiata che avrebbe fatto cadere un uomo. «Il Popolo degli Elfi era magico, ma la loro magia non è bastata contro i venusiani. Avremmo dovuto unirci a loro, avremmo dovuto proteggerli.»

«Non avevano riconosciuto l’autorità di Artù.»

«Vuoi dire dell’impostore che si fa chiamare Artù! Questa sì è una menzogna. Gli elfi erano veri, e non sono stati il primo popolo nobile a venir distrutto per il proprio coraggio. Sai una cosa, Zarx? Non hai niente dell’irlandese.»

Zarx rimase seduto. «E’ passato tanto tempo. La mia gente era troppo cocciuta. Quelli di noi che sono rimasti hanno capito che le etnie andavano superate. L’autodeterminazione dev’essere dell’individuo, Fiore.»

«Se è così, dov’è finita la tua, Zarx?»

Zarx rimase in silenzio.

«Forse è morta insieme al suo popolo, e Zarx non ha più coraggio.» Gli occhi di Fiore d’Estate parvero farsi più azzurri, e Zarx dovette lottare per non abbassare lo sguardo. Ormai tutti li stavano guardando.

«Bè, se il destino di chi ha perso il proprio popolo è quello di diventare inseguitore di farfalle, miei cari superstiti, allora fate quello che volete. Io me ne vado.» Si alzò fronteggiando la guerriera vestita di lillà. Poi gettò il tovagliolo sul tavolino e si incamminò verso l’uscita.

Quando Zarx fu uscito dal salone, Golia si sedette e così fece anche Fiore d’Estate.

«Ci sei andata un po’ pesante, non credi?»

Ci fu un fremito nelle labbra della guerriera che solo Golia poté notare. I suoi occhi deviarono solo per un istante verso il basso. «No.»

-.-.-.-.-.-.-

Questa volta il nodo alla gola fu un po’ più forte del solito, quando Mario disattivò la simulazione. Non era più sicuro che fosse giusto, ecco tutto, che si trattasse solo di lavoro. Ma era il suo lavoro, ciò che gli permetteva di vivere. Bhe, forse un po’ più che vivere, diciamo che gli permetteva di mantenersi una villa a due piani sulla riva del lago di Garda nonché un paio di appartamentini a Los Angeles e Vienna. Oh, e un auto antigravitazionale personale.

Eppure questo l’aveva messo in conto. Quando aveva deciso di diventare un Maestro lo sapeva: fare nascere una IA poteva diventare molto coinvolgente, bisognava essere molto stabili dal punto di vista psichico ed emotivo. E ora che ci era quasi riuscito, dopo tutti quegli anni, era normale che per la prima volta avesse dei dubbi. Pensò al momento in cui avrebbe dovuto dirle la verità su tutto, inconsciamente sperando che quel momento non arrivasse mai.

«La mamma dice che hai quasi finito.»

Mario si girò lentamente verso suo figlio, si staccò la cuffia a elettrodi e lo prese in braccio. Cominciava ad essere piuttosto pesante.

«È vero, pagnotta.» Sorrise «Siamo alla fine.»

«E poi andremo in vacanza?»

«Per qualche anno, penso. Papà ha bisogno di riposarsi.»

«E potrò conoscere la mia nuova sorellina?»

Mario guardò il video olografico, sul quale campeggiava una scritta tridimensionale. – Lara è in modalità sospensione neurale

«È ancora un po’ presto, Paolo. È molto fragile, sai.»

«Come è fatta?»

«Adesso è un po’ simile alla mamma. Ma quando sarà pronta potrà essere esattamente come vuole lei. Sarà molto libera e felice, davvero. Ma ora non è ancora pronta per accettarlo. Crede proprio di essere una ragazzina come te, sai?»

Paolo aggrottò la fronte. Ogni tanto Mario non capiva quali pensieri oscuri passavano per la testa di suo figlio. Sembravano passare presto, però.

«E non potrà mai fare colazione con noi.» disse suo figlio. E non era una domanda. Aveva otto anni. «…e potrebbe sentirsi molto sola e… diversa e…»

«Abbandonata.»

Alcune copie di Lara non avrebbero vissuto con loro. La Life Corporation l’avrebbe venduta, come qualsiasi altro software. E lei avrebbe voluto essere in carne ed ossa, avrebbe voluto innamorarsi, avrebbe voluto che non fosse stato tutta una bugia, avrebbe sognato un mondo in cui le promesse venivano mantenute, o almeno potessero esserlo, avrebbe voluto non essere schiava. Avrebbe sofferto tantissimo per anni, al punto di voler essere disattivata.

«Noi dobbiamo volere bene alla nostra. E quando avremo i soldi le costruirò un interfaccia mobile, forse umanoide.»

«Uma-che?» Aveva otto anni.

«Un robot che assomiglierà ad una ragazza. Vai ad aiutare la mamma a cucinare?»

«Ok.» Partì correndo.

In passato era stato molto geloso di Lara, ma piano piano aveva capito. Non tutto gli era stato detto. Paolo non sapeva della sua sorella più grande, morta prima che lui nascesse. Tipico.

Si ricordò di una storia di Dylan Dog, un fumetto che leggeva da bambino, in cui il fantasma di una bambina non nata aveva costruito attorno a sé un mondo illusorio in cui credeva di essere vissuta, in cui era cresciuta e diventata una ragazza. Ma era solo il sogno di un fantasma, con la consistenza di un soffio di vento in un luogo fuori dal tempo, sospeso tra l’infinito e il nulla. La ragazza trovò la sua pace e il sogno svanì.

Purtroppo una psiche umana, anche artificiale, non poteva svilupparsi se non attraverso relazioni umane, e questo doveva per forza essere simulato in un sistema chiuso. In caso contrario la IA sviluppava gravi disturbi psichici di base e non poteva sopravvivere. Era un lavoro di anni che richiedeva un impegno immane. A parte l’equipe di centinaia di analisti programmatori neurali, con cui Mario quasi mai aveva contatti, la direzione del progetto presupponeva grosse competenze psicologiche ed educative e competeva al Maestro.

Ora però ricordava gli occhi lucidi e brillanti di Lara, la sua espressione fiduciosa e attenta, il vento che spostava il suo vestitino bianco e i capelli. La sua ostinata ricerca di qualcosa di vero, la sua certezza di essere amata. E allora? Quello era l’obbiettivo, aveva fatto bene il suo lavoro.

Ma c’era dell’altro. Ora che avrebbe dovuto distruggere il suo sogno, ora che avrebbe dovuto tradirla per sempre, o meglio svelarle il colossale inganno che lui e altri avevano ordito alle sue spalle, ora che aveva costruito un mondo di affetto attorno a lei per forgiare la sua personalità e la sua fiducia, per renderla una donna, si rese conto che l’amava. Aveva fatto una figlia.

Lara è in modalità sospensione neurale

Dormi, piccola Lara, dormi. Ancora qualche mese e sarai una donna.

È stata dura per tutti.

Mario pianse. E pianse anche per la morte della sua prima figlia. Per la prima volta.

-.-.-.-.-.-.-

Alex Si svegliò. Il caldo insopportabile gli asciugava la gola e allungò la mano verso la bottiglia dell’acqua. Ma non era acqua, era vino rosso, caldo. Le ragazze stavano ancora dormendo, ma la cassetta dei Cure continuava a girare dalla sera prima. Quasi non li sopportava più, e non sopportava più nemmeno quelle due, in realtà.

Andò al lavandino e bevve con avidità, senza curarsi del fatto che l’acqua potesse non essere potabile. L’idratazione comunque fu modesta, sembrava che l’acqua gli evaporasse nell’esofago, e restava quella sensazione di intorpidimento generale cui si aggiunse un disagio a livello dell’intestino. Il caldo era così secco e soffocante da bloccargli il respiro, e questa cosa, unita alla stanchezza e allo stress, gli dava l’impressione di impazzire. Uno strano tic gli muoveva i muscoli delle labbra. Si diede una sciacquata e il tic passò.

Ma tra tutti gli ostelli proprio in quello dovevano finire? “Hostal di Mat”, si chiamava, probabilmente il peggior buco di culo di tutta Cadiz, ricavato dagli uffici in disuso del ramo abbandonato del deposito ferroviario. Forse se la compagnia fosse stata gradevole avrebbe avuto un atteggiamento più consono a quello che in fondo era un giro di Spagna senza soldi. D’altronde non sembrava il solo a essere a disagio.

Però era il solo a dormire così poco, e forse il solo a fare sogni così assurdi. Quella cazzo di cassetta continuava a girare.

I would say I'm sorry
If I thought that it would change your mind
But I know that this time
I've said too much
Been too unkind…
[…]

La vacanza era stata estenuante, gli sembrava che quella settimana fosse durata un mese. Distillavano le ultime gocce dal loro equilibrio psicofisico, e litigavano quasi continuamente.

Lei voleva proseguire il viaggio da sola. Non aveva tutti i torti, in fondo anche lui avrebbe voluto farla finita al più presto, con quella farsa del cazzo. Magda si comportava come se lui non avesse capito, non avesse capito qualcosa di importante.

E lui aveva tentato di trattenerla, ma forse era soltanto la paura di rimanere da solo. Quell’estate era la cosa che più lo terrorizzava. Insieme a tutto ciò che aveva a che fare col distacco e col rifiuto.

Magda dormiva e I lunghi capelli castani le coprivano il volto. Era difficile capire cosa provava realmente per lei. La conosceva da poco ma credeva di dover fare di tutto per conquistarla, di dover passare sopra a qualsiasi cosa. Gli sembrava che in gioco ci fosse tutto. Al diavolo. Avrebbe accomodato le cose, in fondo erano in vacanza, no? Sarebbe uscito e avrebbe comprato una bottiglia di vino locale.

Ma cosa c’era, realmente, in gioco? Andò a farsi una doccia rapida e tornò nella stanza. Finalmente era riuscito ad abbassare la temperatura corporea e per un lungo attimo si sentì piuttosto lucido. Guardò ancora le ragazze dormire, guardò il suo zaino e i vestiti sparsi in giro, guardò il piccolo lavandino e la finestra che dava sul deposito. E improvvisamente aveva capito. Aveva capito che doveva andarsene.

…Misjudged your limits
Pushed you too far
Took you for granted
I thought that you needed me more…

Riempì lo zaino alla rinfusa e lasciò i soldi per la stanza sul tavolino sotto una delle casse collegate al walkman. Scrisse anche un bigliettino. “bhe, ci abbiamo provato…”. Lei non lo rivide mai più.

Mentre usciva dalla stanza si soffermò a sentire le ultime strofe di quella canzone. Un po’ di nostalgia poteva concedersela. Come al solito non riusciva bene a capire i testi inglesi cantati, ma in qualche modo il pezzo si intonava con la malinconia che aveva deciso di affrontare.

Now I would do most anything
To get you back by my side
But I just
Keep on laughing
Hiding the tears in my eyes
'cause boys don't cry
Boys don't cry
Boys don't cry

Chiuse la porta mentre stava per partire il brano successivo, A Forest, che era stato il tormentone della settimana. Ma lui nella foresta non c’era più. Uscì dall’ostello e il sole era ancora basso sull’orizzonte. Il porto di Cadiz era quasi completamente deserto, fatta eccezione per un paio di pescatori che stavano rattoppando le reti.

Il rumore del mare era sempre lo stesso, da milioni di anni, prima della sua vacanza, prima che fosse nato, prima della stessa umanità, il mare aveva vissuto, se avesse avuto una coscienza avrebbe visto passare tutta la storia della terra come in un film accelerato. Anche il mare viveva nel suo presente, seppure infinitamente più dilatato del nostro, dimentico di essere figlio delle comete, di essere nato dalle stelle lontane, di essere arrivato quando la terra era già adolescente. A portare la vita. La vita.

Il sole si stava alzando e la sua luce oscurò ancora tutte le stelle e già cancellava la luna dall’azzurro del cielo. Il sole bruciava, ostinato, potentissimo, inarrestabile. Eppure anche lui era piccolo, era nato e sarebbe morto. La consapevolezza della grandezza dell’universo sfiorò ancora una volta la percezione di Alex, ma era un pensiero troppo grande e se ne andò quasi subito.

Mentre camminava sulla banchina del porto di Cadiz, e pensava se proseguire verso Lisbona o andare subito a Barcellona, provò un brivido, ma non si accorse delle proprie lacrime, perché il vento caldo proveniente dal mare le asciugò immediatamente.

Dopotutto, i ragazzi non piangono.

I ragazzi non piangono.


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