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Gli amanti lo sanno

Inserito Mercoledì 11 aprile 2007

Narrativa un racconto horror di Giuseppe Iannozzi



Lady - by Chatterly
Lady è Opera di Chatterly per gentile concessione



All young lovers know why
Nightmares blind their mind’s eye
Your rube is young and handsome
So new to your bedroom floor
You know damn well where you’ll go


Jeff Buckley, Nightmare By The Sea, Sketches For My Sweetheart The Drunk


Ci uccide la solitudine, non la morte.


Scivolai via dalla sua tomba.
Quanto tempo rimasi addormentato sul freddo marmo non so dire, però il cielo rosato mi suggeriva che doveva essere o l’alba o il tramonto.
Annusai l’aria.
Era pulita, fresca.
Dovevo essere nel cuore delle prime ore del mattino.
Mi alzai: le ginocchia scricchiolarono debolmente.
Addosso avevo alcune foglie, brune come l’autunno.
Respirai a pieni polmoni.
Non era la prima volta che mi facevo la notte così, incatenato a un epitaffio, in cerca di un fantasma e di due lacrime.
Non credevo nell’Aldilà né in un Dio.
Io sapevo soltanto che lei era sottoterra e che non sarebbe mai più stata fra le mie braccia.
Potevo solo abbracciare la sua lapide, nient’altro.
Mi spazzolai il cappotto con rapidi schiaffi, ma senza particolare attenzione.
Presto avrei toccato i cinquant’anni. Gli amici mi assicuravano che ero ancora un uomo affascinante, solo qualche ruga e un’aria tenebrosa. Sapevo che più di una donna mi moriva dietro. Non erano brutte, tutt’altro: erano sin troppo belle e giovani e intelligenti. Però io non amavo nessuna di loro. La donna che avevo amato era morta.
Non ci sarebbe mai stata un’altra al mio fianco.
Forse ero uno stupido: l’ultimo uomo sulla faccia della Terra fedele alla donna amata anche dopo la sua dipartita.
Non doveva accadere. Morire così. Un momento ci sei, quello immediatamente dopo la vita persa per sempre.
La vecchia Cadillac era spuntata all’improvviso da dietro l’angolo.
Teneva in braccio un sacchetto di carta con dentro poche cose per preparare la cena.
Doveva essere una cena a lume di candela. Ne aveva comprate due.
La Cadillac ubriaca la prese in pieno.
Morì sul colpo. Probabilmente non ebbe neanche il tempo di rendersi conto che quel fottuto ubriaco… ‘Fanculo
L’ho ritrovata al General Hospital, in un freddo obitorio.
Il medico di guardia non mi disse che due parole: “E’ morta sul colpo.”
Poi mi posò una mano sulla spalla, un gesto per consolarmi che doveva riservare a tutti quelli cui dava brutte notizie.
Non ci credevo, ma il cadavere della mia Belinda era lì davanti a me.
Prima di uscire dal General Hospital mi consegnarono gli effetti personali di Belinda, anche le due candele che aveva appena comperato. Entrambe le candele erano di un bel rosso acceso, ma spezzate esattamente in due. Quattro pezzi per due candele. Che non sarebbero state mai accese.
 
Il funerale fu una cosa triste, noiosa.
Dei parenti di Belinda non venne nessuno: con loro, la mia Belinda aveva rotto i legami da tempo. I suoi non avevano mai digerito che lei, così bella e solare, giovane e intelligente, avesse deciso di sposare proprio me, William Whisper.
Per colpa mia, Belinda litigò con la sua famiglia.
Scelse di rimanermi al fianco.
E’ stata lei la sola donna che ho amato da ben prima che io e lei nascessimo in questo mondo.
Quello della Cadillac ubriaca è morto pure lui. Aveva un cancro ai polmoni. Era un malato terminale e aveva pensato bene di fare il matto per i giorni che gli erano rimasti da vivere.
Dopo aver fatto volare in aria la mia Belinda, la Cadillac si era schiacciata il muso contro un’edicola.
Così mi hanno raccontato gli agenti.
Se gli andava bene sarebbe sopravvissuto ancora un mese, non di più.
L’ho incontrato.
Era uno sulla sessantina. Da giovane doveva esser stato un gran figlio di puttana.
Io lo conobbi che era piegato su sé stesso: la tosse lo schiacciava. Una tosse che pareva l’urlo dell’inferno tanto era forte.
Lo guardai negli occhi. Poi me ne andai.
Non gliene fregava niente di me, del mondo. Della mia Belinda che aveva strappato alla vita.
Gli augurai l’inferno. No. Gli augurai d’essere sbattuto fuori a calci in culo da Paradiso Purgatorio e Inferno, nel mal augurato caso che un Aldilà esistesse.
Gli augurai che la sua anima venisse distrutta dalla rabbia di Dio. O del Diavolo. Per me non faceva differenza, purché quel figlio di puttana…
‘Fanculo. Non c’è niente dopo la morte.  
 
In casa ogni cosa mi ricordava lei, Belinda. Restare seppellito nel mio appartamento era troppo. Un dolore troppo lacerante.
Mi mancava. Non potevo vivere senza di lei.
Guardai la sua foto sorridente sulla lapide. Quella fotografia gliela avevo fatta io.
Fossi stato meno vigliacco avrei da tempo preso la decisione di raggiungerla in quell’Aldilà che non c’è.
Il sole era alto oramai: nuvole leggere lo nascondevano parzialmente.
Era così strano quel sole! Mi dava l’impressione che fosse un occhio alieno.
Doveva essere colpa della notte che mi aveva lasciato addosso stanchezza.
Schiaffeggiai ancora una volta il cappotto per levarmi di dosso…
Sospirai.
Era tutto inutile. Ma quella tomba era ormai tutto per me. Non avevo nient’altro. Forse solo per questo egoismo tutto mio non mi ero fatto secco con un colpo di pistola. Per continuare a vegliare su di lei. Sulla sua tomba.
Mi decisi che era ora che mettessi qualche cosa sotto i denti. Doveva esserci un Mc Donald’s nei pressi, due traverse o tre dopo l’Hell’s Cemetery.
Sarebbe stata una giornata lunga. Ci mancava solo la pioggia. Qualche goccia mi cadde addosso. Niente di che. Ma non ebbi tempo di pensarlo che le poche gocce si trasformarono in un vero e proprio acquazzone. Prima che potessi raggiungere un riparo in una cappella abbandonata, ero già tutto fradicio: il cappotto adesso era pulito e pesante come piombo gravido di pioggia com’era. Me lo sfilai di dosso. Gettai un’occhiata alla cappella: era in un pietoso stato d’abbandono, resisteva solo l’odore nauseabondo di fiori marciti da chissà quanto tempo.
Non potevo far altro che attendere la fine di quell’immenso pianto del cielo.
Attesi, non so di preciso per quanto, ma rimasi lì per un po’. Mi ero illuso che passasse presto: non andò esattamente così.
Quando finalmente smise ero troppo stanco per pensare d’andare a mangiare. Di tornare a casa non se ne parlava proprio.
Cercai dunque con lo sguardo la tomba di Belinda. Non avevo idea di che ore fossero. Però sapevo che la tomba della mia amata sarebbe stata ancora una volta conforto e cuscino.
 
Mi svegliai nel cuore della notte madido di sudore. Dedussi che non poteva che essere la notte: un cielo così nero senza una sola stella!
Non ricordavo cosa avessi sognato, tremavo però come una foglia.
E poi la vidi.
Non c’erano dubbi, era proprio lei.
Ma i suoi occhi! I suoi occhi erano due orbite vuote. In essi non albergava né lo specchio del bene né quello del male.
Ci fosse stata una scintilla di vita maligna in quegl’occhi non l’avrei temuta così tanto. E invece niente.
Lei era aldilà del male e del bene. Per questo motivo solo la dovevo temere.
Lei era come me, per certi versi: non era preda del diavolo né di un dio. Era morta e il suo corpo era lì davanti a me, nudo.
Era Belinda. Non era un cadavere richiamato in vita e schiavo di chi lo ha rianimato, non era nemmeno un golem come quello creato dal rabbino cabalista Löw. Non era niente di tutto questo.
Un vampiro. No. Lei era defunta, ma non apparteneva al demonio per sembrare viva.
Non era niente di tutto questo.
Lei era quegli occhi vuoti pieni di un perfetto niente che avrebbero messo in ginocchio qualsiasi golem e altra creatura demoniaca se solo fossero esistite al di là della fantasia umana. Lei era reale ed era di fronte a me con il suo nudo corpo.
I capelli di un bel rosso, quello che è in certe figurazioni di Gabriel Dante Rossetti *, le ricadevano liberi lungo le spalle fin sulla vita.
La mia Belinda, la mia Beata Beatrix come mai l’avevo vista. Come mai avevo osato d’immaginarmela mi stava davanti nuda e muta.
Perché tremavo dunque di terrore? Perché?
Cercai di raschiare dalla gola delle parole che non vennero. Solo un suono gutturale che mi spaventò perché subito lo riconobbi per quel che era: un vagito animale. Eppure nella testa avevo tanti di quei pensieri. O erano solo fantasmi di pensieri che non mi sapevo spiegare e che io mi illudevo fossero pensieri partoriti bell’e compiuti?
Arretrai di qualche passo: un animale alle strette.
 
Quando ero bambino i miei genitori mi raccontavano storie macabre per farmi star buono: le solite cose, l’uomo nero, le streghe, i troll. Cose del genere. Già allora diffidavo di queste creature partorite dalla fantasia degli uomini. Facevo finta di crederci, almeno in minima parte: non volevo che i miei pensassero che fossi un bambino malato, cioè incapace d’aver paura di tutte quelle cose che ai miei coetanei mettevano il terrore addosso. Crebbi senza mai avere paura. Non ho mai pianto a un funerale: la gente cominciò a parlare male, a dire che ero senza anima. Non piangevo per i morti perché non li temevo. Gli anni passarono. Diventai presto un bel ragazzo, un adone: le ragazze, o meglio le femmine mi si mangiavano con gli occhi. Glieli vedevo i pensieri osceni su di me, in un sorriso, in uno sguardo un po’ troppo lascivo, in un rossore affrettato.
Prima d’incontrare Belinda, non lo nego, finii a letto con tante donne. Per assaggiarle. Non ho mai avuto alcun rimorso: lo sapevano che non provavo niente per loro, che solo il sesso mi attirava. D’altro canto sono quasi certo che per loro fosse lo stesso: da me volevano solo il corpo, non l’anima. Di me amavano l’adone.
Me la sono spassata con più d’una e nessuna mi hai mai rimproverato.
Non avevo bisogno di cercarle le femmine, né facevo il dongiovanni: molto più semplicemente le donne si ficcavano nel mio letto e basta.  
 
Adesso quella Belinda era nuda, le orbite degli occhi vuote.
Che bramava da me? Era la stessa Belinda che avevo amato e che ancora amo più di ogni altra cosa al mondo?
Non ebbi animo di oppormi. Mi mancò tutto: la forza, la voglia.
Mi strappò di dosso i vestiti, m’inchiodò a terra, s’infilò il mio membro nella passera e rimase a candela sopra di me a guardarmi con quei suoi pieni di niente.
 
Mi svegliai coperto da uno spesso strato di foglie brune.
Il vento soffiava la sua eco nelle mie orecchie.
Un senso opprimente alla bocca dello stomaco: voglia di vomitare.
Mi alzai.
Le foglie volarono via, subito rapite dal vento.
Ero come Adamo ma terribilmente infreddolito.
Il mio cappotto: lo trovai a pochi metri di distanza da dove io e Belinda l’avevamo fatto.
Io e Belinda: non lo so se quella era veramente la “mia” donna, ma l’avevo fatto, avevo scopato. Non avevamo fatto all’amore. No. Niente carezze. Niente baci. Niente di niente. Ho scopato, è diverso.
Biascicai un Pater Noster: “Padre Nostro che sei nei Cieli, se ci sei o ci fai, restaci…”
Poi mi rivestii, togliendomi di dosso l’assurda nudità d’Adamo.
Cercai di ritrovare i miei passi.
Voglia di vomitare. E di mangiare.
Poco fuori dell’Hell’s Cemetary c’era un Mc Donald’s, uno dei tanti dove per pochi dollari ti riempiono lo stomaco di carne, anche se carne non è. Ne ha però l’apparenza e quando ce l’hai sotto i denti non ti interroghi più: dici a te stesso che è buona quella schifezza, lasci che il sugo ti coli lungo il mento e quasi ti dispiace di dover finirlo così presto il panino. Sai che costa poco, sei tentato di ordinarne un altro e ci caschi e ne prendi un altro: non stai ad interrogarti, fosse anche carne umana strappata dai tanti cadaveri che riposano negli obitori o nelle tombe, a te interessa solo che è buona quella carne, che nel momento che ce l’hai sotto i denti è succosa. Non hai altra preoccupazione che di mangiare e la paura che il piacere possa finire troppo presto.
Uscii dal cimitero.
La città mi appariva davvero tanto, tanto strana. Quante luci e quanti semafori e pubblicità. E quanti vetri ad arrampicarsi su babeliche torre di cemento. E le sirene delle ambulanze e quelle della polizia. I passi svelti delle etnie lungo le strisce pedonali, il sole nascosto dalle nubi. La luna nascosta dalle nubi. In città non lo puoi capire se è giorno o notte se non hai un orologio al polso che te lo dica. In città non ci stanno orologi: quando te ne serve uno, mai. Il diavolo è un orologiaio, ne sono quasi convinto. No, non sono convinto di nulla. Però adesso sono nel Mc Donald’s e l’aria è calda: c’è il profumo dell’olio e della carne che frigge, delle patate a mollo in un olio pieno di bolle isteriche. C’è caldo come all’inferno. Ma i sorrisi, oh, i sorrisi sono strappati a dio con la forza e le ragazze ti invitano a consumare, a non porti problemi, e allora tu ringrazi il Signore con un misto di commozione e di pentimento, già, di pentimento perché hai osato pensare che una cosa da lui voluta potesse essere malvagia. E invece non lo è: ci sono i sorrisi delle ragazze giovani e fertili, in odor di maternità, a confermarti che la carne è buona. I bambini con le loro risate garrule, due madri all’ottavo mese che a mezza voce si interrogano per il nome del figlio che verrà, un poliziotto pronto a far fuori i cattivi se si dovessero presentare. Che altro diavolo vuoi!
Un orologio. Solo sapere che ore sono.
Ma poi è il tuo turno, ti cacci le mani nella giacca, tiri fuori qualche dollaro.
Ti sei già dimenticato…
Ordini. Uno, grazie. No, due, due è meglio, e anche delle patatine fritte e una bibita, una Coca, sì, una di quelle grandi. E… no, basta così.
E’ passato, il momento giusto è passato. Avresti dovuto chiederle l’ora. Ma il profumo dell’olio bruciato e il sorriso della cameriera ti hanno distratto.
 
Tornai al cimitero soddisfatto. Sarei dovuto rientrare a casa, ma non lo feci. Non lo so il perché. Forse non c’è neanche. Sono tornato e basta. In fondo un posto vale l’altro per vivere.
 
Ma chi l’ha detto che d’amore non si muore?
D’amore si muore.
D’odio si muore.
D’indifferenza si muore.
Si muore. Non c’è altro da sapere con tutta la rabbia, con tutto l’amore che…
 
Non volevo. Però non posso negare che in fondo, molto in fondo, là dove i precordi del cuore sono più intricati e oscuri, lo desideravo con tutto me stesso, anche se riconoscevo che incontrarla di nuovo avrebbe significato dimenticarsi dell’amore e dell’odio, perché lei, quella Belinda o qualunque altra donna o cosa lei fosse, era aldilà del bene del male. Lo capivo da me che mi sarei perso per sempre.
Per sempre. Eppure questo per sempre mi pareva allora un tempo davvero tanto ma tanto ridicolo, come un bruscolo finito in un occhio.
E la vidi, più bella che mai, più di quanto ricordassi.
Non aveva un’anima.
Se mai ce l’aveva avuta, intendo dopo la morte, l’anima l’aveva dimenticata. L’aveva forse venduta al diavolo, ma quello non l’aveva voluta, così presumo, e allora lei se ne era disfatta, non so in che modo, ma se ne era disfatta gettandola nell’oblio. In un nero infinito pozzo di indifferenza. Belinda! Più ripetevo il suo nome, più la lingua si faceva liquida, liquida e arida allo stesso tempo: mi pareva d’ingoiare sabbia. Nient’altro che sabbia. Belinda! Nessun nome ti potrà mai sostituire. Nessun nome nessun paletto di frassino nessuna croce ti potrà sconfiggere, tu che non sei né dell’Inferno né del Paradiso non subisci né la vendetta di Dio né quella di Lucifero, di quell’angelo caduto e che fu il preferito di Dio, così almeno dicono.
 
Di Belinda non potevo fare a meno.
Ero incapace di vivere.
L’ho baciata per capire.
L’ho morsa, come fanno i vampiri sul collo.
Il suo sangue aveva il tipico sapore del sangue. Non sapeva di morte o di sintetico. Era sangue, rosso, dolce, un retrogusto debolmente di rame.
Il disgusto mi venne per colpa dei fiori marciti. Ce n’erano su tutte le tombe.
 
* * *
 
Fece ritorno a casa che era già notte fatta.
Il taxista, un arabo che non masticava l’americano e che non sapeva dove andare a sbattere il muso, per tutto il tragitto dal cimitero a casa sua non aveva fatto altro che fissarle le gambe dallo specchietto retrovisore. Fosse stata in compagnia di un uomo, era certa che non ci avrebbe provato nemmeno per scherzo quell’arabo ignorante a fissarla a quel modo, a spogliarla con gli occhi. Ma non era accompagnata. Era una donna sola con gli occhi arrossati dal pianto e dai ricordi, da desideri che mai si sarebbero avverati, rimasti incastrati per sempre in un limbo alieno fra l’alba e il tramonto dove giorno non è mai, dove la notte non viene ma dove il destino seppellisce le umane aspettative non realizzate.
Fu un vero sollievo lasciare il taxi e il puzzo che l’appestava: pagò l’arabo senza neanche guardarlo in faccia, ma il suo sguardo se lo sentiva addosso, uno sguardo appiccicaticcio che come una mano la palpava fin nell’intimo. Gli lasciò una mancia esorbitante, però quello non disse un solo “grazie”. Rimase fermo qualche istante fino a veder scomparire quella donna bellissima, come lui non aveva mai visto nel suo paese: poi si nettò gli occhi con le mani grasse di olio e sudaticce, le rimise sul volante, sospirò, e si infilò nel traffico incessante della città.
 
Si diede una spazzolata ai lunghi capelli rossi.
Gli occhi erano ancora irritati per colpa del pianto.
Lo specchio le restituiva la sua immagine: era bella, bella da mozzare il fiato.
E tanto sola da quando William non c’era più. A volte aveva come l’impressione che durante la notte venisse a farle visita. Al mattino si svegliava stanca ma felice, come dopo aver fatto all’amore. Al mattino allungava una mano per toccare quella parte di letto dove riposava William: a volte le pareva di scorgere un’impronta, quella di un uomo. Di quello che lei, Belinda aveva amato con tutta l’anima.
 
 
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