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Inserito Giovedì 18 novembre 2004

Narrativa romanzo di Giampietro Stocco

Il fucile modello 1777 era pesante e scivoloso nelle sue mani. Paolo Revello da Pallare, disertore dell’Armée d’Italie, sudava copiosamente nell’ombra del folto cespuglio di rosmarini che dominava il piazzale della Cascina. Il sole di aprile picchiava caldo sul suo nascondiglio. L’aveva raggiunto Dio solo sapeva come, costeggiando nella notte le mura assediate del castello della Cosseria. Gli invasori vi avevano isolato dentro un migliaio tra austriaci e piemontesi, dopo avere portato il terrore e la morte in tutta la Val Bormida.

Eccolo lì,  pensò Paolo, aguzzando lo sguardo verso un giovane magro, di bassa statura e dai capelli lunghi, che teneva le braccia incrociate dietro la schiena. Non può che essere lui. Certo, un fisico non imponente… Da dove veniva tutto quel carisma che sembrava trasudare? Era appena uscito dalla costruzione dove, avevano avuto ragione i contadini, era arrivato di buon mattino. Certamente per dirigere l’assalto finale. Attorno a lui gli alti ufficiali dell’ Armée parlavano animatamente, rivolgendosi con ossequio a quello che chiamavano ‘mon génera’”. “Macellaio!” sibilò Paolo tra sé. Ricordava ancora come i suoi scagnozzi avevano introdotto la coscrizione obbligatoria. A suon di bastonate, e a colpi di fucile per i più riottosi.  Come se lo avesse sentito, il giovane dai capelli lunghi girò di scatto la testa verso i cespugli, subito imitato dagli altri ufficiali. Immobile, Paolo sudò freddo, nelle narici l’aroma di rosmarino. Ma lo sguardo da predatore del  francese fu subito rapito da un corriere che si stava avvicinando a cavallo.

Adesso o mai più,  pensò Paolo. Per usare il suo lucido moschetto ad avancarica avrebbe dovuto mordere, per aprirla, la cartuccia che aveva già estratto dalla tasca e alzare a metà il cane nel percussore, versando un po’ di polvere. Sì, tutto semplice, però…A quel punto si accorse del dilemma. Il guaio era che avrebbe dovuto girare poi l’arma in posizione eretta per infilare il resto della polvere nella canna e poi inserire il proiettile e calcare lo stoppaccio. Si sarebbe dovuto alzare, insomma, o comunque accomodare in una posizione semieretta che il suo nascondiglio, un cespuglio che gli arrivava a malapena alla vita, rendeva impossibile. Come fare? Fu allora che Paolo si ricordò dell’altra arma, quella che, senza troppa convinzione, si era portata a tracolla e che adesso gli premeva contro un fianco. Curioso moschetto, non troppo dissimile in lunghezza dal suo preferito, ma così diverso nel meccanismo… Si diceva che fosse stato fabbricato qualche anno prima a Napoli da un nobile eccentrico, un tale Raimondo di Sansevero, ed era a retrocarica. Una caratteristica rivoluzionaria, che permetteva dunque di armarlo anche da sdraiati. Glielo avevano spiegato una sola volta, ed era sembrato semplice.

Asciugò le mani zuppe sul feltro sporco dell’uniforme da fantaccino, poi dalla stessa tasca semilacera trasse un altro tipo di cartuccia. Era cilindrica, di carta, riempita per la metà di polvere, su cui era posto l'innesco; la palla era posta al di sopra di questo e tutto l’involto era poi chiuso come un sacchetto. Guardò pensoso l’oggetto per un istante. “Che tu possa trovare la tua strada, amico mio,” disse sottovoce cercando di convincersi, poi aprì l'otturatore posto vicino al calcio dell’arma e inserì la cartuccia nella camera; chiudendo l'otturatore veniva compressa la molla dell'ago e l'arma era pronta per lo sparo.

Paolo imbracciò il fucile ormai carico e tornò a fissare lo sguardo verso la cascina. Il piccolo francese era ancora lì, le braccia incrociate dietro la schiena. A un certo punto prese in mano i documenti che gli aveva portato il corriere. Erano passati poco meno di due minuti. Paolo era tra i più veloci del suo paese nell’armare un fucile a pietra focaia, e tra le sue mani aveva un moschetto che si caricava in un terzo del tempo. Tuttavia i nemici erano in molti, e il giovane era sicuro che avrebbe avuto un’unica possibilità a disposizione.

Il francese lesse e rilesse il dispaccio, poi lo gettò a terra. “Merde!” disse a voce alta, facendo un passo avanti e girandosi verso il cespuglio di rosmarini. Trecento passi. Era ancora troppo lontano. Paolo sistemò il moschetto appoggiandolo in una biforcazione di rami, stando attento a non esporre la canna ad eventuali riflessi. Un braccio ancora fermo dietro la schiena, l’altro che mulinava in aria, il francese si stava rivolgendo animatamente ai suoi. Il volto, fino a poco prima imperturbabile, ora era teso. Gli occhi sfavillavano. Piglio da condottiero, pensò Paolo. Comprendeva poco quella lingua, ma capì che due attacchi al Castello erano falliti in tre ore. Il francese continuava a camminare verso il cespuglio di rosmarini. Duecento passi. “Non ancora, amico mio, non ancora, “ mormorò Paolo nel silenzio rotto solo dalle esclamazioni davanti alla cascina. Perdite gravissime, questo Paolo lo capì, gli invasori stavano infrangendosi contro la resistenza del Castello. Quel fottuto Del Carretto. E’ un osso duro, Filippo Del Carretto, non è vero, francese? L’ultima frase, diretta all’eroico ufficiale che stava guidando la resistenza nella fortezza, era stata chiarissima. Una tortora si posò da qualche parte alle spalle di Paolo facendolo sobbalzare con il suo verso roco. Cento passi. Anche quel fucile così strano avrebbe dovuto fare centro da quella distanza… Adesso!  Un respiro profondo, poi Paolo trattenne il fiato e tirò il grilletto del suo fucile, proprio mentre il francese scorgeva il riflesso del sole sulla canna dell’arma.

L’uomo si riempì i polmoni d’aria per dare l’ allarme, ma il proiettile fu più veloce. Lo raggiunse in mezzo agli occhi. L’impatto scoperchiò la calotta cranica e proiettò brani di materia cerebrale sugli stivali dei generali Banel e Quenin. Il corpo crollò a terra come un fantoccio. Per qualche istante il tempo si fermò. Ufficiali e soldati dell’ Armée d’Italie rimasero immobili. Il generale Augereau, un uomo grande e grosso, ruppe infine l’incantesimo, chinandosi sul corpo esanime nella polvere.

Napoléon est mort,” disse rialzandosi con voce atona.

Paolo Revello da Pallare ebbe appena il tempo di proiettarsi dal cespuglio di rosmarini verso il burrone che precipitava sul Bormida. Udì appena la detonazione di un altro fucile modello 1777. Il proiettile lo colpì alla schiena mentre già precipitava nel vuoto. Si sfracellò sulle aguzze rocce dieci metri più in basso. La morte lo raggiunse mentre sul suo volto si allungava un sorriso.


scarica il romanzo completo in formato pdf


collegamenti:

Quante storie!, discussione a tre su allostoria e dintorni - a cura di Massimo Giraldo, Danilo Santoni e Giampietro Stocco

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