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Inserito Martedì 10 maggio 2005

Narrativa un racconto di Mirko Tavosanis

Quando il messaggero la raggiunse, Ylain stava facendo sorveglianza a una delle conferenze di Tomas Likkir. Era seminascosta tra le quinte dell’auditorium di una grande scuola superiore alla periferia di Primo Approdo; direttamente di fronte a lei, dieci passi più avanti, c’era la schiena di Likkir, piazzato davanti a una batteria di microfoni. Subito dopo il palco finiva e si apriva una platea sterminata di ragazze e ragazzi a bocca aperta.
Il messaggero sfiorò con una mano il braccio di Ylain e si piegò in avanti per bisbigliarle nell’orecchio. “Il Vecchio ti vuole subito in sede. Passa il comando della squadra a Raduvan e vieni con me.”
Ylain inarcò un sopracciglio e fissò il ragazzo, ma non si trattava di uno scherzo. E, del resto, nessuno si permetteva di scherzare con il nome del Vecchio. Lei annuì e si girò per fare un segnale a Raduvan, sul lato opposto della stanza. Vide un gesto di conferma e si avviò dietro il messaggero, in silenzio.
Attraversarono a passo svelto i corridoi della scuola - che non era molto diversa da quella in cui Ylain aveva finito gli studi, una decina d’anni prima. Pareti nude, attaccapanni, sedie accatastate dappertutto. Di tanto intanto incontravano degli altoparlanti, e prima di sbucare nel parcheggio ebbero modo di godersi il pezzo forte del racconto di Likkir: il disperato attracco della nave su una cometa a due anni luce di distanza dalla stella più vicina, il frenetico rifornimento di ghiaccio e ammoniaca per riattivare i propulsori... Era una storia affascinante, ma Ylain l’aveva già sentita diverse volte.
Nel parcheggio accanto all’ingresso la macchina del Comando spiccava perché era l’unico veicolo grigio in mezzo a decine di automobili personalizzate dai proprietari con strisce di colore, pallini, chiazze. Il messaggero si mise alla guida e schizzò via senza dire una parola. Ylain si aggrappò alla maniglia della portiera e guardò le strade che le scorrevano accanto.
La radio della macchina era sintonizzata su un notiziario che non faceva che raccontare le imprese dei Visitatori. Come, del resto, succedeva da un mese, da quando la loro piccola nave interstellare si era messa in orbita attorno al pianeta, annunciando ai discendenti dei vecchi profughi che anche sulla Terra la crociata contro le Macchine Pensanti aveva trionfato e la scrittura era stata messa al bando.

Dopo pochi minuti di viaggio il messaggero scaricò Ylain all’ingresso della sede centrale della polizia, sotto i resti dello scafo che aveva portato i primi umani sul pianeta, più di un secolo prima. La sede stessa era una costruzione in cemento che aveva riutilizzato come tetto una delle immense piastre della fiancata dell’astronave: metallo lavorato dalle Macchine Pensanti in un modo che nessuno era più in grado di riprodurre.
Ylain entrò, e dal bancone dell’atrio si staccò subito un assistente per accoglierla.
“Da questa parte” le disse. “Il Vecchio ha convocato una riunione nel nido.”
“Nel nido?” Ylain inarcò di nuovo un sopracciglio. La sede centrale della polizia aveva un asilo nido per i figli dei dipendenti, ma lei non riusciva a capire perché il Vecchio volesse organizzare una riunione proprio lì.
“I bambini sono stati accompagnati da un’altra parte” spiegò l’assistente. Ma questo in realtà non chiariva proprio nulla, e Ylain si limitò a seguire in silenzio la guida.
Le cose non si fecero più comprensibili neanche quando lei entrò nel cortiletto centrale del nido. Il Vecchio era seduto su un tubo circolare di cemento in mezzo al recinto della sabbia e teneva un pallone colorato tra le mani. Per un attimo Ylain pensò, banalmente, che fosse impazzito; poi notò che intorno a lui c’erano alcuni dei dirigenti e dei capireparto più anziani, con espressione costernata. E in mezzo a loro... al suo ingresso Ylain li aveva quasi scambiati per due Visitatori autentici. Invece erano Basai e Sursinor, vestiti con tute grigiastre come quelle dei Visitatori e piazzati in mezzo al recinto della sabbia, che era stata accuratamente spianata con un rastrello. Ylain si chiese quali fossero le ragioni di quella mascherata.
“Bene, bene” disse il Vecchio, alzando lo sguardo dal pallone. “Ci siamo quasi tutti. Un attimo di pazienza e poi...”
Dalla porta entrò di corsa uno sconosciuto, un uomo di mezza età con una lunga barba bianca e la tonaca dei Custodi.
“Illustre Priore!” disse il Vecchio. “Ben lieto di vederla! L’abbiamo attesa, sa?”
Il Priore sembrò confuso. “Il traffico...” balbettò.
“Oh, non importa, non importa.” Il Vecchio agitò una mano e cambiò interlocutore. “Signor Basai, vuole raccontare ai signori che cosa ha visto stamattina?”
Basai si mise quasi sull’attenti e si schiarì la voce. “Sissignore. Ero assegnato alla sorveglianza dei Visitatori Quattro, Dodici e Tredici...”
“Vasiliev, Aspen e Duruez” spiegò il vecchio.
“... e ho seguito il visitatore Quattordici anche quando si è appartato dagli altri. Stamattina. Sulla spiaggia di Lido di Luce.”
“Erano andati a visitare la flotta peschereccia e il paese” spiegò ancora il Vecchio. “Anzi, sono ancora tutti lì, e stanno pranzando a un ristorante sul molo. Ma stamattina Basai ha visto Duruez passeggiare sulla spiaggia, da solo. Pensava che nessuno l’avesse seguito, ma il nostro Basai è molto, molto bravo ed è riuscito a nascondersi nella macchia accanto alla spiaggia. E ha assistito alla scena che vedremo ora. Basai stesso coprirà il ruolo del signor Duruez, e il sergente Sursinor quello della signora Aspen, che è comparsa poco dopo sulla scena. Illustre Priore, la invito a prestare la massima attenzione a quello che vedrà. Procediamo pure.”
Senza dire una parola, Basai fece due o tre passi strascicando i piedi. Fissò l’orizzonte. Poi si piegò sulle ginocchia. Stese una mano, sollevò un pugno di sabbia e se la fece scorrere tra le dita. Voltò di nuovo la testa a fissare un punto lontano.
Ylain continuava a non capire. Ma a un certo punto Basai emise un sospiro e raccolse dalla sabbia uno stecco... qualcosa che sembrava portato dal mare. Ylain immaginò che qualcuno l’avesse messo apposta nel recinto del nido. Basai impugnò lo stecco con la destra, lisciò con la sinistra un piccolo tratto di sabbia e cominciò a grattare la superficie liscia... anzi, no. Iniziò a lasciare dei solchi sulla sabbia. Non erano disegni, e non erano tracce fatte a caso. Seguivano un percorso preciso. E a quel punto Ylain capì di colpo che cosa stava succedendo.
Proprio in quell’istante entrò in scena Sursinor / Aspen, avanzando a grandi passi dal bordo del recinto. “Sei impazzito?” bisbigliò, con un tono feroce.
Basai / Duruez lasciò cadere lo stecco. “Oh, diavolo, io...”
Sursinor fece un passo avanti e calpestò i graffi sulla sabbia. Li calpestò con metodo, cancellandoli completamente. “Penso che uno di loro ci abbia seguito” sibilò ancora.
“Diavolo.”
“Zitto! Andiamo via di qui e comportati normalmente.” Sursinor aveva sul volto una maschera di rabbia, ma la rilassò immediatamente. Appena il suo compagno si fu risollevato, lo spinse per un braccio e assieme uscirono dal recinto della sabbia.
Per un attimo nessuno parlò. Poi il Priore fece uscire il fiato che aveva trattenuto fino a quel momento. “Dèi dell’Uomo!” Era sbiancato.
“Ah!” disse il Vecchio. “Dalla sua espressione, signor Priore, direi che i miei peggiori timori hanno trovato conferma. Era scrittura, vero?”
“Potrebbe essere.” Il Priore sembrava profondamente scosso. “Ma allora...”
“Allora, i Visitatori ci stanno mentendo” disse il Vecchio. Si alzò in piedi. “Devo parlare subito con il ministro. E... Ylain, Basai, Ricardo.” Indicò col dito le tre persone. “Riunione operativa nel mio ufficio tra un’ora. Aspettatemi lì.” Si avviò alla porta, scortato dai funzionari più anziani.
“Un momento!” disse il Priore, con una voce ferma e decisa. Tutti si voltarono dalla sua parte.
“Nel nome dell’Uomo... contro le Macchine che portano i pensieri al di fuori di noi e li deformano senza rispetto... possa l’Umanità guidare il nostro cuore e la nostra mano.” Tracciò un ampio arco nell’aria.
“Così sia” risposero tutti, automaticamente, come bambini.

L’ufficio del Vecchio era in realtà solo una stanza con poche sedie, qualche armadio e un televisore. In un angolo c’era un lettino, perché il Vecchio ormai aveva bisogno di sdraiarsi spesso. Un piccolo tavolo e un mobile bar completavano l’arredamento.
Ylain e gli altri ingannarono l’attesa chiacchierando e guardando sul televisore un programma che descriveva l’intervento dei Visitatori sulla fabbrica di automobili di Roccia Nera. I Visitatori avevano spiegato tecniche terrestri che permettevano di trattare la lamiera dimezzando i tempi di lavorazione. Uno di loro aveva dato poi indicazioni per riorganizzare la linea. Nel giro di una settimana la fabbrica aveva preso a produrre un buon trenta per cento di veicoli in più, a costi invariati e senza bisogno di investimenti.
“Se davvero i Visitatori ci stanno mentendo, siamo nei guai fino al collo” disse a un certo punto Ricardo. Era uno dei migliori operativi usciti dall’Accademia e Ylain e gli altri pensavano che avesse ottime possibilità di diventare uno dei prossimi dirigenti.
“Mi chiedo perché dovrebbero farlo” rispose Ylain. “Se sanno scrivere...”
“Forse sulla Terra hanno vinto le Macchine Pensanti” disse Ricardo.
“Ma i Visitatori sembrano gente come noi. Non assomigliano per niente a quello che ci raccontano a storia. Hanno fatto un sacco di controlli medici, quando sono scesi. Hanno denti otturati, portano gli occhiali, non hanno aggeggi strani dentro al corpo. E Duruez e Farlin sembrano perfino un po’ stupidi. Com’è possibile che le Macchine Pensanti tengano in vita gente del genere?”
“Non lo sappiamo, Ylain” disse il Vecchio dalla porta. Tutti si voltarono. Era comparso senza che nessuno dei presenti lo sentisse arrivare – una capacità che a Ylain aveva sempre dato i brividi, ma che adesso le sembrava quasi tranquillizzante.
Il Vecchio si avvicinò alla sua sedia personale e ci si lasciò cadere con un sospiro. “Non sappiamo perché i Visitatori ci hanno tenuto nascoste queste cose. Non sappiamo nemmeno che razza di creature siano... se siano davvero umani o no. Però abbiamo un modo per scoprirlo.”
Si chinò in avanti e scrutò in volto tutti i presenti. “Rapiremo un Visitatore. Faremo credere ai suoi compagni che è morto in un incidente e lo porteremo con tutte le precauzioni possibili all’Isola Gialla, senza dargli la possibilità di lanciare l’allarme.”
Tutti lo fissarono con occhi sgranati. “Dobbiamo esaminare uno di loro da vicino” continuò il Vecchio. “Controllarlo per bene, vedere se ha addosso delle macchine nascoste o qualcosa di simile. L’ospedale militare dell’Isola Gialla è attrezzato per tutti i generi possibile di analisi... inclusa l’autopsia, se necessario.”
“Sa già chi scegliere?” chiese Ricardo. Il tono calmo della sua voce stupì Ylain.
Il Vecchio annuì. “Prenderemo Tomas Likkir.” Ylain sentì un tuffo al cuore.
“Likkir è un chimico” continuò il Vecchio. “Tra due giorni farà un’altra visita al petrolchimico del porto. Come Ylain sa bene, lì è appena cominciata una ristrutturazione completa, sotto il controllo dei Visitatori. Ci sarà un incidente. Un’esplosione, credo. Likkir e le sue guardie saranno ufficialmente morti. I dettagli li definiremo oggi.”
Ylain si sentì la gola secca. “Signore...” disse. Tutti si voltarono dalla sua parte. “Se i Visitatori sono stati inviati dalle Macchine Pensanti... non è possibile che abbiano qualche risorsa che noi non conosciamo? Che ci stiano spiando anche in questo momento?”
Il Vecchio abbassò appena la testa. “È possibile, ma non possiamo farci niente” disse. “Correremo il rischio.”

Likkir si appoggiò alla ringhiera metallica e si sporse a guardare le acque del porto. “Sono uguali, sai?” disse.
Ylain fu colta di sorpresa. “Eh?”
“Questo mare e quello della Terra. Questo porto e quello della città in cui stavo da bambino.”
“Ah.” Ylain non riuscì a dire altro.
“Due pianeti diversi, ma molto simili.” Likkir aveva occhi grigi come l’acciaio, appena ingranditi dai suoi minuscoli occhiali rotondi, con una sottile montatura in metallo. “Non ti piacerebbe vedere la Terra, Ylain?”
“Certo,” rispose lei, confusa. Fino a quel momento, anche se era sempre molto cortese, Likkir non si era mai interessato troppo alle sue guardie del corpo e aveva fatto pochissima conversazione. Possibile che sospetti qualcosa?
“La Terra è bellissima, sai?” disse Likkir. E poi si voltò, riprendendo a camminare lungo la passerella metallica. Ylain era riuscita a separarlo dal gruppo senza troppe difficoltà e, apparentemente, senza creare sospetti.
In quarantott’ore, alcuni dei migliori chimici del pianeta avevano preparato un incidente che giudicavano assolutamente verosimile. Di fronte a loro ci sarebbe stata un’esplosione di gas. La passerella sospesa sarebbe crollata alle loro spalle. In cinque minuti lei e Ricardo, che la aspettava al serbatoio, avrebbero dovuto spingere Likkir sulla scala d’emergenza fino a un barchino che li aspettava lì sotto. A quel punto avrebbero narcotizzato il Visitatore e poi il serbatoio di propano sarebbe esploso, cancellando per sempre ogni traccia e trascinando una buona parte della struttura sul fondo della baia.
Però, adesso, Likkir sembrava strano. Sospettoso. È solo la mia immaginazione, si disse Ylain. Non può sapere nulla. Se davvero i Visitatori avevano individuato le loro intenzioni, perché avrebbero dovuto infilarsi in una trappola del genere?
Ylain si sentì sollevata vedendo Ricardo in posizione, sull’altro lato del serbatoio. Però, proprio in quel momento, Likkir si voltò a guardarla.
“La Terra è davvero meravigliosa,” disse. “Mi dicono tutti che io sono bravo a raccontare, ma neanche le mie parole bastano a descriverla. Bisognerebbe...”
In quel momento ci fu il primo scoppio, a pochi passi dal punto in cui si trovavano. Schegge minuscole di metallo crepitarono intorno a loro. La vampa azzurra dell’esplosione si lasciò dietro sottili fiammelle arancione che lambivano i fianchi del serbatoio di propano. Alle loro spalle, con uno schianto terribile, la passerella si sganciò e cominciò a sprofondare.
“Corriamo alla scala!” urlò Ylain. L’apprensione nella sua voce era simulata solo in parte. Ma Likkir non si mosse. Era immobile, e sul volto aveva un’espressione di completo stupore.
“Andiamo!” urlò di nuovo Ylain. Prese il Visitatore per il braccio e cercò di trascinarlo via. Ma l’uomo puntò i piedi e si voltò a fissarla. Il suo volto si era trasformato.
“Allora era questo!” urlò. Strappò il braccio alla presa di Ylain e scandì ad alta voce qualche parola in una lingua sconosciuta, gutturale. “Indietro!”
Ylain vide con la coda dell’occhio Ricardo correre verso di loro ed estrarre la pistola. Lei si gettò contro Likkir, estrasse la bombola di narcotico e gliene spruzzò un getto dritto in faccia. L’uomo spalancò gli occhi e lei gli si strinse addosso, premendogli un tampone sulla bocca. Lo spinse contro la balaustra metallica e cercò di immobilizzarlo.
All’improvviso, proprio mentre Likkir si afflosciava, la luce attorno a loro diminuì. Ylain sentì Ricardo urlare proprio accanto a lei: “Attenta!” Poi ci fu uno sparo, e un altro, e una specie di urlo strozzato.
Un istante dopo una tenebra completa l’avvolse. Likkir continuava a dibattersi. Ylain, disperata, alzò gli occhi al cielo. Ci fu un urto tremendo e poi tutto si fece definitivamente nero.

Quando rinvenne, Ylain provò una sensazione strana. Si sentiva dolorante dappertutto, quindi non era morta. Ma in aggiunta ai danni fisici c’era qualcosa che non andava. Un intontimento, come se fosse stata drogata. E la sensazione di sentirsi leggera.
Però era davvero più leggera. Aveva le braccia libere, anche se riusciva a muoverle a malapena; e le braccia erano strane. Sembrava si muovessero per conto loro. Aprì gli occhi, senza bisogno di adattarli alla luce.
Era seduta a un tavolo metallico, in una specie di stanzetta senza finestre. All’altro lato del tavolo c’era Tomas Likkir, pallido, con la faccia chiazzata da una decina di cerotti color carne. In piedi accanto a lui, con una mano posata sulla sua spalla, c’era Valeria Aspen.
Ylain mise assieme gli indizi e ricompose il quadro: era sull’astronave dei Visitatori, in orbita attorno al pianeta. In qualche modo erano riusciti a portarla fin lassù, nel cilindro rotante che forniva ai Visitatori un surrogato di gravità.
Likkir si voltò a fissarla. Ylain si sentiva la bocca asciutta, come se avesse appena finito di fare un lungo discorso... e apparentemente era successo proprio quello, perché Likkir scosse la testa e disse: “Il Vecchio, eh? Dovremo occuparci di lui. Sarà una delle prime cose da sistemare.”
Ci fu un bip sommesso e Valeria Aspen sollevò dal tavolo una specie di rettangolo di plastica, illuminato dall’interno. Se lo portò davanti agli occhi e rimase a scrutarlo, intenta. Le sue pupille si muovevano in modo strano, da un lato all’altro dell’oggetto. Con un sussulto, Ylain si rese conto che la donna stava leggendo qualcosa.
“Bene,” disse alla fine, riabbassando il rettangolo. “Tutto il personale sul pianeta ha raggiunto senza problemi i punti di raccolta. Entro stasera saremo di nuovo tutti a bordo.” Poi si girò verso Ylain. “Avete sottovalutato le nostre possibilità. E poi, noi non abbiamo cattive intenzioni nei vostri confronti, lo sapete?”
“Siete al servizio delle Macchine Pensanti” disse Ylain.
“Le cose non stanno così,” le rispose Likkir, che sembrava un po’ imbarazzato. “Le cose sono molto cambiate anche sulla Terra, in questo secolo. Gli esseri umani e le macchine vivono in pace, adesso.”
“Com’è possibile che ci sia pace con qualcosa che ti porta i pensieri fuori della testa?” protestò Ylain. Provò ad alzarsi ma, nonostante la gravità ridotta, non ci riuscì. Riusciva a malapena a piegare la testa.
“Gli esseri umani lo fanno da migliaia di anni, Ylain,” rispose Likkir. “Parlano da quando è nata la specie. Scrivere, creare sistemi per trasformare la scrittura... è solo un’evoluzione di questo meccanismo. È una cosa naturale. E ci rende più forti. Guardati intorno.”
Ylain mosse gli occhi in giro per la stanza. Le pareti e i mobili esibivano, in parecchi punti, piccoli elementi decorativi. No, erano qualcosa di diverso. Tracce che non erano disegni. Segni. Lettere.
“Ma allora, perché avete cercato di nasconderlo?” urlò. “Chi siete, in realtà?”
Likkir e Aspen si scambiarono un’occhiata. “Credo che con lei non possiamo andare oltre, adesso” disse Likkir.
La donna annuì. Premette un bottone su un cinturino che aveva al polso. Un attimo dopo Ylain sentì un movimento alle sue spalle, come una porta che si fosse aperta. Delle braccia robuste l’afferrarono da dietro e la sollevarono.
“Può essere sgradevole, all’inizio,” disse ancora Likkir. “Ma poi ci capirai meglio. Fidati di noi.”
“Perché?” urlò ancora Ylain. “Perché ci avete mentito? Perché non volete farci sapere delle macchine? Che cosa vi hanno fatto quei segni che scrivete?”
Continuò a urlare anche quando le mani la trascinarono fuori dalla porta, di spalle, lungo i corridoi poco illuminati dell’astronave.


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