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FOTOGRAFIE

Inserito Domenica 18 giugno 2006

Narrativa un racconto di Sandro Bonforti

L’avevano risvegliato alcuni giorni prima e gli avevano detto che si chiamava Giò. Gli avevano dato una casa, una famiglia e un lavoro. Quando dal futuro si attendeva un mondo migliore in cui la Scienza sarebbe stata capace di dominare anche morte e malattie, era stato fra i primi a farsi ibernare e dopo di lui centinaia avevano seguito. La memoria, man mano che il tempo passava, gli si faceva più incerta ed i contorni, i volti, le cose che in essa emergevano dal passato avevano l’aspetto di vecchie fotografie che il tempo, cominciando dai margini, facesse progressivamente ingiallire. Il mondo in cui ritornava a vivere, gli era divenuto scontato dopo solo pochi attimi; ed anche i suoi gesti avevano ormai il peso fiacco di vecchie abitudini contratte in anni. Senza sapere come, si era trovato subito su quella che doveva essere la via di casa. Era l’alba.
Il sole, sorgendo rapidamente in un cielo di un grigio luminoso, affievoliva la luce delle lampade elettriche ed andava ad illuminare con precisione tutte le cime di quei grandi palazzi bianchi ed uguali. Bianchi essi, bianche le strade e le vetrine, bianco il vestito che portava. Giunto a casa, una donna vestita di bianco che non ricordava, gli si fece incontro. Doveva essere sua moglie, o meglio, la moglie di un Giò. Gli sorrise, punto sorpresa che egli si trovasse lì, gli fece gli auguri. Oggi era San Giò, il suo onomastico. Oggi, ieri, domani. Le uniche unità di tempo oltre le ore. Si sentì salire alle labbra un sorriso automatico di risposta, che, come quello del gatto di Alice, rimase, anche dopo, quando il suono delle parole della Moglie era svanito. Il paese delle meraviglie! Che Paese era quello in cui si era svegliato? Chiudendo gli occhi, proprio come se guardasse una vecchia foto, vedeva qualcosa di diverso filtrare da ciò che appariva un attimo prima. Dalla finestra aperta il sole non era così accecante e bianco, solo alcuni raggi riuscivano a passavano fra la bruma mattutina. Gli sembrava di sentire l’odore della terra bagnata. Una donna addormentata giaceva sul letto. Il suo viso nel sonno appariva corrucciato. La fotografia scomparve lentamente … La Moglie con una abilità incredibile riuscì a baciarlo continuando a sorridere. Il sorriso dei suoi denti era abbagliante e bianco, ed il suo chiaro significato era quello di un momentaneo congedo. Cosa era previsto che facesse adesso? Si trovò di nuovo sul marciapiede bianco, diretto verso il lavoro. Il bianco campanile di San Giò scandì lentamente le sette del mattino. Nel silenzio compatto, non scalfito neanche dai rintocchi, persone, donne e uomini, con il suo stesso abito bianco ed il suo stesso sorriso stampato in faccia, cominciarono a camminare ordinatamente. Egli ed altri che procedevano nella sua direzione, dopo aver comprato il Giornale, percorsero il viale che portava alla Cattedrale di San Giò. Il viale risplendente della luce del sole, aveva, un aspetto impersonale ed asettico, che egli inconsapevolmente confrontava con le immagini piene di suoni, di colori e di vita che ogni tanto gli sembrava di ricordare. Giunti alla cattedrale, svoltarono a destra, proseguendo fino ad arrivare ad una piazza, dove una immensa lastra di marmo senza data, commemorava l’unione della fede politica con quella religiosa. Fecero ancora qualche centinaio di metri, e giunsero alla stazione che era evidentemente il luogo di lavoro. La stazione era vuota. Le immagini che intravedeva nel suo passato erano popolate da una folla sempre in movimento, mai quieta, che andava e veniva fermandosi solo ogni tanto per ascoltare annunci di ritardi, cambio binari, arrivi, partenze ed altri avvisi che agivano come una impastatrice sulla massa fluida delle persone, rimescolando e cambiando i colori del quadro. Un mondo rumoroso di imbonitori, guide, venditori vi gravitava intorno, preannunciando l’ampia e rumorosa metropoli al di là dell’uscita. Qui invece silenzio. L’unico movimento era quello del piccolo esercito di cui faceva parte. Si muovevano in modo efficiente. Prendevano i pacchi dai magazzini e li caricavano sui carrelli; con essi li portavano fino ai treni che partivano automaticamente per il Difuori. Tutto, pur nella modestia delle dimensioni, funzionava perfettamente e soprattutto senza intoppi. L’Ordine, come del resto in tutto il Paese, regnava sovrano. Nessuno era in attesa di salire su un treno, nessuno voleva andare Fuori della Città. Sarebbe stato inutile, se era vero, ed ognuno era convinto che lo fosse, che come diceva il Giornale e la Televisione, fuori non c’era niente. Niente di diverso. Altre città come la Città, con altre San Giò, altre Piazze, altre stazioni tra loro identiche. Uguali le città, medesima la produzione, nessuna necessità di scambi. Dove andavano i treni?
Lenta, monotona, ma allo stesso tempo rassicurante, la giornata passò nelle fabbriche, negli uffici, nei magazzini e nella stazione. L’alternarsi dei pasti e del lavoro, i tocchi delle campane di San Giò, ne scandirono il tempo fino a quando giunse la sera. Più vuoto che stanco, si avviò rapidamente verso casa, desideroso di concludere al più presto quel giorno. Non rifece la stessa strada fatta al mattino, ma scelse una Famiglia più vicina al lavoro. Frasi retoriche del passato, si consumarono rapidamente nella sua mente arse dal fuoco dell’oblio. Una Moglie, attorniata dalla Figlia Giò e dal Piccolo Giò, gli vennero ad aprire e quando ella lo accolse fra le sue braccia, anche l’ultimo pezzettino di foto ingiallita svanì.


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