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Inserito Lunedì 29 marzo 2004

Narrativa un racconto di Claudio Tanari

Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita.

(Sandro Penna)

 

Se andate a Firenze, chiedete dello Scorpione: è una birreria come tante, d’accordo, ma lì, quella sera profumata di primavera, ci suonava Carlo, quello che potremmo definire un musicista di strada. Sì, in America li chiamavano folksinger, nel secolo scorso: se ne andavano in giro con chitarra e armonica a rimediare nelle piazze qualche soldo per… continuare a farlo.

Quella sera allo Scorpione aveva suonato il vecchio, solito, infallibile repertorio per anziani turisti in vena di nostalgia: Dylan, Denver, Donovan, Stevens e un po’ di suo. Tra un pezzo e un altro qualche battutina e una birra: si portava appresso i capelli ricci e gli occhi verdi con olimpica indolenza.

Però quella volta allo Scorpione c’era anche lei: piccola, i capelli neri tagliati corti. Si accese una sigaretta, sporgendosi sulla sedia i jeans attillati e la canottiera nera. Gli chiese una canzone, lui la suonò.

 

Due giorni dopo Carlo era seduto a un bar di Piazza della Signoria. Guardava la piazza, i bambini che rincorrevano i piccioni, i turisti che armeggiavano con le mappe della città. Soddisfatto, di fronte a una bibita rossa. Con la coda dell’occhio vide fermarsi una bicicletta; si girò: era la ragazza dello Scorpione..

- Ciao! - Accaldata, una tutina rosa, il labbro superiore imperlato di sudore.

- Ciao… - rispose Carlo scrutandola – Ci conosciamo? – mentì.

- Ma sì, non ti ricordi? L’altra sera: tu cantavi, io ti ho chiesto quel pezzo dei Nirvana – intanto si era seduta al tavolino.

- Ah sì, è vero – fece lui – Ma riprendi fiato. Vuoi qualcosa?

- Un gin tonic con molto ghiaccio, grazie. Sai perché sono qui, vero? – facendosi improvvisamente seria.

-L’ho immaginato fin dall’altra sera…

 

Barbara finì il suo drink asciugandosi poi il viso con cura. Era carina, senza dubbio: naso all’insù, bocca lievemente imbronciata, le guance arrossate dalla corsa in bicicletta…

- Non me l’hai chiesto, ma mi chiamo Barbara.

- Carlo, tanto piacere. O avrei dovuto dire HRU – Humar Reply Unit - 1500?

- Senti, mi dispiace: i turisti non chiedono più folksinger

HRU 1500 non rispose, limitandosi a guardare la sua bibita rossa.

Barbara se ne stette un po’ in silenzio. Si mise a fumare fissandolo con il suo lungo sguardo grigio.

Al suo interfono una voce metallica mormorò: - Barbara, ci sono complicazioni? C’è una squadra all’angolo di Via dei Calzaiuoli. La vedi?

Lei alzò gli occhi sui tre uomini in scuro, apparentemente uomini d’affari intorno all’edicola.

- No, Controllo, nessun problema. Va tutto bene, ripeto, tutto ok. – rispose la ragazza.

HRU 1500 sorrise: era bella, colorata di arancione dal sole basso del pomeriggio.

- Se ti può interessare, un paio di piccioni, laggiù girano intorno a se stessi da ore: qualche bambino se n’è già accorto… - disse sarcastico Carlo.

- I piccioni non sono di mia competenza – rispose fredda Barbara – Stai rendendo tutto più complicato, comunque.

- E io? Che fine farò? - disse lui con un sospiro, quasi fra sé.

- Non lo so: il mio compito è prelevarti e… disattivarti appena arrivati al magazzino…

- The answer is blowin’ in the wind… - la interruppe lui accennando il motivo di una vecchia canzone.

- Senti, ti ho già detto che mi dispiace! – fece lei tornando a guardare impaziente gli uomini in scuro.

Carlo pagò il conto, si alzò dalla sedia aspirando avidamente l’odore del lastricato, della pasticceria lì accanto, della pelle di Barbara…

- Non c’è alcun bisogno dei tuoi amici. Andiamo pure.

Lei gli si avvicinò, prendendolo per mano.

- Ma: chi suonerà allo Scorpione, stasera? – chiese il folksinger mentre la seguiva docilmente.

- Karaoke, un’ unità che fa il karaoke – rispose lei frettolosa senza guardarlo.

La piazza li inghiottì: i bambini che rincorrevano i piccioni stridendo come le rondini in picchiata, i turisti che armeggiavano vocianti con le mappe della città.

E il dolce rumore della vita, tutto intorno.

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