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DIOMEDEA MARTIS

Inserito Lunedì 10 luglio 2006

Narrativa un racconto di Claudio Tanari

L’Estate era appena iniziata e le notti ancora fredde appannavano l’oblò di condensa. Ragnar si svegliò, gli occhi punti dalla luce del sole che filtrava attraverso i deflettori; infilò i piedi nei vecchi stivali termici, si gettò il giubbotto della tuta sulle spalle e spinse la porta rivestita di un pannello isolante consumato dagli anni. Il terreno davanti alla stazione ricominciava impercettibilmente a tingersi dei colori della vita: sotto lo strato superficiale del permafrost l’acqua di fusione alimentava le tinte scarlatte dei papaveri; le strutture geologiche modellate dal geliflusso si riempivano di macchie di falaschi e mirtilli, il salice nano rivelava in controluce piccole nubi di zanzare e coleotteri. Il Fiume delle Sirene sprigionava una cortina di vapore laggiù a valle, dove tutto era ancora avvolto nel grigiore della nebbia e più in alto, in corrispondenza della cascata, brontolava sordo, roco.

Ragnar discese lentamente verso il fiume e una volta lì rimase per un po’ immobile a guardare la foschia che si sollevava dalla superficie liquida, quindi si accovacciò chinandosi verso la corrente. Il giubbotto aperto rivelò un corpo da vecchio: tra le costole rilevate la pelle formava pieghe pallide, solo le mani e il collo erano più scuri; l’alta statura lo faceva apparire ancora più ossuto. Si lavò la faccia e passò la mano sulla testa canuta: l'acqua era ghiacciata e dava un gradevole senso di bruciore. Il sole qui non era ancora arrivato e il fiume era scuro, ma sapeva che con i primi raggi sarebbe diventato di una limpidezza eccezionale. Si sarebbero visti i sassi muschiosi presso la riva, i rivoli dorati scorrere intrecciandosi. Così belli che era quasi un peccato sprecarli per lavare il suo viso rugoso. E pensare che la chiamavano “tundra”, in lappone “terra arida”...

Guardò il cielo sulla collina di fronte: sarà una bella giornata. Queste nuvole notturne ben presto scompariranno. Farà caldo. Me ne andrò alla sorgente Aeolis e da lì tornerò passando per le alture. Comunque vada, da qualche parte li vedrò: i pulcini devono essere ormai in grado di spiccare il volo. Eppure temeva che qualcuno li avesse spaventati e che gli uccelli avessero abbandonato il nido. Ma poi il pensiero andò alla stazione e ancora una volta rivolse con rammarico lo sguardo al cielo. No, era arrivato qui la sera prima, bisognava innnanzitutto sistemare le cose per bene, dare una ripulita, riparare quello che c'era da riparare perché secondo il Programma doveva restare lì per due mesi. D'un tratto avvertì il gelo: raddrizzandosi a fatica, tornò all’interno.

Per prima cosa, mangiare. Nei lunghi anni di vita trascorsi nella tundra si era abituato a cibarsi due volte al giorno - la mattina e la sera - e quello, appunto, era il momento di mangiare. Pensò a cosa preparare, ma in realtà non aveva un grande appetito. Si sedette sul tavolo, si infilò i pantaloni, si mise le calze, su queste ne indossò un altro paio, di lana sintetica (i piedi...: li aveva congelati più di una volta e due dita del sinistro era come se non le avesse mai avute), tirò fuori dallo zaino la muta per le attività esterne. Bene, tutto a posto. Ora bisogna far colazione. Prese un bollitore annerito, contenente ancora residui del tè preparato la sera precedente, vi versò un paio di pentolini d'acqua presi dal serbatoio. Sì, oggi devo proprio restare qui. C'è la fossa biologica da... Bisogna fare tutto per bene. E poi c'è da stivare l'equipaggiamento.

Il giorno prima prima la motobarca si era fermata a circa due chilometri e mezzo dalla stazione: c'era poca acqua nel fiume e l’idrogetto spesso grattava il fondo sabbioso. Era stato necessario scaricare tutta la roba qualche centinaio di metri dall’attracco; forse si sarebbe potuto anche giungere a destinazione. Vassili l'avrebbe certamente accompagnato fino al stazione o almeno aiutato a trasportare a braccia le cose. Già, il fatto è che Vassili non c’era e tra poco avrebbe anche lui compiuto settant'anni... Mentre quel… come si chiamava? Parker. Per lui la sola cosa che contava era il motore a impulsi, e poi aveva fretta di andarsene, non si era nemmeno fermato a pernottare. Inoltre - questo Ragnar l'aveva capito bene - se non glielo avesse ordinato Petrovic, non l'avrebbe nemmeno portato fin lì. Non capiscono, loro, perché mai questo vecchio non se ne stia a godersi la pensione invece di arrancare per le pietraie. Sono giovani. Hanno dimenticato che proprio questo vecchio ha creato la riserva e per ben ventidue anni ha diretto tutti i lavori di ricerca. Eppure - e ciò lo amareggiava più di ogni altra cosa - ora non c'era rimasto nessuno che conoscesse bene come lui quei settemila chilometri quadrati. Ma tutto questo non interessava più: sulla Terra qualcosa era cambiato ed era cambiato in peggio. Una volta, appena si cominciava ad avvertire il tepore della primavera, nel laboratorio c'era subito aria di festa, sui volti di tutti c'era allegria: presto si sarebbe usciti all’esterno! Ora invece non si riusciva a tirarli fuori dalla base di Amazonis o, peggio ancora, dalla Stazione orbitante. Il nuovo Vicedirettore incaricato del Dipartimento scientifico già da due anni se ne restava chiuso nel suo ufficio, a scrivere la tesi per il dottorato. Ragnar, disgustato, corrugò la fronte.

La sua tesi, lui, l'aveva scritta all’aria aperta... La mattina dedicata alla ricerca, sui colli di Cymmeria; la sera a sistemare i dati al computer a Nirgal. La stazione era molto piccola e Ragnar, con il suo metro e novanta di statura, a mala pena riusciva a drizzarsi in piedi. Perciò preferiva scrivere all'esterno, su un’enorme “pingo”, una collinetta tondeggiante non rara a quelle latitudini. La stesura definitiva l'aveva completata qui, sul Fiume delle Sirene. I viveri erano quasi esauriti, l'autunno era molto avanzato, però il lavoro andava avanti molto bene e aveva deciso di chiedere via radio al direttore il permesso di fermarsi ancora un po’. Era una tesi sulle renne introdotte nell’ecosistema equatoriale; del resto aveva tante pubblicazioni sulla fauna mutante da bastare non per una, ma per due tesi...

Accidenti! - interruppe bruscamente il corso dei suoi pensieri. Quella sua abitudine di andare a scavare nei ricordi non gli piaceva proprio. Raccontare a se stesso quello che gli era successo! Pazienza se si fosse trovato alla Base, ma qui, nella foresta ... Intorno c'era la tundra e lui se ne andava in giro a mugugnare ogni sorta di sciocchezze. Accostò uno sgabello verso la porta, vi montò su e a fatica, lentamente, tirò fuori una scala dal soppalco. Ne provò la robustezza, l'appoggiò alla parete e prese a salire. Sotto il tetto a due spioventi, fatto di centine in lega metallica, c'era, come in ogni stazione, un deposito di cose utili, tra cui un fornello ad emanazione e altre minutaglie. Ragnar afferrò il fornello e, facendolo scivolare lentamente lungo la scala, riuscì a portarlo a terra. Certo avrebbe potuto anche prenderlo con una sola mano (le braccia erano ancora robuste) ma la vita solitaria gli aveva insegnato ad essere prudente. Qui nessuno avrebbe potuto aiutarlo: se per caso gli fosse capitato un incidente, non poteva fare altro che ricorrere alla Base, lontana migliaia di chilometri. In gioventù era tutt'altra cosa... Una volta, d'inverno, si era rotto una mano, la destra. Ebbene, aveva risolto tutto senza grossi problemi: l’aveva fasciata bloccandola con una stecca, aveva aspettato un paio di giorni, il dolore era sembrato calmarsi e così aveva potuto restare nella tundra: aveva imparato a usare la sinistra. Ora invece era diverso.

Sistemò il fornello al suo posto e collegò la batteria: ecco, tutto era in ordine, il calore comincio ad emanare e a scaldare le piastre. Prese la teiera e la riempì d’acqua. Quando era possibile preparava sempre il tè servendosi di acqua corrente. Gli sembrava che l'acqua, anche se trattenuta solo per un'ora nel secchio, perdesse la sua forza vitale. Il tè preparato con acqua “viva” era sempre migliore.

Guardando dall’oblò verso il fiume ebbe un pensiero di riconoscenza per Capek, che aveva costruito la stazione in un posto così bello, alla confluenza con il Gorgonis. Era stato generoso, lo aveva costruito proprio sul fiume: esci e il Fiume delle Sirene è lì, a portata di mano. Ragnar scese verso il fiume sugli scalini che l'anno scorso aveva rafforzato con dei semiassi dello spessore di un pugno ricavati da una vecchia motoslitta, si accoccolò e calò la teiera in acqua. Peccato che Capek fosse finito così, con la moglie sul Gorgonis: la loro barca si capovolse nella piena del fiume. Da solo ce l'avrebbe fatta, ma la moglie non sapeva nuotare e lui non l'abbandonò. E così se ne andarono, insieme.

Sollevò il disco del fornello, all'intemo le pareti cangiavano allegramente di un color rosso-arancione. Quanti tè, con Vassili… Gli venne fatto di ripensare alla teoria di Vassili Petrovic su "Questo e l'Altro Mondo". Quel vecchio rimbambito diceva che Questo e l'Altro Mondo non sono che due stagioni diverse, successive della nostra vita: Questo Mondo è la giovinezza, l'Altro Mondo è la vecchiaia. Hai gettato via la tua esistenza, hai fatto del male alla gente? Prenditi allora le malattie, soffri! L’ipotesi era certamente discutibile - si pensi a quante brave persone si ammalano in vecchiaia - ma a Ragnar piaceva, perché doveva essere stato premiato per aver combinato qualcosa di buono se, a settantotto anni suonati, poteva ancora aggirarsi nella Fascia periglaciale. La morte di Capek invece non poteva in nessun modo essere giustificata. E così tante altre cose. Ma Vassili Petrovic, con i suoi settant'anni credeva appassionatamente alla sua teoria ed era assolutamente convinto di essere ancora in "Questo mondo", cioè in gioventù. Del resto, a guardarlo, più di quarant'anni lui non li aveva mai avuti. Ragnar concluse le sue riflessioni, e si mise a sedere accanto al termoemanatore per riposarsi un po’. Mi preparerò degli spaghetti che condirò con carne in scatola - pensò. Ma non riusciva a star seduto, c'erano ancora tante cose da fare. Si alzò, prese dallo zaino un pacco di pasta e la carne in conserva, versò dell'acqua in una pentola e la pose su una piastra, mentre accanto, sulla piastra già arroventata, sistemò la teiera e il barattolo della carne che aveva aperto. Poi prese una scopa e cominciò a pulire la stazione, che nell'insieme non era sporca, però... è sorprendente com'è fatto l'uomo: dove mangia, lì lascia tutto. Qualcuno aveva consumato un pasto liofilizzato e aveva gettato l’involucro di plastica sul pavimento, qualcun’altro aveva aperto la scatola del combustibile proprio dentro lo spazio abitabile seminando particelle inerti dappertutto. Spazzò tutto per bene e gettò l'immondizia nell’inceneritore, pulì con uno straccio il vetro della lampada incastonata nella parete curva sopra la cuccetta. L'acqua nella pentola bolliva, Ragnar aprì con cura il pacco degli spaghetti e ne versò la metà nell'acqua, poi fermò con un elastico (aveva sempre degli elastici in tasca) il pacchetto con la pasta rimasta. Nel frattempo aprì lo sportello della dispensa e cominciò a metterci dentro i generi alimentari. Riso, muesli, carne...: tutto era contenuto in sacchetti sottovuoto e doveva bastare per due mesi. Era stato qui l’ultima volta proprio il giorno in cui aveva compiuto settantacinque anni. Anche in quella occasione la barca non aveva potuto proseguire e lui aveva deciso di andare a piedi: voleva celebrare il suo compleanno nella stazione. Non proprio per festeggiare, ma... L'autunno era caldo, dorato, i giunchi ondeggiavano sulle rive del fiume.... I superiori, la moglie, i figli se l'erano presa: settantacinque anni non erano un semplice compleanno, ma un anniversario importante. Ciononostante era partito ugualmente.

Ragnar andò col pensiero a Vassili Petrovic. Tra il personale della riserva erano considerati amici eppure qualche volta si erano beccati per bene... Si chiese se Petrovic fosse una brava persona. E si stupì, si arrabbiò persino per la propria stupidaggine: che domande! Una persona come un'altra! Roba da matti... Tirò fuori la videocartella sulla Diomedea Martis e la pose sulla mensola destinata ai libri, poi uscì dal stazione, diede una scrollatina allo zaino e lo appese sotto la tettoia. Petrovic al suo settantesimo compleanno si metterà la sua unica cravatta - è pur sempre un capo ispettore forestale - e se ne andrà a Novaja lrkutsk. A festeggiare con i compagni di lavoro... Girò con un cucchiaio la pasta nella pentola: ancora due minuti. Ragnar rimase un po’ sovrappensiero e poi sorrise soddisfatto. Diede di nuovo un'occhiata al cielo; sarebbe stata una giornata stupenda! Rientrò, si infilò gli occhiali e visualizzò sul monitor a parete una pubblicazione scaricata da SpaceNet a proposito della nidificazione delle diomedee nelle regioni montuose di Styges.

Le aveva viste l'anno scorso, mentre camminava lungo la Pozza Gigas. Le diomedee - due adulte e una giovane – sondavano le acque tranquillamente. Si era portato il più vicino possibile; seduto tra i cespugli le aveva osservate per bene con l'aiuto di un binocolo. Corpo affusolato, zampe lunghe e un becco vigoroso. Ciò che più di ogni altra cosa lo aveva colpito era il piumaggio: il collo e le ali neri, mentre il dorso e la nuca rilucevano di un argento scuro vellutato. Gli era venuta voglia di toccarle: il becco e le zampe erano di colore arancione. Gli uccelli, muovendo con cautela una zampa dopo l'altra e scrutando attentamente il fondale, si erano spostate lentamente lungo la riva melmosa. A volte uno degli uccelli adulti si fermava, sollevava la testa e si guardava intorno. Le diomedee somigliavano molto ai superbi albatros africani (solo, molto piu' belle!) tanto che intorno a loro la Pozza aveva preso a riverberare di ricordi terrestri. Ragnar aveva distolto il binocolo dagli occhi arrossati, si era guardato intorno stupito: la tundra era sempre lì, la Pozza pure e, malgrado ciò, le diomedee continuavano a sembragli bellissime, uccelli favolosi appartenenti a un'altro mondo, a un’altra vita...

Era rimasto lì appostato per un'ora e mezza, il corpo indolenzito, le mani addormentate per aver retto il binocolo e gli occhi arrossati per aver guardato, finché gli uccelli non erano volati via. Tuttavia il mattino successivo era tornato lì ch'era ancora buio. Era rimasto ancora nascosto per ben quattro ore, ma gli uccelli non si erano più fatti vedere. Pensò che si fosse trattato di esemplari in transito. Ma sulla via del ritorno li vide nel cielo a grande altezza, verso la Catena degli Acheron: sembravano navigare, con moto sicuro e regolare, come navi lontane nell'oceano. Era già la fine della stagione estiva e ben presto se ne sarebbero andate in luoghi più caldi. Ragnar aveva continuato ad osservarle per nove giorni: da qualche parte dovevano pure avere il nido dove avevano generato i pulcini. Ragnar lo aveva cercato, ma senza fortuna.

La riserva naturale esisteva da trent'anni ma le diomedee qui non s'erano mai viste. In tutto l'enorme territorio della riserva di Arcadia, una sola coppia! Aveva deciso che avrebbe trovato il nido ad ogni costo: per descrivere tutto - dove, come e di che cosa si nutrivano - per contare i pulcini, per poter delimitare il territorio da sottoporre a particolare tutela per impedire a chiunque di andare lì a frugare. Con l'omitologo del Parco non aveva discusso della questione perché tutti dicevano che questi uccelli erano molto prudenti e se qualcuno li avesse disturbati avrebbero potuto abbandonare il nido. E il loro ornitologo (Ragnar non lo stimava affatto per via della sua pigrizia e ottusità) avrebbe certamente rovinato tutto. A primavera, qua e là nella riserva c'era ancora un po’ di neve. Era venuto qui di proposito per vedere se gli uccelli erano tornati, ma non si era messo a cercare il nido: più precisamente, non aveva voluto avvicinarvisi troppo. Li aveva scorti da lontano, dall'alto dei colli circostanti la palude, e aveva riconosciuto la stessa coppia. Ragnar aveva deciso di ritornare all’inizio della bella stagione per osservarli di nuovo senza spaventarli e poi, quando sarebbero volati via – presumibilmente in Autunno - avrebbe cercato il nido con più insistenza. Ma aveva ritardato di due settimane circa: dopo la permanenza invernale al Circolo Polare Nord, i reni si erano fatti sentire di nuovo ed era stato costretto a restare in infermeria ad Amazonis fino alla Primavera inoltrata. Solo adesso gli era riuscito di tornare, malgrado la preoccupata resistenza del medico.

Si sistemano in boschi fitti e poco accessibili, con vecchi alberi in prossimità di paludi, laghi e fiumi - leggeva Ragnar. Si tratta di un uccello che si spaventa facilmente e tende a nascondersi... Estremamente raro... E' protetto. E' incluso nell'Allegato 2 della "Convenzione sul commercio delle specie di flora e fauna marziane”.

Mescolò ancora una volta col cucchiaio nella pentola, la coprì col coperchio e si allontanò per scolare la pasta. Non versava mai l'acqua bollente sul muschio o nel fiume, cercava un posto "morto" e se proprio era costretto a versarla sul "vivo" ne sofffiva come se la versasse su una ferita. Scolò la pasta versando l'acqua in una buca, tornò al fornello e aggiunse alla pasta la carne in scatola direttamente nella pentola. L'odore era stuzzicante... Si sedette a tavola, versò metà della pasta in un piatto e incominciò a mangiare. Intanto già pensava a ciò che avrebbe fatto. Sono le quattordici. Vado a prendere la roba. Con due viaggi forse me la caverò. Poi riparerò la tettoia: un palo è quasi completamente andato. Certo, l'anno scorso sono stato proprio uno stupido: dovevo cercare il nido appena se n'erano partite! Ora avrei potuto costruire di notte una capanna nelle vicinanze per riprenderle con un’olocamera...

Si versò del tè, vi bagnò un biscotto e uscì. La giornata diventava più calda. Ragnar si ricordò che voleva raccogliere un po' di funghi appena cresciuti sul prato dietro il magazzino, altrimenti nel giro di un giorno sarebbero anneriti. Poggiò sulla stufa il tè che non aveva finito di bere, prese una scodella e con passo svelto uscì all’aperto. Aveva fretta, era anche arrabbiato con se stesso: si era alzato tardi e già da due ore non si capiva bene quel che stesse facendo.... I funghi erano spuntati sotto una giovane pianta d'abete nano. Luccicavano invitanti con i loro cappelli rosso-marrone sul muschio grigio. Ragnar si muoveva ginocchioni e mentre tagliava i funghi con cura, cercando di non danneggiare il micelio, s'imbatté nello sterco rinsecchito di una volpe artica. Lo rigirò con la lama del coltello. Sì, è proprio lei, brutta bestiaccia. Durante l'inverno aveva pensato a questa circostanza: la volpe era l'unica che potesse distruggere il nido e divorare i pulcini. I ghiottoni erano roba da ridere, non avrebbero osato nemmeno avvicinarsi ad uccelli così grandi, mentre la volpe... lei sì che non si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione. Ragnar smise di cogliere funghi, si sollevò con uno sforzo sulle ginocchia e rientrò nella stazione. Si preparò per andare a prendere il materiale: zaino vuoto in spalla e binocolo a tracolla; prese anche il navigatore. Doveva percorrere duecento metri circa in su lungo il Fiume delle Sirene, attraversarlo dove l'acqua era bassa, scendere lungo l'altra sponda verso la Fossa di Efesto e quindi continuare a seguire il corso del fiume. Il sentiero era buono e Ragnar camminava con passo svelto. Se ce la farò a sbrigarmi, stasera arriverò sull'altura più vicina ad osservarle col binocolo. Aggirando una cresta rocciosa si portò su un rilievo brullo. Si guardò intorno: questa terrazza gli piaceva proprio: c'era una vista meravigliosa, tutto intorno la visibilità era ottima. Ad oriente una caligine azzurra avvolgeva le vette dei Monti della Notte. Ragnar socchiuse gli occhi per proteggersi dai raggi del sole: no, ora non si vedevano. Egli sapeva però che a tre giorni di marcia da lì, dietro l'alta catena montuosa, c'era Nectaris, il più bel lago di Marte, che riscaldava le sue acque ai raggi del sole pomeridiano. E forse poteva farcela. Magari non in tre giorni... Guardò sulla destra, dove le brulle onde della tundra si infrangevano distanti contro le sponde ripide e rocciose della montagne. Il percorso più breve, quello lungo il fiume, non si addiceva più alle sue possibilità. Ma proprio davanti ai suoi occhi si stendeva la vasta valle del Gorgonis con i suoi dolci declivi. Cammina pure finché ne hai voglia! A Ragnar venne forte il desiderio di andare da qualche parte, lontano, come ai bei tempi quando seguiva la fauna della riserva; di andarsene zaino in spalla con dentro un pentolino e una scatola di carne in conserva. Sparire, in modo che nessuno potesse sapere dove se ne fosse andato e quando sarebbe tornato! Ragnar aspirò profondamente l'aroma della sassifraga che gli colmò l'anima di una tale gioia giovanile, di tali sciocche speranze da velargli gli occhi di lacrime. Ah! lo morirò e tutto questo rimarrà così come lo vedo ora. E qualcuno, giovane e sano, andrà per questo sentiero. Ci andrà con passo sicuro e ammirerà la tundra da questa altura, durante la notte dormirà sotto il cielo denso di stelle e penserà che ha ancora una vita intera davanti... Non credeva nell'aldilà, non riusciva ad immaginare che potesse esserci qualcosa di meglio di questi dolci pendii, di questo fiume. Di questo pianeta. Sollevò la testa trattenendo le lacrime. In alto, proprio sopra di lui, volavano lente quattro grandi forme. Ragnar si asciugò bruscamente gli occhi con la manica della tuta. Erano le diomedee. Afferrò il binocolo: due adulti dal petto bianco, due più piccoli, il piumaggio picchiettato; planavano verso il valico di Arcadia. Ragnar li seguì finché non scomparvero alla vista. Ritornò ansimando alla stazione, infilò nello zaino l’igloo gonfiabile, il sacco termico, le scorte alimentari... E, felice come un bambino, si incamminò a passo svelto verso i Monti della Notte.


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