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John Ajvide Lindqvist - Lasciami entrare

Inserito Venerdì 20 ottobre 2006

Narrativa l'incipit del romanzo

Il luogo

Blackeberg.

Fa pensare a quei dolci rotondi di pasta di cocco, magari fa venire in mente la droga. Una vita decente. Si pensa alla metropolitana, ai sobborghi. Poi probabilmente non viene in mente nient’altro. Anche lì, come dappertutto, ci abita della gente. È per questo che il quartiere è stato costruito, perché le persone avessero un posto dove abitare.

Non è un luogo cresciuto in modo naturale, no. Qui, tutto è stato predisposto sin dall’inizio. La gente ci è andata a vivere non appena tutto era pronto. Edifici di cemento, scagliati nel verde. Quando questa storia ha inizio, il quartiere di Blackeberg esisteva già da trent’anni. Si potrebbe pensare allo spirito dei pionieri. Al Mayflower, a una terra sconosciuta. Sì. Immaginare case

vuote che aspettano la gente.

Ed eccola che arriva!

Passando sul ponte di Traneberg con il sole e le visioni davanti agli occhi. L’anno è il 1952. Le madri portano i loro piccoli in braccio e spingono le carrozzine o li tengono per mano. I padri non portano zappe e badili, ma elettrodomestici e mobili funzionali. Con tutta probabilità stanno cantando qualcosa. Forse l’Internazionale. Oppure un salmo, a seconda del credo religioso.

Il quartiere è grande. È nuovo. È moderno.

Ma non è andata così.

Arrivavano con la metropolitana. O con le auto, o con i furgoni dei traslochi. Uno dopo l’altro. Entravano negli appartamenti vuoti con le loro cose. Le sistemavano sugli scaffali e negli

armadietti su misura, disponevano i loro mobili sui pavimenti di linoleum. Ne compravano di nuovi per riempire i buchi. Quando finivano alzavano gli occhi e guardavano la terra che

gli era stata data. Uscivano dai portoni e trovavano gli spazi già predisposti. Bisognava solo adattarsi a quello che c’era.

C’era un centro. C’erano spaziosi parchi gioco per i bambini. C’erano ampie aree verdi fra le case. C’erano molte stradine per i pedoni.

Un bel posto. Questo si diceva la gente seduta al tavolo della cucina qualche mese dopo che si era trasferita.

«Siamo arrivati in un bel posto.»

Una sola cosa mancava. Una storia. A scuola, dato che non esisteva, i bambini non dovevano scrivere temi sul passato di Blackeberg. Sì. C’era la storia di un mulino. Un personaggio strano.

Sorgevano strane case giù, vicino all’acqua. Ma era tanto tempo fa e non c’era alcuna relazione con il presente.

Dove ora ci sono le case a tre piani, prima era tutta foresta.

Erano lontani dai misteri del passato, non avevano neppure una chiesa. Un sobborgo di diecimila abitanti senza una chiesa.

Fa capire molto sulla modernità e la razionalità del luogo. Un luogo dove si poteva essere liberi dalle calamità e dal terrore della storia.

Tutto questo spiegava perfettamente quanto fossero impreparati.

Nessuno li vide quando si trasferirono.

A dicembre, quando alla fine la polizia riuscì a rintracciare il trasportatore che aveva effettuato il trasloco, questi non aveva molto da raccontare. Nella sua agenda del 1981, aveva soltanto scritto «18 ottobre: Norrköping-Blackeberg (Stoccolma)». Ricordava che si trattava di un uomo e di sua figlia, una ragazza carina.

«Ah, sì, fra l’altro. Non avevano molte cose. Un divano, una poltrona, dei letti. Un lavoro facile. E ricordo che... sì, volevano andarci di notte. Ho detto all’uomo che sarebbe stato più costoso. Ma non ha fatto storie. Voleva che ci andassimo di notte. Sembrava importante. È successo qualcosa?»

La polizia gli raccontò quello che era successo, chi aveva portato nel suo camion. Sbarrò gli occhi e fissò l’appunto sulla sua agenda.

«Che mi venga un colpo...»

L’uomo fece una smorfia come se la sua calligrafia lo disgustasse.

18 ottobre: Norrköping-Blackeberg (Stoccolma)

Era stato lui a portarli lì. L’uomo e sua figlia.

Non lo avrebbe detto a nessuno. Mai.


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