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GEMELLE - L'11 SETTEMBRE

Inserito Sabato 07 maggio 2005

Narrativa un racconto di Giuseppe Iannozzi







Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.

Povera Patria (Come un cammello in una grondaia, 1991) – Franco Battiato





Lo chiamavo tutti Lenin.

Era un giorno di nuvole. Lei l’aveva lasciato, ma Lenin non c’era stato male sul momento. Sul viso di lei, la derisione e un po’ di virgineo vizio: la ricordava così, bella, infinitamente. Ma troppo perché potesse essere sua, completamente. Lui era un operaio, lei una Signora abituata a dormire in letti di profumi e camelie.

Si accese una sigaretta, una nazionale, e s’impose di non pensare all’amore perduto. Gli si fece d’appresso un vecchio compagno sdentato, un mezzo ebreo, uno che aveva visto i campi di concentramento e che ne era uscito ma male in arnese: biasciava e nessuno lo capiva. Però, se non altro l’apriva la bocca. Gli passò la sigaretta che aveva fra le labbra. Lasciò perdere: gli era passata la voglia di fumare. Il vecchietto farfugliava vaghi suoni, e rideva quasi ma di dolore: le guance scavate, la bocca sdentata, gli occhi infossati, questo il volto di un sopravvissuto che aveva visto l’inferno, le fabbriche di sapone, la morte dei fratelli presi nell’inferno dei ferri chirurgici.
“Lenin!” Il grido era sospeso nell’aria: la voce potente di Karl faceva fatica a stemperarsi.
Era un omone, una testa, sapeva tutto. Impossibile coglierlo in fallo.
“Che c’è?”
Karl gli batté la robusta mano sulla spalla sinistra in segno di saluto, e solo sorrise al vecchio che fumava e che pareva pacifico, quasi dimentico di sé mentre si dava in pasto ai suoi solitari farfugliamenti.
“Ti ricordi che oggi è l’anniversario.”
Lenin non batté ciglio. Lo ricordava. Ma non aveva voglia di darsi in pasto alla commemorazione. “Perché non mi lasci in pace?”
Karl si lasciò andare in una smorfia di disgusto. “E’ l’anniversario” – ripeté con veemenza. “Non puoi mancare.”
“E se invece…”
Karl scosse il capo. “Ho capito. Ci pensi ancora.”
“No. Non mi fa né caldo né freddo.”
Il compagno non era convinto che dicesse il vero. “Sicuro che non ci pensi più a Caterina?”
”Questo è un colpo basso!” – replicò Lenin. “Io ti assicuro che non ci penso.” Mentiva. “E tu mi metti la pulce nell’orecchio.”
“E’ per metterti alla prova.”
“Fottiti.”
Entrambi scoppiarono a ridere, ma Lenin con un velo di tristezza nel cuore.
“Allora vieni!”
”Senti, Karl, io ci verrei. Ma ho altro a cui pensare.”
“Stammi a sentire. Tutti aspettano che tu dica di quel giorno.”
”Diglielo tu com’è stato quel dannato giorno. Lo sai meglio di me.”
”Non sarebbe la stessa cosa.”
“Senti, Karl, io ti voglio bene, come a un fratello. Ma credimi: io, quando le Gemelle sono schiantate, non c’ero.”
”Vabbé, ti voglio credere. Però racconti bene. Ed è questo ciò che conta.” Per quanto Karl insistesse, Lenin non ne voleva che sapere. “Senti, se non partecipi…”
“Che cosa, se non partecipo? E’ una minaccia, forse?” Gli occhi di Lenin era due rosse braci, fuoco nelle orbite. “Io non prendo ordini. Neanche da un compagno. E’ chiaro?”
Karl mise su una brutta mutria, ma a Lenin non gliene fregava niente. “Allora… Come credi tu.” E così dicendo, s’allontanò dal compagno: l’accompagnava il vecchio mezzo ebreo che teneva fra le labbra la cicca spenta. Trovandoselo incollato al fianco, Karl si rese conto che non gli aveva rivolto una sola parola. Si maledì: come aveva potuto dimenticare quell’uomo solo perché non parlava bene? …non rivolgergli la parola, ma solo un misero muto sorriso? L’abbracciò, forse con troppa forza ma era l’affetto che sapeva dimostrare; e lasciò perdere Lenin, almeno per il momento.

* * *

Lenin aveva conosciuto Caterina durante una riunione alla sede del Partito. L’aveva capita subito che era una di quella con i danari, e, di primo acchito, la prese in antipatia.
Poi l’antipatia divenne innamoramento, nel tempo di un batter di ciglia.
Lei l’avvicinò: “Caterina.”
Lenin strinse la sua manina delicata e le sorrise goffamente. Non aveva più scampo: impossibile fuggire i suoi occhi verdi di primavera. Cominciarono a frequentarsi, a fare tutte quelle cose che fanno gli innamorati; e per quanto Lenin fosse scontroso di natura, presto riuscì a scucire qualche frase sdolcinata, che, di solito, riciclava da qualche libro di aforismi o più spesso da qualche vecchio film russo in bianco e nero sottotitolato in italiano. Lui era vecchio, aveva almeno il doppio degli anni di lei: era già calvo, a quarant’anni era la copia sputata di Vladimir Ilic Uianov. Che lui sapesse, Vladimir non era mai stato un romantico: ma “la scintilla”, in lui detto Lenin, si era accesa per una donna. La desiderava con tutto sé stesso, pur rendendosi conto che stava badando troppo poco agli affari del Partito. Caterina era una bellezza e Lenin l’amava per la sua bellezza che faceva impallidire. Ma anche per le idee che esponeva: a volte nutriva il sospetto che recitasse a memoria. Poi, un giorno, uno uguale a tanti altri, ebbero una discussione piuttosto accesa.
“Come sarebbe a dire che dovrei amarti perché sei tu e non un altro?”
“Intendo dire che se mi ami, non puoi amare contemporaneamente la tua ricchezza.”
Lei arrossì violentemente. “Ah! Sarebbe così, dunque.” Sospirò rabbiosa: “Quand’è così, sai che ti dico? Puoi pure andare a quel paese tu e il Capitale. Tu ce l’hai in testa il Capitale. Ed è questo che non ti fa vivere.”
Lenin per poco non esplose: strinse i pugni e contrasse i muscoli della faccia. Era un fuoco di rabbia. “Tu hai il vizio.” Non gli riuscì di dire altro, né di spiegarsi meglio. Ma Caterina aveva capito, e bene anche.
“Non può andare avanti.”
“Già!”
Si lasciarono così: il cielo era un sudario di nuvole. Preso dal suo prepotente orgoglio, Lenin non ci rimase male, almeno sul momento, che l’amore fosse finito in un istante così com’era iniziato.

* * *

Il giorno che le Gemelle caddero, Lenin le vide frantumarsi nell’aria, le sentì crollare a terra insieme all’urlo e al panico della gente incredula. Il simbolo dell’America era crollato. Ma non c’era motivo alcuno per gioire. Non questo desiderava. Non lo strazio dei corpi macellati, sepolti nelle macerie. Lenin ebbe un conato di vomito di fronte alle Gemelle abbattute. Sputò l’anima. Ma la raccolse subito dalle pozze di sangue dov’era caduta, la nettò con un soffio di nicotina, e se la ricacciò in corpo: 21 grammi. Non aveva fatto nulla di che: solo si era limitato a sopportare l’orrore.

* * *

“Com’è stato?”
“Un inferno. Solo un inferno.” Lenin non aggiunse altro, ma il non detto era disegnato sulla sua faccia cadaverica.
“Hai visto il volto del Diavolo?”
“Io?” Una pausa di riflessione. La fronte madida di sudore. “Sì, l’ho visto.”
“Ed era proprio il Diavolo? O solo una suggestione?”
“Karl! Quello che ho visto…” Ebbe un conato di vomito che subito soffocò. “L’ho visto. Con questi occhi. Mi credi?”
”Sì, ti credo.” Karl era frastornato se non quanto Lenin, almeno abbastanza da sentirsi male. “Ma tu che ci facevi davanti alle Gemelle?”
”Io?”
”Sì. Tu.”
“Io non c’ero.”
“No. Questo non è vero. Tu c’eri.”
“Chi te l’ha detto? E’ una menzogna.”
“No che non lo è. Lo sanno tutti che tu c’eri.”
“E che ci stavo a fare lì? A questo mi sai rispondere?”
“Eri lì. Non è difficile da capire. Semplicemente eri lì.”
Lenin sorrise al compagno. “Già! Ma anche tu.”
”No. Io, no. L’ ho visto in tv.”
Sul volto di Lenin il sorriso si spense per essere sostituito da un feroce ghigno di rabbia. “Vedi d’andare al... “ Non terminò di dire. Sospirò. “E’ assurdo.”
“Eri lì, ti dico. Non lo so perché. Ma tutti lo sapevano che eri lì. Come quando crollò l’Unione Sovietica e il busto di Lenin fu tirato giù.”

* * *

Caterina era profumata, una signora in tiro. Avevano fatto all’amore. Erano entrambi soddisfatti.
“Ti piace farlo con me?”
Lenin ammise di sì con un semplice cenno del capo.
“Ma quanto?”
“Sei insistente.” Ma era felice che glielo chiedesse. “Mi piace scoparti. Sì, molto.”
“Volgare!” Ed arrossì.
Lui la prese, di nuovo: il rossore le donava, la faceva ancor più bella, desiderabile.

* * *

Erano trascorsi tre anni.
Stava ingollando l’ennesimo bicchiere di vino rosso: il ricordo di Caterina era nel rosso del bicchiere. Chissà chi se la sbatteva adesso? Se ci pensava, una rabbia furibonda lo prendeva e gli annodava le budella. Non avrebbe detto niente per l’anniversario della caduta delle Gemelle. Karl non poteva costringerlo neanche se era per il Partito. E poi lui non aveva niente da dire che non potesse dire anche Karl.
Dietro al banco, il barista lo guardava strano. Lenin se ne accorse, ma tacque. Pagò i bicchieri e trafelato uscì dal locale. Fuori era la notte, un lampione e una puttana. La riunione doveva esser già cominciata, senza di lui. Che parlassero pure! Lui non aveva niente da raccontare. Niente che non sapessero già. E poi, tutti quei compagni sapientoni sembrava che conoscessero meglio di lui com’erano andati i fatti con le Gemelle, quindi la sua presenza non serviva.

* * *

“Non mi avevi mai detto di tua sorella…” Lenin pareva offeso.
“Non me l’hai mai chiesto.”
“Provi dolore?”
“Siamo state sorelle gemelle per due ore. Poi, lei è morta.”
“Capisco.”
“Che hai?”
”No, niente. E’ solo che io non ho mai… Lasciamo perdere.” Silenzio. “Ci hai mai pensato a come sarebbe stata la tua vita se tua sorella gemella fosse sopravvissuta?”
“No.”
Lenin non le fece altre domande. Gli bastava sapere questo.

* * *

“Dovevi esserci.”
Lenin lasciò che Karl dicesse. Neanche lo ascoltava: era da tutt’altra parte con la mente, lui.
“…c’era anche Caterina…” A queste parole, Lenin ebbe un tuffo al cuore.
“Ah! Questo t’interessa.”
Lenin cercò di mostrare indifferenza. Mantenne il silenzio. Ma per poco. Alla fine si decise a chiedere: “Che significa?”
Karl gongolava. L’aveva in pugno. “Dovevi esserci!”
Lenin non sopportò l’insolenza di Karl: lo fulminò con uno sguardo di fuoco, rosso come l’inferno. Karl capì che non gli conveniva tirare troppo la corda con il compagno. E parlò.
“Era con noi. Capisci? Con noi per ricordare.”
“E poi?”
“E poi… Niente. Che ti aspettavi?”
Lenin sorrise al compagno. “Tu lo sapevi che Caterina aveva una sorella?”
Karl cascò dalle nuvole: no, non lo sapeva, né lo sospettava.
“Adesso sei tu che vuoi sapere.” Ora era Lenin a gongolare. “Non ti terrò sulle spine. Non ti preoccupare. Aveva una sorella. Venne al mondo e morì quasi subito, dopo due ore. Era la gemella di Caterina.”
Karl sbiancò…

[racconto troncato, in questo punto]


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