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IL SOLE ERA RIMASTO FERMO

Inserito Mercoledì 07 marzo 2007

Narrativa un racconto di Vittorio Baccelli

Il Sole era rimasto fermo al limite dell'orizzonte, vicino al tramonto. E non si era più mosso.
Non vi dico il finimondo che successe non appena tutti gli abitanti della Valle si accorsero di questo. Le supposizioni si sommavano alle supposizioni, mentre le notizie da fuori più non arrivavano. L'intera vallata su cui sorgeva Borgo Lieto era completamente isolata. E non solo le notizie non filtravano e i telefoni più non funzionavano, ma neppure fisicamente era possibile uscire dalla Valle.
Se le linee telefoniche erano interrotte, lo stesso poteva dirsi sia delle strade sia della ferrovia.
Non si usciva, né si entrava. Una barriera lattiginosa separava la Valle dal resto del mondo.
Fu difficile accettare la cosa, ma non poté esser fatto altrimenti. Gli abitanti si organizzarono, gli orologi seguitarono a scandire le ore, i giorni, il giorno e la notte, ma tutto era ormai consuetudine, perché il Sole rimase fisso in quel punto vicino all'orizzonte e, non era mai giorno pieno, ma neppure crepuscolo.
I tentativi di comunicare con l'esterno giunsero ad un punto morto, così come i tentativi di forzare la barriera lattiginosa che separava la Valle dal resto del mondo.
Pian piano la vita riprese a scorrere nei suoi consueti modi, il quotidiano locale usciva solo con le notizie della Valle, le radio libere trasmettevano i soliti programmi e le solite canzoni; c'erano anche un paio di gruppi rock nuovi, per la verità, ma locali, è ovvio!
La televisione dopo aver trasmesso più volte le solite registrazioni di film, di telefilm e di varietà, iniziò a produrre in proprio. All'inizio fu un vero disastro, ma poi, man mano che passava il tempo, fortunatamente aumentava anche la professionalità degli attori e dei registi. Fortunatamente per gli spettatori!
Insomma tutto era tornato alla normalità, o quasi e, quando finalmente l'isolamento fosse finito la vallata era pronta a riprendere il suo posto nel mondo. La moneta era rimasta l'euro e le tre banche seguitavano a svolgere le loro funzioni, le fabbriche, erano impianti artigianali per la verità, dovettero riconvertirsi per produrre materiali d'uso locale usando solo le materie prime del posto. Le fattorie seguitarono anch'esse a produrre come prima. Di positivo c'era da registrare un calo dei prezzi al consumo. Anche sul versante delle tasse la popolazione aveva tirato un forte sospiro di sollievo, poiché erano venuti a cessare i versamenti allo Stato e alla Regione, rimanevano solo quelli al Comune locale. La conseguenza di ciò fu la nascita di un partito autonomista che si preparava a far valere le proprie ragioni quando l'isolamento fosse cessato.
La Val di Lieto aveva preso il nome dal fiume Lieto che scorreva nel suo fondoValle e aveva una lunghezza di oltre duecento chilometri, dalla sorgente fino allo sbocco del fiume in una pianura che giungeva fino al mare. Era abitata da quasi centomila anime che si trovavano divise tra i due centri, Borgo Lieto il più grande che sorgeva a sud e, Borgo Rotondo, più piccolo sito a nord. Ad est dopo la pianura e una catena di colli, s'innalzavano le Alpi Liete con le vette più alte sempre ricoperte di ghiaccio; ad ovest sempre pianura e poi colli, infine s'ergevano le Alpi Rotonde, alte e innevate quanto quelle dell'est e con molte piste da sci, le più alte aperte anche in estate.
La Valle era autosufficiente anche per l'energia, lungo il fiume vi erano tre piccole centrali idroelettriche e le torri d'una centrale eolica s'innalzavano sull'alpe ad ovest di Borgo Rotondo.
Gli abitanti non erano concentrati solo nelle due piccole città, ma molti erano sparsi sia nelle ville adiacenti le città, ma anche nelle fattorie che numerose sorgevano sia nella piana della Valle sia sui colli.
Una strada a quattro corsie seguiva il fiume nel suo percorso, sfiorava Borgo Lieto e raggiungeva Borgo Rotondo attraversando il fiume con un ponte proprio a metà strada tra le due città. Anche la ferrovia costeggiava il fiume attraversandolo a cento metri dal ponte stradale e congiungendo le due città.
C'erano poi altri tre piccoli ponti che servivano al traffico locale.
Nella pianura ad est di Borgo Rotondo si trovava un piccolo aeroporto sul quale atterravano gli aerei con soprattutto turisti che poi alloggiavano nel Centro Escursionistico che si trovava più ad est sui colli. Gli aeroplani appartenevano tutti alla stessa compagnia che aveva il monopolio aereo dei collegamenti con la Valle, la AZULH®, il cui logo era disegnato in azzurro sulle fiancate di tutti gli aerei.
Ancora più ad est sorgeva un Cronodrome che era la meta preferita dai turisti. Il Cronodrome era il luogo ove si svolgevano giochi di ruolo, orge, diavolerie simstim d'ogni genere, ma soprattutto giochi d'azzardo, per questo era ovviamente vietato agli abitanti della Valle. Il divieto però era costantemente ignorato e tutti prima o poi qualche serata la passavano proprio lì, o ai tavoli da gioco dei casinò, o nei reparti orge.
Intanto alcuni degli abitanti avevano inutilmente tentato di scavalcare le alpi nelle due direzioni. Volevano così rompere l'isolamento, ma non riuscirono nei loro intenti, eppure le spedizioni erano formate da esperti alpinisti.
Concentriamoci adesso su un giovane abitante della Valle, non è uno scelto a caso, ma è un esperto informatico, un hacker diremo noi, uno di quelli cioè che non si accontentano del mondo come va, ma vogliono scoprire cause e perché.
Lino è il nome del nostro giovane, che è un esperto informatico, ve l'ho già detto, che è estremamente curioso anche, e da tutto questo a dire che i computer sono la ragione prima della sua vita, il passo è breve.
Da dieci anni era dipendente di una grande multinazionale dell'informatica e i contatti col suo datore di lavoro avvenivano soprattutto via internet, ma la rete adesso non funzionava più dato che come tutto il resto s'era interrotta. In passato era stato convocato alcune volte nella sede principale della multinazionale e c'era arrivato con un volo speciale sempre dell'AZULH®. La sede era sita in un'isola del Pacifico e molti dei suoi dirigenti erano giapponesi, si chiamava "Sendai" e qualcuno sosteneva che più d'una multinazionanale si trattasse di una zaibatsu.
Lino non si perse d'animo nei confronti dell'isolamento, potenziò il suo server e ospitò i siti e i blog locali, creò una rete trai computer della Valle e il collegamento avveniva tramite telefono e anche utilizzando un satellite geostazionario che era rimasto incredibilmente al suo posto, proprio perpendicolare alla Valle. Ma anche dal satellite gli accessi al resto del mondo risultavano bloccati. Pazienza!
Lino mise anche sul server tredici siti che aveva conservato in unità di massa su alcune memorie solide, quattro di questi erano in inglese e uno in francese. In questo modo l'isolamento sembrava violato, ma così non era. Tanto più tardi, un giorno o l'altro tutto sarebbe tornato normale e il centralino telefonico automatico non avrebbe più recitato con la sua voce sintetizzata, quando si digitava il prefisso di un'altra provincia: "Linea momentaneamente fuori servizio."
Sarà stata la mancanza dei turisti, ma la Valle sembrava un po' deserta, comunque visto che di cose indispensabili non mancava proprio niente, qualcuno diceva che si stava meglio così.
Anche se i turisti facevano difetto, di cibo ce ne era più che a sufficienza, le fattorie in collina producevano vino e olio, in pianura frutta verdura, grano, animali da carne, formaggi, insaccati, tutta roba buona, insomma e, che si sapeva da dove veniva, mica come prima che la roba buona se ne andava via e nei negozi trovavi solo cibo che proveniva dall'altro capo del mondo. Dunque l'agricoltura funzionava a pieno ritmo e anche gli allevamenti di pesci e gamberetti non erano da buttare.
L'energia non mancava dato che l'acqua del fiume seguitava a scorrere con irruenza e le tre centraline giravano alla grande, lo stesso valeva per le pale dell'impianto eolico: in vetta il vento era impetuoso come sempre.
Il fatto che il Sole fosse rimasto fisso al solito punto, all'inizio aveva destato forti preoccupazioni, ma queste s'erano poi appianate considerando che la temperatura era rimasta piacevolmente costante, sui ventiquattro, venticinque gradi, gli acquazzoni si susseguivano con una media di dieci giorni, la vita sembrava proseguire come sempre e piante e animali non sembravano per nulla risentire dell'anomalia solare.
Lino intanto era rimasto libero dalle sue incombenze lavorative, libero nella maniera più fortunata perché, puntuale come sempre, il suo stipendio continuava ad essere accreditato sul suo conto corrente bancario, il cinque d'ogni mese, mentre la multinazionale, o la zaibatsu che fosse, non dava altro cenno di vita.
Sì, perché le cinque banche della Valle funzionavano come sempre, così come i telefoni, l'emittente televisiva locale e le tre radio private, gli uffici postali, il treno e i bus, le scuole (asilo, medie e liceo scientifico), l'ospedale e insomma tutti gli altri servizi.
Ma la Valle era chiusa in se stessa.
Passò un anno e forse più, e tutta l'economia s'era avvolta a spirale, ma niente d'importante mancava. Certo d'automobili nuove, neanche a parlarne, ma i meccanici e i carrozzieri s'erano fatti sempre più professionali ed efficienti. I pezzi mancanti venivano ricostruiti nelle officine e nei laboratori locali, insomma anche il parco macchine godeva ottima salute.
La benzina e il gasolio furono sostituiti con ecobenzine ricavate dalla distillazione dei rifiuti e dei vegetali: non era poi così difficile!
Tutti poi erano contenti dato che le tassazioni nazionali erano state giocoforza abrogate e i cittadini versavano solo i tributi locali. Nacque anche un partito politico, che in breve divenne maggioritario, che voleva l'autonomia dallo stato centrale. E questo partito dopo aver espresso il Sindaco della Valle, si preparava alle future battaglie indipendentiste da condurre al momento del ritorno alla normalità.
L'aeroporto era stato invece abbandonato, un tempo era lo scalo privilegiato dei turisti che arrivavano da ogni parte del mondo, praticamente c'erano una ventina tra arrivi e partenze al dì.
Il giorno del blocco era rimasto un unico aereo in partenza sulla pista.Era n fase di decollo, zeppo di turisti, saranno stati centocinquanta, più o meno, compreso l'equipaggio. L'aereo decollò, ma dovette rientrare poiché in volo le coordinate apparivano confuse e non riuscì ad uscire dalla Valle.
I turisti furono visti scendere tutti preoccupati e si ritirarono in un hangar predisposto per l'emergenza. Stettero lì dentro assieme all'equipaggio per tre o quattro giorni, poi non si sa proprio cosa sia successo. L'hangar e i suoi abitanti scomparvero. Nell'area ove sorgeva l'hangar si formò una strana nebbia, rosa e trasparente ed entro questa si vedevano muoversi strane forme a spirale. Fu a quel punto che sotto gli occhi di molti cittadini incuriositi, dal Centro Escursionistico e dal Cronodrome giunse una fila di turisti guidata da alcuni uomini in mimetica che sembravano militari. La fila e gli uomini in mimetica penetrarono nella nebbia rosa e li si intravedeva in trasparenza. Solo allora gli abitanti che stavano ad osservare lo spettacolo si accorsero d'alcuni esseri, che ricordavano le meduse, muniti di tentacoli, alti forse due metri, che erano usciti dalla nebbia rosa. Avevano delle grosse teste lucide, bianche con due rotondi enormi occhi ancor più bianchi che sembravano due piatti. Ma ciò che più colpì gli spettatori fu che tra i tentacoli brandivano minacciosamente un lungo bastone che aveva tutta l'aria d'essere un'arma.
Gli spettatori capirono a volo che non era più il caso di rimanere lì e se ne tornarono alle loro case e alle loro occupazioni.
Quando il giorno dopo qualcuno ritornò in quel luogo, non c'era più né l'hangar né la nebbia rosa, ma un prato costellato di margherite. Che cosa fosse successo veramente non è facile dirlo, poiché le deposizioni dei testimoni variavano l'una dall'altra in maniera considerevole.
Ciò che realmente accadde resta dunque un mistero che nessuno è riuscito a risolvere, anche perché le foto e le registrazioni attuate risultarono tutte illeggibili.
L'aereo intanto era rimasto sulla pista. Alcuni meccanici della Valle riuscirono a pilotarlo e per alcuni mesi volò in su e giù per la Valle, finché un giorno un pilota, premette un pulsante nascosto che aveva appena scoperto proprio sotto la console e, l'aereo coi suoi passeggeri svanì nel niente.
I due elicotteri che invece erano in dotazione al Centro Escursionistico seguitarono a scorrazzare per la Valle.
Anche la polizia rimase efficiente nelle sue due caserme e fu rimesso in funzione un vecchio carcere mandamentale con tanto di celle al piano terra e sopra due aule coi giudici.
I divieti d'accesso al Cronodrome, che già erano poco rispettati prima, decaddero del tutto con tanto di legge comunale e la gente della Valle spesso là si recava per i propri giochi, fossero essi d'azzardo, o sessuali o alla ricerca e sperimentazione delle nuove droghe.
Lino lo ritroviamo assiduo frequentatore del Cronodrome, ma lo era anche prima, figuriamoci adesso, e proprio lì aveva trovato la sua anima gemella, a sfatare il detto che gli hacker non hanno tempo per queste cose. Lei un tempo, quando c'erano i turisti, era una intrattenitrice erotica, una specie di prostituta laureata miscelata con una geisha. Aveva il nome che ogni cliente le metteva, ma ora era tutto cambiato e Lino le chiese quale fosse il suo vero nome.
- Quello che tu desideri, lo sai - rispose.
- No, il tuo lavoro non esiste più, ora stiamo insieme, voglio conoscere il tuo vero nome.
- Hai ragione, mi chiamo 92Eufrasia.
- Troppo complicato, ti va bene Asia?
- Sì.
Lui l'avrebbe anche sposata, la chiesetta cattolica funzionava ancora con tanto di prete e due sacrestani, così gli avevano detto, perché lui in chiesa c'era stato solo un paio di volte da ragazzino.
L'avrebbe anche sposata, e pure in chiesa, ma lei non poteva uscire dalla zona Cronodrome Centro Escursionistico, questo l'aveva appurato da tempo: la fisicità di Asia si dissolveva oltre quel limite.
Lino apprese così che lei non era reale, ma era un ologramma denso, estensione d'un programma senziente del computer del Cronodrome. Lì per lì Lino ci rimase male, ma poi si disse: "Programma un cazzo! M'arrapa più delle paesane e con lei un discorso filato ce lo faccio! E poi a me anche i programmi m'arrapano!" Concluse dunque che era perfetta per lui; si sarebbe spostato nell'area divertimento per starle sempre vicino. Per ora comunque restò nella sua casa a Borgo Lieto e quando aveva voglia di vederla la raggiungeva nel suo cuballogio al Cronodrome.
E la vita procedeva, l'isolamento non era più visto come un problema, ma si assaporavano i suoi lati positivi.
Ma Lino non s'era arreso per niente, voleva spezzare il cerchio, se non per altro per pura e gigantesca curiosità e sete di conoscenza.
Non gli sembrava logico che il resto del mondo si fosse disinteressato così alla sorte della Valle.
In un settore del Cronodrome c'erano dei portali che conducevano a realtà distanti. Lui stesso li aveva sperimentati più volte quando l'accesso a quelli come lui avrebbe dovuto essere severamente vietato. Ma adesso i portali non ne volevano sapere di funzionare. L'energia c'era, i portali erano efficienti, così diceva la loro autodiagnosi, ma non portavano da nessuna parte.
Lino con Asia si trasferì nella stanza dei portali e decise che non ne sarebbe uscito senza riuscirne a comprendere il loro funzionamento.
Analizzò i circuiti, scandì le centraline, s'inabissò nella città virtuale che era formata dai vari componenti elettronici stampati, si perse nelle fibre ottiche.
I giorni passavano nello studio accompagnato spesso da Asia, questo era il diminutivo che lui aveva scelto per la sua donna virtuale. Studiava, mangiava, faceva l'amore, usava il cesso e le docce di quella grande stanza che un tempo era una sala d'aspetto e di partenze.
Solo raramente appariva qualcuno, ma subito se n'andava o al massimo gli chiedeva cosa facesse, e lui rispondeva: - Voglio riparare un portale, così tutti potremo ritornare a conoscere il mondo esterno.
E a questo punto gli intrusi se n'andavano velocemente, o perché non volevano disturbarlo, o perché pensavano che stesse perdendo il suo tempo.
Un giorno mentre seguiva un circuito e anche pensava a come quest'ambiente fosse divenuto differente col tempo, una volta pieno di gente indaffarata, oggi deserto, mentre seguiva un circuito comprese che non si trattava di teletrasporto, come lui aveva sempre pensato, ma di un complesso di scansione e trasmissione dati verso una realtà virtuale.
Iniziò a comprendere una cosa fondamentale: tutti coloro che avevano attraversato i portali e, lo avevano fatto non solo i turisti, ma anche lui tante volte, non erano esseri umani, ma corpi virtuali, avatar insomma.
Si mise davanti al suo portale preferito, quello che quando funzionava ti portava ad una cittadina di pescatori, con spiagge meravigliose e fondali da sogno.
"O io sono un avatar o questa porta mi scandisce, mi trasforma in avatar e avviene il passaggio. Ma se fosse vera quest'ultima ipotesi, dove finisce il mio corpo? E quello dei turisti?"
Lui c'era passato tante volte e aveva visto anche tanti turisti passare, ma mai aveva visto stoccare i corpi residuali o incenerirli.
Il pensiero che nell'intera Valle non ci fosse mai stato un uomo cominciò a circolare nella sua mente. E i turisti forse altro non erano che i simulacri d'altri corpi stivati altrove.
Dunque lui e gli altri abitanti della Valle erano come gli ologrammi densi e senzienti del Cronodrome, solo che avevano più spazio a loro disposizione. E quando attraversavano i portali si recavano in altri luoghi virtuali. Forse era questa la verità. Decise che avrebbe ricominciato a lavorare sulla rete, linee telefoniche e satellite compreso. E avrebbe anche proseguito il suo lavoro coi portali.
La prima cosa che fece fu quella di entrare nel computer del Cronodrome. E qui iniziarono le vere difficoltà perché questo computer aveva un funzionamento completamente diverso da quelli da lui conosciuti. Fortunatamente aveva un'infarinatura di come funzionasse un computer quantico, e questo l'aiutò molto per comprendere le basi di questo vero e proprio mainframe che si autodefiniva "computer dipolare". Definizione questa che non comprese mai bene del tutto, ma che non lo bloccò nei suoi tentativi di penetrarne il funzionamento e soprattutto di comprenderne il linguaggio di programmazione basato sui q-bit. Lino si rese conto che un computer del genere era qualcosa di infinitamente più complesso di quelli della Valle e si ripromise d'imparare successivamente ad utilizzarlo. Intanto quello che gli interessava era la possibilità di far funzionare ovunque, senza limitazioni spaziali, la subroutine Asia. La trovò e la modificò secondo i suoi desideri.
La seconda cosa che fece, fu quella di recarsi con Asia alla sua banca. Aveva fornito alla ragazza tutti gli accrediti della Sendai, falsificati in modo perfetto così che lei sembrava una funzionaria con capacità dirigenziali e decisionali della multinazionale, e così assieme ottennero un fido importante dalla banca, con autorizzazioni antecedenti il blocco, per poter realizzare nella Valle un laboratorio di ricerca informatica con annessa facoltà di studi avanzati universitari. La documentazione falsa era inattaccabile e i riscontri con la Sendai impossibili. Ma Asia rappresentava legalmente la Sendai e il finanziamento fu facilmente ottenuto.
Lino acquistò un grande capannone inutilizzato vicino a Borgo Lieto e iniziò la ristrutturazione per trasformarlo in laboratorio-università.
Assunse tre tecnici esperti e laureati in informatica e con l'aiuto di essi, smontò e trasportò un portale nel suo laboratorio. Il portale era efficiente e collegato al computer dipolare del Cronodrome. Efficiente, ma seguitava a non trasferire nulla.
Adiacente al laboratorio- università costruì la sua nuova casa per abitarci con Asia, che si dimostrò un valido aiuto, poiché aveva delle semplici conoscenze sulle matrici del computer dipolare, semplici conoscenze che per lui furono importantissime per riuscire a penetrare nei segreti del loro funzionamento.
Erano anche iniziate le prime lezioni a una ventina di nuove matricole che si erano iscritte all'Università di Valle Lieta. Tra le materie di insegnamento c'era anche la ricerca di retroingegneria sul computer dipolare.
Era un giorno qualsiasi e Lino si addentrava sempre di più nel linguaggio dei q-bit, quando un leggero scampanellio lo staccò dai propri studi. Il rumore veniva proprio dal portale che come sempre era funzionante, ma solo nominalmente. Un'ombra sembrò formarsi all'interno del portale, anche Asia e un tecnico erano stati raggiunti da quell'insolito, se pur tenue rumore, e adesso si trovavano proprio davanti al portale.
Ne uscì una donna, nuda solo per un attimo, perché l'istante successivo aveva indosso un camice di seta verde come quello di Asia, anche le scarpe erano identiche a quelle di Asia.
La donna sembrò barcollare, poi si guardò attorno stupefatta e pronunziò alcune parole incomprensibili.
Lino la osservò pietrificato: mai aveva visto una donna così bella. Era rimasto senza fiato, ma ragionava sulle parole sconnesse che lei stava pronunziando. Erano inglese, di questo era certo, ma un inglese così modificato da risultare completamente incomprensibile.
Allora Lino iniziò a parlarle nella sua lingua, in italiano. Lei lo ascoltò a lungo finché esclamò:
- Italiano, ho capito. Continua a parlare così posso ampliare il vocabolario.
- Ampliarlo?
- Sì aggiungere nuove voci.
- Ma da dove vieni?
- Non ricordo bene, ma ero intrappolata in qualche brutta storia. Ho attivato un trasmettitore di materia e mi sono fatta inviare a tutti i suoi terminali.
- Se capisco bene, saresti ora in varie parti contemporaneamente?
- Sì ma non sono del tutto umana, almeno così dicono, sono l'Aidoru.
- Aidoru? È un nome?
- Anche, ma sono la personificazione del desiderio.
E che fosse la personificazione del desiderio era proprio vero, i tre presenti erano, infatti, imbambolati dalla sua bellezza e tutti provavano un gran voglia di lei; un desiderio che non era solo mentale, ma anche fortemente fisico e sessuale.
Davanti a cotanta bellezza e desiderio i tre, Lino, Asia e il tecnico, si ritrovarono in una condizione completamente nuova per loro: erano fusi assieme in una unità collettiva.
L'entità collettiva che si era formata, e stava guardando la nuova immagine femminile che si faceva sempre più distinta, iniziò a provare pensieri non suoi ma muniti di una forte individualità. Se un "lui" l'aveva in qualche maniera immaginata, era stata come una specie di sintesi industriale delle ultime tre dozzine di facce femminili più famose sui media giapponesi nella Terra delle origini. Era il sistema normale ad Hollywood nel periodo del suo mito. Ma lei, l'Aidoru non era per niente così. I capelli neri tagliati in maniera regolare e lucidi sfioravano le pallide spalle nude mentre voltava la testa. Non aveva sopracciglia, e palpebre e ciglia sembravano spolverate con qualcosa di bianco, che metteva in risalto le pupille scure. Poi lo sguardo dell'Aidoru s'incrociò con quello dell'entità collettiva. Sembrò di superare un confine. Nella struttura della sua faccia, nelle geometrie delle ossa sottostanti, erano inscritte in codice storie di lotte dinastiche, privazioni, migrazioni terribili: si vedevano tombe di pietra su ripidi prati montani, gli architravi coperti di neve. Una fila d'assurdi cavalli da soma, il loro fiato bianco per il freddo, seguivano un sentiero sul pendio di un canyon. Le curve del fiume sottostante erano lontane pennellate d'argento. Le campanule di ferro sulle finiture tintinnavano nel crepuscolo azzurro. L'entità collettiva provò un brivido, un sapore in bocca di metallo arrugginito. Cadeva entro gli occhi dell'Aidoru. Si trovò a guardare un'altissima parete di roccia che sembrava consistere interamente di piccoli balconi rettangolari, nessuno disposto esattamente sul livello o alla stessa profondità degli altri. Il Sole arancione del tramonto si rifletteva da una finestra inclinata, con il telaio di ferro: colori simili a chiazze di benzina sull'acqua che strisciavano nel cielo. L'entità chiuse gli occhi, guardò in basso, li riaprì. L'Aidoru era lì davanti, troppo umana perché totalmente sintetica e aliena, e mentre lei si dissolveva per lasciar posto a nuovi concetti, un pensiero s' levò: adesso l'Aidoru viene qua, ombra tra le altre ombre, ma distinguibile. E noi la raggiungeremo.
A quel punto l'individualità ferrea ma momentanea in cui s'era trasformato il gruppo, in parte si dissolse e tutti si ritrovarono davanti al portale e davanti a lei.
L'Aidoru mentre si interrompeva il contatto con l'individualità collettiva, si ritrovò in una stanza quadrata piena di misteriose apparecchiature che sembravano inutilizzate da secoli, ma possedevano ancora qualche scintilla di funzionalità. Infatti, da quello che sembrava un ammasso di rifiuti informatici alcuni led lampeggiavano con regolarità e alle pareti altri circuiti a loro addossati avevano altri led tremolanti e ammiccanti.
L'Aidoru aspirò l'intenso odore di ozono che permeava la stanza, cercò poi di far mente locale e con fatica riuscì a mettere a fuoco alcuni brandelli di memoria, ma tutto rimaneva confuso e avvolto nell'oblio. Era riuscita a farsi trasferire in ogni filiale della multinazionale gestita dalla yakuza, oppure era stata gettata nell'ingranaggio nanotech contro la sua volontà? C'era stata l'inaugurazione del servizio di teletrasporto per il trasferimento istantaneo a distanza delle merci. Ma, in effetti, era un sistema mascherato di nanotecnologia per la ricostruzione a distanza degli oggetti, perché la gente ha paura della nanotecnologia. Dunque lei era stata duplicata, o costretta di sua volontà, la cosa ora era ininfluente. Comunque il posto ove adesso si trovava non era per niente né un'agenzia della multinazionale, né una filiale della yakuza: questo era un posto sperduto chissà dove. Forse il trasferimento attuato aveva attivato questi antichi circuiti che erano in attesa chissà da quanto tempo. Dopo aver a lungo osservato gli incomprensibili marchingegni che riempivano la sala, l'Aidoru trovò quella che poteva essere una porta. Ci armeggiò un po' intorno, infine riuscì ad aprirla. La vista che le si parò davanti era di totale desolazione in un tramonto rossastro tra padiglioni industriali abbattuti e tralicci metallici sbilenchi. In lontananza alcune ciminiere che non sembravano per niente in buona salute, s'alternavano ad alberi contorti totalmente spogli, e si scorgevano alcune montagnole che sembravano di macerie. L'Aidoru rientrò nella sala quadrata trattenendo un brivido che la percorreva. Il contrasto tra il suo corpo splendido e nudo e le apparecchiature disastrate coperte da polvere e ragnatele, era a dir poco, surreale e stridente.
I led all'improvviso sembrarono animati da nuova energia e all'unisono iniziarono a lampeggiare con intervalli sempre più ravvicinati, finché una piattaforma che un attimo prima era invisibile, s'attivò. L'Aidoru sempre più interessata stava osservando il lavorio delle macchine, sicuramente l'impianto nanotech era nuovamente in azione, si formò sopra la piattaforma un cono di luce che si trasformò in nebbia, poi qualcosa di concreto nacque ed emerse.
A quel punto la visione dell'Aidoru scomparve e si ritrovò nel laboratorio ove tre persone stavano comunicando con lei. Conosceva i loro nomi, Lino era quello col quale aveva verbalmente parlato, Asia era la sua donna e Nemo era un tecnico della struttura.
Tutti e quattro parvero risvegliarsi da un sogno. E tutti sembravano aver chiaro ciò che stava succedendo lì.
Lino voleva solo portarsi a letto l'Aidoru e sembrava proprio che l'Aidoru desiderasse la medesima cosa. Così Lino la prese per mano e la condusse nel proprio alloggio.
Qualcosa successe a loro tre, poiché le loro esperienze e anche i ricordi si miscelavano sempre più a quelli dell'Aidoru. Insieme intrapresero la ricerca per capire cosa diavolo fosse successo a Valle Lieta, per capire come il Sole avesse potuto fermare il suo corso. Ma non riuscirono ad avere alcuna certezza, finché un giorno casualmente il portale fu sintonizzato su un altro vero e proprio luogo. Era forse terminato l'isolamento?
Lino e l'Aidoru entrarono nel varco e si trovarono in una sala deserta con i portali attivi, ma non funzionanti, come quelli di Valle Lieta. C'erano però delle differenze che subito saltavano agli occhi: una svastica nera su sfondo rosso troneggiava su una parete e il mosaico al centro della sala raffigurava ancora una svastica ma nella simbologia del Sole Nero.
Uscirono dall'edificio e fuori la luce era crepuscolare, tendente al viola e rimase immutata per tutte le molte ore che i nostri due impiegarono a girare per le strade e per gli edifici di questa città. Non incontrarono nessun essere vivente, sia uomo che animale: solo alcune specie di insetti, mosche, api e farfalle, si muovevano tra le aree a vegetazione e i palazzi deserti.
Gli abitanti era tutti scomparsi e avevano lasciato tutto in buon ordine. Trovarono libri e vecchi giornali con datazioni che si riferivano all'Ordine Nuovo e arrivavano fino al centoventiquattresimo anno. Nessun accenno all'evacuazione o a qualche catastrofe imminente.
Con l'aiuto dell'Aidoru, Lino riuscì ad individuare un accesso ai computer dipolari che soprintendevano alle funzioni della città. Riuscì a realizzare un bypass con il suo laboratorio in Valle Lieta.
Passarono lì tre giorni e quando decisero di rientrare non avevano trovato alcunché di nuovo da segnalare, se non che la luce era sempre rimasta in quel crepuscolo viola.
Al rientro Asia e Nemo li stavano aspettando: era riusciti a penetrare nelle memorie del computer dipolare della città Nazi e avevano trovato una notizia sconvolgente: Valle Lieta era stata prima messa in manutenzione, ma considerato che le anomalie erano troppo diffuse era stata relegata in un limbo dato che si riteneva il costo delle riparazioni troppo oneroso.
- Siamo finiti in una discarica, hai capito?
- Assieme alla città Nazi.
- E ora?
- La vita prosegue, no?
- Colonizzeremo la città Nazi, poi cercheremo altre realtà. Stiamo imparando a manovrare questa tecnologia. L'Aidoru poi mi sembra già collegata con altri quando. Chissà, forse riusciremo anche ad uscire da questa discarica.
- Limbo. Il file lo chiamava limbo!


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