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In Memoriam

Inserito Venerdì 11 febbraio 2005

Narrativa un racconto di Nancy Kress

Come Aaron mi seguì nel giardino mi accorsi che era arrabbiato. Increspava la bocca, quella dolce esagerazione delle labbra che non era cambiata da quando aveva due anni e che appariva un po' sciocca nell'uomo di mezza età che era diventato. Ma non disse nulla, un segno, di per se, di problemi. Oh, lo conoscevo da cima a fondo, così come conoscevo suo padre, come suo padre aveva conosciuto me.

Aaron chiuse la porta dietro di noi e si diresse verso le sedie da giardino, costeggiando il piccolo tabernacolo come se non ci fosse. Si mise con precauzione su una sedia.

"Sta attento," dissi quasi casualmente. "Di nuovo la schiena?"

Scacciò la frase con un gesto, fin da piccolo aveva sempre odiato che gli si richiamasse l'attenzione su qualche problema fisico. Un ginocchio sbucciato, un torcicollo, un polso rotto. Me lo ricordavo. Ricordavo tutto.

"Caffè? Un macchiato?"

"Caffè. Vieni più vicina, non mi va di urlare. Non hai acceso il campo uditivo, vero?"

Non l'avevo fatto. Gli versai il caffè dal bar del giardino e feci galleggiare la mia sedia fino ad arrivare a stenderglielo. Dalla porta accanto Todd uscì da casa sua, in pantaloni corti e con una paletta. Salutò con allegria.

"So che non vorresti sentirlo," iniziò Aaron (non era mai stato un tipo conciso, e non amava i sotterfugi), "ma te lo devo dire ancora una volta. Ascolta il dottor Lorsky per l'operazione."

"Zucchero?"

"Nero. Mamma..."

"Sta tranquillo," dissi, e apparve abbastanza colpito, ma alla sorpresa non fece seguito un cipiglio. aron, che aveva sempre reagito ad un ordine diretto come ad un'aggressione. Mi misi seduta più dritta e mi allungai verso di lui. Nessun cipiglio.

Feci una sorsata lunga e deliberata di un caffè troppo caldo per le lunghe sorsate. "C'è qualche ragione per cui non vuoi dar ascolto al dottor Lorsky? Una ragione vera e razionale?" Non aveva guardato al tabernacolo.

"La ragione la sai," dissi. Una decina di metri più in là, nella sua parte di giardino, Todd iniziò a pulire dalle erbacce le sue aiuole, sradicando quelle più resistenti con la paletta e carpendo le altre a mano. Non aveva mai usato una zappa a motore. I fiori, bocche di leone e achillee e azalee e calendole, si affollavano nella breve esplosione calda dell'estate.

Aaron agitò le dita verso il tabernacolo che ancora non voleva vedere. "Quella non è una ragione!"

Naturalmente, aveva ragione, il tabernacolo era l'effetto, non la causa. Sorrisi alla sua perspicacia, incapace a reprimere il rossore imbarazzante e sciocco di un orgoglio materno fuori luogo di trent'anni. Ma Aaron prese il sorriso per qualcosa d'altro: acquiescenza, forse, o ammorbidimento. Posò la tazza sull'erba e si sporse in avanti. In modo serio, era stato sempre un bimbo serio, senza mai sorridere davanti a scherzi che non comprendeva, mettendo via i giocattoli sempre nello stesso posto ogni sera, presentando le sue richieste da adolescente in liste accuratamente numerate, dando lezione agli altri ragazzi sulla loro brutalità fanciullesca di routine.

Un pedante, a dire il vero.

"Mamma, ascoltami. Ti chiedo di riconsiderare la cosa. Nient'altro. Per tre ragioni. Primo, perché sta diventando pericoloso per te vivere qua tutta da sola. Nonostante la sorveglianza elettronica. Che succederebbe se venissi derubata?"

"Derubata?" feci in modo secco. Aaron non afferrò, d'altra parte non m'aspettavo che lo facesse. Sapeva perché avevo preso questa casa, perché stavo qui. Dissi con gentilezza, "Ti si fredda il caffè." Mi ignorò, incalzando testardamente, le mani strette sui braccioli. Sul dorso della mano sinistra c'erano due macchie rosso bruno. Quand'era successo?

"Secondo, quest'affare dell'adorazione degli antenati o quant'altro si suppone che sia. Questo tabernacolo. Non hai mai creduto prima d'ora in tutte queste sciocchezze. Mi hai allevato a pensare razionalmente, senza superstizioni di sorta, e te ne stai qui a piantare fiori agli avi morti fino all'ennesima generazione e meditando su di loro come se fossi una collegata adolescente qualsiasi dal cervello spaccato."

"Avevamo l'abitudine di meditare molto da ragazzi, prima che venissero inventati i collegamenti," dissi per farlo arrabbiare. Mi preoccupava la sua intensità. "Ma, Aaron, amore, qui faccio ben altro."

"Cos'è che fai?" disse e, immediatamente, capii che s'era pentito. Il tabernacolo brillava lucido in pieno sole. Era un trittico di lastre nere alto sessanta centimetri. Col caldo del tardo pomeriggio il neo-nitonolo nero s'era ammorbidito fino a perdere forma, ma con la notte i nomi sarebbero tornati di nuovo ad avere la chiarezza dell'incisione profonda. Centinaia di piccoli nomi, scolpiti molto stretti con una scrittura meticolosa, collegati con le linee di generazione. Alla base del trittico sbocciavano fiori bassi come violette o non ti scordar di me e rosmarino.

"-C'è del rosmarino, è per il ricordo,-" dissi, ma Aaron, essendo Aaron, non riconobbe il verso di Ophelia. Non era mai stato un gran lettore, il mio Aaron. Byte, non libri. Oh, io mi ricordavo.

Nell'altro giardino la paletta di Todd fece un rumore sordo nel colpire una pietra interrata.

"Non è igienico," Disse Aaron. "Tabernacoli. Venerazione degli antenati! E in terzo luogo superi l'età per l'operazione. Ho perlato ieri col dottor Lorsky..."

"Hai parlato col mio dottore senza il mio permesso..."

"... e ha detto che i tuoi lobi temporali ancora scannano bene ma non sa quanto a lungo potrà ancora essere vero. C'è quel punto d'otturazione quando il corpo non la regge più. E allora la cancellazione cerebrale non ti farebbe più alcun bene. Sarebbe troppo tardi. Mamma.. lo sai."

Lo sapevo. Il semplice peso della memoria raggiungeva qualche massa critica. Tutti quei ricordi: la tinta blu di una gonna indossata cinquant'anni fa, l'inclinare della testa di qualcuno morto da tanto tempo, l'odore forte di un minestrone della nonna che si mescola col profumo polveroso di un appartamento demolito da più di vent'anni. E ogni ricordo che si ricollega ad altri, un flusso, fintantoché la nonna era là prima di te, in tutto. Il peso e il volume di tutte quelle sensazioni minute coi giorni, gli anni e i decenni fanno scattare cambiamenti chimici nel cervello che a loro volta fanno scattare cambiamenti cellulari, finché il corpo non regge più e si accelera il crollo. Il punto d'otturazione. Ci uccidono i ricordi.

Aaron cercò a tentoni la tazzina, accanto alla sdraia sull'erba. Le zampe di gallina agli angoli degli occhi erano ancora all'inizio, come linee tracciate sulla sabbia soffice. Scosse la testa e mormorò. "E' che... E' che non voglio che tu muoia, Mamma."

Girai lo sguardo. In qualche modo è sempre una sorpresa scoprire che un figlio adulto ti ama ancora.

Nella porta accanto Todd si sollevò da un'aiuola e si diresse verso la successiva. Si sfilò la maglietta dalla testa e la gettò a terra. Il sudore luccicava sui muscoli della schiena ancora sodi e rigidi nel suo corpo da trentacinquenne. La maglietta creava una macchia scura sull'erba luminosa.

Un'ape si sollevò ronzando dai fiori attorno al trittico nero e si mise a fare dei giri attorno al mio orecchio. Contenta per la distrazione, mi misi a scacciarla con la mano.

"Aaron... non posso. Proprio non posso. Essere cancellata."

"Anche se questo ti facesse morire? Che scopo c'è?"

Rimasi in silenzio. Avevamo già discusso, ogni cosa, tutto il maledetto argomento. Ma Aaron non era mai apparso a quel modo. E non aveva mai supplicato.

"Per favore, mamma. Per favore. Già inizi a fare confusione. L'altra settimana pensavi che quella donna nel parco fosse la tua sorella morta. Lo so, stai per dire che è stato solo un secondo, ma inizia così. Solo per un secondo, poi di più e di più e poi è troppo tardi per la cancellazione. Tu dici che non saresti più 'tu' con la cancellazione... ma se se ne va la memoria e la segue il corpo, resti forse 'te stessa'? Debole e senile? Sei forse ancora 'te stessa' quando sei morta?"

"Il punto non è questo," iniziai, ma deve aver visto qualcosa sul mio viso che lasciava pensare ad un ammorbidimento, a un cedimento. Si allungò a prendermi la mano. Le sue dita erano asciutte e calde.

"E' il punto! La morte è il punto. Il tuo corpo non può essere più giovane, ma non deve diventare più vecchio. Tu non devi. E hai la forza fisica, ancora, hai i soldi... Cristo, non è come se tu dovessi diventare un vegetale. Ricorderai comunque il linguaggio, le routine... e ti farai ricordi nuovi, ricomincerai da capo. Una vita nuova. Vita, non morte!"

Su questo non dissi niente. Aaron poteva vedere gli anni della mia vita che si allungavano dietro di me, anni che voleva che tagliassi con la stessa noncuranza con cui si pareggia un'unghia. Non poteva vedere l'altra perdita più grande.

"Ti sbagli," dissi, nel modo più gentile possibile e tolsi le dita dalle sue. "Non rifiuto la cancellazione perché desidero la morte. La rifiuto perché di me è già morto troppo."

Mi guardò senza capire. L'ape che avevo scacciato gli ronzava attorno all'orecchio sinistro. Gli vidi gli occhi che scattavano verso di essa e poi di nuovo su di me, rifiutando di essere distratti. Pensiero lineare, sempre: si sviluppava forse con tutti quei computer? Occhi così blu, un uomo ancora così attraente.

Nella porta accanto Todd iniziò a fischiare. Aaron s'irrigidì e si girò a metà per guardarsi per la prima volta alle spalle, non aveva realizzato che Todd fosse là. Si voltò di nuovo verso me. Gli occhi ombrati e abbassati e in quella piccola scivolata laterale (tutt'altro che lineare) capii. Tutto d'un tratto capii.

Se ne accorse. "Mamma,... mamma..."

"Stai per fare la cancellazione."

Sollevò la tazzina fino alla bocca e bevve: un gesto di copertura automatico, il caffè doveva essere gelato. Repulsivo. Il caffè gelato è repulsivo.

Incrociai le braccia e mi sporsi in avanti.

Disse con tono tranquillo, "La schiena si fa sempre peggio. Mi sono tornate le emicranie, una o due volte alla settimana. Lorsky dice che sono un vecchio quarantaduenne, sai quanta differenza ci sia tra le persone. Io non sono il tipo dalla vita facile che dimentica subito. Prendo le cose con forza, non dimentico, e non voglio morire."

Non dissi nulla.

"Mamma?"

Non dissi nulla.

"Capiscimi... per favore." Era uscito tutto in un sospiro. Non dissi nulla. Aron posò la tazzina sul tavolo e si sollevò dalla sedia, poggiandosi pesantemente sulle braccia e inarcando la schiena. Il movimento attrasse l'attenzione di Todd. Vidi, oltre la mole del corpo di Aaron, il momento in cui Todd decise di avvicinarsi per essere un buon vicino.

"Salve, Signora Kinnian. Aaron.!"

Vidi il viso di Aaron che si chiudeva. Si volse con lentezza.

Todd disse, "Fa caldo, eh? Sono stato via una settimana e le erbacce m'hanno assalito ogni cosa."

"In barca," disse Aaron con attenzione.

"Sì, in barca." Fece Todd, un po' sorpreso. Si asciugò il sudore dagli occhi. "Tu navighi?"

"Sì, una volta. Da bambino. Mi portava mio padre."

"Avresti dovuto continuare. Grande sport. Signora Kinnian, posso pulirle quei fiori?"

Indicò il trittico nero. Risposi, "No, grazie, Todd. Domattina dovrebbe arrivare il giardiniere."

"Be', se lei... va bene. Stia bene."

Ci sorrise: un uomo ben fatto e dagli occhi blu, nel fiore degli anni e florido per salute ed esercizio, il viso aperto e chiaro come quello di un bambino. Accanto a lui, Aaron appariva paffuto, rigido e fuori forma. La pelle sul retro del collo di Aaron formava dei rilievi che si spostavano sopra il colletto.

"Stai attento," dissi a Todd. Tornò alle sue semine. Aaron si voltò verso di me. Gli vidi gli occhi.

"Mi spiace, Mamma. Mi... spiace. Ma faccio la cancellazione. Sto per farla."

"A me."

"Per me."

Dopo di ciò non c'era nient'altro da dire. Guardai Aaron passare accanto al tabernacolo fiorito, aprire la porta di casa ed entrare nell'interno gelato. Ci fu un breve borbottio del condizionatore, spento nel momento stesso in cui si chiudeva la porta. Si sentì una seconda porta sbattere; anche Todd era entrato in casa.

Mi resi conto che non avevo chiesto ad Aaron quand'era che il dottor Lorsky lo avrebbe cancellato. Avrebbe potuto non dirmelo. Si era già spinto già oltre di quanto avrebbe voluto lasciarsi andare, sbilanciato dall'emozione e dall'immaginazione, entrambe le cose indesiderate. Non era mai stato un bambino pieno d'immaginazione, solo un bambino pratico. Che veniva in giardino coi compiti di matematica, preoccupato dalle frazioni e senza il minimo interesse per i fiori che sbocciavano e morivano attorno a lui. Io ricordavo.

Ma lui non lo avrebbe fatto.

Todd tornò fuori portando una bibita fredda e si rimise a seminare. Lo osservai per un po'. Lo osservai per un'ora o due. Lo osservai dopo che se n'era andato e la caligine aveva iniziato a coprire il giardino. Poi mi sollevai dalla sedia, mi doleva tutto, ero stata seduta troppo a lungo, e raccolsi qualche bocca di leone. Viola, rese più scure dal buio. Le posai davanti al trittico nero.

Quando io e Todd eravamo sposati avevo portato delle rose: bianche con dei sottotoni rosa sulla punta dei petali, rosa scuro al centro. Non avevo più visto quelle rose da anni, forse il ceppo era andato perduto.

La scrittura sul tabernacolo era venuta fuori chiara e profonda. La toccai con un dito, seguendo i nomi. Poi tornai a casa a guardare la TV. Una clinica per la cancellazione del cervello era stata bombardata. Attivisti anziani si affollavano davanti alla telecamera, strillando e mostrando pugni nodosi. Venivano condotti via dalla polizia, uomini e donne forti e giovanili che cercavano di far si' che gli anziani si comportassero da anziani. I visi lisci sotto l'elmetto che apparivano sconcertati. Erano sconcertati. Senza capire nulla; credendo che il ricordo fosse morte; rigettando tutto indietro. Cercando di fa si' che ce ne andassimo come se non esistessimo. Come se non fossimo mai esistiti. 



Tit. orig. 'In Memoriam', tr. it. Santoni Danilo
apparso originalmente in ISAAC ASIMOV'S SF, June, 1988
ristampato in Gardner Dozois (a cura di), THE YEAR'S BEST SCIENCE FICTION, #6 



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