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La porta del cielo

Inserito Mercoledì 30 novembre 2005

Narrativa un racconto di Claudio Tanari

Eccoli, i toubab, gli stranieri! Ancora, come cento altre volte… Arrivano vestiti di bianco, su macchine candide spruzzate di fango. Accendono i generatori, come sempre: puntano verso il cielo fari enormi dal bel mezzo del campo punteggiato dai baobab. Guardali, Sanjaney! Alcuni si fermano davanti ai monitor azzurri e parlano in fretta alla radio che gli pende dalla cintura… Altri sembrano nervosi, si affaccendano tutto intorno. Sull'acqua immobile, liscia come uno specchio, il riflesso arancione e rosso del tramonto: la nave d’argento risale il fiume scivolando lentamente e sconvolgendo con due strisce di onde che si allargano dallo scafo la superficie completamente piatta. A tratti la scia incrocia le canoe dei pescatori, che invece sembrano galleggiare nell’aria senza smuovere nulla, senza un’increspatura, come fantasmi. Guarda laggiù, figlio mio: ai margini della radura, la sagoma del razzo si staglia sul muro ininterrotto di mangrovie. Poi il battello levita oltre l’argine melmoso, lasciandosi alle spalle le acque che stanno diventando bluastre, suscita ad un palmo dal suolo un miraggio ondeggiante sotto di sé; si arresta finalmente con un’esplosione di polvere a poca distanza dal razzo la cui cuspide, ancora bagnata dal Sole, risplende dorata come una fiaccola. Avviciniamoci, Sanjaney! Gruppi folti di toubab timorosi ed esitanti varcano la soglia dell’apertura che si è spalancata sul fianco della nave, scendono dal ponte calpestando la terra asciutta e morbida, procedono verso il razzo scortati dagli uomini in bianco. Qualche bambino piange, subito abbracciato e cullato. Anche certi adulti piangono, o vorrebbero farlo… Tutti si guardano intorno, gli occhi dolenti non riescono ad abbandonare il battello, che già scorre via. Salgono a turno sulla piattaforma che porta all’entrata del razzo, nascosta dalla ragnatela di metallo che lo avvolge, scompaiono presto, insieme agli strani vestiti e alle lingue diverse, alle speranze e ai rimpianti. Adesso la volta del cielo si riempie di stelle… Vieni via, figliolo! I toubab dalle vesti bianche ci spingono indietro e indietro: lontano da quella vibrazione potente e silenziosa che scuote le viscere e le ossa e solleva il razzo fin lassù, aldilà dei fasci di luce altissimi dei fari. E dei nostri sogni, Sanjaney…

Dalla foresta fitta e nera arrivavano suoni che ruppero il silenzio assoluto dell’alba: erano le conversazioni animate di scimmie e uccelli, preso sovrastate dal rumore delle attività del villaggio che presero lentamente il sopravvento sul loro vociare e sul sonno di Saydi.

- Ben svegliato, papà! Appena in tempo per il tuo benechin o almeno per quello che ne è rimasto: i tuoi nipoti si svegliano con un certo appetito...

Il vecchio si sollevò dal letto con lentezza, dettata dai fastidi dell’età, quindi raggiunse la famiglia intorno al tavolo nella sala grande e luminosa, su di lui gli sguardi attenti e divertiti dei quattro nipoti. Il vecchio ricambiò taciturno l’occhiata affettuosa e tuffò le dita nel riso condito con pesce e verdura.

- Il nonno ha sognato di nuovo il razzo… - annunciò con una risatina uno dei piccoli, subito imitato dai fratelli.

- Ebou! – Lo riprese il padre.

- Lascia stare, Sanjaney. – fece ancora assonnato Saydi – E’ vero, ho sognato il razzo - si rivolse al nipote che adesso taceva contrariato dal rimprovero. – Sapete, da giovane l’ho anche visto, e toccato, perfino… E sono sicuro che prima o poi tornerà, alto e scintillante!

- Il razzo, il razzo! – corsero via i bimbi con uno scroscio di grida, verso il sole ormai alto sul piazzale.

- Papà… Sai che non torneranno più, vero? – disse dopo un po’ il giovane.

- Sanjaney, ti ricordi ancora delle volte che ti portavo a vedere la partenza…? – rispose Saydi fingendo di non aver sentito.

- Non lo so, papà…: a volte credo che i miei ricordi derivino soprattutto dai tuoi racconti, siano fatti della materia dei sogni. O delle favole.

- … l’attesa, l’agitazione degli stranieri… poi, all’improvviso, le grida di gioia: battevano le mani per il lancio riuscito, i visi fissi verso la piccola gemma che brillava sempre più debolmente, fino a sparire. Le tue piccole mani mi stringevano le spalle: sentivi le “farfalle” nello stomaco…

- Papà, mi hai detto tu stesso che l’ultima partenza fu più di cinquant’anni fa!

- Lo so, accidenti, ma che ne è stato? Gli anziani di Juffureh li aspettano ancora, i toubab; io sono ancora il guardiano della pista e delle luci, cinque dollari a notte…

- Senti, papà: sappiamo tutti e due cosa è successo, vero? – gli si accostò con un sorriso triste Sanjaney circondandogli le spalle con un abbraccio – La nuvola densa e grigia che soffocò quasi tutto, anche qui da noi, qualche anno dopo l’ultima partenza: delfini e coccodrilli, e babbuini e uccelli, la foresta e la stessa aria rischiarono di morire. I tuoi nipoti hanno ascoltato dai griots la storia di Ninki Nanka, il dragone del fiume che uccide chi ha paura di lui e brucia il mondo col suo respiro…

- … e trasforma i bimbi in orribili mostri. Sì, me li ricordo bene, i figli di Salleh, la disperazione delle famiglie del villaggio, l’orrore… - concluse l’anziano piegandosi sotto il dolore che riaffiorava – … e l’agonia di tua madre. Ma gli stranieri…

- I più sono morti – lo interruppe spiegando ancora una volta con pazienza Sanjaney - uccisi dai demoni che loro stessi avevano suscitato; chi ha potuto se n’è andato prima della pioggia di cenere, ad avvelenare le stelle probabilmente...

Ci hanno lasciato un mondo da guarire: il nostro mondo, papà – indicò i figli che giocavano sul piazzale assolato. - Dunque, non torneranno più. Come secoli fa, una volta stanchi di portarci via uomini e donne!

“Torneranno…” disse tra sé sottovoce Saidy misurando con i passi incerti il sentiero sterrato che conduceva al capanno fuori dal villaggio: le erbacce e le piogge avevano masticato senza fretta l’asfalto della strada a malapena riconoscibile alla luce del crepuscolo. Sanjaney aveva studiato, era diventato un ingegnere e aveva aiutato il villaggio a rinascere e a crescere, niente da dire. Ma non aveva mai compreso fino in fondo l’importanza del lavoro del padre.

Il capanno! Il vecchio aprì col batticuore la porta di lamiera arrugginita: dall’apertura un debole chiarore illuminò l’interno, ordinato e pulito. L’armadio. Scolorita ma intatta, accanto agli stivali consumati di cuoio nero, la sua uniforme: pantaloni blu scuro, camicia azzurra con una scritta ricamata sul petto, “Saidy Kuntaur”, e uno stemma sulla spalla con il nome del suo padrone: NASA. Era una società, ma a 14 anni non sapeva di che cosa si occupasse: gli dissero di sorvegliare le luci, ma all’inizio non sapeva quale scopo avessero.

Gli strani uomini che si davano da fare alla periferia del villaggio erano “ingegneri spaziali” e “personale di supporto”. La NASA, dopo il disastro dell’Auriga nel 2079, aveva pensato a misure di sicurezza in caso di decolli o atterraggi problematici: i riflettori ad impulsi montati a Juffureh – così come presso tutte le piattaforme aerospaziali disseminate sul pianeta all’epoca della Migrazione - avrebbero accompagnato i vascelli sulla strada di casa se avessero incontrato difficoltà.

Lo specchio scrostato su uno degli sportelli dell’armadio rimandò l’immagine fragile di Saydi nell’uniforme ormai troppo ampia: Lui stesso ne sorrise malinconicamente: prima di uscire indossò una piccola sacca di pelle intorno al collo, un gris-gris per scacciare il male e portare buona fortuna. Ritornò verso il villaggio lungo la riva placida del fiume: una delle barche ormeggiate mostrava Ninki Nanka scolpito nel legno, sulla prua, lo sguardo feroce puntato verso l'acqua. Strinse forte nel pugno il gris-gris accelerando il passo; il dorso brillante di un delfino solcò le acque del fiume in direzione della vicina foce: tornatene a casa delfino, e fa attenzione ai coccodrilli!

Sanjaney e gli altri figli lo consideravano un mezzo matto: lo vedeva dall’apprensione che gli si faceva largo negli occhi quando lo guardavano allontanarsi verso il capanno. Che ne sapevano, loro? Quando per la prima volta arrivarono i toubab, la lingua mandinga non aveva neppure una parola per indicare “razzo”…

- Ehi, Saydi, tutto pronto per stasera? – Sulla riva del fiume, il vecchio Dibba, il cantastorie.

- Certo! Verrete a vedere, tu e Wassu?

- Beh, non so, Saydi… Mia figlia dice che siamo troppo anziani per queste cose, ormai…

- Porta anche lei, allora!

- Ma vedi, amico mio, lei dice che gli stranieri non torneranno più… che sono storie buone per essere cantate ai bambini…

- Salutala da parte mia, Dibba e stai in gamba! – si congedò brontolando Saydi.

A casa, Binde aveva preparato il plasas. A parte il chiasso festoso dei nipoti, Saydi avvertiva il silenzio ben noto della disapprovazione.

Sanjaney gli versò da bere la birra di miglio: - Vai anche stasera?

- Come tutti i mesi, certo – rispose servendosi carne e pesce dal piatto centrale.

- Mi porti con te, nonno? – provò a dire il piccolo Makas.

Binde lo zittì con lo sguardo.

- Ma perché…? - piagnucolò il nipotino.

- Quando sarai più grande, Makas.

- Ma papà lo portavi che aveva la mia età! – insistette il bambino.

La nuora osservava preoccupata la divisa, scotendo la testa.

- Mi passi l’olio di palma, Binde? – le sorrise Saydi.

Il buio arriva presto in questa stagione e il cielo si illumina di stelle: qui, senza altre luci, come in mezzo all'oceano, brillano più intensamente. Vicino alla torre di controllo un baobab dal grande corpo, i rami tozzi senza foglie che sembrano le radici di un albero capovolto e reimpiantato; un tappeto bianco di guano degli uccelli luccica alla base del tronco a pochi passi dalla cupola che nasconde i generatori a fusione.

Ad un mio gesto, i fari tagliano la notte con un bianco abbagliante; la luce diffusa dei riflettori rivela le sagome di Dibba, Wassu e di tutti gli altri, col fiato sospeso, come al solito, a decine laggiù lungo la riva del fiume. Le stelle sbiadiscono, intimidite dalle tracce sfolgoranti che segnano con un ronzio testardo il corridoio per i vascelli; le più luminose occhieggiano intermittenti in segno di sfida, vicine, tanto vicine da poterle toccare.

Tra la gente di Juffureh, Sanjaney, a bocca aperta come quando lo portavo con me in braccio, il faccino proteso verso l’alto, gli occhi neri accesi dal riverbero dei fari e dalla voglia di vedere il razzo d’oro, che scioglieva il sonno di pochi istanti prima. Ci sono anche Binde ed Ebou; e Makas, che si agita aggrappato al collo del padre e sorride allegro mentre guarda il suo vecchio, orgoglioso nonno guardiano, la divisa azzurra della NASA lassù, dietro il cristallo della torre, cinque dollari a notte.

I toubab mi dissero che in cielo c’era una porta e che il loro grande razzo avrebbe potuto attraversarla e che le luci lo avrebbero aiutato…


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