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CERCHIO CHIUSO

Inserito Giovedì 04 agosto 2005

Narrativa un racconto di Giuseppe Iannozzi







LEI:
 
Fantasmi, sempre fantasmi, voci, sogni, una fede votata al Nulla. E il Nulla era la fede nella poesia, nella vita.
Ricordava un sogno incastrato all’interno d’un altro sogno: una voce angelicata le parlava, ora rabbiosa, ora pacifica, ma le parole sfioravano il suo orecchio e subito scivolavano via come carezza d’un vento d’autunno.
Doveva credere?
A cosa avrebbe dovuto credere?
Era un sogno prigioniero d’un sogno e nel mezzo c’era Lei.
La poesia, i desideri: tutto maledettamente lontano.
Le lagrime cominciarono a rigarle le gote.
Si vide proiettata nell’Etere simile a un biondo nudo angelo senza sesso.
Delirio & Amore. Ma il Delirio era più forte.
“Allora, perché?”
Lei sapeva. Ma cosa rispondere?
“E’ successo. Non è stato per cattiveria…”, biascicò fra le lagrime.
Di colpo sentì precipitarsi nel tanto temuto Nulla, nella Fede che il sogno Le aveva prestato in dono.
E mentre l’angelo di Lei precipitava si domandava se anche nella vita reale Lei era una materialista votata a ricusare qualsiasi forma di religiosità.
L’impatto non fu duro così come aveva immaginato: il profumo della terra assalì le sue nari come un balsamo.
No, Lei credeva. Lo capì perché la terra profumava di Amore & Sesso, di Vita.
“Credevo che sarebbe stato facile, uguale a tutte le altre volte, anche con te. Ed invece mi sono sbagliato”, pianse nell’orecchio di Lei, LUI.
Lei non rispose.
“Non era amore, non con l’A maiuscola.”
Silenzio.
“Promiscuità? Una sveltina per noia…?”
Silenzio.
Le lagrime di Lei affogavano la terra sotto il peso sognato del suo corpo.
“No.” Ma non riuscì a dir altro.
“No!”, ripeté Lui con ironica dolcezza. “E mi dovrebbe bastare per il resto della vita?”
“No”, ripeté di nuovo Lei. “Non basterebbe a nessuno.”
“Allora perché a me imponi un peso tanto grave? Di quale colpa mi sono macchiato per meritare una punizione tanto grave?”
Alzò lo sguardo cercando il volto di Lui, ma l’intorno era solo la terra con la sua natura. E poi edifici. Tanti edifici.
“La colpa è astratta. Non è né mia né tua.”
Lui tacque.
L’aria divenne fredda: un torpore l’invase, il fiato le morì in gola, il corpo lo sentì uguale a quello d’un cadavere.
Era una sensazione spiacevole. Stava per svegliarsi. Forse!
E quando si svegliò, non ricordò nulla: nemmeno il presentimento che forse aveva sognato era rimasto in Lei.
 
 
 
LUI:
 
Era prigioniero in una scatola.
Fuori un altoparlante berciava lo slogan della Vita imposta come standard per evitare il dolore: “Il contenente è più importante del contenuto: ricordate di usare sempre il nostro Profilattico Ubik!”
La scatola era troppo stretta per contenere il suo corpo gonfio d’amore e odio: doveva a tutti i costi uscire, ma per quanti sforzi facesse, le pareti non cedevano né ai calci né ai pugni. Si sentiva come una bambola. E intanto, fuori, il mondo propagandava la Legge della Vita, quella d’una vita assurda uscita da un delirio di fantascienza dickiana.
Eppure non sempre era stato così: Lui lo ricordava bene, o almeno credeva di ricordare una vita libera, lontana, persa in uno spazio e in un tempo profondo che, forse, Lui aveva occupato in un’altra vita.
Cominciò a gridare, ma per quanto si sforzasse le grida rimanevano prigioniere nella gola così come nella scatola.
Aveva amato per scherzo, e scherzando l’Amore gli aveva tirato un colpo gobbo. E alla fine si era innamorato sul serio.
Ora avrebbe potuto amare seriamente ma era tardi: non gli venivano concesse altre possibilità.
Sapeva che arrendendosi alla legge di Ubik avrebbe potuto continuare ad amare per scherzo. Ma non desiderava più esser fuori dalla scatola e amare come oggetto un altro oggetto: chiuse gli occhi e sognò di non essere più lì nella sua prigione, una scatola.
Sognò di non essere più la scatola.
 
 
 
LEI:
 
“Quindi hai visto in me solo una icona?”
La voce di Lui, ancora presente.
“Come fai ad essere sulla Terra?”
Era il terrore.
“Io sono sempre stato un figlio della terra. Non sono mai stato niente di diverso.”
Lei scosse il capo: “No, tu sei un sogno”, ribatté debolmente.
“Tu hai creduto che così fosse.”
Il rimprovero la fece tremare: comprese d’essere dentro il sogno d’un sogno. Doveva esserle già capitato anche se non ne serbava memoria.
“Cosa pretendi da me?”
“Solo quello che è giusto…”
“Io non ne ho idea…”
“Se è per questo, neanche io.”
Silenzio & Colpa.
 
 
 
LUI & LEI-LA-COSA:
 
Lui: “Io devo uscire da questa scatola: aiutami!”
Lei: “Non so di cosa TU stia parlando. Tu sei libero così come lo sono io!”
Lui: “Ti illudi d’essere libera: sei solo una scatola che mi tiene prigioniero.”
Lei: “Se così fosse, ciò vorrebbe dire che anch’io sono schiava di te.”
Lui: “Devi liberarmi!”
Lei: “Devi liberarmi!”
 
 
 
LUI:
 
Riuscì a fuggire dalla scatola: in realtà fu lasciato libero di uscire, ma una volta fuori, subito si rese conto di non essere nulla affatto uscito dalla sua prigione, perché era dentro un’altra scatola più grande, grandissima… il mondo.
Era buio ma i contorni di quel mondo erano comunque tangibili: costruzioni futuristiche s’innalzavano contro il sudario del cielo, grattacieli e strade, superelevate. Non gli ci volle molto per capire che stava vivendo dentro una scatola con tanto di scenografia in perfetto stile Metropolis. Si guardò intorno alla ricerca di possibili suoi simili. Quando li vide, ne ebbe subito orrore: erano delle marionette di carne che camminavano e parlavano meccanicamente; qualcuno si rifugiava negli anfratti scuri di quella città inscatolata per scopare: i loro mugolii robotici di piacere contaminavano tutto l’ambiente.
Ebbe un conato di vomito spermatico. Guardò la pozza ai suoi piedi e con orrore si rese conto che quanto era fluito fuori dal suo corpo era una pozza nera, una materia che non faticò a riconoscere come il niente. Ne ebbe disgusto. Cominciò ad arrancare lungo le strade tutte uguali in preda alle vertigini. D’improvviso una mano gli tappò la bocca: non oppose resistenza, non ne aveva la forza. Fu trascinato in un angolo. Una pallida malata luce al neon rischiarava debolmente l’angolo, un cumulo di detriti meccanici, di tastiere di vecchi calcolatori, di led, di lampadine, di circuiti, di fili elettrici, di memorie; il suo assalitore era una ragazza, giovane, pallida come se non avesse sangue nelle vene, ma bionda e perfetta in ogni sua curva. Meccanicamente lasciò scivolare le mutandine da sotto la minigonna e se ne disfò buttandole nel mucchio dei detriti meccanici. Dal seno estrasse fuori qualcosa che assomigliava a un profilattico: un palloncino nero, Ubik. Gli slacciò i pantaloni e senza tanti preamboli glielo accomodò sul sesso: si accoppiarono. Lui non venne, ma la ragazza non sembrava dispiaciuta. Anzi! Comprese che Ubik doveva impedire l’orgasmo maschile e quello femminile. E quella ragazza ne era felice. Lo lasciò lì come un meccanismo usato ed ormai inservibile. Se ne andò senza dire nulla, tornando a mischiarsi ai suoi simili.
Lui avrebbe voluto urlare: “SONO STATO VIOLENTATO DA UN…” Ma non lo fece: non era sicuro che fosse stato realmente violentato; e poi, con che cosa si era accoppiato? Non sapeva proprio dirlo: non era né un robot, né un essere umano o una qualsiasi altra pazzesca creatura partorita dall’immaginazione di chi vive. E lui viveva? Non sapeva dirlo. In realtà era come se nulla fosse successo.
Eppure…
Un delitto d’accoppiamento perfetto.
 
 
 
LEI:
 
Puoi davvero sentire le voci che dal buio salgono a te?
Dimmi la verità, riesci davvero a sentirle?
I tuoi amici hanno fatto sacco dei tuoi sogni
Ma non sapevano che ti stavano rapendo, tradendo, stuprando.
 
In uno spazio, in un tempo, un’amica incontrata: Lei la riconosce, no, non può sbagliarsi di certo. Le assomiglia, è la sua gemella, la sua amica d’un tempo. Le assomiglia, è la sua gemella, la sua nemica d’un tempo. Idee diverse, come dire che da sempre avevano nutrito le stesse ambizioni. Ma Lei, Lei che cosa ci faceva lì dov’era Lei?
“Allora, non si salutano le vecchie conoscenze?”
E Lei: “Scusa! Mi sembrava e non mi sembrava.”
“Ah! Succede. Intendo dire che può succedere. E’ successo anche a me.”
“Be’, allora è tutto a posto.”
“Così sembrerebbe.”
Si stringono la mano.
Poi, improvvisamente, l’amica, o nemica che fosse, la bacia alla francese; e prima che Lei abbia modo di rendersene conto, la mano di Lei le è scivolata dentro le mutandine. Le fa uno strano effetto sentirsi palpare il sesso da quella gemella. Lei non avrebbe voluto accondiscendere, ma tutto era accaduto troppo in fretta - fatale! -, e quando si era resa conto di quanto stava accadendo, non aveva trovato la forza di ribellarsi. La cosa Le faceva piacere anche se non voleva ammetterlo. E Lei stessa aveva finito col cacciare la sua mano dentro le mutandine della gemella.
Avvolte da una nebbia saffica, distese su lenzuola di seta, completamente esposte alla fragilità della nuda carne prigioniera dell’orgasmo, le loro lingue si annodavano nell’affanno dell’amore, nell’affanno dell’odio. Sudate, esauste, continuavano ad amarsi, a odiarsi, entrambe consapevoli che non sarebbe stata l’ultima volta. Il mondo è davvero brutto e duro perché lo si possa affrontare in completa solitudine, questo loro lo sapevano. E per quanto disgusto provassero l’una nei confronti dell’altra, non potevano fare a meno di ammettere che nel loro rapporto d’amore e odio c’era l’unica possibile forma di umana solidarietà: solamente insieme, come gemelle, potevano lenire il disagio della solitudine. Poi, una volta consumato l’amore carnale, sarebbero tornate ad essere due sconosciute. Ma nel momento della solitudine le loro strade di nuovo si sarebbero incrociate.
 
“Sembrerebbe che sia successo di nuovo!”
“Lo dici come un dato di fatto: ma non è così… almeno credo”
Silenzio.
“Allora com’è che dovrebbe essere? L’abbiamo fatto mi pare.”
“E’ solo un sogno.”
“Un sogno. Ma è la sola realtà che ti puoi permettere. E una volta che sarai di nuovo nella tua fottuta realtà, cosa ti rimarrà se non la solita noia, la solita stronza solitudine di te? di te immersa in un oceano di persone che ti guardano dall’alto in basso? Il solito, se mi capisci. Il nostro ragazzo che ama  le sue fottute scatole invece di provare a comprenderci. Ragazza, siamo più simili di quanto osi pensare. Siamo la stessa persona, anche se per conformismo ti rifiuti di accettarlo. Però a letto ti prendi il mio corpo, l’amore, prendi tutto quello che ti posso dare: solo quando tutto si è consumato, neghi, o almeno ci tenti. Sono questi rimproveri contro di me che bene starebbero nella tua bocca, mia cara!”
“Va bene”, tagliò corto.
“Alla prossima volta.”
“Non ci sarà una prossima volta. Almeno lo spero.”
Entrambe si vestirono ed imboccarono differenti strade.
O almeno credevano di correre su due binari diversi: ma quando manca tutto, l’illusione anestetizza le paure, le debolezze, le incertezze.
 
 
 
LUI:
 
Correva ma gli sembrava di correre lungo una circonferenza.
Incontrò nuovamente la ragazza che lo aveva stuprato ed allora prese a correre con maggiore determinazione. Era fermamente deciso a non incontrarla mai più.
Ma la incontrò nuovamente e l’incubo si ripeté uguale: lui reagì allo stesso modo, ovvero non reagì proprio.
L’altoparlante gracchiava: “Il contenente è più importante del contenuto, per questo salvaguardate la vostra salute mentale sessuale ed affettiva con Ubik.”
Ripresosi dallo shock continuò a correre; fece il giro della circonferenza tante, tante volte.
No, non l’avrebbe incontrata più, ma sapeva che stava mentendo a se stesso.
La incontrò, nuovamente.
E così fu.
 
 
 
LEI:
 
Una voce straordinaria: non l’aveva mai udita una voce così prima d’allora. Era nella sua testa ma era presente anche in tutto l’Universo, ne era certa. E cosa più sconcertante Lei la intendeva alla perfezione e sapeva a chi apparteneva.
“Mille domande senza risposta. ADFINES INTER SE NON SUNT ADFINES.”
La Voce: “Sta a te decidere: esiste il libero arbitrio?”
“Così non mi si risolve niente.”
“Il niente è reale e materiale allo stesso tempo per chi ha scelto la solitudine credendo che questa gli sia stata imposta.”
“Ma io non l’ho fatto!”, replicò Lei stizzita.
“Allora se non l’hai fatto, perché temere?”
Lei non rispose.
Silenzio.
“Alle volte ho come l’impressione che sia IO a sognare di esistere ergo IO esisto sin tanto che continuo a sognare, ma se dovessi smettere, allora IO cesserei di esistere come del resto tutto l’intorno che mi circonda. Alle volte è come se nel sogno, che chiamo Realtà, vivessi un altro sogno: è un serpente che si morde la coda. Alle volte mi sembra tutto possibile, mentre poi, d’un tratto, tutto mi pare impossibile. Alle volte nutro il sospetto che mi sono assassinata da sola, senza volerlo, mentre dormivo e sognavo uno dei miei tanti sogni. Alle volte ho l’impressione che la vita mi sfugga dalle mani solo per proiettarmi in una realtà reale che altrimenti rifiuterei. Ma è assurdo. E’ assurdo! La mia gioia è sempre confusa, almeno quando ho motivo di gioire per qualche motivo, il che accade sempre più di rado. Alle volte mi dico che siamo uguali IO e LUI e che LUI conserva in seno il mio IO così come IO conservo il suo. Ma altre volte penso che il mio IO è solo mio e dubito di ‘essere’, e allora tutto diventa insopportabilmente grigio davanti a me: il presente, il passato, il futuro, finiscono col coincidere in un tempo assoluto ed unico, una prigione statica che mi conserva al di fuori del corpo e dello spirito… Ma IO percepisco che il mio IO è ancora vivo in quella prigione asservita a un tempo statico; è in questi momenti che nutro più paura, perché mi rendo conto che IO non sono IO… Come spiegare? IO sono un IO DOPPIO e quindi ne deduco che se così è per me, allora dev’essere così per tutti gli altri. Oh, non c’è modo di uscirne fuori! Poi mi capita di dimenticare tutto, e tutto ricomincia daccapo.”
La Voce non parlò.
“Perché non mi rispondi?”
“Hai risposto già tu a tutti i tuoi dubbi.”
“Non è vero: io ho solo esposto i miei dubbi.”
“I tuoi dubbi sono le tue risposte.”
“E in questo dovrei avere Fede? E’ un delitto.”
“Quale delitto? Il mio o il tuo?”
Lei non seppe rispondere alla Voce: intuiva che aveva perpetrato un delitto vecchio quanto il mondo con la complicità di qualcuno, ma di preciso non sapeva dire di che tipo. Era una pretesa troppo assurda che ne avesse coscienza, incastrata com’era in quel sogno.
La Voce si spense come una lampadina bruciata.
 
 
 
LUI:
 
Lui prigioniero della circonferenza, più volte stuprato, neanche lui sapeva bene da chi o da che cosa, alla fine incontrò il suo doppio, un gemello che poteva essere un robot come una qualsiasi altra cosa. Erano come due gocce d’acqua, ma il suo gemello era completamente nudo e non aveva nessuna paura di metter in mostra le sue vergogne.
“E tu che ci fai qui?”
“Non lo so. E tu?”
“Io qui ci sto perché posso scopare con chi voglio come dove e quando mi pare. Ubik aiuta tutti noi. Ubik è il nostro Dio. Ma io sono Ateo e conto di uscire di qui, prima o poi. E se le cose andranno come io immagino, allora presto sarò libero di fuggire da questo lager che mi costringe a far il girotondo giorno dopo giorno.”
“Mi par di capire che qui non ti trovi poi tanto bene.”
”Non ho detto questo, piuttosto sono stufo: ormai mi sono scopato tutti gli esseri di questo posto e quando hai finito, hai proprio finito. Non è che uno possa sbattersi la stessa cosa cento volte ed essere pure felice. Ho bisogno di cambiare. Le fantasie degli uomini sono essenzialmente povere. E io mi nutro delle loro limitate fantasie sessuali: far del sesso così, è come non farlo. Ormai è diventata una abitudine ginnica: non c’è più perversione, non c’è più amore.”
“Strano concetto: Amore & Perversione per te sembrano essere la stessa cosa.”
“Difatti sono la stessa cosa.”
Silenzio & Imbarazzo: entrambi non sapevano più che pesci prendere.
Allarme: “Non è che vorrai fotterti anche me!”
Un cachinno: “Sarebbe un’idea interessante se non lo avessi già fatto almeno un migliaio di volte!”
Panico: “Come! Almeno un migliaia di volte?”
“E tutte le pippe che ti sei sparato da ragazzino guardando le donnine nude sui giornaletti porno, quelle dove le mettiamo? Fratello, lasciatelo dire: tu sei stata la mia peggior esperienza onanistica, manchi di qualsiasi fantasia. Per te il kamasutra è limitato agli scandaletti spaghetti & western & bigoli di Novella Duemila. Sei stato inutile per la mia formazione sessuale! Pensa a me, a quanto mi hai fatto soffrire!”
“Ah!”, non sapeva proprio cosa dire: la bocca gli era tutto un impasto priapesco, un saporaccio che gli dava il voltastomaco.
“Non mi sembra poi così strano che tu non abbia parole: come potresti ribattere? Una menzogna a me non la fai ingollare. Io sono un palato assai esigente, mica di quelli che si impastano la bocca di avverbi e sgorbi grammaticali per sciorinare una finta cultura come quel fesso di Nerone.”
“Mica ti capisco a te!”
“E ti credo che non mi capisci: IO sono quel tuo IO che tu hai sempre negato. Non hai mai pensato di farti un esame di coscienza, perciò oggi non sai, o meglio non puoi ribattere alle mie verità. Fratello, lasciatelo dire con tutta sincerità: prima prenderò il tuo posto, meglio sarà per entrambi.”
“Tu vaneggi, non c’è modo di uscire da questo lager come l’hai chiamato tu.”
Il gemello gli sorrise con malignità: “Vero. Ma è anche falso. Tu non potrai uscire perché segretamente non nutri un sincero desiderio di evasione: sai benissimo che se mai ti riuscisse di evadere da questo lager, torneresti alla tua pallida vita di scatole, e, in cuor tuo, anche se qui è Ubik a darti una identità sessuale, almeno hai la certezza che scoperai con tutta sicurezza, e anche quando non ne avrai voglia, saranno loro a fotterti. Sai cosa più ti lega a questo posto?”
Lui  rimase a bocca aperta in attesa che il gemello gli spiegasse.
“Me lo immaginavo: qui il contenente è più importante del contenuto, come dire che ad ogni coito tu ne esci comunque pulito. Qui non esiste la colpa, qui il contenente non contiene alcun contenuto peccaminoso perché Ubik ti protegge.”
Lui non disse nulla perché troppo stordito da quella verità, che non aveva mai considerato e che doveva riconoscere come tale. In pratica gli era stato spiegato di essere un imbelle e Lui sapeva bene d’esserlo.
Con la voce impastata, inghiottendo un bolo d’amarezza, gli riuscì di domandare: “Ok, ammettiamo pure che sia come tu mi vuoi far credere. Però non mi hai ancora spiegato come farai ad uscire.”
Il Gemello con malignità: “Oh, fratello! Sarà l’Amore a farmi evadere, lo stesso amore che tu hai ricusato per vigliaccheria. Lei mi sta aspettando a gambe aperte.”
“Lei… Lei… Lei… Chi?”, balbettò. Ma già conosceva la risposta.
Il doppio era scomparso dal suo campo visivo e lui neanche se ne era accorto.
Riprese a correre in circolo piangendo ma incapace di stoppare quella stupida corsa senza senso.
 
 
 
LEI:
 
A letto con uno sconosciuto: le era già successo ma l’aveva scelto Lei. Ma non questa volta. Si voltò verso Lui e in Lui vide un mostro, un mostro. Alla fine era evaso, ce l’aveva fatta: il cadavere di quel crimine commesso da lei e Lui era evaso da Lui e si era mostrato.
 
URLO SILENZIOSO
 
E l’aveva posseduta…
 
Si svegliò urlando.
L’eco muta dell’urlo sognato rimbombava ancora nella sua scatola cranica.
 
UUURRRLLLOOO!!!
 
 
 
LUI:
 
“Alla fine ci sono riuscito. Lei mi ha riconosciuto.”
“Lei ha urlato l’orrore.”
“Non fare della facile ironia su te stesso: ha urlato perché ha scoperto il vigliacco che era in te ed è rimasta sorpresa nello scoprire che c’era un altro lato di te, che non conosceva. Solo questo è accaduto, fratello!”
“Sei un falso.”
“Se ne deduce che anche tu lo sei.”
Lui inghiottì un bolo di amara saliva.
“Mi dispiace non potermi trattenere: nuovi impegni sociali richiedono la mia presenza. Tu mi capisci, non è vero?”
Lui annuì con il capo, ma nell’intimo nutriva una rabbia feroce e sana. Peccato che non riuscisse ad esprimerla.
“Addio!”
Lui tornò di nuovo a correre, a correre, a correre con rabbia dimenticandosi persino di respirare. La rabbia gli era montata dentro, nel cuore e nel cervello. Per un breve momento ebbe la netta sensazione di correre lungo una linea retta e non sulla circonferenza; per un attimo era riuscito a correre in lungo, ma poi Ubik aveva ripreso il controllo su di LUI per Lui.
 
 
 
LEI & LEI:
 
“Perché fuggi?”
“Non ti conosco.”
“Eppure un tempo mi conoscevi.”
“Può darsi. Ma ora non ti conosco e questo basta a spaventarmi.”
“Basta dunque così poco?”
“Sì”
“E se ti dicessi chi sono, tu, Maddalena, smetteresti di fuggire da me?”
“Anche se Tu mi dicessi il tuo nome, anche se Tu mi rivelassi la tua identità, anche se alla fine fossi costretta a riconoscerti, c’è sempre di mezzo il libero arbitrio e questo mi dà tutto il diritto di disconoscerti.”
“Non nego il libero arbitrio: dico solo che forse potresti ascoltarmi senza impegno, senza costringermi a rivelarti il mio nome e la mia identità, anche perché non è mia intenzione farlo.”
“E come posso essere sicura che non mi farai del male?”
“Non ti stai già facendo del male da sola? Mi sembra chiaro che stai morendo di paura senza neanche conoscere il motivo della tua paura. Tutto ciò mi sembra stupido, morire così. Calmati e ascoltami.”
Maddalena sospirò: “Ti ascolto, ma non ti aspettare nulla da me.”
“Non mi aspetto e non voglio nulla da te: quello che prenderai sarà solo per tua espressa volontà.”
“Allora è ok. Però se poi ti domanderò chi sei, tu me lo dirai, non è vero?”
“Lo farò se tu lo vorrai.”
“E io mi dovrò presentare a te.”
“Se lo vorrai.”
“Va bene… Va bene… Non mi sembra d’aver molte altre scelte.”
“Puoi sempre scegliere di parlare con la Paura, ma non è una saggia consigliera che io sappia. Comunque è una tua decisione.”
“Già, facile dire che è una mia decisione. A me non pare proprio!”
 
 
 
INTERMEZZO:
 
“Tu giovane bambina, non sai quanto ci si può ingannare tentando l’impossibile: si dice che sia facile scordare, fare l’ottimista a tutte le ore quando c’è di mezzo l’amore.
Ho guardato un’alba consumata di viaggi per vedere alla fine il solito tramonto del mio paese, che mi vide nascere con un pianto; ho guardato la lagrima sul mio volto pensando alla giornata di ieri tutta bagnata di pioggia, e oggi deserto vedo negli occhi.
 
Anch’io ho conosciuto una ragazza e per lei mi son fatto marinaio e poi soldato: sempre accesa nel mio cuore la speranza che al mio ritorno avrei dissetato la mia sete dalla sua bocca, che al mio ritorno avrei asciugato l’ombra della tristezza dai suoi occhi, perché se dovevo scegliere fra essere cigno o ladro, io avrei scelto sempre d’esser ladro, ladro d’amore. E quando tornai veramente, lei non c’era più, forse sposata, forse andata via, forse amante, mia ma solo in sogno. E ladro son rimasto di miserie, forse contrabbandiere di sogni scaduti come il latte non bevuto dal seno della mia Venere: i fatti sono i fatti e la storia non si accorda coi fatti; e l’amico che un tempo mi salvò la vita, oggi mi ha detto che si sa che la vita tira scherzi strani, per amore, per amore di saper giocare con il nulla.
 
Bambina, sono stato figlio d’un boaro e d’una contadina, un fazzoletto di terra e sudore contro la siccità, e poi raccogliere pochi frutti ma genuini; ricordo bene il desco alla sera con la candela, la mia prima preghiera, il quaderno coi miei buffi tentativi poetici, la vicina che parlava con mia madre… sembrava che tutta la saggezza fosse nel sangue delle loro labbra; e ricordo mio padre sempre pieno di rabbia e mai di vino perché giù all’osteria mica gli facevano credito per quanto ripetesse in preghiera che s’era fatto un mazzo che tanto bastava, ma nessuno stava ad ascoltarlo, e lui, innamorato della crudeltà della vita e poco della mamma, la sera, consumato come un salice piangente sbattuto dalla tempesta, a frustate prendeva la mia giovane schiena per aver cantato che “domani è un altro giorno!”.
 
Mia giovane amica, anch’io ho amato, una volta, una volta sola con sincerità: non dicevo nulla e il mio volto diceva tutto, mentre la guardavo con la prima sigaretta fra le labbra pensando me come il Che, ed ancora non mi facevo la barba; e a lei, primo amore, avrei voluto regalare una battuta furba o una sciocchezza e se poi mi fosse riuscito di parlare come Gesù meglio ancora.
Ma  conoscevo solo bestemmie e serate a prendere botte; e alla fine non dissi niente e lei non comprese il mio dolore, lei non comprese il mio amore e, peggio ancora, io non compresi che anche lei mi amava per quel che ero, punto e basta. Andò via come ho già poetato: fatto è che la memoria mi abbandona e mi ripeto e mi contraddico, giovane ragazza. Indossai maschere per frequentare dottori che m’insegnassero l’egoismo; indossai la camicia nera e poi quella rossa per poi gridare in piazza che nudo ero nato e nudo sarei restato in giro per il mondo, un giorno mercante di schiavi e di armi, quello appresso tradito e venduto alla mia pazzia.
Dimenticai i dottori per somigliare ad Arthur Rimbaud, ma il destino fu crudele anche in questo: faccia rozza contadina e barba d’una settimana, questa la mia identità. Non una volta mi riuscì di far poesia o amore come quando tacevo e tutto dicevo.
Bambina, bambina che ora piangi, io ho troppo pianto, ubriaco raccattando elemosine; non ho lagrime da sprecare come i miei genitori per far bere questa terra che non è più terra ma solo asfalto: mia madre, donna pia, morta prima del mio vecchio, la ricordo bene stringere il crocefisso prima di darmi il suo addio, o la sua benedizione; mio padre - accidenti al diavolo! - ricordo pure lui e per entrambi provo rimpianto, rimpianto. Quelli erano altri tempi.
 
Bambina, lo sai tu che ho una lagrima rubata a un deserto che non vuole piangersi? L’ho sprecata ieri, consumata in un'ubriacatura, recitando un verso di Verlaine che manco ricordo più. Gli amici, gli anni, le storie, i lavori, gli studi sono vento, sono il mio letto sotto le stelle del cielo: solo un uomo che non sa recitare soluzioni o fantasie per far sorridere un’ultima volta te, ragazza.
 
Sai, alle volte penso a Vincent Van Gogh, al rosso delle passioni umane, tragiche, al giallo solare che esplode in luce  e poi si perde nel verde e si fa pazzia, pazzia d’amore per la vita. Io, ragazza, non ho mai saputo il suo segreto, non ho saputo mai disegnare la mia stanza in questo mondo troppo vasto, città dopo città: solo la stanchezza e la solitudine sono i miei colori e forse anche quelli di Van Gogh nel suo rosso, nel suo giallo, nel suo verde. Io, ragazza, una cosa l’ho imparata; ho sprecato una vita intera, ma l’ho imparata e a te la voglio confidare come mia sola eredità: mai dire che è finita,  perché questo è il primo e ultimo epitaffio che non darà altra voce alla vita!”
 
 
 
LUI:
 
Correva da tanto, tanto tempo, ma stanchezza non sentiva: la circonferenza era diventata il suo corpo, la sua anima. Lui disprezzava la circonferenza, i continui stupri che continuamente subiva e infliggeva per mera abitudine a quelle cose guidate da Ubik.
Una volta gli era riuscito di percorrere un tratto d’una linea retta: si era sentito euforico perché sapeva che quella era la strada per uscire dal lager, ma poi un senso di potenza si era impossessato di Lui ed era tornato a percorrere la circonferenza.
Sapeva che Lei era fuori da qualche parte nella realtà e che il suo IO malvagio la insidiava. E Lui che faceva? Girava intorno alla realtà che non osava affrontare, e quando osava, si lasciava ghermire dalla Potenza, che subito lo rimetteva al suo posto come un pedone caduto per distrazione dalla scacchiera.
No, non poteva durare ancora.
Smise di correre.
Smise di vivere quella vita falsa.
Si arrestò come un chiodo piantato a terra.
L’immobilità sarebbe stata la sua linea retta.
Smise di respirare.
Morì per rinascere e correre finalmente lungo la linea retta.
 
 
 
LUI & LEI:
 
Ad occhi aperti
La REALTA’
 
Ad occhi aperti
La REALTA’
 
Ad occhi aperti
La REALTA’
 
Ad occhi aperti
La REALTA’
 
Ad occhi aperti
La REALTA’
 
Ad occhi aperti
La REALTA’
 
Ad occhi aperti
La REALTA’
 
 
 
NELLA REALTA’:
 
Giovanni si rendeva conto che nulla poteva fare: un impavido non lo era mai stato, e gettarsi a capofitto contro l’assassino, contro il suo Doppio, gli sembrava solo un gesto avventato. Si sentiva ridicolo: in fondo il potenziale assassino era un ragazzo come lui, forse un po’ più sicuro e sfrontato, ma comunque un ragazzo come Lui. Il Doppio non era armato per quanto ne sapeva e solo le mani gli erano strumento ferale. Tuttavia non aveva proprio il coraggio di far rissa con il suo Doppio: l’atmosfera era da incubo, e l’affanno gli pesava nel petto. Perché tutto il resto del mondo era un abitato di genti vestite come macchie nere? Era una atmosfera a dir poco inquietante: la gente esisteva, la città non era cambiata, però era vero anche il contrario. Come squadroni vestiti secondo la moda del Ku Klux Klan, la gente sfilava lungo le strade e non si dava pensiero alcuno di quello che stava accadendo: sembrava quasi che non avessero coscienza & che lui, Giovanni, Maddalena e il Doppio di Giovanni non fossero altro che un miraggio - che nessun altro poteva vedere.
Giovanni ebbe la brutta sensazione d’esser stato scaraventato in un mondo negro dove la luce non esisteva; e più considerava l’incubo in cui era immerso, più doveva essere sincero almeno con se stesso: quello era il nulla materiale delle sue scatole e lui c’era finito dentro per riempirlo!
No, non s’ingannava: era proprio diventato il contenuto del contenente e presto anche lui e tutti gli altri, Maddalena inclusa, sarebbero entrati a far parte del Nulla Materiale in maniera definitiva; quando il suo Doppio diceva che “doveva farlo”, intendeva qualcosa di più d’un semplice omicidio. Era probabile che quella specie di Jack Lo Squartatore non fosse nemmeno consapevole di cosa avrebbe scatenato uccidendo. Non si trattava più di uccidere una persona, o due, o tutti: non contava il numero. Uccidere uno avrebbe condannato tutti a un mondo di tenebre eterne: ognuno di loro sarebbe stato relegato nel mondo del nulla materiale per assumere poi le sembianze di macchie nere. O forse lo erano già! A questo punto, era solo una formalità. E quando sarebbero diventati parte di quel Nulla, la vita sarebbe continuata come se nulla fosse successo: era probabile che nessuno di loro si sarebbe reso conto del cambiamento di dimensione. Tutti loro avrebbero vissuto nella nuova dimensione del Nulla Materiale e l’avrebbero considerata la loro dimensione, quella che Adamo e Eva videro la prima volta quando furono scacciati dal Paradiso per il loro Peccato.
Giovanni, alla luce di queste considerazioni, cominciò a tremare freddo panico: dunque, esistevano due dimensioni, una fatta di tenebre, quella del Nulla Materiale, e una fatta di luce, o almeno di una possibile luce. Comprese che solo lo sforzo quotidiano degli uomini per migliorarsi era l’unico modo per tentare un mondo di luce che potesse anelare a illuminarsi sempre di più fino a cancellare il Peccato originale. Ma il suo non interventismo stava decretando il destino del Mondo intero, o almeno di loro che guardavano al Mondo e negro lo vedevano. Sapeva d’essere un vigliacco, ma non ce la faceva proprio: era incollato all’interno di se stesso e non gli riusciva proprio di gettarsi addosso al suo Doppio.
Si sapeva vigliacco. Tanto! Si convinceva, ad ogni secondo che passava che tanto tutto era stato deciso.
Intanto, Maddalena stava per diventare una macchia nera soffocata dal Doppio di Lui. Giovanni assistette impotente alla scena: Lei diventò una macchia nera che scivolò via per mescolarsi con le altre macchie a lei consimili: fu come vedere una goccia di inchiostro scivolare via dal pennino per cacciarsi dentro a un calamaio pieno di nero seppia.
Il mondo reale era stato completamente invaso da milioni di macchie nere.
“Adesso tocca a te!”, gridò il Doppio.
Accadde con una rapidità allucinante: le mani del Doppio si strinsero attorno al collo di Giovanni e quando ormai sentiva che la vita lo stava abbandonando, solo allora provò a ribellarsi, ma fu un tentativo vano. Il nero cominciò ad invadergli la vista e prima che il sipario della notte s’infiltrasse nel suo IO, ebbe l’impressione che Maddalena si avventasse contro l’assassino. La vide bagnata di luce, d’una luce calda - purezza fredda del diamante. E vide anche qualcun altro, un personaggio misterioso vestito da barbone. Ma non poteva esserne sicuro: erano le fantasie di chi stava abbandonando la sua dimensione per essere condannato a quella delle tenebre, del Nulla Materiale. Presto si sarebbe svegliato, o meglio, avrebbe camminato nella nuova dimensione del Nulla e non avrebbe avuto alcuna coscienza di quanto in quel momento decisivo stava accadendo & che nella dimensione del Nulla Materiale era già un momento congelato, un cancello mezzo aperto e mezzo chiuso fra le due dimensioni di Tenebre e di Luce. Forse, per il resto dei suoi negri giorni di tenebre si sarebbe detto che nella vita l’importante è saper che cosa si vuole.
Chiuse gli occhi. Nel Nulla Materiale.
 
 
 
PENSIERI DI LEI & LUI:
 
“E’ finita”, pensò Giovanni.
“Già, è finita. Ma per quanto?”, pensò Maddalena.
“Non importa. Non ora. Siamo ancora, di nuovo insieme. Ed insieme troveremo il coraggio di andare avanti.”
“Sarà per sempre!”, pensò Giovanni.
“Sarà per la vita!”, pensò Maddalena.
Entrambi avevano ‘ragione’ a loro modo. I loro pensieri, i loro cuori erano quasi sincronizzati.
 
 
 
ANCORA LEI & LUI:
 
Lui andò da Lui.
“Sei il solito vizioso!”
“Già”, ammise Lui. “In un modo o nell’altro lo siamo tutti. E nascondiamo i nostri vizi.”
“Hai proprio bisogno di nascondere il VIZIO?”
“Sono un falso come tutti anche se qualche volta ho degli scatti di generosità disinteressata.”
“E’ un po’ poco!”
“E’ sempre meglio di niente. Meglio di Ubik sicuramente.”
“Allora che facciamo?”
“Decidi tu questa volta…”
Entrambi presero a ridere.
 
Lei andò da Lei.
“Te l’avevo detto che non  possiamo non incontrarci: siamo uguali!”
Lei non disse nulla: Le sfilò le mutandine e se la scopò in silenzio.
 

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