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Oltre il tempo e lo spazio

Inserito Sabato 05 agosto 2006

Narrativa un racconto di Lucio Iacono

Legenda per i termini metrici adoperati:

giorno: stadion
settimana: gradion
mese: linear
anno: ciclok
decennio: deca-ciclok
secolo: iperion
millennio: omegon
secondo: micron
minuto: macron
ora: boran
chilometro: parallax

Era molto buia quella stanza quando Dikstra aprì gli occhi, dopo quella notte, a iniziare un nuovo stadion. Tutto di primo mattino appare sempre confuso nel momento in cui ci si sveglia, sdraiato su quel letto lo stesso valeva per lui, era la confusione primordiale, forse perché questo momento per chiunque sta prima di indossare la propria conformazione diurna, a volte la propria maschera, negli atteggiamenti, parole, comportamenti, rapporti con gli altri, idee, tutto insomma. Era anche per quell’individuo con un corpo di quaranta ciclok esatti che corrispondeva al nome di Dikstra un limbo il risveglio, o almeno il primissimo risveglio, stava lì, sentì il sonno man mano spegnersi in una consapevolezza reale, la consapevolezza in sé in pratica, poi, dolcemente, aprì gli occhi guardando prima nient’altro che sfumature, per un solo, piccolissimo momento, come fanno sempre tutti tra l’altro, e poi cominciarono a delinearsi i contorni del mondo, con la luce a distinguerli. La sua stanza, il suo letto, gli oggetti che vedeva, lui stesso, erano tutti lì, ai loro posti, tutto era a posto, come sempre, l’inizio di un nuovo stadion. Ma non si alzò subito, e infatti raramente lo faceva, solo, ancora nel limbo, con quei brandelli di sogni ormai dimenticati, che mai una volta che se li riuscisse a ricordare, stette a fissare il soffitto per un po’, un bel po’ a dire la verità questa volta, pensando. Era lui, era lì, e pensava. Pensava allo stadion di ieri prima di tutto, è sempre a quello a cui si pensa, come una donna che se ne è andata, che sai che non rivedrai più per il resto della tua permanenza in quell’albergo chiamato vita, ma che non puoi, non riesci a dimenticare, così lo stadion di ieri, è sempre così. E sì, bisognerebbe scriverci un trattato, sullo stadion di ieri, e sul perché è sempre ad esso che si pensa, quasi automaticamente, appena si aprono gli occhi e ci si sveglia, nello stadion del domani, cioè l’oggi, appunto. Qualunque esso sia o sia stato, e infatti per Dikstra non era stato per niente uno di quegli stadion campali, quelli che dicono si contino sulle dita di una, o due, mani, nell’esistenza di una persona, ma uno qualsiasi, passato tra casa e lavoro, ma si era concluso con una bella cena con gli amici, questo forse lo rese abbastanza speciale. Dikstra infatti come tutte ormai le persone della sua età, e in modo ancora più particolare quelle che facevano il suo lavoro, non aveva molto tempo a disposizione solo per se stesso, e sempre più frequentemente adesso capitava che per diversi linear non vedeva i suoi vecchi, vecchi amici, quelli con cui si aveva un tempo condiviso tante cose. Un tempo che fu, quando erano tutti quelli seduti a quel tavolo a mangiare e bere ancora giovani, e al pari di loro le loro idee e le loro speranze, i hope i hope, diceva un tale che una volta Dikstra vide su una copertina di un libro, di cui ovviamente non gli veniva di ricordarsi anche il titolo. Ma poi si cresce, e ciò in pratica significa più che altro aver sempre meno tempo a disposizione per fare ciò che si vuole, tipo vedere, se lo si considera importante ovviamente, i propri vecchi, vecchi amici. O leggere dei bei libri, anche. Un tempo che fu, era proprio così, e proprio a questo in quel tepore di sonnolenza del primissimo risveglio quel corpo sottile ma al tempo stesso muscoloso e leggero che gli altri chiamavano Dikstra pensava. Pensava a quella cena della sera passata, e ai suoi vecchi amici, quelli con cui aveva condiviso dei bei piatti preparati in casa, da loro, lo facevano sempre quando si incontravano, per una volta si poteva mangiare bene, e volendo nessuno cucinava meglio di cinque uomini quando ci si mettono. Nessuno, nemmeno una donna. Già, nemmeno una donna. Pensava, in quel mondo sfumato, mentre i suoi occhi fissi al soffitto in realtà non vedevano niente, a parte che vivi, vivissimi ricordi, di quando erano ragazzi, e poi studenti, e poi quasi adulti, e quando la gloria montava ancora la guardia alle porte della città, la loro città, la bella e grandiosa Senektis, il loro pianeta. Ebbene, quelle porte erano state chiuse da tempo, e la gloria se n’era andata per i fatti suoi in giro. Passarono in questo modo alcuni macron, ovviamente interminabili, perché senza tempo reale, a riflettere sulla serata passata e su lontani ricordi, di ciclok fa, che a contarli gli veniva anche difficile ormai, o forse gli veniva volutamente difficile. Poi piano piano quello stato idilliaco passò, la mente gli si fece anche a lui più lucida, più presente, e quindi più vuota, perché scomparvero come fanno sempre quelle associazioni tra ricordi, fantasie e realtà, visioni si potrebbero chiamarle, senza andare nel mistico, ma proprio per la loro natura estremamente voluttuaria, che hanno queste chimere del primissimo risveglio. Sentì che era venuto il momento di alzarsi, basta perdere tempo, penso tra sé, e si mise in piedi. Uno bello sbadiglio, dolce dolce, che coprì, anche se era solo nel suo appartamento, ma le abitudini sono difficili da cancellare, con una mano alla bocca, e poi ciò che faceva sempre, appena alzato, andare a premere l’interruttore che apriva quella grande vetrata che occupava quasi l’intera parete del suo modesto appartamento, un locale abbastanza grande diviso da alcune pareti intermedie, anzi era stata una ragione per cui l’aveva scelto e poi comprato, quella grande vetrata di quell’edificio costruito in cristallo che rendeva tutto pieno di una luce intensissima, e che dava, con un campo vastissimo, proprio dell’altezza in cui l’appartamento era posto in quel palazzo anch’esso altissimo, sulla città, e su quel cielo violaceo che tanto amava del suo pianeta. Era una cosa che lo faceva stare bene, alcuni si dirigono dritti in bagno, o a far colazione, spinti da quella fame, che è un segno molto buono, solita appena ci si alza, lui invece voleva, adesso quasi automaticamente, vedere come si mostrava in quello stadion il cielo sopra la città e la città sotto appunto il cielo, per aggiungere un altro spettacolo diverso a quelli che lo avevano preceduto. Mai una volta che avesse visto uno spettacolo da quella spaziosa e grandissima vetrata dal suo modesto appartamento uguale o solo anche simile ad un altro che avesse già visto in uno dei tanti stadion precedenti, già vissuti. Era sempre diverso ciò che si trovava sotto gli occhi di mattina, da non crederci. Anche oggi non ci pensò neppure a cambiare abitudine, appena mise i piedi sul pavimento e fatto i soliti passi sonnecchiosi verso quell’interruttore laterale, eccola lì, la vista sulla sua Senektis lo fece riavere, i torpori, che tanto lo avevano tenuto impegnato prima, e che sembrano sempre così tendenziosi a farti ricadere tra le loro braccia, del sonno appena trascorso, scomparvero del tutto, perché nella luce viola del suo sole e del suo cielo era meravigliosa, come ogni mattina, la vista del mondo che si apriva da quella finestra, al ventiquattresimo piano di quell’edificio residenziale dall’architettura così particolare dove viveva da qualche ciclok. Tutto era nitidamente viola, col loro grande sole che in quello stadion non aveva incontrato nessuna nuvola a coprirne la forza, ad ammantarla, anch’esso nitidamente viola. Era la vista del suo pianeta: Triskelion.

Poco più tardi era già in strada, camminando camminando, per quelle immense vie poste tra i palazzi del quartiere residenziale dove abitava. Sopra la sua testa le metropolitane volanti scorrevano come sempre senza fare alcun rumore, bianchissime nel loro colore standard, bisognava solo guardarle per accorgersi che esistevano, scie bianche nella leggera foschia, ovviamente violacea, della mattina di Senektis. I vestiti fruscianti che solitamente le donne del suo pianeta amavano indossare in quella particolare stagione gli dava la piacevole sensazione come sempre di essere a casa, su quel pianeta dalle mille doti positive, dai mille peccati e desideri. Il suo sguardo stavolta però andò a incrociarne quello di una in particolare di queste ragazze che col loro solito passo veloce e deciso, diretto alla loro rispettiva meta, da professioniste in carriera, animavano quella strada in quel particolare stadion, di solito non ci faceva molto caso, ormai l’abitudine di camminare ogni giorno, quasi automaticamente, anzi proprio automaticamente ormai, verso il vicino luogo di imbarco, destinazione la sua stazione orbitante, nella stessa strada lo induceva a non notare i volti anonimi che gli passavano continuamente accanto, ma questa volta non fu così, e questo perchè la bellezza di quella ragazza era accecante, proprio corrispondente ai suoi più intimi ideali di bellezza, in sostanza lo attraeva perché era proprio il tipo di donna che piaceva, o sarebbe piaciuta, a lui personalmente. Questa ragazza, che subito si dissolse nella folla alle sue spalle, aveva la pelle bianca immacolata da nessun difetto, il volto dolce, come addormentato, cioè molto rilassato, eppure presente e vivo, i lineamenti perfetti, e un corpo poi da brividi, alta e slanciata senza nessun tipo di eccessività. Sembrava proprio che stava sul limite della perfezione, sapete quando un po’ di più o un po’ di meno, o qualcosa di diverso, avrebbe peggiorato tutto e messo la persona in questione nell’alveo delle persone comuni sotto questo aspetto, lei no, lei era comunemente bellissima, una sportiva, senza ombra di dubbio. Una bozza di dolore sfiorò la mente di Dikstra quando la vide allontanarsi, fosse stata un’altra persona avrebbe sicuramente tentato un primo contatto, purtroppo, almeno per stavolta, non era un’altra persona ma era proprio lui, con tutta la sua storica timidezza, e così non potè fare altro che perdersi nella sua fantasia di quella mattina, ispirata dall’esser passato vicino ad una donna che era proprio il suo ideale fisico e mentale, per l’espressione del suo volto, dalla pelle lattea, quasi, una cosa rara nel colorito solitamente tendente più o meno al viola chiaro della popolazione del suo pianeta. Intanto comunque pensando questo aveva fatto il parallax o poco più che separava il suo palazzo dal quel centro di imbarco per il buio spazio cosmico circondante il suo pianeta, oltre lo strato più esterno dell’atmosfera, in su, in su.

Fu un incontro inaspettato a dare però movimento, e molto più grosso di quando lui in quella circostanza avrebbe mai potuto sospettare, a quell’inizio di stadion di Dikstra. Mentre infatti stava per passare il grande, monumentale ingresso del porto spaziale di quella zona, fu fermato da un tipo molto strano, che in giro tutti chiamavano Bubbak, una parola il cui significato neanche lui conosceva bene. Era uno che gli abiti in monad, che si regolavano da soli sulla singola persona che li indossava, all’istante, tenendo conto di tutte le innumerevoli variabili di essa, in generale e anche in quel preciso momento, fossero anche un aumento di ansia di una donna triskel che si trovava nel proprio periodo di fertilità, fibra il cui complesso sarebbe diciamo impossibile riportare qui, almeno di non scrivere un migliaio di elementi sintetici e naturali insieme separati soltanto da un trattino, che da tempo si usavano in maniera sostanzialmente assoluta sul suo pianeta, li ripudiava, tenendosi ancora addosso pezze, ormai irrimediabilmente cenciose e usurate da un tempo che poteva sembrare anche incalcolabile, a prima vista, di tessuto vegetale scomparso ormai da almeno centocinquanta ciclok. Ma non era per niente questa la sola anomalia comportamentale, come l’avrebbero chiamata gli psicologi, di Bubbak, né assolutamente la più evidente. Per capire però con chi Dikstra si imbatté in quel particolare, ormai bisogna senz’altro dirlo, stadion, occorre però sapere una cosa. Su Triskelion, si era calcolato ogni dieci milioni di nati, uno di essi era uno appunto appartenente al genere di Bubbak, l’unico genere biologico intelligente a parte dei triskel cioè. Essi in lingua antica venivano chiamati kuruki, ovvero posseduti, profeti, pazzi, la traduzione, come sempre in questi casi, varia incredibilmente, ed è sempre parziale. Ciò nonostante la parola era rimasta, una delle poche superstiti del linguaggio arcaico. Superstiti come forse erano gli stessi kuruki, o triskel kuruki, la cui razza magari era venuta prima dei triskel odierni, o forse milioni di ciclok prima, o addirittura si erano inizialmente sviluppate assieme, o confluite l’una nell’altra, o condizionatesi a vicenda, chissà, su questo i loro genetisti e tutti i loro studiosi erano enormemente discordi, proprio per la quasi totale mancanza di dati e di orientamento che la genia dei kuruki proponeva. Erano individui insomma con una mente e un corpo diversi, molto diversi da quelli degli altri, di tutti gli altri, e diversi grandemente anche fra loro. In antichità, un’antichità prossima, questi individui venivano spesso soppressi durante l’infanzia, quando si manifestavano i primi inequivocabili sintomi, di una condizione che prima poteva essere solo vista come una luce particolare sul volto del neonato e poi dell’infante, per i pochi che la fortuna di aver trovato genitori e persone abbastanza intelligenti e coscienziosi da ripudiare una simile barbarie li aveva fatti sopravvivere, c’era spesso l’esilio imposto dalla comunità, su luoghi inabitati, o comunque ai confini estremi di Triskelion, dove avrebbero passato i loro ciclok in solitudine. I loro pochi ciclok, e questo perché la vita di un kuruko è molto breve, quasi brevissima, raggiunge i trenta se gli andava bene, quasi un quarto di quella media triskeliana, che arriva naturalmente ai cento, e che nell’epoca di Dikstra, poteva arrivare ai centoventi - centoventicinque per tutti. E proprio rimanendo in quest’epoca, nonostante l’ingegneria genetica avesse ormai chiarito tutto della struttura biologica della loro specie, comprese le anomalie, che venivano ormai risolte in tutta tranquillità prima o al massimo nei primi giorni di vita dell’embrione, questa pazzia, questa follia, ancora, inspiegabilmente, non si riusciva neanche a capire in quale gene o sequenza di geni o molecola avesse origine. Su di essa, con tutte le ricerche di generazioni di scienziati, con tutta la loro tecnologia, era ancora buio fitto, totale. Follia che ne modificava anche il corpo, spesso piegato, con bozzi inspiegabili, storpio, o comunque deformato nei modi più vari. Non stupisce quindi, dinanzi alla quasi arrendevolezza della scienza e della logica, che, ed è cosa recentissima, iniziata proprio negli ultimi ciclok, qualche movimento o gruppo di persone avesse cominciato a proporre spiegazioni religiose per la pazzia dei kuruki, arrivando, in taluni casi, a vere forme di idolatria, facendo tornare comunque in circolazione concetti religiosi, su un pianeta in cui le religioni si erano estinte ormai definitivamente da duecento ciclok. Comunque sia, tornando a noi e al presente di Dikstra, Bubbak era uno di questi profeti di Triskelion, che nascono, vivono e muoiono senza che i propri simili, se così si può definirli, sappiano perché, e fu proprio lui a fermare Dikstra in quel grandissimo atrio che è al centro del porto spaziale Senektis-B, quello della sua zona cittadina, quasi saltandogli addosso, a volerlo bloccare quasi a tutti i costi, come fosse una cosa gigantesca quella che doveva fare o dire, e lasciandolo, inutile aggiungerlo, del tutto spiazzato in quel momento e in quella circostanza.

“Fermati tu! Fermati!”.

Gli si rivolse così Bubbak gettandosi completamente addosso, con la puzza di ambrosia che aveva abbondantemente tracannato in quello stadion che si sentiva pure da parecchio lontano.

“Cosa, che c’è…”.

Dikstra era talmente scioccato da questa irruzione che neanche aveva capito bene cosa stava succedendo.

“Ho letto dentro di te mentre passavi, ho letto dentro di te!”.

Gli gridava in faccia. Dikstra intanto era allibito, non riusciva a capire perché quell’uomo ce l’aveva con lui, ma aveva percepito che aveva di fronte un kuruko, il resto della popolazione di Triskelion molto spesso la sentiva in maniera irrazionale la vicinanza o comunque la presenza, di un rappresentante di questa strana genia. Non un triskel come tutti gli altri, ma non un’altra razza. Fratelli, ma di un altro tempo.

“Io non so chi sei. Di che stai parlando? Cosa vuoi da me?”.

Tentennò, balbettando in cerca di una risposta quanto mai improbabile. Intanto Bubbak lo aveva afferrato per le spalle e lo teneva stretto, quasi sollevato da terra.

“Ho visto dentro di te delle cose spaventose, mirabili, mirabili, ho visto che i cieli si apriranno, e la terra cambierà, tutto cambierà, e tu sei stato scelto, tu sarai il primo, tu vedrai”.

Tutto questo durò pochi micron, la gente lì nel porto spaziale attorno a Dikstra, accortasi di quello che stava succedendo, tentò di staccare Bubbak dal corpo di lui, su cui stava aggrovigliato continuando a blaterare adesso frasi senza senso, cose del genere, incomprensibili: “Luce buia… nuova razza… nuova vita… – e poi una parola ricorrente – Terra, Terra, Terra”. E questa parola in particolare, ma anche altre, la concitazione era stata talmente breve e furiosa che non c’era stato né il tempo né tanto meno l’attenzione per capire tutto ciò che diceva quel kuruko abitudinario a volte di quel posto, del porto spaziale o attorno ad esso, che molti pendolari già conoscevano avendolo già visto spesso lì, tenendosi ovviamente sempre a debita distanza e guardandosi bene dal non rivolgergli neanche uno sguardo, sia anche di sfuggita, questa e varie altre parole insomma non nella loro lingua planetaria, era proprio un’altra intonazione, un altro tipo di suono vero e proprio, si capiva, era una lingua incomprensibile, inventata, di fantasia. Una volta che alcune persone lo ebbero separato da lui, alcune guardie del posto, intervenute ai richiami, lo afferrarono e lo condussero fuori dal porto, all’aria aperta, tentando di farlo calmare. E anche mentre veniva trascinato di peso, Bubbak continuava a gridare verso il malcapitato Dikstra, urlandogli con quando fiato aveva in gola: “Ti ho visto… una donna… un dono per la mente… tu sarai… creatore… tu sarai… tu sarai… il cielo si aprirà…” – e poi ancora solo – tu sarai”.

Senza continuare la frase, e molte altre sciocchezze del genere.

Dikstra fu veramente scosso da tutto questo, ma non lo fece molto a vedere, aiutato ad alzarsi ringraziò i vicini che erano intervenuti, e si tolse un po’ di polvere dai vestiti.

“Veramente non riesco a capire perché quel kuruko ce l’avesse con me, ma non fa niente, è tutto finito, va tutto bene”.

“Lo lasci perdere signore, quello è un pazzo”.

Disse un tale un po’ anzianotto che l’aveva soccorso prima, con un elegantissimo vestito blu.

“È vero, non si preoccupi, penso che le guardie ci staranno più attente da oggi in poi, ma se capita a ripassare per qui vedrà che neanche si ricorderà di lei”.

Aggiunse di rimando una signora dai capelli bianchi e lunghi anche lì presente.

“I kuruki sono così alle volte, imprevedibili, scusatemi amici, meglio che vada altrimenti mi tocca pure perdere il trasporto per la stazione spaziale, è già stata una mattinata fin troppo movimentata per oggi”.

Chiuse così Dikstra strappando anche una bella risata distensiva ai presenti, con quel suo maledetto senso dell’umorismo.

E quindi prese quella solita navetta di trasporto che aveva tra le sue fermate anche la Stazione Spaziale 21, dove lavorava ogni stadion, ma mentre guardava fuori dal vetro al suo posto di passeggero, l’immensa distesa della sua città e poi le nubi viola di Triskelion e le montagne persino, le cui sagome, straordinariamente, si vedevano in quel stadion all’orizzonte più estremo dello sguardo, non poteva che ripensare continuamente alle assurde parole di quel pazzo kuruko, ossessivamente, per tutta la durata del viaggio. Gli erano proprio entrate nel cervello.

Il lavoro di Dikstra non era uno dei più usuali, anzi quelli che lo facevano si contavano sul migliaio, a vari livelli e con varie qualifiche e gradi. Faceva il collaudatore di navette spaziali di piccolo calibro, in sostanza aveva il compito di testare ciò che le industrie, il ministero e il programma spaziale di Triskelion gli mettevano in mano. La sua civiltà solo da alcuni iperion si era affacciata all’esplorazione del cosmo, solo per uscire dal proprio sistema stellare ci avevano impiegato oltre cento ciclok, e, nel momento in cui ci troviamo, il loro mezzo record, la Nave Sperimentale 412, progettata per missioni a lunghissimo raggio, con oltre cinquecento membri di equipaggio, era arrivata a due ciclok-luce di distanza da Triskelion, impiegandoci dodici ciclok per andare e quattordici per tornare, arrivando proprio alla stella più vicina al loro sole, ribattezzata appunto 412, in onore di questa grande e illustre nave, e studiandone a lungo il sistema planetario che aveva attorno, anche se in verità c’era poco da studiare, e che dopo varie altre missioni, naturalmente di durata molto inferiore, era stata messa in disarmo, anche per riutilizzarne i componenti. E questo era avvenuto otto ciclok prima, quando Dikstra stava proprio iniziando a fare sul serio nel suo lavoro, con le prime vere missioni di collaudo. Da allora il progetto di esplorazione spaziale, dopo l’enorme successo della 412, si era un po’ cullato negli allori, concentrandosi più sull’ideazione e sviluppo che non sull’esplorazione vera e propria, questo anche perché, ma non era una cosa ufficiale, le industrie e tutto il sistema tecnologico di Triskelion, nonché lo stesso programma spaziale, erano più interessati a mettere adesso finalmente a frutto gli straordinari risultati e le nuove introduzioni scientifiche portate da quella superba nave. E in tutto questo sistema c’era appunto il microscopico, piccolissimo ruolo giocato da Dikstra, assieme a quel migliaio di collaudatori di navette di piccole dimensioni. Queste venivano utilizzate ormai per vari scopi, innanzitutto come collegamenti tra le stazioni e i centri spaziali orbitanti, che avevano ormai raggiunto il consistente numero di trentacinque, compresa la stazione spaziale Alpha-1, il centro nevralgico di tutto il programma spaziale di Triskelion, la struttura delle strutture orbitanti, il grande capolavoro costruito in più di una generazione, capace di ospitare diecimila persone e numerosissime aree e laboratori di ogni tipo e scopo. Dikstra purtroppo non lavorava là, bensì la sua era la 21 appunto, una piccola, anch’essa, stazione posta proprio sopra il continente in cui abitava. Tuttavia, pur in una posizione estremamente periferica dal vero gioco dell’esplorazione di Alpha-1, lui non ci pensava neanche lontanamente a lamentarsi, era quello che aveva sempre sognato, collaborare al programma spaziale del suo pianeta, e per il quale aveva lavorato e studiato per tutta intera la sua vita, fin dalla primissima scuola di base, così come imposto dal programma medesimo del resto, occorreva entrarci da bambini di appena sei o sette ciclok per superare tutte le selezioni successive, e sviluppare al grado quanto più perfetto possibile le capacità necessarie, e poi infine ci era riuscito, la sua carriera, le sue inclinazioni e le sue capacità lo avevano condotto a diventare pilota sperimentale di navette di piccolo calibro, qualifica di terzo livello, cioè la terza per importanza, la qual cosa gli consentiva di avere in mano navette che potevano viaggiare per gran parte del suo sistema solare, con missioni anche di parecchi stadion. Comunque sia, anche quella mattina, ad uno dei portelli di attracco della 21 arrivò anche in quello stadion puntuale, per svolgere, come sempre, il suo lavoro.

Appena si aprirono le porte argentate della camera di sterilizzazione, obbligatoria per tutti quelli in entrata, dopo lo sbarco dalla nave trasporto, la prima faccia che Dikstra si vide davanti nel corridoio, proprio ad aspettarlo che uscisse, era dell’individuo che più si avvicinava a un amico sulla 21, dove la gente faceva il proprio lavoro e, spesso, nient’altro: Tokavi, il suo ingegnere personale, nonché compagno di amicizia e di lavoro di lungo corso.

“Eccolo qua il mio figliolo prediletto, allora come sta oggi il più grande pilota che Triskelion nella sua infinita storia abbia mai visto, e sentito anche?”.

Esordì ridendo.

“Lo stomaco sta benissimo, nonostante il viaggio, per il pilota stamattina le turbolenze erano delle brutte bestie, tu invece, che fai già qui?”.

“E non ti sfugge niente, sempre quel maledetto cronometro al posto del cervello”.

“Sì, sì, vai, spara la notizia”.

E intanto già si erano incominciati a incamminare verso la sala delle riunioni, per il consueto briefing di inizio giornata con la squadra addetta alla Pop.

“Domani hai in programma il sessantacinquesimo giro di mezzo parallax sulla Pop-gamma, vero? Certo che è un divertimento essere piloti di terza categoria”.

E dicendolo continuava ad avere stampato sulla faccia uno strano sorrisetto indefinibile, col quale Dikstra l’aveva visto fin dall’apertura delle porte stagne.

“Non ci posso fare assolutamente niente, quella navetta ogni volta ha un difetto, alla versione delta probabilmente ci arriveranno quando sarò nonno, cosa difficile dato che non ho figli, e quindi a metterla in serie, la dovevano già ritirare questa maledetta navetta, ma vogliono testarla fino allo stremo, quella diavolo di Pop, sì comunque, adesso il solito briefing con la squadra e domani il giro attorno alla stazione. E poi è il sessantaseiesimo”.

“E’ davvero da sballo, ma non dovrei dirlo, io sono per altro pure il tuo ingegnere, cioè uno sballo al cubo”.

“Vedi che il pilota almeno ha quel brivido del pilotaggio, pure su un catorcio come la Pop, tu vivi di riflesso, mio caro amico”.

“È vero, un riflesso solare”.

E Dikstra non capì quella frase finale del suo amico e ingegnere personale Tokavi, ma non ebbe il tempo neanche di rispondergli, perché proprio mentre la disse si aprivano le grandi e istituzionali porte della sala riunioni del reparto sperimentazione navette della stazione 21, e con sua grande sorpresa, c’era seduto alla testa del loro piccolo e insignificante tavolo niente meno che il direttore della 21, il grande capo, per quella che doveva essere una delle centinaia di riunioni dell’ambrosia mattutina, dove appunto ci si limitava a bere l’ambrosia fresca da primo mattino, quella celeste, tra piloti e addetti, e a scherzare del più del meno, per l’ennesima missione di test dello stadion dopo. Invece il grande capo li stava aspettando, e quello si presentava solo per i lanci ufficiali definitivi o al limite quando venivano in visita i dirigenti planetari, ai vertici del programma spaziale, o qualche bellissima donna con qualunque tipo di incarico.

Il direttore generale della stazione 21 Kolar era in tutto e per tutto la caricatura di un grasso e grosso uomo di potere, razza burocrate, in ogni minimo dettaglio. Con la sua corporatura di molto superiore alla media spesso creava problemi a chi gli stava dietro, per passare nelle poche ma anguste scale che c’erano in una stazione spaziale, e col suo carattere quanto mai tipico degli uomini di potere, superbo e debordante spesso un atteggiamento di grande, grandissima sufficienza con chiunque avesse a che fare e che era, come quasi sempre lassù, un suo subordinato, creava un altro tipo di problemi, di carattere sociale stavolta. In sostanza era sopportato a malapena, anzi molto sotto questa soglia il più delle volte, tranne però che da alcuni suoi uomini fidati, che, pur parlandone ovviamente male tra loro, lo stimavano quasi, per la sua indubitabile carica di fascino del potere che emanava da ogni, grasso, poro. Ma, nonostante la sua superbia e il suo spocchioso carattere, anche la sua preparazione e la sua onestà erano di prim’ordine, in tutti quei ciclok la sua dirigenza era stata ottima, e la 21 al suo comando aveva visto uno sviluppo sotto tutti gli aspetti. E seduto su quella poltrona al capo del tavolo delle riunioni della squadra di sperimentazione navette della stazione accentuava a dir poco la sua fama, in tutti i sensi, in quel piccolo microcosmo. Tanto che Dikstra di primo istinto rimase in piedi e quasi perfino sull’attenti, aspettando direttive.

“Forza, che fate, sedetevi, signor Dikstra, signor Tokavi”.

Ruppe subito l’attesa il capo. E i due subito eseguirono.

“Spero che non sia stata troppo una sorpresa la mia presenza a questa riunione con tutto lo staff dirigente della stazione”.

Aggiunse, infatti a lati del tavolo attorno a lui c’erano tutti i suoi uomini, non mancava proprio nessuno, tanto che molti dei membri del reparto lì convenuti, quelli della squadra Pop a cui si erano aggiunte varie altre persone, tutti i capi del reparto insomma, per quella che doveva essere una riunione di routine, erano rimasti in piedi, non essendoci più posto seduti.

“No, signore”.

Rispose solamente Dikstra, ancora quasi sull’attenti, benché fosse seduto.

“Sapete, quando fu costruita questa stazione, non c’era ancora il reparto sperimentazione navette, è stato aggiunto in seguito, dopo la grande esplosione dei trasporti spaziali di piccolo calibro, ormai trasportiamo di tutto, pure la polvere triskeliana – disse, strappando una risatina ai presenti – comunque adesso questo reparto renderà finalmente alla piccola 21 la fama, proprio la giusta fama, che si è merita, in tutti questi deca-ciclok di infaticabile e umile lavoro: è stata assegnata al reparto la sperimentazione della Kaba-alpha”.

E così dicendo a Dikstra, al suo ingegnere, e a tutti gli altri presenti del loro reparto non potè che far uscire dalle loro labbra un’esclamazione di sorpresa immensa, con un “Oooh!” quasi infantile, seguito dagli abituali gridolini di felicità e stupore. Era nell’aria che la Kaba stava per passare alla sperimentazione a stadion, ma proprio a loro, mai e poi mai nessuno ci avrebbe potuto credere. La Kaba-alpha, la navetta delle navette, costruita dopo un progetto durato dieci ciclok, più un altro per metterla materialmente assieme, capace di raggiungere una velocità raggiunta solo dalle più grandi navi spaziali, ovvero il terzo e forse persino oltre della velocità della luce, la generazione futura di navette, destinate non al trasporto ma esse stesse all’esplorazione di lungo corso, con un equipaggio non di centinaia di membri ma di poche unità, uno dei sogni più ambiziosi dell’intero programma e dei suoi vertici da ciclok e ciclok.

“La Kaba! A noi? Ma è incredibile!”.

Disse Karam, il più anziano degli ingegneri del reparto, con i suoi novantacinque ciclok suonati da poco, un po’ il loro decano e quello che in pratica aveva insegnato il lavoro a tutti gli altri presenti.

“È grandioso, e quando si incomincia, quand’è il volo, chi la guiderà?”. Risuonò poi la voce leggermente nevrotica di Ank, il supervisore al controllo del volo da poco arrivato sulla 21, che del resto un tipo proprio normale non poteva per niente dirsi. Tutto questo mentre tutti gli altri avevano preso a parlare del fatto nuovo tra loro con un entusiasmo che, probabilmente, si sarebbe sentito pure all’esterno delle paratie della 21, nel buio cosmico.

“Stiamo calmi amici, – riportò tutti al silenzio, con anche un appropriato gesto delle sue grosse manone ad accompagnare quelle parole il direttore – la mitologica Kaba-alpha sarebbe dovuta ovviamente essere sperimentata dal reparto della Alpha-1, ovviamente – e aggiunse un risolino malizioso mentre pronunciava questo avverbio per la seconda volta, ma molto più lentamente, e maliziosamente – ma il comando generale della sperimentazione navette ha preferito la 21, per l’esperienza di questa squadra che ho davanti, di primissimo livello, di tutto il suo reparto sperimentazione navette, e anche, modestamente, per l’innovazione scientifica, tecnologica e organizzativa, che supera in alcuni casi anche quella di molte strutture della 1, raggiunta dall’intera stazione da quando sono qui, e inoltre perchè sulla stazione 1 a quanto pare sono troppo occupati con altre cose in questo momento, come al solito, alcune delle quali sottoposte a segreto ufficiale, per cui non posso neanche parlarvene, tra l’altro anche perché non le conosco”.

E anche stavolta tutti risero all’unisono brevemente, sapendo quanto il direttore amava fare pettegolezzi sul programma ai suoi vicini e compagni di lavoro, e poi perché tutti ma proprio tutti sapevano che i programmi riservati della Alpha in realtà erano al novantanove per cento sempre delle madornali curiosità tecnologiche inapplicabili, bolle di sapone inutili. “Dico solo – continuò comunque Kolar – che la Kaba sarà qui questo pomeriggio alla sedicesima boran, e dopodomani ci sarà il volo 0, il primo volo. A quanto ne so i nostri tecnici hanno previsto per lo stadion 0 la circumnavigazione della sfera solare. Congratulazioni, le mie personali e quelle di tutta la stazione 21, pilota sperimentale di terzo livello Dikstra, le sedia vergine è la sua”.

Concluse usando l’espressione che da iperion i piloti usavano per indicare chi avrebbe avuto il compito e l’onore del primo volo, che battezzava appunto la sedia, la quale si potrebbe anche dire vergine prima di allora.

La prima reazione di Dikstra fu una non reazione, sembrava quasi che gli avessero tirato un pugno con una sorpresa totale che l’avesse lasciato interdetto, cioè fu come se fosse stata la cosa più normale del mondo che la più importante navetta di sempre, la più rivoluzionaria della storia dell’intero programma spaziale toccasse a lui per il primo volo. Forse l’aveva capito dall’inizio del discorso del direttore Kolar, quel girovagare per dargli la notizia, o forse lo stadion, dopo l’incontro con quel kuruko al porto, così assurdo, stava venendo fuori talmente strano che quest’incarico non poteva che farne parte, nel modo più naturale e conseguente possibile. Eppure attorno a lui scoppiarono in un boato le congratulazioni e i brindisi di ambrosia fresca, mattutina. C’erano almeno duecento piloti davanti a lui in graduatoria, eppure la supernavetta Kaba-alpha spettava a lui sperimentarla per il primo stadio, quello alpha, ovvero scoprirla, man mano, era questo il senso più profondo del lavoro di un pilota sperimentale del resto, capire tutti i segreti più intimi e nascosti di un mezzo spaziale, classe navetta in questo particolare caso, i suoi vizi e virtù, proprio come una donna, una donna molto, molto speciale.

L’unica cosa che, esaurita l’euforia degli abbracci dei presenti alla riunione, chiese a quella grossa facciona viola scuro che, tutta sorridente, sedeva al capo del tavolo, fu: “Ma, mi scusi signore, e Kin, Haiuka, Kla, sono tutti piloti sempre di questa stazione e di categorie superiori alla mia, perché sono stati esclusi?”.

Il direttore, sempre con quel suo ghigno malizioso e grassamente strafottente: “Decisioni prese in alto, presso il coordinamento generale della sperimentazione navette, mio caro, di quelli che hanno tutta la lista insomma. Non so, probabilmente lei è stato ritenuto il più qualificato, del resto ho preteso che il pilota fosse di questo reparto, dato che è questo reparto il responsabile della sperimentazione alpha, è lei ha un tale numero di boran nell’ultimo ciclok che è dieci volte superiore a quelli degli altri piloti che ha menzionato, purtroppo non qui presenti, altrimenti sarebbero sicuramente a farle le congratulazioni anch’essi, pur forse nascostamente augurandosi un incidente bello grosso alla navetta di trasporto che la riporterà su Triskelion quest’oggi, ih ih ih”.

E rise perfino pure lui, non lo faceva mai alle sue stesse battute, con il ghigno aggiuntivo di tutti i presenti, i quali ben conoscevano la considerevole misura dell’invidia reciproca dei piloti che Dikstra aveva tirato in ballo.

“A proposito, pilota di terza categoria Dikstra, ho fatto già preparare questo documento, è la sua promozione sul campo per ordine del direttore della stazione a pilota di prima categoria, a effetto immediato. Non posso proprio permettere che la Kaba vada a un tizio qualunque. Firmi pure subito”.

E Dikstra firmò.

E su questo gesto, di per sé ufficialmente conclusivo comunque, la riunione si chiuse, il capo doveva adesso fare le sue brave chiamate per dire a tutti i suoi amici e colleghi più importanti del programma che la Kaba era stata affidata a lui proprio, e già l’idea lo riempiva di una felicità immensa. Al reparto, o almeno a quello operativo, fu dato uno stadion libero, da domani, dopo l’arrivo della Kaba e i consueti controlli di verifica stazionaria, cioè da ferma, in pratica per sapere se i pezzi stessero veramente tutti insieme, da parte dei meccanici, si cominciava a lavorare no stop, prima per interfacciare i controlli del sistema alla Kaba, cosa nuova, dato che era il volo 0, poi per preparare il pre-lancio e quindi il lancio, e ovviamente testare tutto più e più volte. Dopodomani, alla dodicesima boran in punto, Dikstra doveva avere in mano una navetta che avesse la minore variabile di imprevisti possibile.

Lui invece se ne stette lì ancora seduto a quel tavolo delle riunioni, erano rimasti solo lui e Tokavi, ancora non sapeva se essere più turbato, più sconvolto, più contento, o più niente.

“Tu lo sapevi, vero? Che gran figlio di una kuruka sterile…”.

Fu l’unica cosa che pronunciò all’indirizzo del suo fidato amico Tokavi, seduto accanto a lui.

“Il vantaggio di avere i contatti giusti negli alti luoghi, pilota di prima categoria Dikstra”.

E risero insieme.

Per il resto dello stadion Dikstra non fece nulla di notevole o di rilevante, da riportare qui ora, passò il resto della mattinata in palestra e poi qualche boran a studiare, assieme a Tokavi, degli appunti sul sistema di volo della Kaba, poi, quando già sulla sua città sotto la grande stazione cominciava il suo sole a farsi da viola sempre più verdastro, colore che su Triskelion significava di solito un altro bello stadion assolato, prese il penultimo trasporto per tornare, quando la Kaba era già a disposizione del reparto sperimentazione nell’hangar da un paio di boran. Domani riposo assoluto, nessun contatto con il lavoro, come gli aveva consigliato anche il loro medico, il dottor Polok, che curava lo stato di salute dei piloti sulla stazione, il suo sistema nervoso doveva distendersi e caricarsi il più possibile, gli disse, per riuscire ad affrontare in condizioni ottimali il grande salto. E lui non ci pensò nemmeno a dissentire.

Il porto spaziale al tramonto, quando atterrano gli ultimi voli, sembrava quasi un altro, il vorticare frenetico della mattina era scomparso, i viaggiatori erano pochi, sparsi, e in generale si conoscevano di vista tutti tra loro. Il colore verde dell’aria era poi quasi un’immagine poetica. Se Dikstra fosse stato un’altra persona si sarebbe quasi sentito toccare dalla bellezza della scena. Ma a colpirlo fu un altro tipo di bellezza, molto più materiale. Lei era lì fuori. Vicino all’entrata del porto, da sola, con lo stesso vestito col quale l’aveva vista passare, certo un po’ sgualcito, forse stanco come il suo volto adesso, testimone di uno stadion di lavoro stressante pure esso probabilmente, come solo i vestiti indossati ininterrottamente per tutto il tempo sanno essere. Lui era nella stessa sua condizione. Perché non provarci allora? Probabilmente era appena arrivata anch’essa dalle stazioni e aspettava la metro per tornarsene finalmente a casa. Erano stati due anonimi viaggiatori in quello stadion. Perché non provarci, dunque. A volte infatti troppa solitudine fa male, ma bisogna sempre ricordarsi di una cosa fondamentalmente, come si fa. E Dikstra fece quello che sapeva fare, seguire la regola.

“Salve”.

“Salve”.

Era bellissima, dai capelli giallo scuro, un colore che stava proprio a pennello su quel suo viola quasi bianco che gli avvolgeva la pelle.

“Ho visto che anche lei è scesa da una navetta, veniva dalle stazioni?”.

E da dove poteva venire, se no…

“Sì… Ma perché me lo chiede?”.

Stava probabilmente sul punto di allontanarsi, forse preoccupata, o magari chiamare una guardia del porto.

“Perché… – non esiste nessuna regola, non esiste nessuna regola, non esiste nessuna regola – perché l’ho vista stamattina passare e l’ho pensata per tutto lo stadion. Io mi chiamo Dikstra, e non abbia paura, non sono un maniaco”.

“Piacere, Nelen”.

Con un sorriso dolce, piacevole a vedersi, tendendogli la mano quasi bianca per stringere quella sua, di un bel vivo viola scuro, catturata da quel timidone di uomo con cui si era trovata a scambiare soltanto due battute. Poco più tardi erano già sdraiati nel letto dell’appartamento di Dikstra, completamente nella semioscurità, solo infatti le luci della città dalla grande vetrata rendevano visibili i loro contorni, avvolti l’uno nell’altra, in cui non si riusciva capire quali erano le braccia o le gambe di uno e quali quelle dell’altra, sudati e disfatti, dopo aver consumato il loro primo incontro di sfrenato amore.

“Uff… Non pensavo per niente che tu fossi una donna così facile, bella e facile…”.

“Non lo sono mica stata del tutto. C’è stata quell’ambrosia serale prima, in quel bar”.

“Ah sì. Il bar… Comunque è stato bellissimo”.

“Non c’era bisogno che tu lo dicevi, Dikstra…”.

“E’ vero, scusa”.

“E non c’era neanche bisogno che tu ti scusassi. Ma dimmi, dimmi, sei sempre stato così nervoso, così teso, così impacciato con le donne, per la verità?”.

“Con le donne maggiormente, effettivamente mai nella mia vita mi sono trovato completamente e in maniera normale a mio agio con gli altri, già, mai… Forse sono io, a non essere normale, o forse è il mestiere, la vita che ho sempre fatto. Lo sai come si dice: sempre con la testa tra le nuvole. Sempre il pensiero alle stelle, allo spazio, al contatore della velocità, alle consolle di bordo. Sempre appresso ai minimi dettagli. Sono cose che fanno diventare degli asociali, mi sa. Lo ammetto, sono colpevole. Sono stato sempre colpevole”.

“Perché dici questo… Sei una delle persone più interessanti con cui mi sia mai capitato…”.

“Di conoscere o di andare a letto?”.

“Entrambe le cose, ah ah ah”.

“Eh eh eh eh”.

E risero, mentre tranquillamente, si addormentarono.

C’era un triskel seduto a un tavolo, da solo. Mangiava della carne, a pezzi grossi, velocemente. Stava pensando, da solo, in una stanza abbastanza grande, un monolocale, seduto al tavolo. Gli altri hanno fatto cose che io neanche immagino, pensava. Com’è possibile? Gli altri hanno vissuto molto più di me. Forse perché sono stato pigro, ho preferito far niente… Stare in casa, passare le serate così. Ho avuto paura. È perché non sono per niente a mio agio dentro di me, dentro la mia testa, con me stesso. Dentro la mia testa non ci riesco a stare. Figuriamoci con gli altri. Ogni volta che tento di parlare, sembro il fratello scemo di quel pagliaccio da circo. Almeno lui fa ridere, io neanche quello. Con le donne, meglio non pensarci. Sono un mortorio, lo so. Questo pensava. E Dikstra si svegliò, in uno stato inesprimibile. Mamma che sogno… Appoggiò poi una mano su Nelen che dormiva beata vicino a lui, il cui corpo lo sfiorava, senza toccarlo. Ne sentì il calore. Ma comunque non riuscì più volutamente a prendere sonno. Tanto era quasi l’alba. Così decise di leggere un po’ le poesie di Gugu, uno dei maggiori poeti del Medioevo triskeliano, quello che cantò il buio della sua epoca, e quanto fosse grande, e felice: “E così si compì/ il destino del condannato a morte/ senza scelta/ né rimpianto”. Dopo una mezza boran anche Nelen, tra i primi chiarori che riuscivano a filtrare, ma era una cosa prestabilita, dalla grande vetrata, aprì gli occhi.

“Ehi”.

“Mmmmm… Che sonno…”.

“È presto, rimani nel letto ancora un po’, se vuoi”.

“Ma… Che boran è?”.

Disse, mentre ancora si stiracchiava, con le sue braccia quasi bianche.

“L’alba passata, sarà quasi la settima boran”.

“Allora è tardi… Uffi… Il primo paziente viene all’ottava boran, e devo attraversare tutta Senektis”.

“A proposito… Sai che ancora non so cosa fai per vivere…”.

“Faccio la psicologa, già, la psicologa in ritardo… Nello stadion 2 e 5 sono ad Alpha-1, ricevo pazienti per il consultorio della stazione, mi hanno chiesto una mano, è la mia specializzazione, la psicosi dello spazio”.

“Ecco perché eri al porto, quello di Senektis-A ieri è stato chiuso per quell’incidente con una navetta. Devo ringraziare una strage di pendolari per le stazioni per averti conosciuto, guarda un po’…”.

“È proprio così, un pilota disattento, una navetta impazzita, e a volte il destino… Ma comunque è stato bello anche per me, se proprio ci tieni a saperlo”.

“Chissà se ci fossi stato io se sarebbe successo, tu non me l’hai chiesto, ma sono un pilota anch’io, sperimentale, di navette spaziali a medio e lungo raggio però…”.

“Ah, ma davvero? Wow, ero a letto con un pilota sperimentale e non lo sapevo…”.

Rideva, divertendosi di questa confessione mattutina, mentre già stava cominciando a rivestirsi, presa dalla sua abitale fretta nel fare tutto.

“Ma già te ne vai? Non vuoi neanche un’ambrosia calda?”.

“No, devo passare da casa a cambiarmi e riordinarmi un po’, il mio aspetto così è proprio insopportabile, poi devo correre allo studio. Non ho proprio tempo, grazie”.

“Ci rivedremo?”.

Eccola lì, la domanda fatidica.

“Sì, so il tuo contatto personale, magari non stanotte stessa, ma penso che sicuramente ci rivedremo, non preoccuparti”.

Ed era già sulla porta, bella e fresca come sempre.

“Non era per preoccuparmi…”.

Ma se n’era già andata. Mi sa che Dikstra si era proprio innamorato.

Adesso comunque eccolo da solo, su quel lettone, a doversi inventare come passare uno stadion completamente libero. Doveva ammettere infatti che del suo lavoro, per quando totale fosse, gli era servito proprio per questo, e da sempre, a riempirsi la vita. Così, mentre beveva dell’ambrosia calda, la sua solita colazione, decise che non sarebbe andato a correre, o a nuotare, si sarebbe preso uno stadion di tutto riposo anche da quello. E infatti uscì per andare al porto a vedere le navette partire. Oppure forse sperava di incontrare di nuovo quel kuruko di cui neanche conosceva il nome, un pensiero assurdo per un triskel medio, per il quale i kuruki sono come la peggiore malattia esistente e mai esistita. Ma forse nel suo subconscio voleva spingersi a far avvenire una simile cosa, voleva capire cosa aveva voluto dire quello strano essere lo stadion prima, e proprio a lui per giunta, perché sicuramente aveva voluto dire qualcosa, sono appunto anche dei profeti, i kuruki, pensò. Ma Bubbak quel giorno non c’era, così arrivato nel gigantesco atrio del porto spaziale, attorniato da migliaia di altri viaggiatori per le stazioni, quasi automaticamente fece una cosa che gli piaceva in una maniera smodata, comprarsi il quotidiano di Senektis, e metterselo a leggere in uno degli innumerevoli bar dell’ambrosia del porto spaziale. E quel giorno era ancora più portato a godersi questo assoluto piacere solitario e personalissimo, perché date le vicende di ieri, magari il suo nome era anche in qualche articoletto delle pagine in fondo, dove si annotavano solitamente i servizi sulla scienza e sulla tecnologia, compreso il grande programma spaziale triskeliano, che ovviamente nessuno mai leggeva. E così si sedette in un grande ma piacevole e riposante bar dell’ambrosia, nella passeggiata che cingeva l’atrio del porto, aprì il giornale, e cominciò a leggerselo. Mentre tutto il mondo gli passava attorno. INIZIATO IL PROGETTO BABILON III, CENTINAIA DI SCAVATRICI SONO GIÁ ALL’OPERA. Eccolo, pensava Dikstra quando lesse quel titolone in piena prima pagina, il grande tentativo di costruire la città sotterranea Babilon, ennesimo, disperato tentativo di risolvere la sovrappopolazione di Triskelion. I primi due fallimenti non gli sono bastati ai grandi capi, lo spostamento sottoterra di migliaia di carcerati, fra gli altri, a cui era stata concessa la grazia in cambio, e pagandoli per farlo, non gli ha fatto capire proprio niente. Sempre gli stessi errori, quelle due Babilon sono implose su se stesse, socialmente e anche materialmente se è per questo, e i grandi strateghi messi a dirigerle non sono riusciti a gestirle nemmeno per uno dei loro pochi linear di vita, ecco la terza, la più imponente. Quante risorse sprecate. Mah, si vede che ai nostri vertici piacciono le illusioni. SALTATA LA RETE DI PROTEZIONE MARINA A SUD DELLA CITTÀ DI MAKAN, MIGLIAIA LE VITTIME. Dovete sapere adesso che Triskelion avena un piccolo mare proprio al suo esatto polo sud, e mentre negli altri suoi mari e oceani l’acqua era sì nociva, ma in un grado, pur variabile, sempre grosso modo tenuto sotto controllo dalle attrezzature messe a protezione delle popolazioni costiere, qui la presenza massiccia dell’elemento Zenicon, o abbreviato Zen, un elemento chimico basilare nella struttura di Triskelion, posto a fondamento di tutto il loro sistema di elementi, chiamato per questo più comunemente anche elemento 0, e di cui la loro scienza pensava che fosse all’origine della vita, lo rendeva insomma, per una complessa interazione di vari elementi, altamente corrosivo. Era il mare Adis, dove alcune antichissime mitologie affermavano appunto che fosse nata la vita in Triskelion. Ma col passare dei millenni però questo mare, e la sua alta corrosività di tutto ciò che toccava, era andato man mano mangiandosi le terra del continente in cui era totalmente inserito, il più piccolo dei tre continenti del loro pianeta, il cui nome era Adision appunto, fino a quando almeno, quaranta ciclok fa, era stata costruita la rete energetica di protezione, l’unica che era apparsa capace di fermare l’avanzata dell’elemento Zenicon, uno schermo che copriva l’intero perimetro di Adis. E che ora evidentemente aveva ceduto, per l’ennesima volta, andando a colpire stavolta però una zona densamente popolata. Povera gente, fu l’univa cosa che venne in mente a Dikstra. E poi, chissà perché, dallo stesso mare in cui si dice sia nata la vita, i triskel devono stare lontani, non possono neanche avvicinarsi. E per mare non pensate che intendiamo solo Adis, ma tutti i mari e gli oceani di Triskelion, tutte le acque marine del pianeta, erano cancerogene, e questo da ormai molto tempo, da quando in sostanza gli effetti dell’urbanizzazione avevano travolto ogni possibilità di lasciare le acque del pianeta con l’equilibrio chimico necessario a che non recasse danno ai triskel. La loro costituzione, come specie, era infatti assolutamente sensibile alla composizione dei loro mari, e già vari millenni prima, quando l’industrializzazione aveva cominciato a espandersi, si era capito che mai più per i triskel sarebbe stato possibile avvicinarsi alle acque marine del pianeta. È probabile che il grado di Zenicon ivi presente garantisse un legame con la costituzione più profonda dello Zenicon presente nel corpo dei triskel, quando questo legame è stato tranciato di netto, alterando la funzione dello Zenicon nel mare, immettendovi ogni specie di altre sostanze in scorie, non è stato da allora più possibile ristabilirlo, anche con tutti i progressi ecologici che si erano compiuti negli ultimi iperion, quando la politica dell’intero pianeta aveva deciso di prendere finalmente a cuore i mari triskeliani. Del resto, le terre emerse di Triskel costituiscono solo il decimo della superficie dell’intero pianeta, da qui la sovrappopolazione che lo affliggeva, non sfruttare i mari per deposito di scorie non avrebbe reso possibile alcuna produzione necessaria, cibo, vestiti, combustibili, case, la stessa sopravvivenza della specie sarebbe stata messa in pericolo. Ma da qui l’invasione totale negli omegon nei mari di ogni tipo di scoria chimica e rifiuti di ogni genere, industriali e non. In esso ora non potevano viverci non solo i triskel, ma niente e nessuno era sopravvissuto col tempo, né vegetale né tantomeno animale, neanche alcun microrganismo, e per altro ormai la stessa cosa valeva sulla terra, dove le specie animali inferiori superstiti, considerata la sua totale urbanizzazione, non superano la trentina, forse, e in gran parte grazie solo a riserve e laboratori. In realtà, l’unica forma di vita non vegetale originale e spontanea superstite, più complessa di un microrganismo, che resisteva strenuamente era il mesk, un piccolissimo insetto volante nero, che riusciva a vivere, e dove non poteva che vivere, in ogni tipo di ambiente, in primo luogo domestico. Era per questo un po’ la mascotte planetaria, l’unico animale, a parte dei triskel, ancora presente sul pianeta. E, tuttavia, nessuno ancora sapeva col passare del tempo e delle generazioni quale effetto avrebbe avuto sulla salute dei triskel il vivere ormai senza più la presenza neanche minima di tutti gli altri esseri viventi, migliaia di specie, dicevano i testi più antichi, che prima riempivano le terre e i mari di Triskelion, con cui si erano sviluppati assieme. AVVIATA IN UN CENTRO DI CURA RIMASTO RISERVATO LA SPERIMENTAZIONE DELLA XER24 MEGLIO NOTA COME PILLOLA DELL’ALTROVE. Su questa, l’ultima notizia in un angolo in fondo a sinistra della prima pagina, l’attenzione di Dikstra fece squillare segnali più acuti, come se non fosse solo un’altra striscia di un quotidiano, ma qualcosa di molto più importante, anzi qualcosa, che percepiva dentro di sé, non sapendo perché, come vitale. La XER24 era l’ultima frontiera della loro farmacologia psichiatrica, un composto assolutamente top secret su cui negli ultimi linear, da quando cioè all’opinione pubblica era trapelato qualcosa, seppur minima, si erano addensate le voci e le polemiche. E questo perché era ben più di un semplice nuovo composto chimico per la psichiatria. Si sapeva, o per meglio dire si supponeva, che il cervello dei triskel contenesse potenzialità incredibilmente superiori, infinitamente più avanti di quello che faceva abitualmente nell’intero corso di una vita, si pensava infatti che fosse attivato, ovvero sfruttato, solo una minima parte di esso, congetturando, un più o meno venti per cento. Ma ecco la Pillola dell’Altrove, com’era stata subito soprannominata dai media, che porterà questa percentuale al trenta, o forse anche di più, aprendo sentieri del tutto ignoti, fuori, questi sì, da ogni congettura, da ogni previsione. Era stato quindi costruito un anonimo centro di cura psichiatrica, ipotizzò Dikstra, mascherato in uno dei tanti sparsi per Triskelion, ma dove c’erano tutte le strutture per condurre la prima assoluta sperimentazione su triskel, ovviamente volontari selezionati, anche su tempi molto lunghi. Un vero e proprio bunker, o forse anche più di uno, con una facciata da normale centro di cura, e tutto per mantenere la più totale segretezza sul progetto. Era incredibile fino a dove poteva ancora arrivare la ricerca scientifica, a discapito della trasparenza, con la protezione dei più imponenti apparati statali, primo fra tutti lo stesso Ministero per le Scienze e la Medicina, sicuramente. Ma la XER24, anche da quel poco che aveva capito, era qualcosa che ancora non era stato tentato, una frontiera oscura, e questo, chissà perché, lo interessava in una maniera smodata, si potrebbe quasi dire che lo attraeva, lo eccitava anzi in un modo appunto inspiegabile, per essere un tipo qualunque, come tutti, che ne sapeva per quanto ne scrivevano i quotidiani. Oppure forse il suo istinto di pilota sperimentale, la sua, spesso castrata, natura di esploratore. Ne doveva sapere di più. E questi pensieri quasi gli facevano dimenticare che tra poche boran ci sarebbe stato il debutto della Kaba, il suo sogno di tutta la vita, ma che adesso quasi era diventata la cosa più banale del mondo, da restarci del tutto indifferenti, fino a farsela passare persino dall’anticamera del cervello, rispetto alle contrastanti sensazioni che stava provando leggendo della Pillola dell’Altrove, su quel tavolino di un bar, al porto. Da un bel po’ di tempo infatti anche le righe del quotidiano non le vedeva più, e l’assordante chiasso abituale tra i viaggiatori del porto era completamente ammutolito, come in una specie di film surreale c’era solo lui lì seduto nel totale vuoto, pur stando proprio nel mezzo della confusione del porto neanche la percepiva, il suo sguardo e tutta la sua attenzione mentale erano totalmente rivolti a pensare, vedere, congetturare cose sulla XER24. Sì, ne doveva proprio sapere di più.

Ma intanto, perso nella lettura di quel quotidiano, si era fatta quasi la dodicesima boran e mezza. E un po’ la fame cominciò a farsi sentire nello stomaco di Dikstra. Erano passate un paio di piacevolissime boran seduto lì, proprio volate, e non se ne era nemmeno accorto. Così si alzò, guardandosi un po’ attorno per capire cosa fare, riappropriandosi così del caos visivo di persone e imbarchi che lo aveva circondato per tutto il tempo, ma a cui per un pezzo non aveva fatto caso, e quindi dove andare nel resto di quel particolare stadion del tutto libero da impegni, ma non, come aveva appena visto, da quelli che gli davano il turbinio dei suoi pensieri. Superato allora quell’istantaneo momento di spaesamento da quel piacere solitario che se n’era appena andato, gli venne subito in mente di dirigersi in un posto dove un andava ormai di rado, consumando i suoi pasti ormai quasi sempre nella mensa della stazione, con i suoi piatti e porzioni standard, sempre quando ne aveva il tempo e non faceva ricorso alla vasta collezione tipica dei piloti di barrette energetiche, oppure nei suoi rari stadion liberi con Tokavi nel ristorante sotto casa, o preparandosi qualcosa egli stesso nel suo appartamento, ancora più raramente, ma questo era un posto in cui, senza voler esagerare sia chiaro, si faceva la più buona carne di sostraton dell’intero pianeta: la casa della sua vecchia zia Nanen. Il sostraton, dovete ancora una volta sapere adesso, era il composto alimentare pressoché unico su Triskelion, ricavato in parte artificialmente e in parte dall’unica materia naturale rimasta in quantità quanto meno rilevanti sul pianeta, ovvero la terra vera e propria, naturalmente trattata con numerosi procedimenti prima, e ovviamente di tinte tutte sul viola, a seconda degli elementi chimici, ad esempio il potassio, l’azoto, il ferro, il calcio e vari altri, presenti in prevalenza, la quale veniva conservata in varie zone, quelle riservate appunto all’agricoltura, della superficie, e nelle quali poteva rigenerarsi, sul pianeta apposta a tal fine. Le qualità della terra, a seconda del mix di elementi che conteneva, erano dunque molte, alcune molto economiche, alcune invece pregiatissime che andavano a formare un sostraton di qualità sopraffina, che proprio pochi potevano permettersi. Ma ai triskel in generale il mangiare ormai terra trattata non importava più di tanto, anzi per la verità si faceva armai da così tanti iperion che per la maggior parte non ci si ricordava neanche più da dove veniva e come si produceva, e infatti chi è che in una società a un livello massimo di urbanizzazione e quindi di industrializzazione sa come si crea quello che si mangia? Assolutamente nessuno, salvo pochi buongustai. E poi, nell’epoca di Dikstra, le modalità di preparare e poi cucinare il sostraton erano pressoché infinite. E infatti a casa di sua zia Nanen, che in realtà era la sua pro-zia, nel dopo pranzo, dopo una lauta mangiata di carne nera di sostraton in umido, con spezie di sostraton e poi con salsa di sostraton, durante un’alquanto deliziosa digestione, il discorso, come al solito con la sue vecchia zia che ormai andava quasi per i centodieci ciclok, cadde sui suoi ricordi lontani, ma proprio per questo i più presenti, proprio delle fotografie, e ovviamente, dopo questi, vennero nella mente di Nanen quelli di quando Dikstra era ancora in fasce e lei lo accudiva, compensando l’assenza di sua madre, morta in un incidente stradale quando Dikstra aveva appena tre ciclok, cosa che però, ancora alla sua età, non poteva non metterlo in imbarazzo, anche per la solita nostalgia con cui la zia Nanen lo faceva, cosa che del resto la accomunava a tutte le triskel molto anziane. Infine ci si spostò su tempi ancora più recenti, almeno stando al suo corso di vita, di quando Dikstra era bambino, il solito percorso di ricordi nostalgici insomma.

“Sai, mi ricordo ancora di quando ti accompagnavo e ti venivo a prendere alla scuola primaria, non avevi nemmeno sei ciclok quando iniziasti, sei sempre stato precoce, e all’inizio proprio non volevi assolutamente mollare la mia mano… Mamma mia, per i primi tempi di scuola dovevo starti appresso per mezza boran dopo l’inizio per calmarti. Eri proprio un bimbo cocciuto, altroché. Poi per fortuna ti sei abituato…”.

“E sì zia, sono cresciuto pur’io alla fine”.

“E ti ricordi poi di quel tuo compagno che, mi sembra giusto durante quel primo ciclok, si sedette vicino a te, com’era strano quel ragazzino…”.

“No zia, questo proprio non me lo ricordo, avevo pure sei ciclok…”.

“Ma come no? Io invece me lo ricordo benissimo, mi è proprio rimasto in mente, i genitori se lo portarono via dopo qualche gradion che stava lì, chissà forse per farlo curare… In effetti era un bambino davvero stranotto, magari aveva dei disturbi mentali, chissà, poveretto…”.

“No zia – ripeteva meccanicamente da un pezzo Dikstra, era il suo modo per affrontare quelle discussioni, si sapeva – non mi pare di aver conosciuto un bambino… un bambino… un bambino…”.

Lamp.

Eravamo entrambi seduti all’ultimo banco, era il mio posto perché arrivavo sempre per ultimo perché non volevo lasciare mia zia, e così mi sedetti una volta vicino a un bimbo che se ne stava tutto solo all’ultimo banco, che mi ricordo era l’unico posto rimasto in classe, e poi continuai a sedermi là anche dopo perché mi piaceva stare vicino a lui, questo bambino faceva sempre dei disegni su un foglio, invece di seguire la maestra che insegnava, non mi ricordo che disegni erano, in fondo ho solo sei ciclok, ha una pelle di un viola non bello come marcio, questo sì che mi ricordo, e aveva un odore strano, ma io volevo starci vicino a lui, e facevo i capricci perchè la maestra mi voleva spostare in uno stadion, ma la maestra non capiva, non capiva che io volevo starci e così poi ci stetti, e poi mi sembra che diventammo subito quasi amici, ma non proprio amici amici, amici compagni, sì mi pare che lo volevo bene, poi però cambiò tutto e io lo odiai e non volevo più vederlo perché mi faceva paura, e fu uno stadion strano, in cui piansi tanto dopo, piansi e piansi come una femminuccia e non volevo più smettere, tra le braccia grandi di mia zia, perché lui mi aveva fatto un altro disegno, ma era un disegno strano, c’era una palla grande grande, e poi c’era una specie di cosa volante, aveva due ali piccole piccole, pareva un uccello, di quelli che avevo visto una volta nel mio libro di scuola, di quelli che c’erano tanti e tanti ciclok fa, di quando io non ero ancora nato, e mia zia poi a casa mentre mi preparava la minestra per cena diceva che anche lei non era nata, ma il mio compagno mi disse che non era un uccello, no no non lo era, e poi mi disse che quella non era una palla per giocare, era il sole, il nostro grande sole che splende nel cielo e riscalda tutti noi triskel che ci abitiamo sotto al sole, il sole che a me piaceva tantissimo, e poi in questo disegno fece una cosa nell’uccello che non era un uccello, e questa cosa sembrava proprio un omino, come quelli che facevamo noi a scuola che non sapevamo ancora disegnare, aveva due braccia e due gambe secche secche, e poi, finendo il disegno, mi disse che questo ero io, e che volerò, volare proprio volare come i missili, attorno al sole in uno stadion, e che io in quello stadion poi non tornerò più indietro, e fu allora che cominciai a piangere, e piansi piansi come un pazzo, e la maestra pure intervenne e sgridò il mio amico, e poi nello stadion dopo vennero due adulti grandi e se lo portarono via i genitori mi disse mia zia che erano, e poi dopo a scuola si diceva che il mio compagno era malato, che bisognava stargli lontano, che era pazzo e che era un bambino cattivo, e così stette solo qualche gradion di scuola e poi mi spostarono vicino a un altro, ma come si chiamava, non me lo ricordo il nome non riesco proprio a ricordarmelo, ho solo sei ciclok sono piccolo, voglio mia zia che mi porta a casa e mi prepara la sua minestra e mi parla e io sono contento, ma la maestra faceva pure l’appello, e come si chiamava durante l’appello, sì aspetta devo pensare all’appello, era l’ultimo nome, Bub mi sembra, no, non Bub… Bubbak!

“Dik, mio piccolo Dik, che c’è? Stai bene?”.

Chiese la sua vecchia zia, chiamandolo con quel diminutivo che solo ancora lei gli aveva mai dato.

“Eh?”.

“Per un istante mi è sembrato che tu fossi proprio in un altro posto, i tuoi occhi mi sembravano persi, mi hai dato quasi una sensazione di paura. Che cosa stavi pensando?”.

“È … Mmmmm… È durato solo qualche micron, sei sicura?”.

“Sì, forse anche meno, ma avevi uno sguardo…”.

“Sì zia, scusami, mi sono ricordato una cosa, una cosa abbastanza importante. Devo proprio andare. Scusami, stai bene, a presto”.

E non fece neanche per salutarla, si alzò e uscì dalla porta, da lì in poi si fece la strada correndo come un dannato.

Dikstra, mio buon Dikstra, corri, corri, perché la verità è vicina, ma manca ancora qualcosa, qualche tassello sparso qua e là che dà l’immagine completa della figura, e il tuo destino sarà chiaro, lampante, scritto fino all’ultima virgola, con solo la formalità finale di essere eseguito. E infatti appena uscito dalla porta della casa della sua vecchia zia si diresse spedito verso il porto spaziale Senektis-B in cui prendeva quasi ogni stadion la navetta per le stazioni, e che a quell’ora del pomeriggio doveva aver quasi perso del tutto il marasma quotidiano, vedendosi ridurre a pochissimi rispetto alla mattina i partenti e gli arrivanti. E lo fece correndo, questa volta, non pensando minimamente di prendere la metro o chissà che, ci sarebbero voluti dal palazzo di sua zia forse più di quattro parallax, ma era l’eccitazione che in questo momento lo guidava, non certamente la razionalità, o quello che poteva rimanerne dopo la scoperta appena fatta. Che i Kuruki avessero capacità profetiche era noto, o meglio era creduto come vero nello stesso modo in cui può essere creduta come vera una leggenda metropolitana, arrivati in quell’epoca di progresso, ma adesso doveva capire la verità, cosa sarebbe successo su quella maledetta navetta il cui volo 0 era in programma tra poche boran domani, e cosa diavolo aveva voluto dire quel kuruko con cui aveva condiviso il banco del primo ciclok di scuola primaria, e che aveva incontrato di nuovo dopo trentaquattro ciclok, ovviamente non riconoscendolo, per puro caso quando gli eventi per la prima volta nella sua banalissima e mediocre vita avevano avuto una simile accelerata, portandolo dritto alla Kaba. Doveva sapere, doveva sapere, e quei quattro parallax se li mangiò in un lampo, correndo, svoltando e schivando gente per i marciapiedi e le scorciatoie della città. E infatti, quasi che neanche se ne accorgeva data l’eccitazione che ormai gli scorreva dentro a cascata, si trovò davanti il solito monumentale e immenso ingresso del porto spaziale, ma che stavolta quasi gli sembrò di primo acchito per la prima volta minaccioso, dopo le migliaia di volte in cui l’aveva oltrepassato per andare al lavoro. Sudato, stremato, e con i pensieri che gli giravano a mille dentro la testa, alzato lo sguardo gli era apparso quell’ingresso come contenente chissà quali segreti e scoperte, anzi come contenente in questa particolare occasione tutti i segreti e i misteri del mondo, una porta sopra un abisso di conoscenze insperate e impossibili, che mai avrebbe neanche potuto immaginare che esistessero. Eppure esistevano, e se non erano tutti i segreti del mondo, ma per lui del suo mondo sicuramente qualcosa adesso c’era in quello spazioporto, la possibilità di trovare Bubbak e di parlargli, di farsi dire, sempre se ci riusciva trattandosi di un kuruko, cosa maledettamente sarebbe accaduto lo stadion dopo quando avrebbe compiuto quel giro solare.

Dopo aver oltrepassato allora quel portale ed essere entrato nel gigantesco atrio, Dikstra tentò prima di tutto un po’ di ricomporsi dopo quella corsa disperata, così era proprio impresentabile, l’avrebbero, la gente, probabilmente preso per un mezzo matto che ha tracannato una quantità eccessiva di ambrosia sporca. Così si asciugò la fronte e il volto dal sudore che gli colava, sulla faccia e per terra, ancora copioso, si sistemò di vestiti e si diresse spedito verso la prima guardia che vide, quella posta vicino al grosso portale. Doveva chiedergli delle informazioni che, ora, considerava vitali.

“Mi scusi…”.

“Dica”.

“Veramente… Non so se si ricorda di me magari…”.

“No”.

“Vabbè, è lo stesso. Senta… io passo spesso di qui, quasi quotidianamente… per questo chiedevo… Il fatto è che… alcuni stadion fa mi capitò, diciamo, una disavventura con uno che sta spesso qui… Un kuruko…”.

“Intende quel pazzo di nome Bubbak?”.

“Sì… sì… esattamente…”.

“È morto giusto ieri sera, stroncato sul colpo, proprio qui, all’entrata, dove stava sempre a importunare i viaggiatori e a chiedere soldi per l’ambrosia. Finalmente ce lo siamo tolti di torno”.

“Ah…”.

“Serve altro?”.

“No… no… arrivederci…”.

Con l’angoscia che già gli si strozzava nel petto, stritolandogli la cassa toracica.

“Arrivederla signore!”.

E si portò anche la mano al berretto nel saluto d’ordinanza.

Così tutto è finito, pensava incessantemente Dikstra nella sua testa, è questa frase che gli ritornava, incessantemente, dentro. E lo faceva mentre aveva preso ormai la via di casa, a sera inoltrata, su quella strada tra il porto e il suo palazzo dove si stava consumando nuovamente questa vicenda. Una vicenda di cui ripercorreva durante i tornati sprazzi di lucidità, passo a passo mentre camminava, più lentamente possibile, perché frastornato, deluso, arrabbiato, non sapeva neanche lui come adesso, le tappe. E vedeva quel kuruko parlargli ancora, nell’atrio prima, e poi in quel banco di scuola, in questo momento gli pareva difficile capire quale delle due cose era avvenuta prima e quale dopo, sensazione comprensibile del resto, perché si erano intrecciate, un intreccio che non si riusciva più adesso a sciogliere, con tutta la buona volontà. Che aveva caratterizzato quei quasi due stadion maledetti, in cui tutta la sua esistenza era stata messa, fatalmente, in discussione. Non sapeva più cosa doveva fare dall’indomani. E non sapeva se erano passate qualcuna in più di ventiquattro boran, o trentaquattro ciclok, tutta una vita. Quella di Bubbak, evidentemente. Voleva a questo punto solo arrivare a casa, aveva parlato con quante più guardie era riuscito a trovare, tutte gli avevano detto che il kuruko era morto, poi era andato anche all’ambulatorio medico dello spazioporto, e il medico a cui aveva chiesto gli aveva risposto che proprio lui ne aveva constatato il decesso e scritto il certificato di morte. Il corpo era già stato inviato all’obitorio di zona, in attesa che qualcuno, stranamente, ne facesse richiesta, o altrimenti inviato all’inceneritore e sepolto a spese dello Stato. Era insomma tutto assolutamente, cristallinamente vero, ed era nello stesso qual modo la fine dei giochi. Adesso aveva davanti a sé solo la speranza di arrivare a casa, stendersi, e pensare a tutto quello che era successo cercando di chiarirsi le idee, e ricordandosi che domani era il gran stadion, doveva riposare un po’, finalmente, riposarsi il cervello. E poi fare il suo lavoro come se niente fosse accaduto.

E così alla fine ci arrivò, alla porta di casa, fece riconoscere la sua impronta ottica, ed entrò. Ma subito si accorse che non sarebbe riuscito a stare solo quella sera.

“Pronto, Nelen?”.

“Sì sono io, chi è?”.

“Dikstra, non mi avevi riconosciuto?”.

“O ciao, sì, scusa, avevo la testa impegnata in alcune schede di pazienti”.

“Ti ho disturbato per caso? Stavi lavorando? Sei occupata?”.

“No, anzi, mi fai un piacere a farmici staccare un po’. Tu, come va? Dalla tua voce direi non proprio bene…”.

“Sì, sai… mi sono accadute alcune cose oggi… Ma perché non vieni qua così casomai te le racconto dal vivo? Mi farebbe piacere, davvero…”.

“Mmmmm… Ok, dammi una mezza boran per risistemarmi, sai, ero in tenuta da studio a casa, non proprio bellissima…”.

“Vieni come sei, dove sta il mio appartamento lo sai. E grazie…”.

Ma già aveva riattaccato.

L’attesa che venisse fu snervante. Dikstra si sedette sul suo letto, dopo aver chiuso il collegamento con lei, spense tutte le luci del suo appartamento, regolò i vetri in modo che non filtrasse neanche una luce dalla città, e così, nella totale oscurità, se ne stette con la testa presa tra le mani, tutto sudato sul letto. Non pensava neanche, se è per questo, proprio cercò di annullarsi per qualche momento, volendo solo ed esclusivamente smettere di preoccuparsi. Smettere di pensare, anche, ritornare a un stato di calma, a quello stato di più o meno stabilità che hanno tutti fra l’altro, e che era andata in mille pezzi per tutto quel pomeriggio. Così passarono i primi macron, poi altri, quindi, quando le sue tempie si stavano già arrossando e stavano quasi dolorando per il prolungato contatto con i palmi duri delle sue mani, mani forti, rocciose, da pilota del resto, si scosse, si alzò e, in un tentativo di riconquistare appunto una pur minima stabilità perduta si diresse, dopo aver acceso una luce, ma, in quel contesto, già fu una cosa non da poco, in bagno, per sciacquarsi almeno il viso e la testa, anche per accogliere decentemente la sua ospite. La quale alla fine arrivò, dopo una buona boran. Dikstra quando la vide nel visore dopo che nell’atrio di sotto Nelen aveva schiacciato il tasto che corrispondeva alla sua abitazione, fu quanto mai in preda di un sollievo quasi nervoso, come appunto quelle specie di novità, ovviamente positive e da lungo tempo attese, ma che quando arrivano ci mettono in uno strano e fastidioso stato di agitazione quasi-panico, proprio per essere state forse troppo attese. Così, senza pensarci, fece quella che era una bruttissima abitudine, che lui per inciso non aveva, soprattutto nei confronti delle più elementari norme di sicurezza nelle abitazioni, ovvero aprire la sua porta di casa prima che Nelen suonasse il suo contatto del piano, per aspettarla appunto all’ingresso, felice, e ansiosa, dall’incontrarla di nuovo da lì a pochi micron. E infatti Nelen, apertasi la porta del turboascensore al contatto del suo appartamento, cosa che quel palazzo aveva, che per tutela della riservatezza ogni abitazione aveva il proprio punto di fermata del turboascensore riservato, scese da quei pochi gradini di cristallo bella come sempre, con la sua pelle bianchissima, e il suo sorriso perennemente misterioso.

“Ehi”.

“Ehi”.

“Vogliamo farci l’eco a vicenda?”.

“No, dai, è che è simpatico il suo saluto”.

“Entra, ti aspettavo”.

“Lo so, mi hai chiamata tu, e io sono arrivata, come un angelo della salvezza. Mi sembravi davvero abbattuto prima al videofono, che c’è?”.

“È una storia lunga sai, che si perde negli abissi della mia esistenza, una storia del passato, e forse anche nel futuro, mi sa”.

“No, per favore, adesso non farmi una tragedia. Ieri siamo stati così bene… Si può sapere qualcosa in più?”.

“Magari… Ma tu, come stai, sei stata sulle stazioni oggi?”.

“Mmm… è davvero buono questo tè di sostraton che hai preparato…”.

“Allora?”.

“Allora che? Stavi cominciando tu. Non incominciamo a fare il gioco comico dei ruoli, per piacere. D’altra parte non ne ho più nemmeno l’età”.

“Te l’ho già detto, sai, a volte, la vita…”.

“Insomma, ti vuoi decidere? Ricordati pure che sono una psicologa, al dottore bisogna dire la verità, quindi?”.

“Ieri ho incontrato un kuruko… Ma penso che, come ti dicevo, meglio se torno indietro di una trentina di ciclok prima… Dunque, dottoressa, c’era una volta…”.

E Dikstra gli raccontò proprio tutto quello che gli era successo, per filo e per segno, non omettendo proprio niente, svelandosi come mai, assolutamente mai aveva fatto anche minimamente nella sua intera vita. Il Dikstra granitico, inossidabile, oscuro e silenzioso si sciolse velocemente durante quell’incontro a casa sua, mentre Nelen ogni tanto lo interrompeva, spesso incredula di fronte a quegli avvenimenti, ma sempre, passivamente, ascoltandolo. E alla fine del racconto gli parlò.

“Se veramente è accaduto tutto esattamente come me l’hai raccontato, sai io, per il mestiere che faccio, so che non è quasi mai così, la mente devia dalla realtà dei fatti si può dire con una frequenza perenne, la mente inventa, trasforma, aggiunge, il più delle volte senza neanche che ce ne rendiamo conto… Comunque, se è proprio accaduto tutto questo…”.

“È accaduto, domani farò il giro attorno al sole, per la prima volta nella mia carriera…”.

“Sì, ma, se non mi interrompi, dicevo, se è così, hai preso in considerazione l’ipotesi che si tratti di semplici, banalissime, coincidenze?”.

“Può essere… può essere… Senti, sono stanco, ti va di dormire qua stanotte? Io non ce la faccio più a stare in piedi…”.

“Certo, mio tenero Dikstra, te l’avrei chiesto io”.

“Bene, allora, senza bisogno di tanti giri di parole”.

“Va bene”.

“Lo sai, mi ha fatto veramente sentire meglio confidarmi con te, sei dolcissima…”.

“Anche tu”.

E si baciarono lungamente.

“Un’ultima cosa, prima che mi dimentichi, domani non posso farmi venire l’ansia e l’angoscia in volo, né prendere tranquillanti tradizionali, nella navetta devo rimanere lucidissimo, una frazione di micron di troppo e ci rimango, se mi puoi prescrivere qualcosa che conosci, che elimini la troppa ansia, e senza provocare effetti collaterali… Se esiste…”.

“Non ti preoccupare, domani me la vedo io, c’è giusto un nuovo farmaco, adesso vieni qui, per favore…”.

E buonanotte.

Lo stadion di tutti gli stadion, di quelli che nella vita di un triskel si contano sulle dita di una mano, e per Dikstra in particolare il posto che occupava era il numero uno, iniziò presto. Alle sesta boran Dikstra aveva aperto gli occhi, alla settima era già sulla navetta diretto alla 21. Con Nelen si erano salutati da pochi macron, lei era tornata a casa, con la promessa di rivedersi tra quattro stadion, appena Dikstra fosse tornato sul pianeta, dopo la missione. E a tutta una serie di controlli successivi. Nelen inoltre gli aveva detto che il suo farmaco contro l’eccessiva paura gli sarebbe arrivato intorno alla decima boran direttamente sulla 21, con un corriere speciale per i centri medici. Glielo avrebbe prescritto all’ottava boran esatta, appena messo piedi nello studio. Dikstra intanto, così pensava seduto a quel posto da passeggero nella navetta che si era appena alzata dallo spazioporto, ormai famoso, di paura ne aveva, come non ne aveva mai avuta. Una paura gialla, era questo il colore con il quale gli veniva di visualizzarla, nella mente. A questa inoltre si aggiungeva un’altrettanto irrazionale attesa, attesa che sarebbe accaduto qualcosa di veramente grosso in quello stadion. Ma erano emozioni appunto irrazionali, contenute nello stomaco più che nella testa, anzi solo nello stomaco, la sede propria di questo genere di paure del resto. Percezioni, malesseri, sintomi fisici. Nulla di serio. Nelen aveva ragione, tutte assurde coincidenze.

Settima boran e trenta macron, Dikstra mette piede nella zona di attracco della stazione 21, e si dirige come al solito nel corridoio verso la camera di decontaminazione.

Ottava boran e due macron, Nelen entra nel suo ufficio, saluta un paio di colleghe e amiche all’ingresso, si fa dare dalla sua segretaria gli appuntamenti dello stadion, e si chiude nel suo studio, inviando dalla postazione del computer i farmaci da spedire a Dikstra, con consegna immediata.

Nona boran, si apre il briefing del reparto sperimentazione per il volo 0 della navetta Kaba-alpha, c’è tutto il reparto, al gran completo. Assieme al direttore Kolar c’è poi il presidente del Programma Spaziale di Triskelion, il ministro per la Ricerca e la Tecnologia dello Spazio, e il vicepresidente del Governo Unificato di Triskelion, e tutti stringono doverosi la mano a Dikstra.

Nona bora e nove macron, nel centro medico di Alpha-1 entra uno dei corrieri, per il trasporto farmaci straordinario sulla stazione 21, che su prescrizione della dottoressa Nelen deve portare il calmante BI95, di nuova sperimentazione, ma già definitivamente autorizzato e prossimo ad essere immesso in commercio, al pilota di prima categoria Dikstra, con urgenza assoluta.

Nona boran e ventotto macron, fatti i debito controlli, l’addetto ala farmacia neuro-psichiatrica Pok si reca, dopo aver indossato la tuta isolante, nella zona sperimentazione farmaci per prendere il calmante. Apre un cassetto a tenuta stagna, prende una pillola bianca, la mette nel contenitore protettivo e lo sigilla. Non si rende conto di aver letto male il numero del cassetto. Ha premuto il tasto di quello numero 66, mentre doveva andare al numero 99. Una banale confusione a inversione ottica, dovuta probabilmente alla fretta e al disagio di avere indosso quella pesante tuta isolante. Ha preso la Pillola dell’Altrove, di cui il centro medico della stazione Alpha-1 ne aveva da tempo dei campioni, per dei controlli incrociati e segretissimi.

Nona boran e cinquanta macron, il corriere, su un trasporto speciale, lascia la Alpha-1.

Decima boran e venticinque, finisce il lungo briefing sulla 21, escono tutti per dirigersi al centro controllo, Dikstra inizia la preparazione per entrare nella navetta.

Decima boran e quarantaquattro, un addetto gli porta il farmaco che aveva richiesto, dopo aver avuto il nullaosta dal medico, a cui Dikstra aveva rivolto due parole durante il briefing per informarlo brevemente, il quale fidandosi non svolge controlli, anche perché non c’è n’era il tempo. Dikstra assume il farmaco.

Undicesima boran e nove macron, Dikstra entra per la prima volta nella Kaba, mettendosi al posto di guida e cominciando una serie di controlli pre-lancio, seguito passo passo dal centro di controllo, con la voce di Tokavi a fare da tramite e a parlargli.

Undicesima boran e cinquanta macron, hanno termine tutti i controlli, statici e delle funzioni di bordo, il centro autorizza lo standby per il lancio.

Dodicesima boran e tre macron, Dikstra esce con la Kaba-alpha dall’hangar, si immette nello spazio, ha inizio il volo 0.

“Gente, chi l’avrebbe mai detto, ci siamo…”.

“Non eccitarti troppo Dikstra, quella che hai in mano, oltre a un potenziale supergioiello, è una bomba a orologeria”.

Si sentì la voce di Tokavi rispondere, attraverso il sistema di comunicazione.

“Ok… Dunque, qual’è la situazione lì?”.

“La stiamo stabilendo, dacci tempo, intanto rimani coi motori inerziali al minimo”.

“Meglio rispettare il piano, d’accordo 21”.

[…].

“Va bene, Dikstra, ci siamo, cominciamo con l’accensione del motore 1”.

“Fatto, tutto nella norma”.

“Bene, allora vai, inizia a seguire la rotta, velocità minima”.

“E si va… Ragazzi, questa navetta è uno spettacolo, dovreste esserci. Qui dentro è come essere in una specie di meraviglia fantascientifica”.

“Sì, sì, raggiungi una distanza fino a dieci milioni di parallax, Dikstra, dopo seguono le istruzioni”.

“Ricevuto. Conosco il mio lavoro Tok, non preoccuparti”.

“Sì, ma qua la posta è alta”.

[…].

“Bene piccola, propulsione, navigazione, comunicazioni, funzioni di verifica, struttura, supporti di bordo, tutto secondo il copione. Aumento a velocità fattore 2, centro, vediamo un po’di arrivare al circolo solare prima di cena”.

“Stai calmo, aspetta ordini”.

“Ok, ok…”.

[…].

“Velocità fattore 8 raggiunta ed equilibrata, tutto nella norma, previsione tempo dalla linea-obiettivo quaranta macron”.

“Bene, ci stai vicino Dikstra, tutto bene, qui niente da riferire”.

[…].

“Schermi solari attivati, centro, confermatemi per favore anche da lì quando sono in contatto con la linea per iniziare il percorso”.

“Dikstra ricevuto, base 21-sole dodici boran, e con la media del fattore 6, da non crederci eh?”.

“Già, e chissà questa navetta dove potrà arrivare…”.

“Tu come va? Hai consumato la razione di alimenti prevista? Problemi fisici di qualche tipo? Il calmante ha qualche effetto imprevisto?”.

“No Tok, tutto perfettamente, mi sento un dio”.

“Si vede”.

[…].

“Linea solare raggiunta e superata da una boran e mezza, circumnavigazione solare stimata ancora in sette boran, velocità di crociera fattore 7. Ci stai dando talmente tanti dati che possiamo già programmare la sperimentazione per i prossimi cento voli Dikstra”.

Ma nessuno rispose.

Dikstra già da qualche macron ormai non sentiva più i messaggi del centro, erano scomparsi, la sua testa ormai volava da sola, e più velocemente della Kaba, la cui rotta era ancora impostata in automatico. Tutto si era svolto con estrema rapidità. Una boran dopo il passaggio dalla linea calcolata per iniziare la circumnavigazione, cioè dall’ultima volta che aveva sentito la voce amica di Tokavi dal centro, la Pillola dell’Altrove aveva iniziato il suo, finora latente, effetto sconosciuto. E tutto aveva preso a ruotare, come il suo sovrumano sole che riempiva lo schermo della Kaba che si apriva davanti alla sua postazione. Una navetta piccola, le cui funzioni erano al minimo, progettata per poter bastare una sola persona a gestirla per la prima fase della sua sperimentazione, che girava a fattore 7, cioè un sesto della velocità della luce, assolutamente imparagonabile ad ogni altra navetta precedente, e con un individui dentro che aveva di molto oltrepassato il suo normale stato mentale.

Cos’è accaduto dove sono chi sono non sento più le voci pronto centro pronto ma non sto parlando sto sognando sì forse sì questo è oggi ieri domani sono io ma non sono io sono un altro mille altri sono qui nel mio letto andrò ad una cena con degli amici poi nascerò e quindi andrò nell’utero di mia mamma ma mamma è morta e io salirò allora su una navetta imparerò a leggere e diventerò poi una stella e danzerò nel cosmo ma no forse non è un utero questo no questo è Triskelion è un pianeta e io sono nel cuore di un pianeta e sto per venire fuori come da un guscio e Nelen come sei bella io sono innamorato di te ma cos’è l’amore se è qualcosa di sostanzioso o di etereo concreto o astratto e qual’è la differenza se c’è ne è una tra prassi e teoria è tutto in me e Bubbak è morto e anche mia zia è morta sono in un cimitero ma sento gli altri parlare ho paura e vedo le stelle fuori dalla finestra e quante sono una due tre trentatré stelle e nuvole o oibò ma quella nuvola ha la forma della faccia di mia zia Nanen no è proprio mia zia e mi sta chiamando svegliati Dik svegliati devi andare a scuola ma mia zia si chiama Nanen o Nelen e ha due bei seni sono bellissimi e floridissimi la voglio la voglio sono io o sono un altro ma capisco tutto io capisco il passato e di più capisco il futuro e di più ancora capisco me stesso e l’altro e parlo io parlo e uso il linguaggio e che cos’è il linguaggio e io dico frasi e di più queste frasi dicono me e di più queste frasi non dicono niente e di più ancora niente dice niente e non esiste niente di niente e che diavolo è questo calore e qua scoppia tutto uscite uscite.

La navetta era stata portata, nel delirio, dopo innumerevoli giravolte e cambi continui di direzione, diretta verso il sole, il cui campo magnetico l’aveva già attirata, ormai alla deriva, sempre più velocemente. Ma accadde una cosa. La mente di Dikstra, avendo, in uno dei tanti suoi nuovi particellamenti, annotato che l’individuo ospite stava per essere distrutto, e con esso lei stessa ovviamente, e, pertanto, agendo spinta dalla sopravvivenza, istanza quanto più naturale e radicale possibile, agì sul movimento degli atomi che componevano il corpo ospite e allargandosi da questo a tutto intorno l’habitat della navetta fino al guscio artificiale esterno, la navetta tutta insomma, di cui ormai pensava costituisse un solo corpo. A questo punto, l’attrazione magnetica del sole, negativizzandosi l’oggetto, ovvero avendo questo negativizzato, ovvero invertito, il moto degli elettroni negli atomi, e quindi la loro stessa materia, divenne essa stessa un’attrazione negativa, ovvero una spinta, e una spinta, avendo raggiunto la navetta uno dei punti in cui la potenza magnetica solare era quasi al suo massimo, mancando una minima frazione di micron al contatto con la superficie solare vera e propria, di una forza fuori da ogni scala esistente. La navetta in pochi macron volò prima ad una velocità cento volte quella della luce, cosa alimentata dalla stessa mente di Dikstra del resto, dato che le energie in gioco adesso, quella fisica e quella psichica, si erano combinate assieme in una specie di condotto subspaziale posto tra il mondo fisico e quello mentale, un intreccio difficilmente esprimibile a parole, e poi, man mano, scendendo gradualmente, fino a fermarsi del tutto. La Kaba-alpha, inaspettatamente, quando si tornò alla calma dell’inerzia, era ancora intatta e, quasi, perfettamente funzionante, si vede che era stata costruita proprio bene, o forse in aggiunta a questo era stata protetta dalla mente di Dikstra, e lo stesso valeva poi per il corpo di Dikstra, non aveva riportato danni. Della sua interiorità, non si può ancora dire, almeno finché non si risveglierà. Comunque, lo sbalzo l’aveva portato a sessanta ciclok-luce dalla sua posizione di partenza, in un sistema del tutto oltre ogni sensore triskeliano. Dopo qualche boran aprì gli occhi, e la prima cosa che vide sotto i suoi occhi, minimamente coscienti, ancora in una condizione del tutto o quasi confusionale, fu una sfera planetaria, un pianeta. Non era viola come Triskelion, ma era blu. Un blu meraviglioso, fu la prima cosa che Dikstra, dopo l’effetto della Pillola, gli venne di pensare. Risuonò allora, dagli abissi del tempo e dello spazio, della vita e della morte, da un regno evidentemente molto più prossimo di quanto si pensi, una voce, che Dikstra, e fu la seconda cosa che gli riuscì di pensare, nel dormiveglia confusionario, post-Pillola e post-sbalzo, fu che era la voce di Bubbak. “Questa è la Terra, un pianeta femmina”, diceva la voce.
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