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Inserito Mercoledì 11 gennaio 2006

Narrativa un racconto di Danilo Santoni
illustrazione di Antonio Folli

Danilo Santoni
illustrazione Antonio Folli

Se fossi stato un tantino superstizioso forse tutto questo non sarebbe successo: venerdì diciassette alle ore diciassette. Dicono che il diciassette e il venerdì portino proprio male, se sono messi assieme poi...

Se fossi stato un tantino superstizioso, dicevo, e anche se avessi guardato con più cura ai fatti attorno a me...

Ma ho delle scusanti.

Prima di tutto per me quelle non erano le diciassette ma le cinque. Divido le mie giornate in due parti precise e simmetriche alle dodici e trenta (l'ora di pranzo), e trovo superfluo (e un po' pedante) stare ad unire le ore di una parte con quelle dell'altra. Al massimo, per precisione, aggiungo prima o dopo pranzo, ma lo faccio con parsimonia: il pranzo è un fatto privato che non amo condividere con molti, la confusione finisce col mescolarmi i sapori.

Per me, quindi, erano le cinque (dopo pranzo, qui è sottinteso perché le cinque prima di pranzo sono dedicate all'altro mio amore, il dormire, e, quindi, non c'è modo di cadere in errore).

Per quanto riguarda il giorno, poi, sono talmente allergico ai numeri che è difficilissimo che sappia di preciso in quale giorno del mese mi trovi. La pubblicità differenziata per giorno dell'olovisione mi aiuta a sapere in che giorno della settimana mi trovo. E questo mi basta. E mi avanza.

E così, non essendo superstizioso e non sapendo che era venerdì diciassette, alle cinque (dopo pranzo) iniziai il procedimento di immersione.

A voler cavillare, poi, ci sono altre attenuanti per me, in quanto, tecnicamente, la cosa non era neppure cominciata lì dato che, prima dell'immersione, c'è tutto il periodo di immedesimamento.

Una biondona mozzafiato che non assomigliava in niente alle amiche di mia madre che mi avevano sempre spupazzato, con una pelle mozzafiato levigata e ambrata che lanciava esalazioni al mughetto, con una massa di capelli, mozzafiato anch'essi, che lanciavano scintille rossovivo e con occhi cerulei, che ti riducevano quel poco fiato che t'era rimasto dopo la pelle e i capelli in un gemito conturbato, aveva fatto appoggiare i miei novantacinque chili su un fragile lettino inclinato a 21° 11' 22" dalla linea orizzontale. L'angolo me lo aveva indicato lei con precisione un po' appiccicosa e aveva insistito a più riprese per sapere se a me andava bene. A me andava bene. E poi, uno col fiato ormai ridotto a zero di fronte ad un'opera d'arte di quel tipo, come fa a lamentarsi dell'angolo di inclinazione?

Lei parlava in modo dolce, con tono suadente, con una inflessione amorevole, con una calma olimpica, con una punta di simpatia, con un sapore nelle consonanti più aspre che tendeva al miele d'acacia... in poche parole, sembrava che al mondo, per lei, esistessi solo io e che il suo unico desiderio fosse farmi felice e farmi sentire a mio agio, anche su un lettino inclinato a 21° 11' 22" dalla linea orizzontale. Mi chiamava per nome, con una punta di civetteria, e mi guardava fisso negli occhi e poi li abbassava come turbata.

L'unica cosa che mi frenava era il sapere che era un manufatto ed era programmata per comportarsi così, altrimenti mi sarei alzato e l'avrei presa a schiaffi. A pensarci bene, temo che se l'avessi fatto avrebbe mostrato di essere estasiata per il mio comportamento. Il problema principale coi manufatti simpatici è che in qualsiasi modo tu ti comporti non fai altro che aumentare la loro risposta empatica. E se non sei d'umore buono d'accettare tutto, sono capaci, un passo dopo l'altro, di portarti alla pazzia in quattro e quattr'otto.

Nel mio caso, so di essere la persona più insignificante del mondo, nonostante le mie dimensioni corporee, e se qualcuno si mostra particolarmente interessato a me, le cose sono due: o mi sta prendendo per i fondelli o mi sta fregando. L'unica persona disinteressata è stata mia madre, sempre preoccupata per me, per la mia salute, per la mia felicità, per la mia vita sentimentale, per la mia vita culturale, per la mia vita ricreativa... fare ginnastica, dimagrire, viaggiare, conoscere gente, andare agli spettacoli e altre torture simili rappresentavano le basi inviolabili del vangelo (sacro e intoccabile) che mi aveva imposto fin dall'infanzia. L'ostacolo più grosso ai suoi sogni di gloria era la mia ciccia, un problema per la mia salute, per la mia felicità, per la mia vita sentimentale, per la mia vita culturale, per la mia vita ricreativa... e l'unica soluzione era fare ginnastica, dimagrire, viaggiare, conoscere gente, andare agli spettacoli, sottostare, insomma, alle torture del suo vangelo e io, per dispetto, ingrassavo e allora dovevo fare ginnastica, dimagrire, viaggiare, conoscere gente, andare agli spettacoli e, nel frattempo... ingrassavo a vista d'occhio.

Ho sempre cercato di farle capire che le persone grasse sono tutte allegre perché possono sempre dimagrire mentre quelle magre sono tutte tristi perché possono sempre ingrassare ma, niente, era come parlare col muro. E tutte quelle amiche, vecchie e grinzose, a dar ragione a lei e a fare le cose più bestiali ed umilianti per perdere qualche grammo (a pensare che se si facevano tagliare le gambe e le braccia, e la lingua, il peso sarebbe calato un bel po' senza fatica e con gran soddisfazione delle persone con un po' di cervello).

Mia madre era inflessibile. Fare ginnastica, quella fisica, e soffrire, sudare, puzzare... avevo cercato di farle provare le nuove strumentazioni in cui entri orizzontalmente (penso che volendo puoi anche inclinare il lettino a 21° 11' 22") e non so se con scariche elettriche o magnetiche o con che altro ti danno un corpo atletico da far invidia al più sportivo degli sportivi. Orrore! Senza sofferenza, sudore e puzza non è una cosa seria.

Poi mia madre era morta. Appesa ad una macchina per i bicipiti. Il buon Dio a volte si mostra abbastanza ironico ed è per questo che è il mio preferito. Fu forse per ringraziarlo che decisi di fare quest'immersione.

Ed ora questo lettino, inclinato a 21° 11' 22" sulla linea orizzontale, e questa bionda così tanto interessata alla mia felicità da darmi ad intendere con occhiate svenevoli che rappresento il suo turbamento preferito per le lunghe notti afose passate in dormiveglia a sospirare.

L'analisi della mia psiche aveva dato un risultato strabiliante. Ero affetto dal complesso di Edipo. Non sto a dire chi fosse stato Edipo dato che non lo so, mi ha spiegato qualcosa lei, roba da matti (in tutti i sensi), comunque. Per quanto mi riguarda sono il primo a non ritenermi normale, ma questa mi era giunta nuova, roba di andare a letto con la madre, ammazzare il padre (non so se questo sia l'ordine giusto delle azioni o sia l'inverso), cavarsi gli occhi... tutte cose più terribili di un esercizio per gli addominali.

"... pensa che il suo rifiuto inconscio di crescere sia legato al desiderio della tetta materna?" Rifiuto inconscio di crescere? Ma se sono arrivato a 95 chili proprio cercando di non crescere! e poi in vita mia non ho ciucciato neppure un dito. La tetta materna poi... quell'ammasso raggrinzito di pelle super abbronzata che mia madre ostentava ad ogni piè sospinto... e guai a parlarle di tannopelle. L'abbronzatura andava presa al sole coi relativi tumori. Ma un tumore alla pelle faceva moda. E così invece di mettersi la crema tannopelle che ti da il colore voluto alla pelle e ti protegge dal sole si metteva la decancro per rimediare ai danni del sole.

"Ha mai provato qualcosa di strano per sua sorella?" Ah, qui ci siamo! Un metro e 75 per 55 chili, una che s'abbuffa di tutto (pasta, pane, dolci, sughi, grassi, calorie, vini, liquori, caramelle, bibite gassate, analcolici, aperitivi, digestivi, nutella...) e che aveva il problema di essere troppo magra. Anche san Ciccillo, protettore dei grassi, l'avrebbe odiata.

"E il suo rifiuto per i viaggi ha avuto a che fare con la paura di perdere la sicurezza della protezione materna?" A volte ho il sospetto che tutti i marchingegni elettronici siano d'accordo per prenderti tranquillamente per i fondelli. Ma che protezione materna! quella con la scusa dei pettorali e dei glutei metteva a repentaglio quotidianamente la mia esistenza.

Per fortuna non dovevo rispondere niente alla biondona (mozzafiato). Il collegamento diretto col computer mi evitava di mettere in parole abbastanza grevi le risposte alle sue farneticazioni. Ma devo dire che la mandai più volte a dar via i chip ottici.

Il responso del cervellone, quello che coordinava questa bella seduta, fu che soffrivo di una grossa dose di mammismo (sic!), che provavo una leggera passione morbosa per mia sorella (arisic) e che si consigliava un'immersione nell'ambiente di star wars (ohibò), un ambiente derivato da una serie di vecchi film intellettualoidi (e che quindi non conosceva nessuno). I possibili contenitori erano tre, la principessa Leila (o Leyla), un certo Luke Skywalker e un certo Hans Solo.

Leila (o Leyla), bietolona e inutile, era l'ideale per esperienze tranquille e tranquillizzanti, non era di rilevanza alcuna che fosse personaggio femminile in quanto di femminile in senso sessuale non aveva proprio niente. Il Luke, senza madre e con un padre un po' problematico, innamorato della bietolona nonché fratello della stessa, si consigliava per una immedesimazione realistica. Il Solo, avventuriero suo malgrado, innamoratello della bietolona e sempre nei guai era consigliato per una immersione indimenticabile.

Devo dire che rimasi deluso fin sotto i calzini (con un buchetto sul pollice; dalla dipartita della cara mamma trovavo divertente fare quello che mi pareva). Senza volerlo riconoscere, avevo deciso questa immersione per scopi piuttosto prosaici e goderecci. L'idea trainante di tutto il movimento era la possibilità di qualche bella esperienza porcellona, senza fatiche e senza tanti impegni.

Ed ora questo computer mi consigliava Luke, fratello della bietolona e quindi votato alla più umiliante castità. Decisi per Solo, almeno qualche speranza l'avrei dovuta avere, anche se con una bietolona. (E poi, che cosa avrà mai significato bietolona?)

La ragazza ringraziò il computer, lo chiamava Dino, e quello per tutta risposta snocciolò due o tre versi.

"Grazie," diceva lei, e si avviava a condurmi via e lui, tranquillo, continuava imperturbabile i sui versi, come un attore gigione che non capisce quando è il momento di farsela finita.

"E' in voga tra gli elaboratori strutturare la propria personalità sulla base di qualche poeta del passato." Sentì il dovere di spiegarmi la mia ammiratrice sintetica. "Un grosso passo avanti, se si pensa che per un periodo è andato di moda come modello il cavaliere di ventura... questo qui va pazzo per la produzione artistica di un certo Dino Campana."

"Non lo conosco." lo dissi quasi che, pur essendo un grosso intenditore, mi fossi imbattuto in un nome molto raro che non ero tenuto a conoscere. La signorina Sorrisini Facili non fece mostra di sapere che nel campo della letteratura ero ignorante come una scarpa rotta.

Disse soltanto: "Si dice che fosse abbastanza matto." Mi venne spontaneo chiedermi chi era più matto, se il poeta o il computer.

"Aveva pubblicato un libro a spese sue e lo vendette lui, copia per copia. Se l'acquirente gli andava a genio, bene, altrimenti prima di dargli il libro gli strappava qualche pagina."

Se avessi guardato con più cura ai fatti attorno a me...

vvv

Non penso sia poi tanto igienico stare a piangere sul latte versato. Scelsi Solo e passai una settimana ad immettere informazioni sul viaggio spaziale, sulla manutenzione di un'astronave e sul modo di corteggiare una principessa un po' bietolona. Capii anche che il termine bietolona indica una sessualità pari a quella, appunto, di una pianta di bietola (lessata). Il mio sogno porcellone stava subendo un ridimensionamento spaventoso. Speravo ancora in qualche attricetta secondaria, un po' pettoruta e cicciona.

Tra prove e controprove arrivai al momento dell'immersione.

"Signore," diceva il computer (per nulla al mondo lo avrei mai chiamato Dino), "Si vede benissimo che lei è emozionato, è la prima immersione. Si rilassi, non ci sono problemi, si rilassi, pensi che sono qua io e che ho tutta la situazione sotto mano..." (ed è questo che mi preoccupa più d'ogni altra cosa, anche più della bietolona!)

"Pensi, posso intervenire in ogni momento e modificare la tessitura per farla sentire a suo agio, per far procedere l'azione secondo i suoi desideri psichici..." (povero me, il problema bietolona stava passando in diciottesima fila!)

"Non ci sarà nessun problema fisico per lei, neppure in caso di morte, del personaggio naturalmente non sua, in quanto il suo io agente sarà solo una proiezione virtuale, sa come funzionano queste proiezioni virtuali! Lei è là ma non..." (oddio, anche un computer chiacchierone, oltre che matto, il problema bietolona non esisteva più.)

"... e poi deve sapere che controllo tutti i suoi pensieri!" (oh cazzo!)

Provai una sensazione di gelo, di freddezza intellettuale. Mi illusi che si trattava del procedimento di immersione.

I collegamenti erano pronti e non abbi più tempo di riflettere.

Ad un tratto fu tutto buio, poi fu come se lentamente si accendesse lontano lontano una luce molto fioca che impercettibilmente iniziò ad avanzare e ad aumentare di intensità. Mi trovavo in immersione con un computer che aveva tutta la situazione in mano, che poteva intervenire in ogni momento e modificare la tessitura per farmi sentire a mio agio e far procedere l'azione secondo i miei desideri psichici e che, unico piccolo neo, era matto come una delle capre più matte del mondo. C'era proprio di che starsene buoni e tranquilli e, soprattutto, rilassati.

vvv

Mi accorsi subito che c'era qualcosa che non andava. La luce ormai aveva illuminato tutta la scena e quello che era strano era che tutto appariva in bianco e nero. Un fatto tutt'altro che naturale. Qualcosa che sembrava un grosso insetto mi volava attorno agli occhi. Li strinsi, gli occhi, più volte per cercare di entrare bene nell'immagine, ma il mondo attorno a me restava in bianco e nero. Cercai di capire dov'ero finito. Un bancone con un nastro trasportatore mi stava di fronte e avevo due attrezzi in mano per avvitare dei bulloni.

E tutto l'indottrinamento sul volo ad hyperspazio? e il flusso di Rodax? e i servomeccanismi ottici?

"E' uno scherzo forse?" Sapevo che il matto era là ad ascoltarmi (e a ridere?). "Posso sapere di che scherzo si tratta?" Silenzio.

Silenzio!

Solo adesso mi accorsi del silenzio, o meglio dell'anomalia sonica, come sicuramente il cervellone avrebbe detto. Tutto intorno a me c'era un viavai di operai, di macchine e di strumenti, ma nessuno produceva il benché minimo rumore. Silenzio. Si sentiva solo da lontano, come fuori campo, la musichetta pallosa ed ossessionante di un pianoforte.

Bisogna ammettere che la cosa incominciava a darmi sui nervi.

Aprii bocca per dare del cornutaccio al signor Dino e mi accorsi di non riuscire a parlare. O meglio parlavo ma non emettevo alcun suono. Chi dovesse pensare che incominciavo ad impaurirmi si sbaglia, ero impaurito da un bel pezzo. Mi guardai attorno. Tutti parlavano senza emettere suoni e, forse per conseguenza, si sbracciavano in gesti e pose melodrammatiche.

"Ma dove sono finito?" riuscii a pensare. Il fatto che riuscissi ancora a pensare non mi era di sollievo alcuno. I bulloni che dovevo avvitare andavano troppo veloci, sbattevo con uno vicino a me, un tipo baffuto col viso da caricatura. Quello mi prendeva a botte sulla testa. Mi ritrovavo al punto di partenza e i bulloni da avvitare. Andavano troppo veloci, sbattevo col baffone, mi picchiava. Bulloni, veloci, battevo, botte... bulloni, battuta, botte... bullone, battuta, botte... La bietolona, dov'è la mia bietolona! E qui si è incantato tutto... bullone, battuta, botte, bullone battuta botte, bullonebattuttabotte, bullonebattuttabotte, bullonebattuttabotte, bullonebattuttabotte...

"Si chiama tempi moderni, è una realizzazione del periodo muto del cinema. Un capolavoro." Il cornutaccio ostentava una voce squillante e sicura, quasi beffarda.

"Ho pensato ad un piccolo cambiamento di ambientazione. Spero non le dispiaccia. Anche perché al mio manuale di storia del cinema sono andati persi dei file... proprio quelli di Star Wars. Mi ero scordato di dirglielo durante la seduta. Ma sono convinto che il cambiamento non le dispiaccia. Chaplin è stata una grossa star del cinema..."

Ma brutta carogna d'un ammasso di chip ottici, io ti spacco... Cosa? Che vuoi spaccare ad uno che ti tiene in pugno che ha tutta la situazione in mano, che può intervenire in ogni momento e modificare la tessitura per farti sentire a tuo agio, per far procedere l'azione secondo i tuoi desideri psichici... e poi come fai a sfogarti con qualcuno se non puoi strillargli quanto è stronzo?

Puoi pensarlo intensamente, sì, va be' ma non è la stessa cosa.

"Sa una cosa," mi diceva il cornutaccio. "C'è un racconto di fantascienza che si intitola Non ho bocca e devo urlare. E' un po' la sua situazione, solo che la bocca ce l'ha e non può urlare."

bullonebattuttabotte
Ci sarà mai una fine?

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