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IL GUARDIANO DELLA FIAMMA

Inserito Martedì 28 febbraio 2006

Narrativa un racconto di Andrea Aroldi

Il vecchio percorse il corridoio del Mausoleo Bianco, ma non raggiunse la Sala Centrale, non quella volta.
I suoi occhi rossi volevano osservare l’esterno quel giorno, quindi attraversò il piccolo arco e uscì.
La landa sottostante non gli era estranea, anche se poche volte ormai era uscito per osservare il tetro e vuoto panorama. Anche il cielo vuoto e buio conosceva e tempo fa, quanto ormai?, lo aveva intimorito e come strangolato: era sempre così vuoto e buio, quel lontano pianeta non era rischiarato da nessun sole e le stelle erano troppo lontane, quasi indistinguibili.
Eppure era proprio per quel motivo che era uscito dalla sua dimora, per sentirsi solo, anche se non divideva il grande mausoleo con nessuno, voleva assaporare un vuoto più grande, più silenzioso.
Il vento, l’unico suo compagno, gli agitava la veste e accarezzava il suo viso solcato da innumerevoli righe, illuminato da quei due occhi rossi così desiderosi di vita e luminosi come rumorose feste primaverili. Tra i suoi capelli ogni anno germogliava un fiore: era un fiore strano, scuro e spinoso, ma era parte del creato e lo amava anche quando, morente, si rattrappiva e, divenuto secco, cadeva. Ne moriva uno per lasciar posto a un nuovo fiore.
Il Mausoleo era silenzioso quel giorno, o quella notte?, il vento s’era fuggevolmente presentato nei corridoi di marmo rosa che portavano alla grande Sala Centrale, portando profumi e rumori di terre lontane ormai disabitate, rumori di una terra morta in un Nulla poco distante dal pianeta.
Anche se gli ricordava quanto poco vi fosse fuori dalle mura della sua volontaria prigionia, era sempre ben accolto. Amava il sibilo che si gonfiava nei crocevia dei corridoi, per poi gettarsi nei condotti che sfociavano di nuovo nella landa o verso il cielo, ripresentandosi, imboccato uno dei corridoi diretti, come una leggera brezza nella Sala Centrale, timido e unico pellegrino di quelle terre non più popolose.
Il vecchio ripensava ai giorni così lontani quando, ancora giovane, aveva visto l’ascesa della Follia nei cuori dei suoi simili, follia che era coincisa con il periodo di massimo splendore tecno-scientifico. Ogni barriera era stata superata, ogni traguardo raggiunto, ogni problema risolto. Solamente la superbia non era stata vinta, l’orgoglio del singolo che non diminuisce con l’aumentare della prosperità, ma che invece ingigantisce sempre più, sempre più. La crescita interiore s’era fermata, l’odio aveva avuto il sopravvento colmando la misura: l’autodistruzione era stato il suo frutto maledetto.
Avevano potuto guardare oltre la loro meta, vi avevano trovato quella cosa che spaventa ogni società in veloce ascesa: uguaglianza, stabilità, cessazione di ogni potere personale.
Non avevano potuto fare marcia indietro, era troppo tardi: i loro organismi erano già mutati, i poteri maturi, la mente piena ancora di odio per gli “altri”.
I suoi occhi avevano visto tutto questo, rimanendo offuscati dal dolore.
Ricordava ancora la fuga quasi indisturbata dal pianeta dove forze terribili erano già all’opera per il possesso di quella scheggia di materia, primo gradino di una conquista senza limiti. Era quindi decollato senza troppi problemi recando con se tutto il patrimonio culturale della sua razza e s’era diretto verso un ignoto che era sembrato troppo grande per riuscire ad annegare il suo dolore. Era approdato a quel pianeta spoglio, dove aveva potuto ricominciare i suoi esperimenti. Aveva costruito il Mausoleo Bianco, l’ultimo grande esperimento.
La Follia lo aveva raggiunto, nonostante la grande lontananza, ma inutilmente, come inutilmente era poi terminata, lasciandosi dietro solo la distruzione di un popolo superbo.
- Quanti ricordi – mormorò la sua voce gracchiante, aveva ormai poca dimestichezza con le proprie corde vocali, lasciate a riposo.
La strada che attraversava la landa era grande e vuota, solo il vento la percorreva, giocando nei crateri di soli atomici, le uniche luci che avevano illuminato quelle terre, per venirgli a dire quello che da tempo sapeva: che era solo, sempre solo.
Rientrò e si diresse verso la Sala Grande.
I corridoi erano innumerevoli e si dipartivano a raggiera dalla Sala, fulcro di tutto il Mausoleo. Molti corridoi si intersecavano come archi di circonferenza, perché la costruzione era rotonda e non aveva altre stanze che si aprivano su di essi, formando cerchi concentrici sempre più piccoli, fino all’unica stanza della costruzione: il suo centro, il cuore.
Il vecchio non dormiva mai, aveva da tempo superato quel bisogno materiale, come tutti gli altri. La sua vita era un’eterna veglia.
Il suo passo era lento, anche il tempo aveva perso ogni significato all’interno di quella costruzione bianca, rilucente di luce immateriale e indefinita, senza ombre a turbarne la purezza.
Seguendo per un poco i corridoi più esterni, il Grande Cerchio Doloroso, il vecchio rivide ciò che la sua grande civiltà aveva saputo creare. Rivide i dipinti, le sculture, le… armi così terribili a vedersi. Le immagini olovisive gli raccontavano una vita ormai lontana e diversa, una vita terminata. Si soffermò innanzi a ogni riproduzione esposta lungo le pareti di quel corridoio, il più triste.
Non lo aveva visitato da…, aveva cercato di negarne anche l’esistenza, ma quel giorno era diverso, qualche cosa di importante era nell’aria, palpabile nell’immobilità del silenzio.
La sensazione non lo abbandonò fino a che non varcò l’arco della Sala Grande, scemando via via quando gli occhi si posavano sui bracieri allineati alle pareti, tutti accesi.
Erano dodici, ma ricontandoli avrebbero potuto essere ventiquattro o solo sei. Di certo non avrebbe mai potuto passare da un braciere all’altro percorrendo il muro circolare solcato di porte. Non sarebbe mai tornato al punto di partenza.
In quel locale agiva una sorta di anomalia strutturale, poiché solo dal centro si poteva osservare l’ampiezza della sala, la sua forma circolare. Da ognuno dei bracieri si vedeva solo il centro, mentre la parete a sinistra e a destra diventava diritta e infinita, solcata da bracieri, negando la forma circolare.
Il vecchio sorrise nel vederli tutti accesi e scoppiettanti, vitali sulle braci mai alimentate.
Ve n’erano di poco vispi, ma la loro luce era ugualmente viva. Li curava tutti amorevolmente, stando di fronte ad essi e osservandoli benignamente, intensamente, trasmettendo la sua grande voglia di vivere.
Si sedette al centro, tracciato con una grande croce nera, dove un braccio era stato sostituito da un punto interrogativo, e osservò il marmo rosa tenue. Stette fermo molto tempo, ricordando ancora le esplosioni che avevano spazzato il suo pianeta natale prima e quello poi.
Le fiamme danzavano alte, cibandosi del suo sconforto e bruciando quella parola che non doveva mai venir pronunciata né acquisire valore in quel luogo: MORTE.
Già le vedeva luminose, allegre e chiacchierine.
Il vento si presentò, giocando con esse e allietando con la sua presenza il solitario guardiano, così desideroso di sentirsi finalmente appagato.
Il fiore tra i suoi capelli si fece meno scuro, gli aculei meno aguzzi, il gambo si raddrizzò e la corolla sparse il suo gradevole aroma.
Il vecchio non si avvide di questi cambiamenti, stava ascoltando il suo impalpabile messaggero, che sempre si presentava anche se a mani vuote. Quella volta non s’era presentato invano, portava un rombo lontano, basso e potente. Un rombo che parlava di una grande potenza, ma controllata, un rombo estraneo.
Si alzò e percorse il viale che era stato latore di una così grande notizia.
Raggiunse presto l’esterno e puntò lo sguardo sulla landa.
Basso sull’orizzonte una luce stava muovendosi lentamente. Il vento era rinforzato per portargli notizie più fresche, senza disperderle nella costruzione.
Il rombo era altissimo e fece fremere l’aria tutt’intorno, ma il vecchio non si accorse di tutto ciò.
Per la prima volta un ricordo preciso s’era materializzato. Era il ricordo di gigantesche astronavi che solcavano i cieli, portando distruzione e morte, ma anche progresso e ricchezza.
Il vento, rafforzandosi, voleva cercare di trattenerlo, di avvisarlo, inutilmente.
Mosse i primi passi in direzione della luce che stava ingrandendo, iniziò a correre sempre più velocemente, scansando con le mani quel messaggero impalpabile che lo stava ostacolando, quando vide due piccole figure simili a lui scendere dalla scaletta che era stata calata al suolo dalla regina dei cieli, ormai ferma sul suolo vetrificato.
Corse loro incontro, uscendo dal paradosso materiale che circondava e costituiva il Mausoleo Bianco, invisibile.
Corse anche quando gli venne puntata addosso un’arma. Ruzzolò quando il raggio laser lo colpì allo stomaco, tagliandolo quasi a metà. Solo allora rinsavì, per un attimo, troppo tardi. Riuscì solo a gridare alle due figure che lo stavano guardando, chiuse nelle tute per l’attività extraveicolare:
- Pazzi, chi curerà ora le fiamme? Chi darà loro energia per vivere? Quanto durerà la vostra fiamma se io… -

L’astronave ripartì, lasciandosi dietro il vecchio ancora disteso al suolo. La radioattività era troppo elevata per giustificare una sepoltura, il corpo si sarebbe ben presto disgregato.
- Chissà cosa avrà voluto dire –
- Dei fuochi? Bah, è già tanto che abbia potuto resistere senza tuta. Non sono stati rilevati edifici e la radioattività era elevatissima, lo era anche per noi. Aveva la mente e il corpo bruciati, stava agonizzando. Mi domando da dov’era uscito –
- Chissà a cosa alludeva, per lui doveva essere importante, quell’accenno alla nostra fiamma. Parlava forse dei reattori? –
- Sì, proprio di quelli! – e rise stupidamente.
L’astronave accelerò e abbandonò quel settore solitario di universo. Il pianeta non venne neanche annotato nel rapporto inviato a TERRA 9. avevano incontrato un pianeta senza sole, morto in una sezione di spazio così solitaria che mai ci sarebbero ritornati, se non casualmente com’era accaduto a loro attratti da una strana anomalia sui loro strumenti che aveva rivelato loro la presenza di quel pianeta. Un strana luminosità, di cui non avevano potuto rivelare l’origine, li aveva guidati proprio in quella parte di emisfero.
Era la luce di miliardi di bracieri accesi, gli spettri di civiltà viventi. Un braciere per mondo, una fiamma per civiltà, un guardiano per tutte quante, con la voglia di vivere per ravvivare le fiamme nelle ore buie del cammino chiamato evoluzione.
Ora erano soli, nelle mani di uomini ignari e del vento che andava rinforzandosi nei corridoi, latore di una notizia di morte.
Per tutto il Creato?


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