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La gamba del soldato

Inserito Lunedì 01 dicembre 2003

Narrativa Racconto di Giuseppe Iannozzi

Dove sono i generali

che si fregiarono nelle battaglie

con cimiteri di croci sul petto

dove i figli della guerra

partiti per un ideale

per una truffa, per un amore finito male

hanno rimandato a casa

le loro spoglie nelle bandiere

legate strette perché sembrassero intere

Dormono, dormono sulla collina

dormono, dormono sulla collina

Dormono sulla collina, Fabrizio De André


Tempo non definito

Luogo non definito

La gamba gli era stata amputata, ma lui ancora non lo sapeva. Sentiva ancora dolore al piede. Costretto nel letto d'ospedale, il dolore era l'unica realtà che riconosceva. I compagni non avevano avuto cuore di dirgli che una parte di sé era morta, ma Charles sapeva benissimo che sul campo di battaglia aveva perso un pezzo di sé, anche se non sapeva dire se fosse l'intelligenza o il coraggio o, forse, l'umanità. Aveva ucciso perché così gli era stato comandato. Perché sentiva che era un suo preciso dovere. Si era limitato a eseguire gli ordini ricevuti. Perché così gli era stato insegnato. Perché, in fondo, l'insegnamento ricevuto era dentro di sé prima che glielo gridassero nel cervello. Sotto il sudario che avvolgeva la gamba, che più non era se non una proiezione della mente, Charles sentiva che il dolore persisteva e si faceva di minuto in minuto più acuto. Il cerusico, un ometto pelato che parlava con voce stridula quasi fosse tisico, l'aveva visitato proprio quel mattino, scostando le tendine della finestra, e l'aveva rassicurato che presto avrebbe lasciato l'ospedale con le sue gambe.

"Lei è un giovane fortunato. Congedo illimitato, riformato in pratica, mentre fuori tuona la guerra", così gli aveva detto. "A volte penso che voi giovani siate più furbi di noialtri che ci ammazziamo da mane a sera per ripulire il mondo dai dittatori. Voi, con una scusa da poco, vi guadagnate la libertà." Charles non aveva replicato sentendo che la febbre montava il suo corpo stracco e lo legava in una stretta mortale. Si limitò a sorridere forzatamente fissando la gamba nascosta sotto l'archetto di ferro accuratamente ricoperto da un sudario bianco.

"Non si preoccupi per la sua gamba. Quella è il meno!", aveva aggiunto il dottore prima di squagliarsi dalla camera.

Il sole filtrava attraverso la finestra, ma la guerra tuonava e ogni colpo ovattato era eco nel cervello indolenzito come un muscolo. Entrò l'infermiera. Non gli disse nulla: si limitò a fargli la solita iniezione, che Charles sospettava essere morfina.

Non l'avrebbe mai creduto possibile, ma dopo un mese era davvero in piedi e camminava e stava tornando a casa. Sua madre avrebbe pianto, ma un abbraccio non gli sarebbe stato negato. Poi sarebbe seguito il sollievo di sapere che era un eroe e che era vivo, e che il frutto del suo grembo non era diventato concime per la terra impastata di sangue. Luke, Joseph, Tonio l'avevano salutato con le lagrime agli occhi, un sentimentalismo poco virile per dei pezzi di marcantonio come loro, e, alla fine, anche Charles aveva lasciato che una lagrima prigioniera del cuore scivolasse lungo le fredde gote per perdersi sulla punta del mento glabro. "Hai la faccia un po' smunta, ma ti sei ripreso proprio bene", si rallegrò Tonio. "Proprio bene. Marinella sarà felice di riaverti accanto. Goditela anche per noi." E tutti e quattro i compagni avevano preso a ridere complici: la virilità in fiore di Charles era evidente a tutti e tre e ne erano segretamente invidiosi. Si strinsero la mano e così si lasciarono, non prima che Joseph potesse regalargli l'ultima sigaretta. "Te la fumerai quando sarai a casa, alla faccia nostra." Charles aveva sfilato la preziosa sigaretta dalle dita del compagno e mai come in quel momento si sentì consapevole che la guerra è un affare sporco che costringe gli uomini a uccidersi e a fumare le poche sigarette razionate aspettando in trincea la grande falciatrice. Ma lui, lui segretamente aveva sempre sperato di uccidere per una qualsiasi, non lo poteva negare a se stesso, anche se per convenienza, coi compagni, si diceva costretto a farlo a causa del tempo storico che si stava vivendo.

Camminava con passo spedito, anche se il piede ogni tanto gli doleva, ma l'aria fresca dei monti era un toccasana per i polmoni, che per troppo tempo avevano respirato la puzza dell'umano sudore, della creolina, del pus dell'ospedale. Non si sentiva affatto stanco, solo un po' depresso. Ancora navigava nella coscienza, o forse nel ricordo, che in battaglia aveva perso un pezzo di sé. E non sapeva dire assolutamente di cosa si trattasse. Una notte aveva sognato il volto di un bambino vestito della sua nuda innocenza: aveva afferrato senza fiatare la borraccia dell'acqua con le pargolette mani, e poi, improvvisamente, ne aveva rovesciato il contenuto lasciando che fosse la terra a goderne. Era una ossessione come tante che vagava nel suo cervello. Poi c'era il deserto e il fumo e le grida di donne bambini vecchi, e ogni notte il tormento gli si presentava uguale. Per tutto il tempo che era stato all'ospedale, aveva fatto di simili sogni. Non era riuscito ad abituarcisi e ormai era sicuro che la guerra, con la sua necessaria crudeltà, l'avrebbe tenuto ostaggio per il resto dei suoi giorni. Anche la prima sera a dormire sotto una coperta di cielo stellato in mezzo ai monti vicini al suo paese, Charles aveva sognato e si era svegliato madido di freddo sudore con il cuore in panico a battergli nel petto come una granata a cui sia stata strappata la sicura. Poco mancò che gli esplodesse in petto. Sveglio, davanti agli occhi stava ancora il fantasma onirico di una ragazza dai lunghi capelli corvini, il sorriso dell'avorio, ma non era normale perché negli occhi c'era disegnato il terrore e questo accusava lui, Charles, di averlo prodotto nell'anima di lei. E Charles provava terrore del terrore dei fantasmi. Al mattino si sentiva stordito: non aveva riposato bene. Fu tentato di fumare la sigaretta, ma poi desistette perché voleva che fosse il fuoco del camino di casa ad accenderla. In un cielo terso volava una bianca colomba a dispetto dell'eco di morte, che mai si attenuava neanche lì tra i monti. Un pastore l'avvicinò timoroso gettandogli uno sguardo di rimprovero, ma dalla bocca sdentata aperta in un urlo muto non uscì alcuna bestemmia. Charles avrebbe voluto interrogarlo, ma quello era subito scomparso come una visione. Un brivido gli corse lungo la schiena. Un refolo gelido gli penetrò nelle ossa, mentre posava lo sguardo su una stella alpina cresciuta su un tumulo: probabilmente lì era stato sepolto un sobillatore socialista o un nemico o un civile, questo Charles non avrebbe saputo dirlo. Ma era chiaro che, sotto la terra, disteso, giaceva la morte che un tempo era uomo.

Si spinse oltre i monti, camminò fino a quando le forze glielo permisero, ma il giorno sembrava non volesse finire mai. Raggiunse una vecchia chiesa cristiana: la croce del Salvatore proiettava un'ombra sul pavé del cortile. Non ce la faceva davvero più a camminare; quando il prevosto gli venne incontro con un sorriso quasi maligno per invitarlo a riposarsi, non ebbe cuore di rifiutare l'invito. Entrò in chiesa nonostante credesse poco o nulla nel Salvatore, anche se aveva ricevuto una educazione cristiana che mai aveva abiurato per mancanza di coraggio. Per convenienza, questo lo sapeva e non poteva negarlo in fondo al cuore. La mancanza di coraggio era forse stato il motivo che l'aveva spinto a dichiararsi interventista e a partecipare alla guerra come se fosse quello il destino che da una vita attendeva. Ma era vero anche il contrario: un coraggio dissennato l'aveva spinto a farsi assassino. Ma da quando era stato ferito, passata la convalescenza, la guerra se non gli faceva orrore comunque lo disturbava, ma in cuor suo sapeva che se gli fosse stato chiesto di tornare a uccidere, non avrebbe esitato a rispondere affermativamente.

"Selvaggio è il vento. Cenere alla cenere", biascicò il prete. Sempre il sorriso gli rimaneva stampato in volto, un marchio di fede o di sfida, Charles non riusciva a interpretarlo. Era un uomo come tanti altri, ma era strano come la guerra e i motivi che spingono l'uomo a uccidere.

"Figliolo, ti starai domandando tante cose."

Charles fissò l'uomo nero vestito. Aveva parlato, ma la sua bocca non si era aperta, almeno questa impressione registrò il suo cervello. I capelli color dell'argento erano radi sul cranio smunto: due occhietti maligni come quelli di un ginn lo fissavano con morbosa ostinazione e la bocca continuava a parlargli contro, ma non si apriva, la mascella continuava a restare salda alla mandibola. Forse era solo una impressione, un effetto dovuto alla luce negra simile a denso fumo che penetrava nella chiesa, ma Charles non poteva fare a meno di constatare che non era normale.

"Il vento è selvaggio e le ceneri le porta seco il vento. Di questi tempi non si balla più nelle strade e l'umanità è invasore alieno in una terra che più non è." Fu l'ultima cosa che comprese prima di sprofondare in un sonno tormentato da un'orgia di incubi, i soliti che mai l'avevano abbandonato da quando era stato ferito. Svegliatosi cercò inutilmente il prete, ma questi era scomparso. Uscì all'aria fresca per sgranchirsi le gambe, si guardò intorno, ma non una paglia si muoveva, anche se il vento si ostinava a spirare. Ebbe la tentazione di accendere la sigaretta che Joseph gli aveva regalato, ma anche questa volta resistette. Lasciò vagare lo sguardo nell'intorno, ma tutto era quieto, così decise che non era il caso di trattenersi ulteriormente e riprese il viaggio verso casa.

Incrociò una coppia di conigli mentre i piedi pestavano i prati in fiore congelati come in una fotografia. Una gioia incontenibile corse al cuore, ma presto fuggì perché i conigli se li era solo immaginati, altrimenti non sapeva spiegarsi la loro improvvisa scomparsa. Lungo la strada per casa di queste apparizioni ne ebbe molte. Troppe perché la mente non cominciasse ad esser ghermita da una febbre smaniosa, forse primo sintomo di una incipiente pazzia. Lo stesso coraggio dissennato che l'aveva spinto a farsi assassino. Man mano che avanzava, un istinto omicida incontenibile si era promosso a sola ragione di vita nell'anima di Charles, il soldato che tornava ad abbracciare la madre e la morosa.

Troppe erano le apparizioni perché Charles potesse continuare a sopportarne il peso senza tentare di difendersi, ma solo gli era concesso di farsi prigioniero dei ricordi. E così la mente tornò a quando non era un soldato e la vita rideva con lui in osteria insieme agli amici, alle donne, al vino e al fumo delle sigarette.

Le risate saturavano l'aria fumosa della taverna "A pittima". Gastone, Enrico, Dario, Fabrizio erano ubriachi e la soda allegria quasi la si poteva palpare come il fondoschiena d'una bella donna. E le donne errano estatiche, dionisiache, fate dolci e maliziose che incantavano gli uomini con le loro risate cristalline, la cui freschezza era simile a quella dei torrenti di montagna. Si stava proprio bene. Il vino scorreva a fiumi: versato nel bicchiere, subito non c'era più.

Charles teneva in braccio la Marinella e non riusciva a sciogliere l'incanto che la ragazza suscitava in ogni suo muscolo: l'incarnato roseo della salute e la bocca rossa come fragola matura erano invito al peccato, all'amore. Ma a stregarlo era la delicatezza dell'attaccatura dei capelli, le tempie calde che mai si stancava di baciare ripetutamente. Più le sue labbra sfioravano la fronte di lei, più il cuore ebbro voleva ubriacarsi di felicità, perché così è la vita, quando la si ha, se ne vuole sempre un pizzico in più rispetto al necessario. E' questa la felicità di esistere in due, insieme.

Gastone, detto "baffo rosso" per via dei mustacchi rossi quasi innaturali, era ubriaco fatto: capiva solo che la vita poteva essere l'oppio naturale per prostituirsi a LEI senza rimanerne scottato. Se fosse stato un po' meno brillo, avrebbe detto il contrario. Ma era fatto e insieme agli amici non era disposto a sprofondare nelle insidiose trame filosofiche del quid della vita.

"Allora quand'è che te la sposi ‘sta bimba?", ruggì allegro.

"E' giovane. Lascia che prima si diverti!", gli rispose Enrico sputando una nuvola di denso fumo. "Lascia che faccia le sue scelte con calma."

Enrico era così, sempre, per lui la vita doveva essere divertente e basta in ogni circostanza. Per questa sua bonarietà quasi fanciullesca alle riunioni sindacali era un po' inviso, soprattutto quando Fabrizio parlava agli operai perché facessero valere i loro diritti anche con la forza se fosse stato necessario. Fabrizio era il politico della compagnia: la sua vita era stata dedicata alla lotta e non la smetteva mai di ripetere motti lenisti anche quando non era il caso. Ma era anche un poeta, una sorta di Byron, perché non escludeva che i diritti potevano essere conquistati non solo con l'azione ma anche con le parole, e queste, all'occasione diventare pietre contro i manganelli dei picchiatori fascisti. Ma Charles, pur conoscendo le idee di Fabrizio, taceva. Non c'era motivo perché se lo facesse nemico. Comunque non così presto. Pensava: ‘Se il tempo me lo domanderà, allora combatteremo da uomini, l'uno contro l'altro.'

"Divertirsi? Prima uno se la deve guadagnare la vita", disse quasi sottovoce Fabrizio. Ma nessuno fece caso alla sua osservazione.

Dario fece di nuovo il giro dei bicchieri e invitò tutti a un brindisi.

La serata era volata via. Charles abbracciato a Marinella la stava accompagnando sotto il portone di casa sua, dove lui l'avrebbe dapprima baciata per poi sollevarle le gonne.

"Perché un americano è venuto in Italia?", continuava a domandargli Marinella, ma mai aveva ottenuto risposta, perché Charles subito soffocava la sua curiosità con un bacio. E anche questa volta andò così. Ormai sotto il portone di casa, né Charles né Marinella avevano più voglia di interrogarsi su niente.

Buddy, il padre di Charles, era venuto in Italia perché in America gli anarchici come lui erano rari e bastonati, e lui, Buddy, ormai non poteva più restare o ci avrebbe lasciato la pelle in quel paese del cazzo. Aveva preso con sé il piccolo Charles e la moglie, le poche cose che erano sue, e sputando catarro sull'imbarcadero si era lasciato i natali alle spalle senza rimpianti. Stabilitosi dalle parti di Genova, aveva provato a fare il pescatore, ma non era buono, così si era spinto più in su e si era accasato in una zona, che era stato teatro di efferate crudeltà contro i valdesi, così gli aveva raccontato una vecchia lamia che doveva avere almeno cento e passa anni. Si era fatto pecoraro, aveva continuato a essere un anarchico, ma in mezzo ai monti c'era ben poco da contestare, e alla fine il suo spirito morì e se ne andò in una giornata di sole, brillo, precipitando in un burrone. Charles era cresciuto pressato dalle amorevoli cure della madre, una donna che non aveva alcuna pretesa intellettuale ma solo un butirroso cuore. Dopo la morte del marito, aveva pianto, ma poi l'istinto materno l'aveva temprata e nel giro di qualche anno sostituì il mancato consorte in ogni faccenda. Charles crebbe in salute, imparò a leggere e scrivere, si sbucciò le ginocchia, fece a pugni con gli amici, si innamorò di una ragazza e poi di un'altra ancora, prese a scendere sempre più spesso giù, un paese che contava poche anime e dove tutti sapevano tutto di tutti. Divenne un uomo. Quando Charles non era fuori casa, lei sbrigava le faccende domestiche, contrattava con i contadini, e a fine giornata, stanca, davanti al fuoco lasciava che una lacrima le inondasse il viso al pensiero d'esser ormai sola e vecchia. Fu per lei un colpo tremendo quando Charles partì per la guerra. Fosse stato per lei, mai avrebbe permesso che il figlio si allontanasse dalla sicurezza di quei monti; ma Charles era un testardo, e quando in paese sentì dire che c'era una guerra da combattere, si consegnò di sua spontanea volontà allo Stato per arruolarsi e combattere. E gli amici gli avevano voltato le spalle dicendolo "sporco traditore"

"Ti insegneranno a uccidere"

"Prima o poi accadrà comunque. E poi io voglio imparare. Io sono un Interventista. Ma tu, mamma, che ne capisci di politica?"

La donna non replicò, perché non aveva argomenti: la politica le era sempre stata estranea e l'aveva guardata con un certo sospetto, per questo aveva sposato Buddy Glass, un anarchico, uno spirito libero che non aveva una tessera di partito. Troppo tardi si era resa conto che non appartenere a nessuno equivaleva ad avere una tessera di partito con il proprio spirito. Buddy ne aveva combinate di cotte e di crude, e solo in Italia, in mezzo ai monti, il suo spirito era riuscito a morire. Quando ascoltava il figlio fare politica, si spaventava: era diverso dal padre, troppo, era il suo contrario e ciò la spaventava. Avrebbe preferito che fosse un anarchico come il padre, che andasse a spaccare la faccia ai fascisti, e invece Charles era uno di loro anche se non gliel'aveva mai detto apertamente. Nutriva una gran pena per lui, perché pietà è morta, questo sentiva in fondo al cuore. Ma mai avrebbe avuto coraggio di cacciare il figlio anche se era quel che era, un assassino, o almeno, lo sarebbe diventato sicuramente in guerra. Quand'era ancora in America e la giovinezza era dalla sua parte, la gente l'apostrofava con un nomignolo che mai aveva capito sino in fondo, "letterina scarlatta". Poi, un giorno, il suo Buddy le aveva spiegato e lei non ne era rimasta affatto turbata: che la chiamassero pure "letterina scarlatta", a lei non poteva dispiacere. Anzi, ne era orgogliosa. Ed era superbamente bella. Charles Glass era partito per la guerra, e lei, letterina scarlatta ancora nello spirito, se in fondo al cuore non poteva accettare che suo figlio era un fascista, ancora più in fondo, oltre i precordi, l'aveva già perdonato. In silenzio, l'aveva già perdonato in nome di tutte le vittime che sarebbero cadute per sua mano. Ma in silenzio. E nel silenzio l'avrebbe riaccolto.

Aspettava che tornasse, perché lui sarebbe tornato: ne era assurdamente convinta. La crudeltà della guerra non avrebbe ucciso il frutto del suo grembo. Una madre, certe cose le sente.

Le lenzuola profumavano dell'odore del sudore amoroso insieme consumato; Marinella riposava con una mano nascosta sotto il cuscino, lasciando scoperta la schiena fino alle reni. Charles fissava la schiena perfetta della ragazza e non poteva non provare un senso di commozione per la fragile bellezza di quella creatura con cui aveva giaciuto. L'amava, ma non sapeva dire quanto. Forse più della sua stessa vita, ma non ne era sicuro. Ma l'amava e solo questo contava.

Lei si svegliò. A fior delle labbra una domanda stava per nascere, ma Charles la soffocò con un fresco bacio prima che lei potesse parlare. Poi, prima di scomparire dal letto di lei, le disse: "Tornerò. Aspettami perché io ritornerò." Marinella tirò un sospiro di sollievo: il suo uomo era sicuro, una sicurezza animale c'era nei suoi occhi e lei non aveva motivo di dubitare della sua sincerità. Gli credeva.

E quando i ricordi furono esauriti, Charles si trovò davanti all'uscio di casa. Non c'era fumo, il camino doveva essere spento. Un colpo si perse nel petto ansioso del giovane tornato dalla guerra. Che fosse accaduto qualcosa? No, non poteva essere. Aprì la porta con violenza, quasi la scardinò tanta era la preoccupazione.

E lei era lì, curva sopra i tizzoni ardenti ad alimentare il fuoco.

"Sono tornato!", annunciò con voce blesa dall'emozione. La donna si voltò che era già una maschera di pianto: l'abbracciò e non disse nulla. Nulla, proprio nulla.

In silenzio, apparecchiò il desco e osservò il figlio mangiare.

Charles non aveva parole. Non capiva. Ma percepiva che qualcosa era cambiato.

Fabrizio era con loro, non ci aveva fatto caso, ma stava bevendo il vino rosso di casa sua.

E finito che ebbe di bere, si rivolse a Charles con un sorriso. "Ne è passato del tempo. Molte cose sono cambiate. Anche tu. Adesso cammini con una sola gamba."

Charles rispose al sorriso dell'uomo con un uguale sorriso. Poi disse con naturalezza: "Già. Sono gli inconvenienti della guerra. Ma raccontami di voi!"

Fabrizio non si scompose. "Che vuoi che ti dica? Qui è sempre uguale ma non è mai uguale!"

"E tu, mamma, tu non dici niente?"

Silenzio. Continuava a restare prigioniera del silenzio.

Rispose Fabrizio: "Non puoi pretendere che ti risponda. Cenere alla cenere, il vento è selvaggio. Non puoi pretendere."

"Capisco", si limitò a rispondere Charles, anche se non capiva perché la madre se ne stesse muta a fissarlo, felice ma muta.

"E Dario? Enrico? Gastone?"

"Muti anche loro."

Charles sospirò. "Capisco!", si limitò a dire concentrando tutto la forza della voce sul punto esclamativo. Seguì una lunga pausa di teso silenzio. "Le cose sono cambiate davvero molto", aggiunse, ma Fabrizio non disse altro. ‘In fondo sono un traditore', così pensò.

Rimasero ancora in silenzio consumando il resto del pranzo, bevendo come ai vecchi tempi, quando la guerra era solo una remota ipotesi, quando ancora non si sapeva che Charles era nato per diventare fascista. E forse era nato proprio così.

Charles si alzò per primo e prese a camminare con la sua gamba come se ne avesse due: si fece dappresso ai tizzoni fumanti ormai quasi sola cenere e cercò altra legna da ardere, ma era finita: là dove doveva esserci una catasta di buon legno secco, c'era solo una sconfinata pozzanghera di impenetrabile buio.

Era proprio giunto il momento di fumare la sigaretta che Joseph gli aveva regalato prima che del commiato definitivo, perché entrambi sapevano che mai più le loro strade si sarebbero incrociate. La tirò fuori dal taschino della camicia nera che ancora indossava e l'accese sulle ceneri che ormai andavano spegnendosi. Respirò una boccata, due e tre.

Fabrizio e la madre tacevano, si limitavano a osservarlo mentre fumava e traeva il suo piacere.

"Allora, nessuno mi vuole spiegare?", sbottò rabbioso ma anche timido.

Fabrizio si alzò da tavola, gli si avvicinò e lo baciò su una guancia, un bacio tanto simile al sapore dei baci della sua Marinella. Fabrizio profumava del sudore della sua donna. Ora capiva. O credeva di capire. Il silenzio non era perché era un traditore?! Gli si scagliò contro buttandolo a terra, ma una volta stesi sul freddo pavimento, si accorse che sotto di sé c'era Marinella. Un panico sordo si impossessò di Charles. Che diavolo stava accadendo? Possibile che la guerra gli avesse svalvolato il cervello fino al punto da non riconoscere la sola persona che forse aveva amato più di se stesso?

La sigaretta continuava a bruciare scagliata a terra, lentamente si consumava, e la luce diventava negra e se ne moriva in una tenebra aliena. Presto fu tutto nero: restavano solo le figure della madre e di Marinella e lui, Charles, che le fissava avvolte dalla profondità delle tenebre.

"Una sola parola…", pregò. "Una sola. Fatemi capire."

Silenzio.

"Non chiedo poi troppo. Sono stato in guerra. Ho visto la morte. Ho perso una gamba. Ma sono tornato perché l'avevo promesso. E, ora, mi accogliete così. Vi sembra giusto? E' troppo da sopportare anche per un fascista!"

Ormai non c'era più traccia alcuna di virilità, di odio o amore nella sua voce. Solo la paura dominava il suo cuore.

Marinella l'abbracciò, teneramente, con trasporto materno, poi lo baciò soffocando la sua paura. E quando le loro labbra si separarono, con naturalezza disse al suo uomo tornato dalla guerra: "Morti tutti."

E il volto di Marinella non era più quello della donna amata, ma quello della madre, forse era quello di entrambe. Poi scomparvero e Charles era da solo, solo, lui e l'oscurità e la cicca fumante della sigaretta che bruciava ormai le ultime note.

‘Morti. Morti. Morti. Morti', ripeté dentro di sé all'infinito.

Intorno a lui solo le tenebre eterne vivevano. E dove poteva mai andare l'unico sopravvissuto di un mondo che più non esisteva? E il colpevole era lui, lui solo, un soldato con una gamba sola costretto a vagare nelle tenebre per il resto dei suoi giorni insieme alla paura dell'eterna solitudine.

Ora sapeva che la parte migliore di sé era morta in quel letto di ospedale, e questa era il mondo che non avrebbe più accolto uomini in carne e ossa ma solo spettri partoriti dalla sua mente. E il dolore per la gamba amputata, questo arto artificiale l'avrebbe costretto a muoversi ancora verso un'altra guerra, che non sapeva ancora dire perché si sarebbe fatta, forse per tentare di scacciare gli spettri, forse per portarli di nuovo in vita.

Avrebbe voluto far saltare le cervella a qualcuno, con un colpo alla tempia, giusto per scaricare la tensione, la paura, il terrore della solitudine, ma tutto era nulla intorno a lui. Forse l'unica via d'uscita era darsi la morte, ma era un fascista e mai si sarebbe suicidato da sé. Fosse sopravvissuto almeno un fascista come Luke, Joseph o Tonio… e invece pure loro erano spettri già da quando lui, Charles, era in ospedale. L'ideale sarebbe stato un Non Interventista, allora avrebbe potuto chiedergli la disumana cortesia di giocare ancora una volta alla vita e alla morte.

Questa storia si è svolta in un "non tempo" e in un "non luogo", forse nel futuro, ma è solo una remota ipotesi. Più probabile che sia frutto d'un'allucinazione, incubo a occhi aperti. Tutto continua a rimanere assurdamente confuso: fatti, eventi, date, parole dette e taciute…

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