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Porti la mia pelle

Inserito Martedì 29 novembre 2005

Narrativa tit.orig.(Wearing My Skin), un racconto di Nicola Griffith

Coel uscì dal parcheggio gustando il soffice rullio del volante nelle sue mani, il modo con cui i nuovi pneumatici della Jaguar aderivano alla strada. L'oro e il rosso scintillavano ad ogni lato della strada; l'estate di San Martino stava arrivando alla fine ma il cielo era una cupola blu e il sole scaldava l'interno dell'auto. Abbassò il finestrino e premette il piede lasciandosi dietro l'agenzia pubblicitaria. Era stupendo il venerdì.

Poco più di un chilometro dopo la lenta curva di Peachtree Industrial sfiorò un bottone e la voce fluida di Ella Fitzgerald scivolò come panna gelida sotto i sedili in pelle:

...we're so close
you're wearing my skin,
it's my smile you're smiling
my bones within...
(...siamo così vicini
che porti la mia pelle,
il sorriso che fai è il mio
le mie ossa dentro...)

Il telefono si incuneò attraverso la musica. Coel diminuì il gas e il volume.

"Pronto, ... sono Coel Roberts." Manovrò l'auto lungo una curva stretta. "Chi? Che dottoressa?" Il piede diminuì ancora la pressione sull'acceleratore. "Dottoressa Lisker?"

La voce all'altro capo parlò ancora e la Jaguar deviò all'improvviso e si arrestò con un sussulto. Ella continuò a cantare.

Coel spense la musica, poi il motore, continuando ad ascoltare la voce all'altro capo del telefono.

"Mia che? Io non ho una..." Ascoltò. "Sì. Sì, naturalmente sarò là al più presto."

Riagganciò il ricevitore e fissò attraverso il parabrezza la strada che curvando spariva tra gli alberi. Non era più sola al mondo.

La dottoressa Nadine Lisker la incontrò nell'atrio del Georgia State Facility for the Criminally Insane. Sui trent'anni, giudicò Coel, all'incirca quattro anni più di lei. I capelli erano di un marrone proprio scuro, quasi neri, tenuti su, lontani dal viso, da un mollettone d'argento a forma di farfalla. Tutt'altro che economico.

"Da questa parte, signora Roberts." Aveva la voce piacevole, piena. Provocava una certa eco nei larghi spazi della Reception.

"Coel," la corresse in modo quieto, ad evitare l'eco. "Vorrei vederla."

"Penso sia meglio che non la incontriate ancora, anche se potete vederla." Passarono per una porta bianca dall'aspetto ordinario.

Era una stanza minuta, la parete opposta era di vetro. Al di là del vetro c'era un'altra stanza, illuminata in modo brillante e senza mobili. Una donna era seduta sul pavimento a gambe incrociate che leggeva un tascabile.

"Vostra sorella, Katherine Bernadette Macalley."

Coel sapeva che la Lisker la osservava per vedere la reazione, non disse nulla.

"La lascio da sola con lei per un po'."

La porta si chiuse. Coel si diresse verso il vetro senza il minimo rumore per via del tappeto spesso. La donna dall'altra parte continuò a leggere; uno specchio segreto, dunque. Coel posò una mano contro il vetro.

"Katherine." Il suo sussurro fu risucchiato dal condizionatore d'aria.

La stanza odorava di nuovo, di asettico. Contro la parete opposta alla porta c'era una scrivania, completa di terminale e di monitor di sorveglianza, c'era un telefono e due sedie da ufficio. Coel ne portò una di fronte al vetro e si sedette. Le gambe le tremavano ancora.

Katherine girò una pagina, continuando a mordicchiarsi il dito. Coel riconobbe il gesto, lo faceva anche lei. Katherine portava dei jeans e aveva i capelli tagliati corti, ma per tutto il resto era una sua copia perfetta: bocca larga, leggermente curvata, capelli marrone chiaro con la tendenza a dividersi sulla sinistra, mani piccole, occhi color nocciola.

Il vetro era freddo a contatto con le dita. Sollevò la mano e scosse la testa. Katherine. Qualcosa andò al suo posto dentro di lei per la prima volta in trent'anni.

Katherine.

Quando la porta si aprì si volse con riluttanza. La dottoressa Lisker posò due tazzine di caffè di plastica e una busta commerciale sulla scrivania.

"Non è un gran caffè, ma ho pensato che le andasse comunque qualcosa. Dato che venite direttamente dal lavoro."

Coel prese coscienza dei suoi tacchi alti e del trucco, del modo in cui la cucitura delle calze correva dietro le sue gambe e scompariva sotto al gessato grigio. Si toccò i capelli, realizzando che la dottoressa Lisker lo avrebbe riconosciuto come un gesto automatico di controllo, e ne fu contrariata.

"Anche se pensavate di avere il diritto di invadere la mia vita privata, e quella di Katherine, al punto di ricercare sia i documenti della sua adozione che i miei, potevate almeno informarmi della situazione un po' prima."

"Katherine è stata ammessa in uno stato disturbato l'altra notte. Mi hanno chiamato solo quattordici ore fa. Alle quattro di stamattina."

Ora poteva vedere le occhiaie appena accennate sotto gli occhi di Lisker e il modo in cui le ricadevano le spalle.

"Quando le è stato chiesto se avesse parenti prossimi, ha potuto dire soltanto che aveva una gemella. Non aveva nessuna prova e, francamente, ero incline a non crederle. Ma lei s'è fatta... insistente. Alla fine, solo per curiosità, ho fatto una ricerca iniziale... per cui lei mi aveva dato il permesso. Sono rimasta sorpresa nello scoprire che esistevate. Vi abbiamo rintracciato appena è stato possibile. Non abbiamo neppure avuto il tempo di informare Katherine."

Coel osservò la superficie del suo caffè che si raggrinziva. "Quando lo farete?"

Per la prima volta Lisker esitò. "Non ne sono sicura. Per ora s'è calmata. Non mi va di disturbarla di nuovo proprio adesso."

Coel tornò a guardare la donna dietro il vetro che stava ancora leggendo. Avevano anche questo in comune. Forse stavano leggendo lo stesso libro.

"Mi racconti di lei," disse. Lisker piegò la testa da un lato. "Qualsiasi cosa. Chi era. Chi è. Che fa per vivere. Come è finita qua."

Lisker si allungò per prendere la busta. Coel ci mise una mano sopra.

"No. Me ne parli. Per favore."

La Jaguar sfrecciava nella notte, attraverso una guaina di soffice velluto nero spruzzato di luci. Orff si librava dagli altoparlanti, in cicli infiniti in latino, ritagliando frammenti di frasi sussurrate dalla memoria, lasciandole cadere in bocca fino a soffocare:

"Poi ha chiamato la donna dell'appartamento accanto..."

"...con un trinciacarne elettrico..."

"...quattro morti..."

"...è, o era, una illustratrice autonoma..."

Poi tutti i sussurri si contrassero, lasciando una frase dura e lucida:

"E' stata tranquilla, comportandosi bene entro tutti i parametri normali, fin dal momento dell'ammissione, tranne che insisteva sul fatto che la sua gemella avrebbe compreso il perché dell'azione, che la sua gemella l'avrebbe perdonata."

Ma Coel non comprendeva. Spinse la Jag in quinta e si aggrappò al volante. Come faceva Katherine ad essere così sicura della sua esistenza? Lisker le aveva detto che lei e Katherine erano state abbandonate sulle scale di una biblioteca pubblica a Columbus, nell'Ohio, ma per l'adozione erano state separate. Le donne a cui erano state date, che loro giunsero a chiamare Mamma, non avevano modo di sapere che ciascuna di loro aveva una gemella. Come era riuscita a saperlo Katherine? Non c'era modo per Katherine, come semplice cittadina, di poter usare i documenti a cui aveva fatto ricorso Lisker. Come faceva a saperlo?

...you're wearing my skin
it's my smile you're smiling...

La mattina si svegliò e scoprì che l'autunno aveva soffiato dei luccichii sulla sua finestra e gli alberi là fuori stavano silenti e vividi come arte astratta. Rabbrividì ricordando un sogno di Nadine Lisker e si strinse addosso l'accappatoio.

In cucina il frigorifero fece tintinnare il ghiaccio sul vassoio. La quiete del sabato la rendeva sempre nervosa mentre sedeva al tavolo della cucina a mangiare il toast e a bere il tè. Si portò da mangiare in sala passando attraverso i riquadri di sole che si inclinavano dagli scuri. Il biglietto stava dove l'aveva lasciato la notte precedente, appoggiato sullo scrittoio accanto alla finestra, che copriva l'angolo del suo schizzo a carboncino non ancora terminato:  

Nadine Lisker, PhD, Ass. Director 
Istituto per gli Studi sui Gemelli 
2013 Peachtree Road NE 
Atlanta, GA 30103

 Era semplice e bianco, senza cornice. Pratico. Mi chiami se ha bisogno di me, aveva detto. Coel lo prese in mano con l'intenzione di strapparlo, poi cambiò idea, sarebbe stato ottimo come segnalibro. Se lo infilò in tasca e fece cullare il tè.

Suonò il telefono.

All'Istituto per gli Studi sui Gemelli, un collegamento al Dipartimento di Psicologia, Nadine Lisker le servì del caffè vero, in una tazza nodosa fatta a mano.

"Grazie per essere venuta."

Coel si limitò ad attendere.

"Siete un'occasione rara, Coel, una gemella cresciuta separatamente dalla sorella identica. Rappresentate un'opportunità che potrebbe non presentarmisi più per molto tempo."

Lisker sembrò a suo agio nel silenzio che seguì. Coel lo ruppe.

"Vuole farmi dei test?"

"Farle delle domande, comparare il profilo della vostra personalità con quello di Katherine. Ciò potrebbe comportare il fatto di riempire qualche semplice questionario."

Non era dell'umore adatto a rendere le cose facili a Nadine Lisker. "Che cosa me ne viene?"

Lisker rise, un riso leggero e forte che sorprese Coel e le scrollò un po' della tensione dalle spalle. "La metto in un altro modo: mi occorre il suo aiuto e, nel processo, penso che possiate imparare qualcosa che potrebbe risultarle utile. Lasciate che mi spieghi su questo." Si sistemò in modo più comodo sulla poltrona. "La personalità è in gran parte determinata geneticamente. La discussione è su quanto sia questo in gran parte."

"La biologia è il destino?" Coel non riusciva a togliere il disgusto dalla voce.

"Alcuni studi hanno suggerito che almeno il cinquanta per cento della diversità di personalità che è misurabile è dovuta alla diversità genetica."

"Avete detto misurabile."

"Possiamo misurare con accuratezza fattori tanto diversi come l'atteggiamento, l'alienazione dalla società, l'aggressività, il tradizionalismo, le attitudini, la sessualità, il gusto musicale e l'auto stima. Da qui possiamo caratterizzare i tipi di personalità."

Nella quiete Coel si accorse che stava battendo l'anello contro la tazza del caffè vuota. Pose giù la tazza. "Che state dicendo?"

"Che mi piacerebbe sfruttare l'opportunità di condurre dei test, che tutti e due potremmo conoscere cose nuove se solo foste d'accordo."

Coel pensò a Katherine che leggeva tranquilla dietro allo specchio segreto e che era costantemente osservata e le dispiacque.

"Quanto ci vuole?"

"Ho bisogno di voi oggi per due o tre ore, poi un'altra ventina di ore che possiamo programmare a vostro comodo."

"Vorrei vedere Katherine. Incontrarla, voglio dire."

"Preferirei che non lo faceste, almeno per un po'."

"Perché?" La voce era dura, di sfida.

"Non è che voglia essere inutilmente crudele." Lisker congiunse le dita. "Katherine è convinta di avere una gemella e si attacca a questa convinzione nonostante il fatto che non abbia la benché minima prova. Potrebbe essere benissimo che la madre adottiva abbia sentito dire o abbia letto di un altro bambino, voi, che era stato abbandonato e abbia fatto il parallelo. Katherine potrebbe ricordare inconsciamente la madre che le raccontava qualcosa. Ho bisogno di scoprirlo."

"Perché le interessa tanto?"

Lisker allontanò per un attimo lo sguardo. "Ho dei fondi per questo studio sulla personalità, ma ho altri interessi nei gemelli a cui tutto ciò potrebbe... collegarsi."

Qualcosa nel modo in cui Lisker evitò i suoi occhi sorprese Coel e le dette da pensare. Poi capì. "Volete studiare i legami psichici. Telepatia, empatia, questa roba."

Lisker parve a disagio. "Io parlerei piuttosto di un metodo inspiegato, o di metodi, per comunicare forti sensazioni emotive o fisiche tra gemelli."

Coel ci pensò su. "Le causa ansia il fatto che io non ci sia?"

"Lo avete visto. E' proprio calma. Le ho detto che stavo facendo ricerche, ma che senza dubbio ci sarebbero voluti dei giorni. Lo pensavo veramente."

Coel si osservò le unghie di una mano, poi dell'altra. "Se non le arreca danno, allora penso che si possa aspettare un altro giorno o due."

"Dovrebbe essere sufficiente."

"Nel frattempo vorrei rivederla." Poi con sua stessa sorpresa: "tutti i giorni, se fosse possibile."

"Che ne dite di aiutarmi con un questionario poi la porterò a vederla. Mentre siamo qui sistemo le cose in modo che la possiate visitare e osservare senza di me, a qualsiasi ora." E fece un sorriso sciocco.

Il viaggio dall'Istituto alle Attrezzature Statali fu di appena quindici minuti. Coel seguì la Toyota di Lisker col muso quasi attaccato alla coda.

All'interno Lisker si arrestò sulla porta della stanza per le osservazioni. "Andate, io guardo per il suo permesso per le visite."

Katherine era vestita di verde, riceveva tinte verdi nel nocciola dei suoi occhi ed enfatizzava il rosa delle guance. Coel si chiese come erano al tatto. La pelle sembrava così soffice. Stava di nuovo leggendo, questa volta un grosso rilegato senza la sovraccoperta. Coel sperò di riuscire a vedere il titolo, chiedendosi se fosse qualcosa che aveva letto pure lei.

Come Coel si avvicinò ancor di più al vetro, Katherine sollevò la testa e guardò su, direttamente nei suoi occhi. Coel sorrise automaticamente, poi il suo cuore picchiò contro le costole. Katherine non poteva vederla. Katherine non poteva sapere che era là. Poi sua sorella gemella parlò. Coel non poteva sentirla attraverso il vetro, ma le parole formate dalle labbra erano chiare: Ciao. So che sei là. Sapevo che saresti venuta.

E sorrise come una bimba di sei anni soddisfatta nel ricevere il regalo di compleanno e tornò a piegare la testa sul libro.

Coel non osò muoversi per paura che il pavimento potesse scricchiolare o che qualche minuta crepa nello specchio segreto potesse far passare qualche barlume di movimento. Timorosa che Katherine potesse sapere che era là, che potesse vederla in un qualche modo che non riusciva a capire. Timorosa.

Inspirò profondamente aria nei polmoni, rilasciandola lentamente; inspirò, rilasciò fino a che il cuore si calmò un po'. I muscoli delle spalle le bruciavano. Perchè era così impaurita? Lisker deve averglielo detto, tutto qui. Lisker. Niente di inusuale in questo. O forse qualcun altro glielo ha detto. Qualcuno deve aver detto qualcosa. O forse Katherine era tanto pazza da ripetere quella frase a caso ogni ora circa. La pura fede implicita in questa assunzione la fece traballare.

...we're so close...

Si avvicinò di più al vetro, fino a che la superficie rigida e fredda non premette contro il suo addome. La riga nei capelli di Katherine era leggermente storta. Gentilmente si spinse più vicina: i seni, le cosce, la guancia destra, le braccia il palmo delle mani. Il respiro le annebbiò il vetro. Katherine. Desiderava spingersi attraverso la superficie fine e vetrosa, raggiungere la tranquillità in quel percorso, cellula per cellula, sospirare accanto alla sorella, mettersi guancia a guancia, coscia a coscia, bocca a bocca.

Il vetro era gelido a contatto delle sue labbra. Strizzò gli occhi. L'aria condizionata le rendeva secca la gola e le pizzicava e tossì, si portò una mano alla bocca, battè col gomito contro il vetro. Si tirò indietro. Il vapore del suo alito scomparve.

L'orologio alla parete le disse che era restata per oltre quindici minuti.

La porta si aprì. Lisker entrò lentamente, appariva sospettosa. "Ch'è successo, che state facendo?" Coel lottava contro il bisogno di spingersi contro il vetro, di essere con Katherine, e il bisogno di ritirarsi in sè, pulita e compatta, per fronteggiare il nemico. Strizzò gli occhi. Nemico?

Lisker le mise una mano sulla spalla e la scrutò.

"Che c'è, che avete fatto?"

"Niente," come una scolaretta colpevole. "Mi osservavate?"

"A voi?, no." La fissò più attentamente, poi la spinse verso una sedia. "Si sieda," le disse con voce più dolce. Prese la sedia accanto a lei. "Katherine è sotto sorveglianza video per tutto il giorno. Stavo parlando con l'ufficiale alla sicurezza in merito al vostro permesso e ho guardato verso il monitor che sta nel suo ufficio. Ho visto e sentito Katherine che vi salutava."

Coel cercò di riconoscere le emozioni che le si muovevano dentro: sollievo, perchè Lisker non l'aveva vista premersi contro il vetro come... come una gatta in calore; paura, perchè Katherine non poteva saperlo.

"Una fuga di notizie?" propose.

Lisker scosse la testa con decisione. "E' stata monitorata per ogni secondo da che è arrivata. Se glielo avesse detto qualcuno, lo avremmo saputo."

Monitorata perchè era pazza. Una assassina. Forse anche lei stava diventando pazza.

Sciocchezze. Si sollevò, si sforzò di sorridere. "Una prova di telepatia?"

"Ne prenderò nota, ma lo faremo dopo mangiato. Siete proprio pallida. Un po' di cibo dovrebbe aiutare."

Fecero sei isolati per un caffè su un marciapiede e si sedettero fuori dove delle brezze affumicate dal traffico le soffiavono tiepidamente sulla pelle mentre osservavano il menù. Lisker ordinò del vino per tutte e due.

"Mi racconti che è successo."

"Non so come ma sapeva ch'ero là." Sorseggiò il vino, rimpiangendo che il bicchiere non fosse più grosso.

"Perchè eravate così impaurita?"

"E' stato uno shock. Pensare che poteva vedermi."

Le dita si irrigidirono attorno al bicchiere. Il vino era proprio freddo. "Mi racconti di Katherine. Ha un buon avvocato?"

"Ha un difensore civile, ma si è rifiutata di parlargli. Non le interessa di ciò che le accade, dice. Ha ammesso gli assassini ma non vuol dirci il perchè l'abbia fatto. Solo che voi, la sua gemella, capirete." Si fermò. "Lo capite?"

"No. E vorrei non aver mai sentito parlare di Katherine."

"Sul serio?"

Nonostante la tensione sulle spalle, nonostante la paura che le si ripiegava in fondo allo stomaco, c'era anche conforto, quasi esultanza, nel sapere che aveva un legame di sangue, una gemella, qualcuno che era suo, qualcuno che nessuno le avrebbe potuto togliere. Una famiglia.

"Andrà in prigione?"

"Lo dubito. Sarà giudicata incapace di intendere e di volere e sarà assegnata ad un istituto statale per la custodia e per la cura."

"Per quanto?"

"Dipende," Lisker disse in modo gentile. "Non possiamo iniziare la cura fino a che non decide di cooperare. Fino ad ora si è rifiutata di parlare con chicchessia." Per un attimo apparve la sua frustrazione.

"Con me parlerà." Le parole erano decise e con convinzione assoluta.

"Non posso correre il rischio."

"Che rischio? E' la mia gemella."

"Ha ucciso quattro persone."

"E allora ditele che mi avete trovata alla fine."

"Pensate che farebbe qualche differenza?"

"Penso di sì."

Una cameriera venne a prendere le ordinazioni. Nel traffico ci fu un momento di calma. Coel ripensò a ciò che aveva detto. Sapeva che era vero, ma non sapeva come facesse a saperlo. Arrivarono le fettuccine. Mangiarono in silenzio.

"Glielo dirò oggi pomeriggio," disse ad un tratto Lisker. "Se reagisce bene organizzerò un incontro controllato."

"Grazie." Abbassò la forchetta. "Nadine, quegli altri studi che avete menzionato, i gemelli hanno parlato di cose fisiche, una spinta ad essere vicini?"

"A volte." Nadine esitò. "Una piccola percentuale dei soggetti ha mostrato il bisogno di rimanere in prossimità stretta all'altro. Tra questi soggetti particolari, la correlazione dei tratti della personalità sia positivi che negativi con similitudini genetiche era inusualmente alto. L'incidenza di comunicazione inespressa era anche molto più alto della media."

"Allora è un cattivo segno, non è vero? Anch'io potrei diventare pazza. Di fatto potrei già essere pazza, chi lo sa?"

"Se siete pazza, dovrebbe apparire nei test," rispose con calma Lisker. "Se non lo siete, e io credo che non lo siate, allora non c'è ragione di supporre che rimarrete nient'altro che una donna con processi emotivi e mentali estremamente ben sistemati."

Coel si sentì grata per le parole schiette di Lisker, avrebbe voluto credere ad ognuna di esse, ma si chiese come ci si sentisse ad essere pazzi e se Katherine sapesse almeno di non essere sana di mente.

Quando suonò il telefono era raggommitolata sulla poltrona che stava guardando un film che aveva affittato di ritorno dal bar. L'oscurità era scivolata nell'appartamento mentre guardava lo schermo, dovette armeggiare con l'interruttore della luce davanti a lei prima di raggiungere il telefono.

"Coel? E' Nadine, Nadine Lisker."

Coel spense il film. "Glielo ha detto. Quand'è che posso vederla?"

"Non può. Non vuole vederla. Coel? Ci siete?"

"Siete sicura?"

"Quando le ho chiesto che ne pensava del fatto di vederla domani, ha detto, 'Dica a Coel che avrà notizie da me quando sarà il momento. Ancora non è ora.'"

Il sangue le pulsava in gola. "Che significa?"

"Non lo so. Ma di certo non vuole vedervi. Suggerisco di lasciar perdere per un po'. Potrebbe cambiar idea."

Non lo avrebbe fatto. "Ci sarete domani?"

"Posso sistemarmi."

"Il pomeriggio? Alle due?"

"Ci sarò. Nel frattempo, cerchi di non prendere troppo personalemnte le sue decisioni. Non è responsabile di quello che dice."

Coel fece un verso non troppo impegnativo e riattaccò.

La certezza le fece fremere la pelle come dei baci gelati: Katherine sapeva esattamente quello che diceva.

Coel rifiutò una sedia, rimase accanto al vetro ad osservare Katherine. "Che sta facendo?"

"Tai chi."

"E' bello." la voce era speranzosa.

"E' lei che è bella."

Coel si voltò. Per un attimo incrociarono lo sguardo poi Coel abbassò gli occhi. "Ghielo ha richiesto? Sul fatto di vedermi?"

"Non ancora. Siete sicura di volere che lo faccia?"

Coel non provò a spiegare la necessità urgente che aveva di vedere la sua gemella, di toccarla, di sentire il suo respiro sulla sua guancia. "Sì."

"Le parlerò, allora." Si fermò a mezza strada sulla porta. "Potrei fare in modo che la nostra conversazione si tenga qui, se vuole."

"Grazie."

Lisker annuì ed uscì. Coel prese una sedia accanto alla scrivania del terminale e l'esaminò. L'agenzia poteva usare un computer nuovo, uno che avesse programmi grafici più avanzati. Forse Lisker le avrebbe potuto dare qualche consiglio.

Qualcosa le fece sollevare lo sguardo. Katherine s'era avvicinata al vetro, la osservava. Cercò di rimanere calma. Non c'era alcun modo in cui la gemella potesse vederla o sapere ch'era là. Si fissò verso di lei cercando di ridere di se stessa. Katherine non poteva vederla. In modo di sfida salutò con la mano.

Katherine sorrise. I suoi denti erano proprio regolari.

Si sentì male, lo stesso tipo di dolore allo stomaco che ti prende prima di un esame all'università, o ad un colloquio. L'aria che respirava era viscida e pesante, le scivolava in gola come se fosse muscolosa, viva. Non si sarebbe impaurita.

"Cosa vuoi?"

Katherine si limitò a sorridere e si allontanò, tornando ad una posizione tai chi.

Coel lottò per respirare, chiedendosi se stava per vomitare. Aveva bisogno di un bicchiere d'acqua.

Le gambe erano gommose per l'adrenalina, il corridoio pieno di porte sembrava che ondulasse sotto di lei e i piedi le facevano un suono duro, alieno. La fontanella dell'acqua era fuori del bagno delle donne. Il suono che faceva inghiottendo eccheggiava su tutte le pareti. Nel vestibolo si guardò allo specchio. Era pallida e sudata, tremava. Forse era sotto shock. Cibo.

Fuori per la strada trovò un distributore automatico e ci mise due monete da un quarto. La barretta era collosa e stantia, ma tentà di dargli qualche mozzico. Si appoggiò contro un muro e piegò il viso al sole, non sarebbe tornata là dentro.

Ma che c'era da spaventarsi? Era una coincidenza, nient'altro. E anche supponendo, così, tanto per discutere, che Katherine l'aveva vista, in qualche modo, perchè mai questa cosa la spaventava tanto? Non era in pericolo. Si tirò via dal muro e si fece forza.

Aprì la porta al suono delle voci. Erano metalliche e venivano dal soffitto. Katherine e Lisker muovevano le labbra in sincronia. Era come guardare ad un film in un cinema dove il volume era troppo alto.

"...aspettando di vederti," stava dicendo Lisker.

"Non ho cambiato idea, Nadine."

"Ma perchè? Dopo aver insistito tanto perchè la rintracciassi?"

"Te ne sono grata, Nadine, come t'ho detto. Ma non sento più la necessità o il desiderio di vedere Coel."

Il suono del suo nome da quelle labbra si riverberò lungo la sua spina dorsale. Si perse gran parte della frase successiva.

"... come è, so come odorerebbe. So quello che pensa, so anche come si sente in questo momento." Katherine guardò fissa attraverso il vetro a Coel. "Andrò da lei quando lo dirò io."

Le parole erano gentili ma Coel si sentì come se Katherine si fosse allungata verso il suo stomaco e lo stesse schiacciando con dolcezza. I contorni della sua sua vista si fecero di un rosso scuro.

Katherine si rivolse verso Lisker. "E' meglio che vai da lei. Non si sente bene."

Lisker guardò incerta al vetro, il suo sguardo mancò Coel di una metrata. Katherine rise. Come la sua voce, il suo sorriso era molto gentile. Fece un gesto verso la porta. "Penso che avrete un nuovo paziente molto presto, dottoressa. Ma nel frattempo non dovrete preoccuparmi per me."

Lisker allungo il bicchiere d'acqua a Coel, lasciando che ne prendesse un altro sorso. "Meglio?"

Coel annuì. "Non so cosa mi succede. Mi sono sentita ... mi sono venute le vertigini."

"L'accompagno a casa."

"La mia auto..."

"La guido io, poi prendo un taxi per tornare."

Coel trovò strano lo stare seduta sul sedile del passeggero. Era molto più vicina agli alberi, al bordo del marciapiede. C'erano tanti tipi diversi d'erba che crescevano accanto alla strada; il sole sbucò dalle nuvole e catturò la pelliccia di uno scoiattolo che correva lungo un ramo.

Nadine guidava con attenzione, guardando sempre lo specchietto, non portando mai la Jaguard più di 7, 8 chilometri al di sopra del limite di velocità; Coel si chiese se era per via dell'auto. Dopo una Toyota doveva apparire grossa, un carnivoro selvaggio dopo una gattina.

Le mani di Nadine si muovevano con sufficiente competenza sul volante, i cambi erano dolci. Coel si rese conto che non era della macchina che Nadine si stava curando, ma di lei. Non poteva decidere se la cosa le facesse piacere o l'annoiasse.

"Mi sento molto meglio ora."

Nadine non tolse gli occhi dalla strada ma la loro velocità aumentò impercettibilmente. "Benissimo. Che ne dite di un po' di musica?" Gettò un'occhiata al mangianastri e spinse la cassetta che c'era.

...you're wearing my skin,
it's my smile you're smiling...

"Questa no." Coel la estrasse. "Mi spiace, l'ho sentita una volta di troppo."

Trovò una cassetta di Nina Simone, la spinse senza guardare quale facciata fosse.

...I want you right now
I don't care il you're not ready
and, oh, I don't care how...
(... ti voglio proprio adesso
non m'importa se non sei pronto
e, oh, non m'importa come...)

La riga bianca fischiò sotto le ruote. Coel si aprì al calore del clarinetto e al battito leggero della batteria.

"A destra o a sinistra all'incrocio?"

"Oh. Destra."

Nadine parcheggiò con calma e spense il motore. Il motore si fermò in silenzio.

"Grazie." Poi, impulsivamente: "Mi piace come guidi."

Nadine sorrise. Anche Coel le sorrise e scoprì che una volta iniziato non poteva arrestarsi.

Il taxi avrebbe impiegato mezz'ora. Presero il caffè nella sala dove si sedettero una di fronte all'altra sulle poltrone. Una chiazza di sole del primo pomeriggio si allungava sulla coscia di Nadine quando si sporgeva avanti.

"Come ti senti ora?"

"Meglio. Ma interdetta. Che voleva dire con 'Verrò quando lo dico io?'"

"Non lo so, ma non andrà da nessuna parte per un bel po'. Quello che mi preoccupa è quello che ha detto dopo. 'Per allora, non dovrete preoccuparmi per me.'" Ripetè lentamente. "Mi chiedo se potrebbe tentate di farsi del male." Aggrottò le ciglia. "Non lo so. E dovrei saperlo. Il saperlo fa parte del mio lavoro. Katherine non mi fa entrare per niente."

"Potrebbe farlo? Voglio dire, farsi del male."

"Non c'è niente che possa usare, nessuna cintura o laccio, nessuna superficie tagliente, la lampadina è al riparo. E lei poi è sotto sorveglianza continua."

"Ma?"

"Non lo so." Nadine foce scorrere le dita tra i capelli e sospirò. "Le farò un controllo oggi pomeriggio prima che esco e lascerò un messaggio a quelli della notte perchè stiano particolarmente attenti. Non c'è molto altro che possa fare."

"Lavori sempre di domenica?"

"Quando occorre. Molto più spesso di quanto vorrei. E tu?"

"Rigorosamente dal linedì al venerdì all'ufficio di pubblicità. I fine settimana sono sacri."

"Non ti porti mai il lavoro a casa?" Indicò verso il tavolo da disegno vicino alla finestra.

"E' il mio hobby," sentì un po' di imbarazzo. "Ti andrebbe di dargli un'occhiata?"

Negli ultimi dieci anni nessuno oltre la madre aveva visto i suoi lavori. Si allungò sopra la spalla di Nadine mentre stava osservando il suo schizzo non ancora finito. Era una donna seduta sul letto con l'accappatoio, sporta in avanti a tagliarsi le unghie dei piedi. L'espressione del viso era seriosa, intenta. Un momento assolutamente privato.

"E' buono."

Coel provò piacere ed imbarazzo. "Be'..."

"E' buono," Replicò con fermezza Nadine. "Io non so né dipingere né disegnare, ma un buon lavoro lo riconosco quando lo vedo. Lavori anche con altre tecniche?"

"Acrilico, inchiostro, monostampa."

Un'auto suonò. Il taxi.

"Mi piacerebbe vederli, una volta." Nadine posò la tazzina del caffè sul tavolino. Alla porta toccò il braccio di Coel. "Sei sicura di star bene?"

"Sì." Si sentiva meglio.

Rimase sulla porta a guardare Nadine che attraversava il parcheggio per andare al taxi. Un soffio di vento le catturà una ciocca di capelli e la fece andare sopra il fermaglio a farfalla; Coel provò il desiderio di chiamarla, di dire qualcos'altro. Poggiò la fronte contro lo stipite della porta e osservò Nadine salire sull'auto e andarsene.

Dentro tornò al disegno. Era buono. Raccolse il carboncino.

Due ore dopo si sollevò. La luce iniziava a scemare. Si pulì le mani sui jeans. Le borbottava lo stomaco. Chiuse gli scuri e ciabattò in cucina. Cinque e mezza.

La luce del frigorifero le fece sbattere le palpebre. All'interno non c'era niente che l'attirasse. Tirò fuori il vino e tolse il tappo. Avrebbe mangiato più tardi.

Per televisione non c'era granché. Guardò un programma sulle devastazioni della foresta pluviale equatoriale finchè non iniziò a deprimerla. Puntò il telecomando e si alzò agitata. Cosa stava facendo Katherine ora? Immaginò la gemella che le sorrideva con gentilezza e muoveva le labbra You'll know soon enough. Scosse la testa. Forse un altro bicchiere di vino sarebbe stato d'aiuto.

A metà strada verso il frigorifero suonò il telefono.

"Coel? Sono Nadine. Ho pensato di chiamare per sentire come stavi."

"Bene. Bene." Sorrise impacciata. "A dire la verità un po' annoiata."

"Può succedere di domenica. Non ho niente in programma neppure io." Una pausa. "Che ne dici di andare a mangiare assieme?"

Il ristorante era stato suggerito da Nadine dove servivano pasti completi o il solito bistecca-pollo-pesce. Nadine stava aspettando. C'erano dei fiori freschi in un vaso al centro della tovaglia bianca. Coel ordinò assieme all'insalata un bicchiere di bianco della casa. Nadin prese un qualche tipo di birra. Notò Coel che la guardava.

"E' olandese. Questo è l'unico posto che conosca dove la servono."

Mangiarono l'insalata e il pane, ordinarono poi bistecche di tonno e parlarono di politica, del tempo, di lavoro.

"C'è ogni specie di teoria sui gemelli. C'è chi arriva a suggerire che quello che accade ad un gemello probabilmente accade anche all'altro."

"Di certo non credi nella predestinazione."

"Non a questo punto. Ma ho controllato la casistica. E' affascinante." Nadine si sporse. I capelli erano pettinati da una parte; la luce gli dava la colorazione cioccolato e caramello. "Sembra che delle cose accadano con una frequenza maggiore di quanto si possa parlare di coincidenze. Uno si prende l'appendicite e lo stesso accade all'altro, uno zoppica per un colpo e l'altro pure, uno viene licenziato al lavoro e anche l'altro."

"Dici sul serio?"

"Accade in continuazione ma, no," sorrise, "non è che ci creda, non seriamente."

"E allora, com'è che ti sei interessata ai gemelli?" Coel chiese tra un boccone e l'altro.

Gli occhi di Nadine erano luminosi. "Ero anch'io una gemella. Ruth è morta quando eravamo in college."

"Gesù." Coel prese il bicchiere e se lo scolò. "Mi spiace. Gesù." Sapeva dell'esistenza di Katherine da solo due giorni e già c'era una specie di legame di sangue. Non è che era molto confortevole, ma c'era. Non poteva immaginare come sarebbe stato perdere un gemello dopo essere stato assieme a lui diciotto, dicianove anni.

"Che età avevate? Stavate allo stesso college? Scusa, è una domanda sciocca. Veramente non so che dire."

Nadine tentò di sorridere. Coel allungo la mano verso la sua.

"Mi spiace veramente."

"Eravamo... unite." Rimasero in silenzio per un po'. Nadine finì la sua birra e guardò al bicchiere vuoto di Coel. "Ne prendiamo un altro?"

Per quando arrivarono le bevande sembrò essersi ricomposta. "E allora, com'è che sei finita nella pubblicità? Che cosa ti ha distolto dalla carriera di artista?"

"I soldi," Coel disse con calma. "Non è che ne avessimo molti quand'ero piccola. Non mi piace essere povera. E non c'è modo di fare la bella vita con la pittura. Non ci sono niente soldi fino a che non sei di moda."

"Ti sei mai pentita di aver preso questa decisione?"

Coel ci pensò su. "No, non proprio. Così mi sono messa a fare soldi e a pitturare quando mi andava. Però, " continuò lentamente, "mi sembra che passo sempre meno tempo, anno dopo anno, con la mia produzione." Per Nadine aveva articolato qualcosa che fino ad allora non aveva realizzato e la preoccupava.

La conversazione si spostò su altre cose. Non fecero menzione di Katherine neppure una volta.

Pagarono a metà; Coel insistette nel pagare la mancia.

Fuori la notte era fredda e soffice. Si diressero al parcheggio assieme. Le stelle brillavano.

Coel si fermò allo sportello della macchina. "E' stata una bella serata. Grazie." Esitò. "Domani ho una giornataccia al lavoro, altrimenti ti avrei invitata per un caffè."

"La prossima volta, allora."

Si dissero arrivederci senza neppure toccarsi. Sulla strada di casa Coel suonò ancora Nina Simone.

Coel non ebbe tempo di pensare a Nadine o a Katherine fino a lunedì pomeriggio inoltrato, allorchè tutti gli incontri erano terminati e lei si trovava al suo tavolo a disegnare uno storyboard per tentare il direttore del nuovo cliente di cosmetici. Non aveva idee particolari e lasciava che la penna seguisse la sua strada, spesso le sue idee migliori erano venute con questo stato d'animo.

Guardò a quello che aveva ottenuto: una donna piegata sopra ad una forma addormentata, il viso soddisfatto, ma in attesa. Poteva funzionare. Ai produttori piacevano sempre i cosmetici collegati alla seduzione. Guardò lo schizzo con maggiore attenzione.

La donna era Katherine.

Poteva anche essere se stessa... No, era Katherine. Quel sorriso.

Spinse via la carta. Piccoli granelli di polvere danzavano nella luce del sole. Sollevò la cornetta e compose il numero.

"La dottoressa Nadine Lisker, per favore. Sì, aspetto." Pose lo schizzo di fronte a sé e si chiese chi rappresentasse la figura nel letto. "Pronto? Non c'è? Vorrei lasciarle un messaggio. Le dica che ho chiamato e... no, le dica soltanto che ho chiamato."

L'ufficio le sembrava troppo piccolo e soffocante. Erano quasi le cinque. Poteva sempre venire prima domattina.

Attraversò con energia i corridoi e al posto dell'ascensore fece le scale a due a due. Ti fa sentire bene muoverti velocemenete, fare qualcosa con tutta quella tensione che ti pelsa dentro. Odiava le riunioni.

Fino a che non arrivò nel parcheggio non si rese conto che lo schizzo le era rimasto tra le mani. Lo piegò e se lo mise in tasca. Si era scordata la giacca. Gettò il borsellino sul dietro della macchina e fece una scrollata di spalle. Poteva aspettare fino al giorno dopo.

Il nastro di Nina Simone era ancora nel mangianastri. Coel alzò il volume al massimo e si concentrò a prendere ogni curva in modo deciso e a cambiare col motore su di giri. La Jaguar ruggiva e si gonfiava, affondando le mascelle nella strada. Coel sorrideva e lasciava ancora di più le briglie sciolte.

Un lungo rettilineo. Il ruggito della Jaguar si trasformò in un urlo; Coel teneva il controllo del volume col pollice e l'indice e con calma lo portò a fondo scala e lasciò libera la bestia che stava guidando. Nello specchietto retrovisore i suoi occhi brillavano come se illuminati da dietro, come sapeva che sarebbe successo a Katherine.

Il ricordo delle mani di Nadine che ruotavano con calma il volante le fece gettare un'occhiata al contachilometri. Stava sui 170. Il sudore le colò lungo la schiena. Rilasciò il piede dell'acceleratore e la Jag brontolò mentre rallentava per fare la curva.

Spense il nastro e per tutta la strada fino a casa rimase nei limiti di velocità. A casa girava come una gatta nervosa. Tirò fuori dalla tasca lo schizzo e simise ad osservarlo. Era sicuramente Katherine, Katherine che appariva compiaciuta: la seduzione, la persuasione era completa. Ma su di chi? Chi era la figura nel letto.

Per la frustrazione gettò il foglio sul pavimento. Perchè non poteva togliersi Katherine di testa? Fissò lo schizzo e poi sorrise. Avrebbe fatto uno schizzo intero di Katherine. Per quando lo avrebbe finito, la gemella sarebbe stata l'ultima cosa a cui avrebbe voluto pensare. Era lo stesso principio che usava per sciogliere i muscoli tesi: tenderli al massimo e poi rilasciarli, tenderli poi rilasciarli.

Lavorò velocemente con un grosso pezzo di grafite. Katherine prese forma. La disegnò come l'aveva vista l'ultima volta, come voleva ricordarsela: sembrava quasi un uccello dalle lunghe zampe posato e sereno dopo un lungo volo.

Dopo qualche minuto si prese del vino dal frigorifero e si riempì un bicchiere sul tavolo. Lo sorseggiò mentre lavorava, riempiendo il bicchiere più di una volta.

Alle undici dovette fermarsi. Strizzò gli occhi cercando di distendere gli occhi stanchi. La bottiglia era vuota. La fatica la colpì con un'ondata debole e traballante. Letto. Dopo aver spento la luce, tutto quello che si ricordò fu Katherine che le sorrideva e muoveva le labbra senza emettere suoni: E' ora, Coel. Sto venendo per te.

Coel non aveva idea da quando stesse suonando il telefono. Era ancora buio e aveva un sapore cattivo in bocca. Si sentiva la testa calda e pesante. La luce verde della sua sveglia le diceva che erano le quattro di mattina.

"Pronto?"

"Pronto, Coel, sono Nadine.

Le nocche di Coel erano sbiancate nella luce lattiginosa dell'orologio. Katherine. "Dimmi."

"E' morta. Si è uccisa." Coel pensò a tutti i controlli ravvicinati, alle precauzioni. "Con un morso si è staccata la lingua e ci si è soffocata."

La paura le soffiava, calda e fetida, sul viso. Katherine ora era libera, libera di venire da lei. Si ricordò del disegno, Katherine che si allungava sopra una figura sul letto. Lasciò andare la cornetta e dette un colpo all'interruttore della luce. Non c'era nessuno, tutto era normale. Un suono debole e metallico proveniva dal ricevitore sul letto. Coel lo raccolse.

"... bene? Coel? Coel!"

"Eccomi, va tutto bene." Parlò attraverso un lungo tunnel ruggente; il buio l'aspettava dall'altra parte. "Grazie per avermelo detto. Ti chiamo in mattinata."

Mise giù la cornetta, inserì la segreteria e spense la luce. La luce dalla sveglia la irritava, tolse la spina. Il buio soffice e caldo le rovistava col muso lungo la pelle. Katherine stava arrivando.

Si svegliò due ore dopo. Il sole s'era già levato, si sentiva strana, con gli arti pesanti e la testa evanescente. L'appartamento sembrava diverso in modo sottile, come se le pareti fossero più piccole e le finestre più grandi, i colori più luminosi di quello che erano in precedenza. Sporse le gambe dal letto e si alzò. Il tappeto era ruvido e piccava.

In sala da pranzo aprì completamente gli scuri. La bottiglia di vino vuota stava ancora accanto al disegno. Era finito. Ma il soggetto, la donna in bilico ed elegante nella posizione tai chi, non era Katherine. Era lei: i capelli erano più lunghi; portava la gonna con l'allacciatura laterale che era appesa nel suo armadio.

Per scrollarsi di dosso la sonnolenza si fece una doccia. I capelli erano arruffati, più di una volta, nel pettinarli, li trovò annodati. Forse avrebbe dovuto tagliarli.

Si mise di fronte all'armadio a fissare gli abiti da lavoro. Il pensiero di rimanere intrappolata in quell'ufficio tutto il giorno la strozzava dalla paura. No, non sarebbe andata a lavorare. sarebbe rimasta a casa, si sarebbe fatto un bicchiere, forse due, fino a che il terribile vuoto non se ne sarebbe andato, fino a che non avrebbe potuto piangere.

Al supermercato comprò sei bottiglie di Beringer e due buste di chipster. Non avevano nessuna birra olandese così ne comprò della tedesca. Suppose che fossero uguali.

Tornata nell'appartamento mise su il nastro di Ella Fitzgerald, aprì le chipster e tolse il tappo dalla prima bottiglia.

you're wearing my skin,
it's my smile you're smiling
my bones within...

La Beringer era fredda e delicata sulla lingua. Lasciò che le ruotasse per tutta la bocca, inumidendo ogni superficie rosa prima che la ingoiasse. La patatine erano croccanti e salate. Ella continuò a cantare. Bevve con deliberazione, rimepiendo il bicchiere allo stesso livello del precedente.

Per la metà del pomeriggio si trovava oltre la metà della terza bottiglia, aveva girato il nastro di Ella Fitzgerald otto volte. Era ben conscia d'essere ubriaca, o almeno avrebbe dovuto esserlo, ma camminava spedita dall'amplificatore al frigorifero al pensile della cucina per le chipster. Il suo mondo si era ristretto e incurvato in una sfera perfetta che racchiudeva la sala e la cucina, una bolla dove tutto era luminoso e brillante e insignificante, dove i sentimenti sparivano di vista come palloni d'alta quota.

L'aria nella sua bolla rabbrividì. Qualcuno stava bussando alla porta. Se ne sarebbero andati.

Non fu così. Si alzò e andò alla porta. La maniglia si adattava alla sua mano in modo stupendo: come la testa di un gatto che desidera esere accarezzato. L'abbassò.

"Sapevo che saresti venuta," disse a Nadine. Le sorrise. "Ti ho comprato della birra."

"Ho chiamato molte volte ma c'era la segreteria."

"Oh. Sì."

"Così ho chiamato all'agenzia. Hanno detto che non eri andata e che non avevi detto niente. Mi sono preoccupata."

"Sto bene. Ubriaca, forse, ma sto bene." Si diresse in cucina. "Forse ti andrebbe di unirti a me. Una birra?"

"Coel, ti siedi, per favore?"

"Un attimo. Vuoi una birra?"

"Sì, prendo una birra. No, non preoccuparti del bicchiere."

Coel la seguì al divano. Nadine guardò le bottiglie vuote senza fare commenti prima di mettersi a sedere accanto a lei. Mise il braccio sulle spalle di Coel.

"Coel, amore, come ti senti veramente?"

"Bene." Strizzò gli occhi di fronte allo sconcerto di Nadine. "No, veramente, non sento nulla. Tranne che intontita, intontita e gelata." Il braccio di Nadine le strinse le spalle con più forza e lei poggiò la testa sul seno di Nadine. "Mi fa bene. Mi stai togliendo un po' di freddo." Sollevò la testa. "Ti sei sentita così quando è morta Ruth?"

Nadine rimase zitta. Coel sentì i muscoli del braccio attorno a lei che si irrigidivano mentre Nadine si ritraeva dentro di sé; poi di colpo il braccio si rilassò. "Quando è morta Ruth mi sono sentita come se qualcuno avesse preso il mondo e lo avesse ruotato di novanta gradi finchè non avessi potuto più toccarlo. Mi sentivo come se qualcuno avesse messo le mani sui miei occhi e sulle mie orecchie, come se ci fossero dei guanti sulle mie dita. Tutto era attutito. Dopo un po' mi sentii come se quella stessa persona mi avesse preso e mi avesse scosso per riportarmi al mondo. Mi sentivo come se ogni singolo osso fosse stato tolto dal suo posto e la mia pelle fosse stata portata via. Passava tutto. Qualsiasi cosa (una persona che rideva, un cane che guaiva) mi faceva piangere. Non potevo lasciare fuori niente." Coel ascoltava cercando di comprendere. "Dopo un po' ho sviluppato l'ossessione che dovevo essere uccisa io invece di Ruth. Mi ci è voluto molto per uscirne. Una parte vitale di me se n'era andata. Ruth se n'era andata."

Coel assorbiva tutto. Diversamente da Nadine, il sentimento che cercava di evitare non era il dolore ma la paura. "Come è stata uccisa?"

"E' stata assassinata. Pugnalata a morte a casa sua."

La paura che era volteggiata sopra la sua testa per tutto il giorno picchiò gentilmente contro la sua bolla. "L'hanno mai preso quello che l'ha fatto?"

"E' stata la sua amante a falo."

La paura spaccò la sua bolla, infilandosi nel suo cranio lungo la gola rossa etagliente verso lo stomaco. Il vomito le salì in bocca e corse al bagno.

Sul water rimisi e rimise fino a che non le dolettero la schiena e lo stomaco e ogni singola costola.

"Questo dovrebbe farti sentire meglio." Nadine le porse un bicchiere d'acqua che stava già appannandosi. Le passò il braccio sotto quello di Coel e l'aiutò a mettersi in una posizione di seduta. Tenne il bicchiere mentre Coel sorseggiava. "Riesci a tenerlo?" Trovò degli ascugamani e le pulì il viso. "Ti senti meglio?" Tirò l'acqua. "E' il posto migliore per tutto quell'alcool."

Coel si guardò nello specchio, osservando Katherine che le consumava le ossa, Katherine che le sorrideva dall'interno. "Si deve bere ad una veglia," disse.

"Una veglia per Katherine?"

Una grossa lacrima rotolò lungo la guancia di Coel per infrangersi sul dorso della sua mano. "Una veglia per me," sussurrò. "Non lo vedi, una veglia per me. E poi per te."

Perchè alla fine aveva capito. Katherine era arrivata, e Nadine era arrivata, e ciò che era successo a un gemello spesso accadeva all'altro. Qui. Ora.



© Nicola Griffith
E' vietata la riproduzione anche parziale del testo senza l'autorizzazione dell'autrice
titolo originale Wearing My Skin, apparso in interzone 50, August 1991, pp. 20-29
traduzione italiana Santoni Danilo

Della stessa autrice:
I Nuovi Alieni della Fantascienza

una SF tutta per sé
(A Sciencefiction of One's Own)

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