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MORTE AL CREPUSCOLO

Inserito Lunedì 06 febbraio 2006

Narrativa un racconto di Giuseppe Iannozzi





“Il cristianesimo e l’alcool sono i due più grandi agenti di corruzione.”
F.W. Nietzsche, L’Anticristo


“Io sono interamente corpo, e nient'altro; l'anima è soltanto una parola per indicare qualche cosa che riguarda il corpo.”
F.W. Nietzsche




Se mai dovesse capitarvi di dover chiedere ad una donna di amarvi, con cautela: c’è il serio rischio che, alla fine, vi ami veramente con tutta sé stessa.

* * *


Daniel uscì dalla toilette rosso in volto. La collera lo dominava ancora. S’apprestò al bancone del bar e ordinò un whisky che subito gli fu messo davanti al naso; il barista, un tipo piuttosto giovane, non lo degnò d’un solo sguardo. Daniel prese il bicchiere in mano, e subito giù lungo il gargarozzo: lo buttò dentro allo stomaco rapidamente quasi avesse a che fare con il calice d’un veleno esiziale. Poi lasciò ciondolare, lentamente, il capo sul petto: chiuse gli occhi e cercò di ricordare cos’era accaduto pochi istanti prima.

“Come vuoi che te lo faccia?”
“Con la bocca. Solo con la bocca. Niente mani.”
“Ti costerà.”
“Tutto costa. Anche l’amore e l’odio.”
“E il sesso.”
”Con o senza ingoio?”
”Con.”
”Allora il triplo.”
“Sì, d’accordo. Ma datti ‘na mossa. Meno chiacchiere.”
“Non ti eccita sentirmi parlare?”
”No. Tappati la bocca e fallo!”
Lei glielo prese in bocca. Glielo lavorò bene, prima dolcemente, poi affannosamente. E lui venne nella bocca di lei. Poi l’ingoio, mentre gli occhi neri di lei guardavano quel cliente implacabile che teneva le callose mani ancorate sulla testa di lei. I loro sguardi s’incontrarono nell’esatto preciso momento in cui lei lasciava scivolare il seme di lui dentro alla strozza, giù fino allo stomaco. L’uomo trasse un sospiro quasi di sollievo: gli pareva d’essersi liberato d’un peso enorme, d’aver finalmente consegnato il testimone dopo una lunga corsa a chi dopo di lui avrebbe continuato la staffetta nel nome suo anche, fino al traguardo qualunque fosse, se uno ce n’era.

* * *


Depose un paio di monete sul bancone, rabbiosamente. Poi scivolò via oltre la porta del nightclub per incontrare il freddo alito della notte. Il buttafuori gli urlò contro qualcosa, ma le parole sfiorarono appena l’orecchio di Daniel. Fece finta di voltarsi ed invece accelerò il passo. Una volta che si sentì al sicuro, dopo aver percorso a piedi un paio di isolati, s’arrestò e vomitò un vaffanculo fra i denti serrati.

“Puttana!” - le gridò addosso: “non avresti dovuto farlo.”
“Non m’era mai successo.”
“Hai vomitato. L’hai vomitato. Vomitatooo…”
“Si vede che sono indisposta.”
“Porco dio! T’ho pagata o no? ed allora, perché?”
“E’ la prima volta.”
”E proprio con me?”
”E’ la prima volta. Che vuoi che ti dica?”
“Non avresti dovuto farlo.”
“Senti, bello, te l’ho staccato il pompino con l’ingoio. Se m’è venuto da rimettere, cazzi tuoi.”
“Lo dovevi digerire, porco dio!” E tirò un calcio contro la porta del cesso: un’eco franosa si diffuse e si spense presto nell’aria. La donna rabbrividì: temeva che le mettesse le mani addosso, ma Daniel si limitò a bestemmiare quasi piagnucolando. Era livido di rabbia e amarezza: glielo si leggeva in viso.
“Te li ridò i tuoi fottuti soldi.”
”Fottiti…” - berciò Daniel gettandole addosso severo sguardo di disprezzo. “Ormai la frittata è fatta.”

Una voce: la conosceva, era quella del buttafuori. L’aveva seguito. Non ebbe tempo di porsi domande né di ragionare sul perché quello lì ce l’avesse proprio con lui. Però sapeva che doveva darsela a gambe. L’alcool gli aveva fatto le gambe appena appena deboli, ma il cuore in petto era martellante di rabbia; e nella testa il ricordo del fallimento - unico risultato ottenuto insieme alla puttana - non s’era quietato ancora. Era corpo di rabbia quello che viveva: per un momento pensò d’affrontare il buttafuori, di darsi via in una violenta scazzottata. Ma qualcosa dentro di sé lo trattenne, un pensiero: ‘Non ti puoi far spaccare la faccia. Ti serve. Ti serve, coglione.’ Ed allora prese a correre senza guardarsi indietro: la notte l’avvolgeva tutto col suo cielo privo di stelle ma ribollente di nebbiosi fiati e umbratili sagome. Dai caseggiati circostanti l’eco fievole e sinistra della vita prima di spegnere la lampada sul comodino, in strada la luce innaturale e sporca dei lampioni: dovunque posasse lo sguardo incontrava soltanto una luce non vera, più tremenda d’un assoluto buio. Nella precipitosa fuga urtò sagome di uomini cose ed entità sconosciute. Un paio di volte rovinò a terra rischiando di spaccarsi il muso da sé: graffi sulle mani e ginocchia sbucciate come quand’era bambino, solo che adesso lui era un uomo bell’e fatto.

* * *


Finalmente a casa. Si buttò sul divano e subito accese la televisione. Era ridotto male, ma la faccia era integra, solo le mani e le ginocchia erano sanguinanti: sembrava che avesse le stimmate. Fece un po’ di zapping, poi si fermò sul canale della CCN: il Papa stava morendo. Cambiò canale, non gli interessava. Buttò la testa all’indietro per incontrare la severità scrostata del soffitto: rimase con lo sguardo perso per alcuni indefiniti istanti, mentre la tele continuava a vomitare musica guerre quiz. E s’addormentò.
Quando si svegliò, improvvisamente, sentì che il corpo gli era tutto un dolore: sentiva freddo. La vista gli s’era annebbiata: aveva aperto gli occhi e quelli s’erano accessi ma pieni di nevischio.
Sentiva una voce, era nella sua testa: “L'ideale avvelena ogni possesso imperfetto, e nell’amore ogni possesso è imperfetto e ingannevole, ogni piacere è misto di tristezza, ogni godimento è dimezzato, ogni gioia porta in sé un germe di dubbio, e i dubbi guastano, contaminano, corrompono tutti i diletti come le arpie rendevano immangiabili tutti i cibi a Fineo.” (*) Cercò d’alzarsi, ma subito ricadde seduto sul divano come una marionetta: i suoi nervi non rispondevano, erano semplici fili tagliati. Provò di nuovo ad alzarsi: resistette in piedi non più d’un secondo, poi rovinò a terra incontrando il freddo duro pavimento. Il colpo lo sentì tutto: era caduto di faccia. Il naso rotto: un rivolo di sangue s’allargava in un fiume sul bianco sporco delle mattonelle. La bocca aveva perso almeno due denti, due incisivi: li sentiva deposti sulla lingua incapace di dire un solo ‘ma’. Dentro di sé bestemmiò e urlò. E continuò ad urlare per un tempo che gli parve infinito. Avrebbe voluto spegnere gli occhi, levarsi di torno il nevischio, ma niente. Era paralizzato, completamente. Solo il cervello era tremendamente lucido. In uno spasmo vomitò anche l’anima: i denti saltati affogarono subito dentro al vomito e al sangue. Daniel pensò che era giunta la sua ora: ‘Morirò come un cane, qui, soffocato da me stesso. Dal mio corpo che mi rifiuta, che se ne esce via. E c’ho una faccia da schifo, rovinata per sempre.’
All’improvviso il nevischio che era nei suoi occhi cessò di colpo: sol più gli si presentò davanti un vuoto, una nera spugna. E in bocca il sapore agrodolce del sangue e del vomito mischiati si fece spugnoso, ben più che disgustoso: fu come se gli avessero ficcato nel cavo orale una spugna imbevuta di aceto e ammoniaca. “Ed era solo, col suo stupore,/ fra le creature senza meraviglia/ - per le quali esistere e trascorrere era sufficiente” (**): questi versi gli trapanarono il cervello, li conosceva, li aveva sentiti tanto tempo fa quando frequentava una ragazza cattolica, una che diceva a tutti d’esser una poetessa. Li conosceva: erano versi d’una poesia di Karol Wojtyla. Magdalena amava i versi di Woityla sopra ogni cosa, e le rare volte che fottevano lei li ripeteva come una prece, li ripeteva mentre lui veniva dentro di lei, mentre lei fingeva di godere. No, non fingeva: godeva, ma non per il membro d’uomo che aveva nella figa: lei era in estasi per quei versi che masticava. Per Woitjla.

“Ti piacerebbe, come Marilyn.”
”Mi piacerebbe.”
”Ti piacerebbe - lo so - una Magdalena-Marilyn.”
“Sì.”
“Tu ci credi nel Paradiso?”
”Credo… credo nella tua figa spalancata. Sì, così ci credo.”
“E’ già sera. Il muro umano a tratti s’apre in un volto/ di passante - poi luci delle finestre lo spostano/ poco più in là - / ora stretto, ora allargato. Continuo./ Lo sguardo a malapena si stacca dal muro buio. Semplice.” (***)
“La tua bocca, la tua figa, sono uguali. E’ così semplice, maledizione!”


* * *


Jude si stava grattando la pelata, quando una voce di donna che conosceva bene lo fece sobbalzare dalla poltrona dov’era accomodato.
“Allora, l’hai beccato?”
“No.” Era in serio imbarazzo.
“Come mai?”
”Ad un certo punto l’ho perso.”
“Un pezzo di marcantonio come te ha perso quella nullità. Non ci posso credere.”
”Non è stata colpa mia.”
”E di chi allora?” - gridò la donna: “dovevi fargliela tu la festa, o sbaglio?”
”Non è stata colpa mia” - ripeté Jude alzandosi, mettendo in mostra il suo enorme corpo, ma in quel momento più delicato di quello d’un bambino. “Ho fatto del mio meglio, ma quello s’è volatilizzato.”
”Che cazzo significa? Nessuno sparisce di punto in bianco. E tu gli eri alle costole, o sbaglio?”
“Gli ero alle costole” - confermò Jude. “Ma è successo qualcosa di strano.”
“Strano come?”
”Una nebbia.”
La donna subito gli menò un sonoro schiaffo tenendo i suoi occhi viperini ben dentro a quelli dell’uomo, che solo accusò senza osare un fiato.
“Una nebbia: c’è sempre in questo cazzo di paese.”
Jude tossì brevemente per schiarirsi la voce, intimidito: “Non era normale. Era più un nevischio. Hai presente la tele quando non si vede bene? Un nevischio così… L’ha ingoiato.”
“Tu sei fuso più d’una pera caduta dall’albero”
Jude ristette: non aveva capito affatto che intendesse dire la donna con quelle parole.
“Ti giurò che è andata così.”
“Sì, ti credo.” E prese a ridergli in faccia, con disprezzo. “Adesso, secondo te, che dovrei fare io?”
”In fondo t’ha pagata.”
“M’ha offesa, profondamente.” - specificò la donna. Finse una lagrima sul viso, e aggiunse: “Non gliela posso perdonare.”
Jude scosse la testa: non capiva, non gli riusciva proprio di capire. “Non hai mica abortito, hai solo vomitato. E’ differente. Cioè, è diverso.”
Lei lo incenerì con gli occhi: “Tu devi obbedire. Credere e obbedire. Non ti viene chiesto altro. Credere e obbedire e combattere: cacciatelo bene in testa, se una briciola di cervello c’è rimasta ancora in quella zucca pelata.”
Jude s’offese, ma rispose piagnucolando quasi: “Non sono pelato. Sono uno skin, è diverso.”
“Sia come sia, l’hai perso.”
“Morto un papa te ne fai sempre un altro. E’ questo il problema.”
La donna, senza esitazione alcuna, immediatamente gli puntò l’indice affilato contro il pomo d’Adamo: l’unghia rossa penetrò dentro quasi. Lungo il collo nerboruto dell’uomo prese a scendere una lagrima di sangue. “Non ti osare mai più…”
Jude balbettò, poi chinò il capo mansueto e solo disse: “Credere e obbedire e combattere.”

* * *


“Una cosa è chiedersi se un amore è vero, altra se è utile. Io sono fermamente convinto che gli amori, come sono dannosi, così sono falsi.” (****) Jude guardò il cartello appeso al collo del Predicatore, un tipo allampanato con due occhietti da furetto, alto e magro come un frusta. Fece per tirare lontano, quando si sentì chiamare: “Tu, tu cerchi qualcuno.”
Jude annuì col capo perché era vero, lui cercava un uomo.
“Tutti noi cerchiamo qualcuno” - continuò il Predicatore. “Tu chi cerchi? Per quale motivo? Amare o uccidere?”
“Che te ne frega?”
“Io so dove lo puoi trovare.”
Jude s’avvicinò al Predicatore prendendolo per il bavero dell’impermeabile, sollevandolo da terra tanta era la rabbia che gli covava in corpo: “Tu non sai un cazzo.”
“Tu cerchi Daniel…” - bofonchiò il Predicatore.
Era vero. Come diavolo faceva a saperlo?
“Sei un suo amico?”
”Quelli come me non hanno amici.”
Jude lo squadrò: poteva credergli. Nessuno sarebbe mai stato amico d’un attrezzo del genere.
“Ed allora come lo sai…” Ma non era una domanda. Solo un’osservazione.
”Io so e basta.”
Jude allentò la presa: “Parla!”
“E’ a casa sua.”
“Dov’è questa casa?”
”Prima dovresti morire per raggiungerla. E’ questo che vuoi veramente?”
Jude sbiancò: “No, morire no.”
”Ed allora non lo potrai incontrare.”
“Io devo incontrarlo.”
“Quando il Crepuscolo, forse, forse potrai vederlo per un istante. O per l’eternità. Ti dovrà bastare.”
“Io devo averlo tra le mie mani. Lo devo scortare dalla mia Padrona.”
“La tua Padrona è forte. Ma è anche stupida. Non si può avere un uomo morto se non si è disposti a prendere con sé anche il corpo stesso della Morte.”
“Allora glielo porterò con il corpo della Morte.”
”Sì. Prima però dovresti morire. Sei così fedele alla tua Padrona? pronto a morire per lei?”
Jude stava per rispondergli malamente. E s’accorse che fra le mani stringeva solo il vento.

* * *


“Ti piacerebbe, come Marilyn.”
“Dio, sì. Mi piacerebbe il tuo corpo così, la tua anima così. Ma non lo sei. Non lo sei.”


* * *


Daniel era sulla linea del Crepuscolo. Un’Ombra Bianca riposava proprio lì. E lui poteva vederla chiaramente, ma non sapeva dire a chi appartenesse.
“Chi sei tu?”
Nessuna risposta.
“Dove mi trovo?”
Nessuna risposta.
“Sono morto?”
Nessuna risposta.
Cercò di avvicinarsi all’Ombra, ma i suoi passi si muovevano all’indietro.
“Perché? perché a me?”
Silenzio di tomba. Poi in risposta un bisbiglio appena percepibile: “Per lo stesso motivo per cui io sono qui.”

* * *


Jude era stato legato e imbavagliato: il suo corpo nudo legato per mani e piedi al letto disegnava una croce. La Padrona era sopra di lui e glielo teneva in bocca, glielo succhiava. Ma Jude non veniva.

Con la bocca glielo staccò di netto. Uno zampillo di sangue prese a schizzare come da una fontana: “Se non posso mangiare il tuo seme, allora berrò il tuo sangue.”

E bevve. E vomitò anche l’anima. Accadde come con Daniel: vomitò. Non le riuscì di digerire il sangue.

Jude era tornato dalla Padrona con la coda fra le gambe. Di morire non ne aveva alcuna voglia; e sogno o allucinazione, il Predicatore gli aveva messo il terrore addosso. Come poteva sospettare che facendo dietrofront avrebbe fatto suo il corpo della Morte? Come?

* * *


“Per lo stesso motivo per cui io sono qui.” - ripeté l’Ombra Bianca.
“Io la conosco la tua voce. L’ho già sentita.”
“Sì, e io conosco te.”
“Chi sei?”
”Non è importante. Non più. Tu sai forse chi sei? No, non lo sai, non veramente. Siamo sulla stessa barca.”
“Non lo so, non lo so più.” - ammise Daniel. “Ma non è questo il mio posto.”
“Non è neanche il mio.”
”Com’è capitato?”
“Una donna.”
”Ah! Credo che sia stato così anche per me.”
“Se ti portassi da Lei, dalla mia Padrona…”
“Che cosa, se mi portassi…?”
“No, non ne vale la pena. Ormai non cambierebbe…”
“Chi? Che cosa?”
“Niente. Niente.”
E fece per allontanarsi, ma Daniel cercò d’avanzare, di rincorrerlo. “Tu sei il buttafuori! Io ti ho riconosciuto. Perché m’inseguivi? perché? E’ così tanto brutta la mia faccia?”
Non venne risposta. Daniel però continuò ad inseguire il buttafuori. E ogni passo in avanti uno indietro per il momento, per l’eternità.

* * *

[ …il corpo del racconto è qui troncato, è qui ingoiato… ]


O se preferite, questa è la FINE.





(*) Gabriele D’Annunzio, da “Il piacere”
(**) versi da una poesia di Karol Wojtyla
(***) altri versi da una poesia di Karol Wojtyla
(****) riadattamento di un pensiero di Bertrand Russell da “Perché non sono cristiano”

 


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