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Il trono dell'immortale, ovvero il ritorno

Inserito Giovedì 08 giugno 2006

Narrativa un racconto di Andrea Aroldi

L’uomo camminava senza fretta sulla neve ancora fresca.
Era solo
Attorno a lui la neve era presente in grande quantità con il suo bianco mantello.
La pista che stava seguendo si snodava tra le montagne come il corpo si un serpente.
C’era molto freddo attorno a lui, ma non gli importava e non lo avvertiva neppure.
I suoi occhi rossi erano puntati sulla montagna che presto avrebbe raggiunto.
Tutto era grigio attorno a lui. Anche la neve aveva una leggera striatura grigiastra. Grigie erano le montagne, grigio il cielo e grigio il suo abito.
Ma non era importante per l’uomo, non ora.
Il freddo vento agitava i suoi capelli biondi, la sua fedele chioma gialla.
La pista era diventata una ripida salita, il passo dell’uomo non era più sciolto, ma neanche questo era importante.
Il suo muoversi era come il compiersi di un rito, un rito che aveva desiderato e aspettato per molto tempo. Un rito sacro, almeno per lui.
La sua mente era vuota, solo un pensiero era presente.
Quello era l’unica cosa importante!
La salita terminò e l’uomo arrivò a un piccolo pianoro.
Da esse poteva vedere una splendida e terrificante visione panoramica.
Le montagne, massicce nel loro grigiore con le guglie e i contrafforti rocciosi, facevano divenire nulla l’importanza intrinseca dell’uomo.
Il cielo, plumbeo e di consistenza quasi materiale, agghiacciava chiunque fosse testimone di quella visione di tetra malignità quasi sensuale per chi ne era avvezzo.
Ma neanche questo era importante.
L’uomo percorse il piccolo tavolato e raggiunse una roccia che si trovava al limite del pianoro.
Vi girò dietro e lo vide.
Il Trono.
Bello, grezzo, statuario.
Ma con una caratteristica importante: freddo.
Con decisione l’uomo vi si sedette, un’azione che aveva bramato da molto tempo.
Il Trono era massiccio, imponente.
Il materiale di cui era costituito era granito, il grigio minerale dalla durezza adamantina.
M,a quelle parole non significavano nulla per lui, non ancora.
Il capo si volse e osservò il paesaggio.
“Proprio come pensavo”
il pensiero lo elettrizzò e spinse il suo sguardo su, alla cortina plumbea di nubi che perennemente coprivano quel luogo di silenzi, di solitudine, di freddo.
Ecco, questo lo colpì.
Pensava di provare freddo, invece sentiva dentro di se un tepore dolce e calmo.
Stette così, con le mani sui braccioli e lo sguardo perso di fronte a se, immobile per molto tempo.
E tempo venne.
Il freddo contatto con il Trono lo raggiunse e l’indecisione penetrò nel cuore.
La solitudine lo colpì per la prima volta, anche il silenzio esplose attorno a lui.
Tolse le mani dai braccioli e le strofinò tra loro per procurarsi un minimo di calore.
- Il giorno è arrivato – mormorò per rompere quel tangibile silenzio, quasi materiale.
- Vedo già gli scudieri venire a prendermi. Ma non verranno fin quassù. No, si fermeranno al confine. Aspetteranno che io scenda. Andiamo, vecchio mio, non facciamoli attendere oltre –
Mai una volta di voltò a osservare il Trono.

Erano in otto e lo stavano aspettando.
L’uomo si avvicinò e senza parlare passò in mezzo a loro. Entrò nella cabina di trasferimento e aspettò.
Gli otto uomini si guardarono muti, poi entrarono anche loro.
Vi fu un lampo e non erano più là.

La folla era tutta riunita e l’arena era colma.
Il Saggio era al suo posto, al di sopra di tutti.
Anche il popolo era al suo posto, muto e attento.
Non una parola era stata ancora pronunciata nell’arena.
I Giusti erano alla sua sinistra, i Puri alla sua destra.
Nel centro dell’arena l’uomo.
Il Saggio stava a capo chino, non un gesto, non un mormorio.
Il Saggio parlò.
- Urlik! Cosa puoi dire a tua discolpa? –
L’uomo fissò il Saggio diritto negli occhi.
- Nulla Saggio –
- Ti ritieni colpevole? –
- Certo, ho fatto una scelta –
Il capo dell’anziano personaggio si riabbassò in segno di contrizione.
Quando si rialzò i suoi occhi percorsero l’arena, scrutando attentamente le facce dei presenti.
- Amici, avete di fronte a voi un uomo colpevole per sua ammissione. Di cosa è colpevole? Di un crimine grave! Ha disprezzato i suoi simili e se né disinteressato! –
Un mormorio d’indignazione si diffuse nell’arena.
Il Saggio alzò la mano e ottenne il silenzio.
- Ma di un altro crimine è accusato, molto più grave e efferato: ha ucciso! –
Questa volta i presenti balzarono in piedi urlando e il Saggio ottenne con più difficoltà il silenzio
Puntò il dito accusatore verso l’uomo nel centro dell’arena.
- Perché? –
- Perché mi chiede? Perché… perché mi sento diverso da voi. Ho una mia individualità e faccio quello che voglio –
Il mormorio si trasformò in fragore.
- Vede? Voglio provocarvi, svegliarvi dal vostro torpore. Ti ricordi Saggio il mio primo processo? Erano secoli che qualcuno non veniva giudicato in seduta popolare, com’è nostro costume. Ti ricordi la reazione che ci fu quando enunciasti i miei “reati”? ti ricordi lo sguardo spento del tuo popolo? Ora guarda! –
Il suo braccio seguì un movimento aperto, illustrando la scena ai suoi occhi.
- Guarda com’è carico d’odio il loro sguardo! Come le loro bocche bramino sangue! Il mio sangue! –
Il Saggio lo osservò sempre più contrito.
- Ma perché uccidere! Perché annullare quello che i nostri padri ci hanno dato di più grande: l’immortalità? –
- Perché vi mancava questa paura, vi manca la regina delle fobie, la madre delle sindromi più tremende –
Il Saggio assorbì quello parole.
- Perché uccidere? –
Urlik rivide mentalmente la scena.
Vide la sua mano impugnare il coltello e appoggiarla allo stomaco di Unk.
Vide il viso dell’uomo cambiare, lo osservò mentre la paura improvvisa gli esplodeva nel cuore.
Si sentì dire parole agghiaccianti che illustravano ciò che l’arma avrebbe fatto al suo corpo.
Rivide quegli occhi bianchi come esplodere tanto erano dilatati dal panico.
Poi vide il corpo accasciarsi al suolo, morto.
Si vide disperato per quella morte non desiderata, inutile.
Vide il suo braccio armato colpire ripetutamente il corpo morto di Unk. Vide il sangue sul proprio braccio, sull'arma tagliente e sui suoi abiti.
“E’ stata una disgrazia” pensò, ma non voleva dirlo al Saggio, non ora almeno. Non gli avrebbero creduto, tra l’altro non gli importava neppure.
Non rispose quindi alla domanda, ma puntò il suo sguardo sul viso del suo interlocutore, così, freddamente.
- Non rispondi dunque. Lo sapevo! Perché non ti sei messe al servizio della comunità? Perché hai respinto coloro che venivano a chiedere il tuo aiuto, il tuo prezioso tempo? –
- Perché non sono come voi, perché vi disprezzo per quello che siete voluti diventare. Siete esseri senza emozioni, siete dei vegetali! –
Si girò rabbiosamente verso la folla.
- Tra voi e un sasso non c’è differenza! Non vi rendete conto di quello che siete? Non vi sentite un po’ imperfetti? –
- Cosa ti ha fatto diventare quello che sei ? – chiese un Puro
- I films che illustravano la vita dei nostri predecessori. Mi hanno fatto capire cosa abbiamo perso –
- Ma erano stati custoditi come monito! –
- Vero, non abbiamo più guerre, ma neanche emozioni –
Il Saggio ritornò in meditazione.
L’arena tornò al silenzio.
Tutti tennero il fiato sospeso: era il momento del responso.
Passò molto tempo e di questo Urlik se ne rallegrò.
Aveva finalmente dato da pensare al Grande saggio, il suo responso non sarebbe stato così facile come aveva pensato all’inizio.
No, questa volta doveva affrontare tutti i pro e i contro.
Finalmente il giudizio arrivò.
Si volse alla sua sinistra.
- Giusti, voi che rappresentate la giustizia che vive nei nostri cuori, cosa decidete? –
- Colpevole –
- Puri, voi che incarnate la purezza che genera le nostre azioni, cosa decidete? –
- Colpevole –
- Urlik, hai sentito il tuo giudizio, sei colpevole di tutti i reati che ti sono stati contestati. Ritirati ora, penserò domani alla pena che merita il tuo comportamento –
L’uomo si inchinò e raggiunse l’uscita dell’arena.
Si ritirò nell’alloggio assegnatogli e aspettò.

Nacque un bambino.
Un bel bambino biondo dagli occhi azzurri.
La madre ne fu felice. Erano anni che lei e suo marito desideravano un figlio, maschi per giunta.
Amorevolmente lo strinse a sé.
Tutto era bianco attorno a lui. Le lenzuola, la stanza d’ospedale, la camiciola della neo-madre. Anche la linda divisa dell’infermiera era bianca.
Bianco e caldo.
I suoi vagiti riempivano di gioia il suo cuore materno.
E il periodo d’ospedale terminò.
La madre e il figlioletto si trasferirono a casa loro, a New York in una via del Bronx.
Il quartiere era alla periferia dell’immensa metropoli.
Case vecchie e sporche, vie strette, gente povera.
Ma per il bambino era tutto ancora molto lontano.
Il suo mondo di colori, odori e suoni, tutti nuovi e da scoprire, lo tenevano lontano da tutto ciò. L’amore dei suoi genitori poi era presente tutto il giorno.
Il suo universo era molto piccolo, un piccolo grande box per giocare. Ma quante cose ci potevano stare!
Il soffice pavimento imbottito di piume e le dure sbarre che recintavano il suo territorio, contenevano tutto quello che il padre gli metteva a disposizione. Erano cose malleabili, che le sue tenere mani riuscivano a deformare con facilità. Poi c’era quella cosa grossa che se cercava di afferrare scappava via, allora lui la rincorreva a quattro zampe e quando l’aveva stretta in un angolo non scappava più e lui la batteva per gioco.
- Hai visto come si diverte con la palla che gli ha regalato tua sorella? –
Ma anche quel mondo di giochi finì.
Come in un film accelerato il tempo passò.
Imparò a camminare, a parlare, a leggere e a scrivere. Vide il mondo che lo circondava, quello vero, ma era ancora troppo giovane per capirlo a fondo.
A scuola era sempre attento e cercava di mettere in difficoltà l’insegnante con domande azzeccate. Con il passare del tempo questo restò sempre il suo passatempo preferito.
I suoi compagni lo disprezzavano per lo studio prolungato che faceva ogni giorno.
Crescendo si allontanò sempre di più dai suoi genitori.
I suoi compagni non contavano più, disprezzava il loro piccolo cervello così immaturo.
L’unica cosa che contava era lo studio, il sapere.
Passava ore e ore sui libri.
I suoi genitori erano preoccupati. Jo, come lo avevano chiamato, dimostrava un’intelligenza troppo marcata, aveva tutti i numeri per diventare un genio in qualche campo.
Non andava mai a divertirsi, stava sempre a studiare. Ormai l’abisso culturale che lo separava dai suoi genitori non si sarebbe più colmato.
Fu con gioia quando chiese in regalo la moto.
- Finalmente si comporta come un ragazzo normale! La moto è da sempre il sogno di ogni ragazzo della sua età, lo era anche per me –
- Hai visto com’era felice quando gliel’abbiamo regalata? –
- Era felicissimo! Pensa, mi ha anche baciato –
- Da allora non studia più con accanimento, esce in continuazione –
Finalmente erano felici anche loro.
Con prudenza, le prime volte, Jo guidava la potente 350 giapponese in lunghe gite, con o senza amici. Poi la pratica subentrò e la sua guida divenne più veloce e spericolata.
- Ho paura – confessò la madre – Guida quella cosa con troppa spericolatezza –
- Forse, ma lo vorresti ancora chino sui libri, forse? Almeno adesso è un ragazzo normale e per giunta felice –
Tutto andava bene, fino al giorno dell’incidente.
Rombando ai centodieci all’ora Jo prese la curva dell’ampio cavalcavia che lo avrebbe portato in autostrada. Stava andando a vedere una città nuova, lontana. S. Francisco ad esempio.
Aveva fatto altre volte quella curva e anche a velocità superiori. Era appena uscito dalla curva quando vide sulla sua traiettoria un camion fermo con il cofano del motore aperto. Il conducente stava trafficando all’interno.
Con grazia raddrizzò la moto e dette un colpo di acceleratore per compiere la manovra che aveva ben chiara nella mente.
Il camion si trovava sulla destra, appena prima dell’imbocco della rampa dell’autostrada.
Jo allargò la traiettoria e poi, con un altro colpo di acceleratore, strinse e passò radente al camion.
In questo modo si teneva tutto sulla destra evitava di rallentare per dare precedenza alle eventuali auto in transito dal senso opposto.
Il tachimetro segnava i centoventi all’ora.
La sua guida era rabbiosa e così pure il suo animo, per l’inconveniente.
Ma dentro di sé era felice per la splendida manovra che aveva fatto senza decelerare.
Non vide l’automezzo del Soccorso Stradale fermo poco più avanti.
Con rabbia frenò, ma la moto slittò e si coricò sul fianco.
La targa dell’automezzo gli esplose in viso.

Nacque un cucciolo, un nuovo continuatore della specie zurckiana.
Uno splendido batuffolo di pelame bluetto.
La madre era felice. Il suo corpo fremette dalla contentezza di aver dato alla luce un figlio in così tarda età.
I suoi organi tattili lo palparono, studiandolo.
Sì, un bel bimbo.
Le sue antenne vibrarono dalla contentezza.
Niente l’aveva resa più felice come quel giorno, quando finalmente aveva visto il ciclo della vita compiersi e chiudersi in un nuovo circolo.
La morte doveva venire per tutti, ma era rincuorata sapendo che si poteva continuare la specie, che niente li avrebbe estinti com’era accaduto ad altre specie dominanti.
Amorevolmente lo strinse a sé e con le sue antenne toccò quelle del suo frugoletto. Benché ancora piccole e rozze avvertì una scarica di amore, di voglia di vivere.
Questo le procurò maggior gioia, cominciava già a trasmettere!
Ben presto la madre e il bimbo se ne andarono da quel luogo sacro e meraviglioso che aveva visto una vita nascere.
Andarono a casa, nella loro grotta in riva al mare.
Il padre fu molto felice quando lo vide.
Il suo corpo violetto e con poche piume corse loro incontro, felice di vederli di ritorno.
Le sue antenne trasmettevano gioia, una gioia così esplosiva e materiale, che la madre fu costretta a schermare la mente ancora fragile del figlio per non farle subire traumi.
Poi, teneramente uniti, entrarono nella grotta, nella loro casa.
Il padre aveva già preparato un luogo da sogno per il piccolo, dove avrebbe imparato qualche cosa del mondo a cui era stato chiamato a vivere e dominare.
Uno spazio di tre metri quadrati era tutto il suo mondo.
Ma com’era fantastico!
V’erano gli oggetti pesanti, duri, ma che avevano dentro di loro dell’energia. Questo lo interessava moltissimo. La sua mente fu cosciente di quel bagaglio genetico di conoscenze che ogni razza tramanda da padre a figlio.
A fatica entrò nell’oggetto e ne risucchiò l’energia contenuta.
Ma ne aveva succhiata troppa e ne lasciò un poco. Un piccolo lampo illuminò la zona più scura e lontana della grotta.
- Hai visto? Comincia già a prendere energia dalle pietre. Tra poco non sarà più un gioco –
Sapevano che questa fase sarebbe presto terminata, ma aspettavano con ansia che ciò avvenisse. In fondo ogni madre crede che il proprio figlio sia diverso dagli altri.
E così il piccolo zurckiano giocò con l’energia delle cose inanimate, producendo lampi sempre più belli, vividi e complessi. Il padre assisteva gioioso a quella manifestazione di creatività.
Ormai il piccolo era uscito dalla fase dove non capiva quell’energia che liberava, ora la sapeva dominare senza causare danni.
Il giovane cresceva.
Seguiva già il padre nelle sue spedizioni di caccia per procurare il cibo alla piccola famiglia.
Volavano bassi sull’oceano usando l’energia solare per vincere l’attrazione del pianeta.
La fase del volo fu un’altra esperienza molto importante nella vita del piccolo zurckiano chiamato Gner.
Con molta prudenza aveva compiuto il suo primo volo, prudenza ma dimostrando già un pizzico di sicurezza nei movimenti delle grosse ali che assorbivano l’energia irradiata dall’astro.
Giorno per giorno Gner si rivelava una fonte inesauribile di gioia per i suoi genitori.
Ma quell’epoca ormai era lontana nel tempo.
Gner era cresciuto e usciva già da solo a caccia. I suoi getti d’energia colpivano sempre una buona preda.
Il cibo non sarebbe mai mancato.
Ma qualche cosa stava cambiando in Gner.
Se ne stava appollaiato tutto solo, per molte ore, sulla scogliera a guardare lontano nel vuoto. Il mondo che lo circondava, il cielo, il mare, tutto gli era famigliare. Ogni cosa che poteva vedere da lassù la conosceva perfettamente.
E cominciò a domandare.
Le sue antenne trasmettevano perfettamente i suoi pensieri senza disturbi o risucchi dovuti a indecisione. I suoi pensieri arrivavano puri e perfetti. Era un vero piacere starlo ad ascoltare.
- Dove sono gli altri abitanti della nostra razza? –
E suo padre gli spiegava che non lo sapeva con precisione, ma che pensava fossero sparsi per il pianeta, con le loro famiglie.
- Ma perché isolarsi? –
- Beh, non lo so. E’ sempre stato così –
- Chi comanda, chi è il capo? –
- Non abbiamo capi, siamo liberi –
La risposta lo sconcertò.
Per molto tempo si separò dalla famiglia e visse sulla scogliera, in solitudine.
Ma un giorno ritornò a far domande sulla sua gente, sul suo mondo e sulla sua storia. Il padre, poco informato su quanto gli chiedeva, lo mandò alla Grotta della Creazione. Là, dove ogni zurckiano era nato v’era condensata un’energia spaventosa che serviva alle femmine per dare alla luce i loro piccoli.
- Se vuoi conoscere vai, troverai Colui che ti darà tutte le risposte che cerchi –
Gner partì lo stesso giorno.
La grotta era molto ampia.
Appena vi entrò sentì quell’immensa fonte d’energia imprigionata. Per un attimo ne fu sopraffatto da quel mare energetico che voleva portarlo lontano, oltre se stesso.
Lampi di luce esplosero dentro la sua mente, spaventandolo.
Ancora una volta vacillò.
- Chi sei? –
- Sono-colui-che-sa. Chiedi e ti sarà risposto –
Cominciò a chiedere.
Passarono molto tempo a parlare. L’astro solare salì molte volte a illuminare il pianeta Zurck.
La voce gli rispose sempre e con verità.
Ma restava ancora un’ultima domanda.
- Tu mi hai narrato tutto di questo pianeta, ora io lo conosco perfettamente. Ma tu ne hai parlato come se tu l’avessi visto crescere in prima persona. Come può essere accaduto? Mi hai raccontato avvenimenti così lontani nel tempo! –
- Perché io sono qui dall’inizio della sua storia –
Una scarica cortocircuitò la sua mente.
Apparvero immagini confuse e subito scomparvero.
Lentamente Gner riacquistò l’equilibrio.
- Dove sei? –
- Sono nell’energia –
- Ma non stava ormai più ascoltando, l’ultima domanda era uscita quasi per caso, per inerzia. La risposta non lo colpì, ma fu messa la suo posto nello schedario ideale che aveva nel suo cervello.
- Sapeva veramente tutto.
- - Addio – e uscì dalla grotta.
Non vi tornò mai più.
Volò senza fretta dai suoi genitori e, avvisati forse da un istinto primordiale, li trovò in attesa sulla spiaggia carichi d’apprensione.
Lo videro arrivare volteggiando lentamente.
Appena atterrò vicino a loro fu circondato dal loro amore. Sentì il loro affetto e, stancamente, gioì.
Il pensiero di suo padre gli arrivò come una lama ben temprata.
- Figliolo, ora sai quanto bramavi conoscere? –
- Sì, padre mio, ora so –
I giorni seguenti passarono all’insegna della normalità.
Gner non restava più solo sulla scogliera, ma seguiva spesso suo padre nella caccia.
E’ vero, vi tornava ogni tanto, ma sempre per breve tempo.
Poi un giorno avvenne l’incidente.
Erano usciti a caccia.
Volavano come sempre a pelo d’acqua.
Gner avvistò un concur, un’ottima preda per un cacciatore. Vi si buttò sopra.
Come d’abitudine il concur stava allargato sulla superficie dell’oceano. Una piccola sporgenza sferica era situata al centro di quella che poteva sembrare un’isoletta, una piccola isoletta circolare.
La picchiata del giovane zurckiano lo portò troppo vicino all’animale, il quale lanciò uno dei suoi tentacoli per ghermire il nemico, modificando una parte del suo corpo proteiforme.
Un “grido” di dolore colpì la mente di suo padre.
Un solo pensiero si affacciò nella sua mente: “Gner è in pericolo! Devo distruggere il concur!”
Un raggio altamente energetico colpì l’animale, proprio dove c’era il capo sferico.
Fu però il padre a “gridare” di dolore: vicino al capo del concur c’era suo figlio!
Sull’acqua non restavano che pochi brandelli di tessuto animale..
Lentamente tornò a casa.

Ma la Vita continuò il suo corso.
Altri figli nacquero. Alcuni di loro morirono giovani, altri adulti e altri ancora testimoni di un’epoca ormai terminata.
Come voler capire il Grande Fiume della Vita, il cui corso è regolato dal Dio Tempo?
Come poter immaginare la propria fine, la propria morte?
Come poterla capire quando colpisce così vicino a noi?
Resta così, al di sopra di noi, muta e ferma nel suo programma futuro, pianificato con secoli d’anticipo.
Niente la smuove, perché niente può essere tentato contro di essa.
Così la vita fiorì e si spense su molti pianeti.
Su Kor, dove la specie dominante era pura energia con capacità quasi infinite.
Su Anty, dove gli abitanti simili a grosse mante abitavano quel mondo fatto solo di un liquido trasparente come l’acqua.
O su Band, dove coloro che dominavano il pianeta erano simili alla razza umana.
Fiorì dove la cultura era all’apogeo e dove la popolazione era ancora al livello brutale, bestiale, all’inizio cioè della scalata verso la perfezione.
Continuò a fiorire anche sulla nostra amata Terra.
Una Terra più matura, non più scissa in confini politico-economici, ma proiettata verso un governo mondiale.
Non esistevano più i sobborghi dove Jo aveva vissuto la sua breve, ma intensa, vita.

Il giovane uscì dal Collegio.
In confronto ai suoi compagni era paragonabile a un gigante.
Superava tutti di venti centimetri buoni.
Senza fretta si separò dal gruppo e si incamminò per New York, la Grande Mela che tutti volevano mordere.
“Com’è cambiata dall’ultima volta” pensò e quel pensiero lo scombussolò un poco.
Come poteva essere cambiata dall’ultima volta?
Non ci stette a pensare, cancellò quel pensiero e si dedicò all’osservazione della metropoli.
Svogliatamente ripensò a quanto gli era stato imposto di studiare al Collegio.
- New York City. Capitale della Confederazione, con funzioni politiche. Capitale amministrativa è Detroit, il cuore meccanico del pianeta –
Cercò di scacciare quei pensieri nozionistici, ma non vi riuscì. Senza volerlo rivide tutti i mutamenti storici, dalla NATO alla Confederazione Occidentale.
Il disgusto che provò per quello sfoggio di nozioni lo ferì nell’animo, ma solo per poco. In fondo gli piaceva dimostrarsi intelligente e colto.
Una cosa sola aveva veramente sempre interessato la sua mente: il Collegio.
Nella passato, questa istituzione accoglieva i bambini privi di genitori per dar loro un’istruzione adeguata.
In sostanza nulla era cambiato.
Ora nel Collegio venivano accolti tutti i bimbi. Entravano a quattro anni e ne uscivano a venti, alla maturità.
All’interno di esso venivano educati al mondo che avrebbero trovato fuori. Venivano cresciuti imbottiti di nozioni, in maniera esasperante.
Ogni cosa doveva essere imparata a memoria.
La cultura regnava sovrana.
Una volta all’anno i genitori potevano far visita ai loro figli, per due ore soltanto.
Questo aveva disgustato David.
Veniva educato come un calcolatore elettronico, inserendogli dentro il cervello migliaia di dati, privandolo dell’affetto dei suoi famigliari.
David provò a evocare il viso dei suoi genitori.
Con grande angoscia non ci riuscì.
Aveva un solo ricordo dell’infanzia.
Lui era in divisa nera, sull’attenti che parlava con due persone sconosciute. Ricordava che la donna stava piangendo. Dopo circa mezz’ora se n’erano andati e da allora non li aveva più rivisti.
“Forse erano loro” pensò mentre saliva sul tappeto mobile che lo avrebbe portato nella zona più antica di New York City.
Mentre si lasciava trasportare nella calda giornata estiva verso la Statua della Libertà, David ripensò al periodo di vita appena terminato.
- David O’Braien! Perché non ti applichi con impegno? Perché non studi come gli altri ragazzi? Non sei curioso di conoscere? –
- No, non sono curioso –
In teoria quella vita era terminata.
Com’era illusoria quella speranza!
In tasca aveva un biglietto con un indirizzo scritto sopra: il suo posto di lavoro.
I suoi istruttori avevano ravvisato per lui il tipo di lavoro che più gli confaceva e ora lo indirizzavano là.
Ciò accadeva per ogni persona che usciva dal Collegio. In questo modo la vita veniva abilmente pianificata, regolamentata senza scosse o traumi per la Confederazione, in fondo così giovane.
Niente disoccupazione, niente povertà, ignoranza o altro.
Vivevano nel benessere, ma un benessere illusorio, privo di felicità o fantasia, senza la creatività del singolo.
“Come su…”
di nuovo quella scarica nel cervello.
“Ma che succede?!” pensò “A che cosa può mai essere simile?”
la sua mente era in subbuglio.
“Mah, in fondo sono sempre stato diverso dagli altri” concluse.
Era vero.
Tra i suoi coetanei del Collegio, David era senz’altro il migliore, sotto tutti i punti di vista.
All’inizio aveva espresso un’intelligenza e un acume straordinari, tanto che i suoi istruttori avevano ravvisato in lui un piccolo genio in crescita. Fecero grandi progetti sul suo futuro.
Poi, crescendo, cominciò ad applicarsi con minore impegno, facendosi superare da coetanei senz’altro inferiori a lui come profondità di pensiero.
Come se avesse paura di apprendere.
Forte di quella considerazione David isolò quell’oscura considerazione, assurda e senza significato.
La Statua della Libertà comparì all’orizzonte.
David si preparò a scendere. Non dovette attendere molto e quando fu proprio sotto di essa, scese.
Per un attimo rimase fermo a osservare la gente intorno a lui, poi, vista una panchina libera, la raggiunse e si sedette con il capo appoggiato al bordo dello schienale. In questo modo poteva vedere comodamente la sommità della statua.
“Ogni volta è sempre più bella”
Con uno scatto si mise a sedere ritto.
Sentiva il sudore freddo lungo la schiena e sulle palme delle mani. Si prese il capo e lo scosse ripetutamente.
Era la prima volta che vedeva la statua dal vero! Come poteva formulare un simile pensiero!
Con la fronte corrucciata si alzò e passeggiò lungo il vecchio porto commerciale.
Vecchie navi erano la testimonianza di un epoca ormai terminata. Alcuni anziani dipingevano quel paesaggio triste, ritraevano la morte di un epoca gloriosa.
Svogliatamente si fermò a vederli lavorare.
Quasi tutti dipingevano le prue delle navi arrugginite in primissimo piano con i grattacieli e la grande Statua a fare da sfondo.
Stranamente quei paesaggi lo calmarono.
Quella visione di glorie passate lo distrassero.
Fino a quello strano pittore che dipingeva un altro panorama.
Un paesaggio dominato dal grigio. Una visione di montagne torreggianti, massicce, grezze. Il cielo era leggermente striato di nero, che rafforzava il grigio già presente in abbondanza. La strada sul fondovalle era una striscia di neve, anche i lontani picchi erano innevati.
David osservò affascinato il quadro.
Con una sensazione simile al terrore osservò con maggiore interesse la strada innevata.
C’erano orme sulla pista.
Orme di una persona sola.
Erano grandi, di un uomo, e andavano verso un’unica direzione: le montagne.
Con un urlo David svenne.
Fu trasportato d’urgenza all’ospedale, ma non riuscirono a farlo uscire dal coma profondo in cui era caduto.
La siringa per l’eutanasia fu preparata.
Il medico di turno fece il suo dovere.

Urlik si svegliò.
Stranamente non era indolenzito.
Al suo corpo avevano pensato le macchine, tenendogli sempre stimolati i muscoli e compiendo su di esso sapienti massaggi attraverso mani sintetiche.
Era nudo, ma vicino al letto poteva vedere la sua veste grigia.
“Dove sono?”
ci volle un po’ di tempo, ma alla fine ricordò.
Non molto, ma a sufficienza per farsi un quadro parziale. Aveva ancora negli occhi quel dipinto.
Senza affrettarsi si alzò a sedere e controllò il suo organismo.
Bene, non aveva vertigini o cose simili.
Con cautela scese dal letto.
Ottimo! Le macchine avevano compiuto bene il loro lavoro, i suoi muscoli erano in perfette condizioni, come pure tutto il suo corpo.
Senza fretta si vestì e uscì dalla stanza.
Di fronte a se trovò un lungo corridoio, alla cui fine vedeva una parete di luce. Si avviò e uscì alla luce del giorno, accecato questa volta dalla luce del suo sole.
L’arena era vuota. Il popolo era già andato a casa.
Ma nel centro di esse un uomo lo stava aspettando.
- Vieni avanti Urlik – disse il Saggio.
Obbediente si avvicinò.
- Anche questa volta abbiamo fallito –
- Forse, di certo mi avete usato per molto tempo –
- Cos’è il tempo per noi esseri immortali? –
- Vero anche questo –
- Ora ci giudicherai immorali, non è così? Usarti come se tu fossi una spia galattica per farti vivere migliaia di vite trasferendo la tua essenza vitale nel corpo di un embrione prossimo alla nascita, per poi toglierla un attimo prima della sua morte. Usare persone come se fossero burattini. Deve essere sconvolgente per te, non è vero? –
- Non ho ancora espresso un giudizio su quanto mi è stato fatto. Penso solamente ai bambini indotti alla morte quando avevano assolto il loro compito, quando le informazioni raccolte erano sufficienti, quando non servivano più –
- Proprio tu mi parli di morti inutili!Tu! –
- Sì, io! Non ho ucciso deliberatamente, è stato un incidente! –
- Forse, ma non bramavi di avere emozioni? Te le abbiamo fornite, emozioni vere, tangibili! Anche la morte ti abbiamo fatto provare! Tutto quello che chiedevi te lo abbiamo dato, che importa se noi ne abbiamo tratto profitto? Ci servivano informazioni sui mondi circostanti, abbiamo fatto uno scambio
- C’era un altro modo! –
- Dimmelo! –
- Urlik aveva perso interesse a quella discussione.
- Provava solamente un grande vuoto nel cuore. Tutto era inutile ormai.
- - Chissà dove abbiamo sbagliato? Quando hai cominciato a intuire la verità? Ecco, forse sul pianeta Zurck! L’incontro con un altro immortale ha fatto cadere parzialmente la schermatura che avevamo disposto attorno alla tua mente, ai tuoi ricordi. Non potevamo intervenire troppo sulla tua mente, c’erano troppi rischi. Devo saperne di più su quell’essere! –
- Non con me! –
- Urlik, dove vai! –
Si voltò.
- Vado dove mi avete trovato, torno a pensare –
- Ma che bisogno hai di farlo, ora hai visto com’era il mondo prima, ora lo puoi capire. Le società che hai visitato assomigliavano alla nostra millenni fa. Non tornare più lassù, nno ne hai più bisogno. Prima aveva uno scopo, ma adesso? –
- Cosa intendi dire? –
- Prima era come un’espiazione, un rifugio, ma adesso… -
- Taci! Non sai quello che dici, vecchio! – e uscì dall’arena.

Stava percorrendo di nuovo la stessa pista.
La neve era fresca, appena caduta.
Non provava freddo, ora.
Aveva espulso tutto il calore che bruciava dentro di lui. Tutti i desideri di conoscenza, la bramosia verso le sensazioni illogiche dei suoi padri, tutto era stato cancellato.
Ora era pronto per farsi trasportare nel vortice del Tempo.
Quando raggiunse il Trono non provò nessuna gioia, non come la prima volta. Si sentì semplicemente a casa, nel posto che gli era stato riservato.
Si sedette sullo scanno imponente e osservò il suo regno.
Sì, perché questo sarebbe stato nei secoli a venire.
Si ripropose di dare un nome a ogni cima del suo reame, ma non ora, aveva tempo, tantissimo tempo.
Lentamente chiuse gli occhi.
Una pace suprema entrò in lui.
Aveva finalmente trovato il suo scopo.
La gioia che quel paesaggio squallido gli dava era immensa.
Mosse le mani e sentì sotto di esse il ruvido contatto con il granito del Trono.
2In fondo quando non potrò più resistere in questo paradiso silente, posso sempre andare in missione per il Saggio”
ecco, ora era veramente a posto, un altro tassello aveva raggiunto la sua collocazione definitiva.
Aveva pianificato bene la sua vita futura.
Non doveva far altro che aspettare e godere di quella pace.
“Povero vecchio, non sapeva di cosa stava parlando”
ma quel luogo sperduto sapeva istillare pensieri strani a volte.
“Ma non lo sapeva davvero? Sembrava quasi che conoscesse perfettamente il Trono. Un’espiazione, ha detto. Possibile che io non mi conosca a fondo?”
un orgoglio tipicamente umano s’era impadronito del suo cuore, un orgoglio che accecava la mente e stravolgeva i valori. La sua umanità era cresciuta a dismisura e ora capeggiava quel corpo immortale frutto di una civiltà che era salita all’ultimo gradino della scala evolutiva. Mancava solo un passo per raggiungere la vetta: la Perfezione.
E Urlik era arrivato proprio a quel punto, doveva solo compiere un passo e sarebbe diventato un vero essere perfetto.
S’, il Trono era stato un’espiazione per lui, il luogo per raccogliere le energie necessarie per combattere un popolo, il suo, ormai privo di umanità.
Un luogo dove egli potesse caricarsi di odio, di disgusto per rompere i legami con la sua gente, per privarsi di quei valori che l’umanità ha di buono: come amore, rispetto e fratellanza.
Ma Urlik non sapeva tutto questo, non poteva.
Doveva continuare per la sua strada, senza sapere di essere guidato, seppur molto blandamente.
E ora sedeva sul Trono ancora una volta.
Era certo di aver compiuto un grande passo lungo la strada che portava alla Perfezione: ora era Dio! Il suo ego traboccava orgoglio per la vittoria che aveva conseguito sul suo popolo.
Aveva provato emozioni, le emozioni dei suoi padri! Ora possedeva un regno tutto per se.
Questo era quello che s’era radicato all’interno del suo ego, un ego che come sempre non condivideva l’introspezione con la mente superficiale. Un ego che ingannava la coscienza.
E così Urlik credeva di essersi ritirato là, lontano dalla mischia, disgustato dalle emozioni e dalle vite vissute.
E il Saggio sapeva tutto ciò, perché c’era passato anche lui, faceva parte di un piano che ormai aveva migliaia di anni.
Ora Urlik era giunto al punto di dover compiere un solo passo, ma quel passo tanto difficile da compiersi prevedeva la morte dell’inconscio, dell’ego che, silenzioso, determinava tutte le scelte, ingannando con finti scopi. La sua morte lo avrebbe portato a contatto con la sua coscienza, con se stesso.
Se ciò fosse avvenuto egli sarebbe entrato a far parte dell’esigua schiera degli Eletti, un gruppo ristretto che viveva in serenità oltre le montagne, a oriente. Coloro che avevano raggiunto l’equilibrio e che vivevano la loro immortalità in molti modi, su altri mondi a volte.
Ma il saggio aveva fiducia in Urlik ed era sicuro che un giorno non molto lontano avrebbe preso il suo posto a capo di un popolo ancora immaturo per il dono che l’evoluzione aveva elargito.
Sarebbe occorso del tempo, ma non importava, non c’era da temerlo.

Un sorriso apparve sul viso di Urlik, un sorriso ironico, di disprezzo anche.
“Come s’era sbagliato il Saggio! Non è stato su Zurck che ho scoperto la verità, ma sulla Terra, nel mio secondo viaggio” e con la mente riandò a quell’episodio tanto importante.
Rivide il quadro con il paesaggio grigiastro.
E, in fondo, tracciato con il pennello, il titolo:
- IL REGNO DELL’IMMORTALE -



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