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Tra cielo e Terra

Inserito Martedì 15 maggio 2007

Narrativa un racconto di Vittorio Catani

Tra cielo e Terra richiama una fantascienza a me particolarmente congeniale, ambientata nel contesto spaziotemporale in cui vivo (o quasi) e rivolta all’universo interiore prima che allo spazio esterno e all’avventura. C’è un motivo per cui mi hanno sempre intrigato le storie di fantascienza che si svolgono ‘quasi’ oggi (negli anni Settanta si parlava di ‘presente allargato’). Esse introducono elementi fantastici, di ‘disturbo’, in uno scenario quotidiano e familiare che peraltro - grazie alla razionalizzazione di cui è capace la fantascienza – resta coerente, plausibile, ‘a portata di mano’. Insomma quel futuro con le sue magie o con i suoi timori sembra già in atto. E’ la “marcia in più” della fantascienza, è stato detto.
Per nulla. Secondo altri, non c’è bisogno di simili razionalizzazioni (trucchetti) per giustificare il fantastico della fantascienza.
La risposta è aperta!
Vittorio Catani


Benché mi consideri un po’ cittadino del mondo, resto particolarmente legato a questo panorama pugliese, la Murgia. Stamattina dopo una delle solite discussioni con Roxa ho piantato tutto e in silenzio - ma sbattendo la porta - sono andato alla rimessa, nel retro della villetta. Ho sollevato la serranda e ho trascinato il tacq-4 alla luce del sole.

Affusolato e argenteo, leggerissimo, in robusta fibra antitermica, tacq-4 mi comunica dinamismo e intelligenza. Sono salito alla guida. L’ho diretto lentamente al cancello e alla provinciale, e ho notato che Roxa mi osservava dal giardino, indecifrabile nella sua tuta scura a simbiosi epiteliale. Mentre acceleravo ho serrato il tettuccio.

Le strade murgiane, dalle parti della Selva di Fasano, hanno tanto verde e sono tortuose. Trovi svolte che si spalancano su panorami di piccole valli ordinate a terrazze, con trulli bianchi e grigi, muretti a secco, mandorli dalla corteccia a piastre ruvide, rettangoli scuri di prati fioriti e in fondo la fascia di mare. L’ho detto, amo molto questa terra.

Ho preso la rincorsa, a un paio di chilometri c’è il tornante giusto. Giorno feriale, non sono neanche le otto e il traffico sembra inesistente. Mi sparo come un pazzo, devo scaricare l’adrenalina pompatami da Roxa. Sono alla curva stretta ma non svolterò, vado oltre i duecento, sfioro il sensore della velatura, dalla carreggiata salto sull’abisso, fatto!

Le tubature telescopiche fuoriescono sputando il telo leggerissimo ad alta tenuta. Il tacq precipita una frazione di secondo ma la vela si è tesa e lo sostiene. Ondeggio appena alla brezza... manovra perfettamente riuscita, cara Roxa. Il funerale è rimandato. Rompiscatole!

A volte me ne rimango a volteggiare in questo spicchio di cielo, un empireo tutto mio. Ci sono buone correnti qui, e il panorama è incantevole benché ora lo veda appena offuscato. Dalla radio in sordina martella Kantor con Blue Skies di Irving Berlin, uno hit che ha cent’anni ma con Kantor non li dimostra. Chissà se telefonando in villa Roxa risponde o è uscita... Se c’è capirebbe che sono io, non le do la soddisfazione. Dal minifrigo prelevo un tè freddo corretto con uno splash nervino un po’ new age.

E dire che la giornata si annunciava ottima, tra noi due. Me la rivedo in pelle-tuta scura, i capelli una fiammata nera e gli occhi una brace azzurra. Quante volte gliel’ho detto, che assume atteggiamenti intimidatori. Capirai. Alta formosa e atletica com’è, con quei fianchi da giumenta (mi ricorda la Marilyn di un antico film: “Sono equipaggiata per la maternità”), si concia per sbandierarmi meccanismi biologici perfettamente attivi. Sei pieno di complessi, Giuliano, mi dice sempre. Dovresti diventare più sicuro di te, grintoso… Non realizzi metà di ciò che hai dentro... che non è poi molto.

Accidenti, questo rapporto è un paio di anni che va avanti. D’altronde io sono davvero convinto della superiorità di Roxa, intelligenza e corpo. Le donne invecchiano meglio, seppelliscono il partner, si godono la pensione... e la muscolatura debole è una sciocchezza. Lei va a ginnastica e quando sul letto giochiamo a lottare mi immobilizza in dieci secondi. Ha pure gli orgasmi multipli. Cinque, sei… solo lei riesce a contarseli golosamente, uno dietro l’altro. Non come me, che devo star lì attento a non distruggere tutto subito e a volte non concludo niente. Bella fregatura l’altruismo, in amore.

Mi riscuoto, tacq-4 ha avuto una sbandata violenta, ho preso il vento dalla parte sbagliata. La tecnologia elettronica sopperisce alla défaillance umana (maschile). Ma adesso sono stanco di fare l’aquilone.

Rientrare, manco per idea. Camminando in punta di piedi sul vento scendo verso il mare lontano, lo vedo abbastanza calmo e senza onde spumose. Ammaro col tacq in un punto col fondale sabbioso, ritraggo velame e tubature e navigo lento. Apro il tettuccio.

Mi investe un bel vento fresco. Getto l’ancora, mi spoglio, ho l’esigenza di uno shock gelido. In acqua quasi godo dei miei brividi, gioco a fare l’anfibio, a respirare gli spruzzi. Alle mie incertezze oppongo milioni d’anni di storia evolutiva.

Torno a bordo, mi asciugo, rimetto in moto.

Il tacq procede a pochi nodi. Lo impenno, gli do quasi un colpo di reni, un delfino che con uno scatto ruota giù il muso e si inabissa. Sotto, nella luce verde supero altre piccole valli alternate a pianure sabbiose. Mi adagio sul fondo in un fervore difficile da immaginare: salve, gente. Qui si sopravvive senza inutili sovrastrutture, ci si riproduce, ci si riposa e ci si mangia. L’acqua è un po’ torbida, non esistono più i vecchi fondali che conosco dai miei filmati d’archivio. Telefono ora, provo se funziona il collegamento subacqueo del tacq? No, mi sembra una scusa.

Possibile che non riesca a dare uno scossone, quante volte si sogna di mandare tutto all’inferno, sparire di colpo. Manovro per la riemersione puntando quasi in verticale. Accelero, tiro i motori in un boato da maremoto.

Uno scroscio furioso, rieccomi al sole a muso in su. Salgo sparato nel mio missile. Il tacq vibra appena ruotando su se stesso. Punto verso l’azzurro e l’infinito.

Se è vero che tacq significa terra-aria-acqua, mi è saltato il capriccio di saggiare il mezzo e la mia bravura, in sostanza questo brevetto di pilota ce l’ho appeso al chiodo da sei mesi. Tranne brevi escursioni in zona. E dire che l’aggeggio è l’invidia di amici e nemici, e non smetterò di ringraziare l’occasione fortuita che me l’ha fatto incontrare. Sissignore, anche la parte di denaro di Roxa. Tienitelo caro il tuo supergiocattolo, mi dice e ripete. In realtà proprio di recente ho letto che la Three Elements non solo ne ha sospeso la produzione ma ha chiuso i battenti. I non numerosissimi esemplari al mondo diventano preziosi, la particolare tecnologia di nuovi materiali impiegata resterà per chissà quanto in soffitta.

A mille metri comincio a vedere le forme di questo scorcio di Puglia. Case sparse, campagna. La mia villetta, forse…? Se sei lì, tesoro, osservami bene perché tra poco non mi vedi più. Continuo a salire e neanche immagino dove voglio andare. È bello volare così, cara, almeno questo tu non sei ancora riuscita a farlo; spingo la velocità e non me ne frega niente, il massimo non so quale potrà essere. Anzi vado sull’automatico. Controlli: tutto Ok, energia: in abbondanza, autonomia: quanto può bastare al mio volo.

Sì, la giornata si preannunciava serena. Senonché abbiamo avuto uno scambio di vedute - a modo nostro - su come sistemare un’ala ancora incompleta della villetta. Le ho detto:

— Roxa, gioia, io in questa stanza ci vedo uno studio.

— Ridicolo: chi ci studierebbe? A me non serve. — Capirai. Con una florida attività di alimentari all’ingrosso ereditata dal papà, tutto il suo software riposa in una valigetta simile a una scatola di cioccolatini. Ha proseguito: — E per quanto riguarda te, ripeti da mesi che trasferirai qui sintetizzatore strumenti e spartiti, ma finora non ne hai avuto bisogno. L’unico lavoro musicale che fai è fischiettare mentre bighelloni.

— Perché manca ciò che serve. E comunque il mio è un ozio creativo.

— Io ci vedo una bella stanza per eventuali ospiti, o un salottino. Magari con vecchi mobili di artigianato contadino. Se giriamo da qualche rigattiere in uno dei paesini intorno certamente troviamo qualcosa di interessante.

La questione si è trascinata finché ho troncato: — Pensala come vuoi, io lo faccio adesso. — E ho cominciato alle sette di mattina a tirare fuori alcune mie bustone accatastate sotto il letto. Nella foga ordinatrice ho urtato un prezioso ma kitsch soprammobile, che si è infranto sul pavimento in milioni di pezzi.

— Ma guardalo! — mi ha urlato. — Il più bel ricordo lasciatomi da mia madre!

— Te lo porti appresso dovunque, l’ho visto perfino in bagno, è chiaro che prima o poi doveva fare questa fine.

— Sei uno stronzo inesperto e incapace.

Ho piantato tutto e adesso eccomi lanciato verso lo zenit e credo di essere stato poche volte così felice in vita mia, giuro.

Mi torna in mente che tempo fa ho parlato di me e Roxa con un amico psicologo che fa assistenza sociale, Sirio. Lui è uno che assorbe tranquillo i miei veleni, ma poi quando parla va dritto al dunque. Mi ha detto un po’ brutale:

— Il progresso tecnologico non genera di per sé progresso anche nella coppia. Si sta diffondendo l’unione tra una nuova donna-amazzone e un maschio insicuro, un po’ succube.

La faccenda ha accentuato il mio malumore. — Ah, sì? E tu cosa proponi.

— Sono possibili vari approcci, ma il problema è all’origine: se si creano certi tipi psicologici complementari, inevitabilmente finiscono per incontrarsi. Voglio dire, oggi ci sono più unioni di questo tipo. Per quanto riguarda te, non è la prima volta che ti ritrovi in situazioni del genere.

E’ dannatamente vero. — Eppure io — gli ho sussurrato — ho sempre atteso una relazione con una compagna dolce, aperta, comprensiva…

Sirio mi ha risposto perplesso:

— Comprendo questo desiderio, acuito dal tuo malessere con Roxa. Ma sarebbe tutto da dimostrare che tu, poi, riesca davvero a reggere un rapporto simile. Potrebbe sorgere un altro genere di problemi...

Altri problemi? Toccato sul vivo, sono stato lì per chiedere. Poi mi è sembrato che non ne valesse la pena.

— Torniamo a noi — ha ripreso infatti Sirio. — Dobbiamo decidere cosa fare con lei.

Così ho continuato a lasciarmi trascinare nella solita, solita storia. Ovviamente.

Accendo il riscaldamento di bordo, pressurizzo, alla radio una voce sinuosa ha attaccato Princess Ketevana, una marcia orientale con percussioni turche che mi rimbomba nelle cellule percuotendo il Dna, ma ho altro in mente. Mi sono ben incuffiato, è proprio vero che da cosa nasce cosa. L’ho pensato mentre visualizzavo la pagina degli oggetti che ci orbitano sulla testa da queste parti, perché non mi piacerebbe uno scontro. Così ho scoperto che tra venti minuti passa un gioiellone artificiale e non voglio perdermelo, quando avrei un’altra occasione?

Tempi ben calcolati, contatto radio, tacq sintonizzato sulla banda giusta e i comandi elettronici sono guidati da chi è in arrivo sopra di me. Sorveglio e attendo il miracolo; salendo, il cielo si è fatto blu, poi nero; sotto dilaga una luminosità abbagliante, emerge sfericità dove prima vedevo solo piattezza. Vivevo su due dimensioni. Scorgo la Puglia intera e un ulteriore orizzonte di Italia, si delineano le sagome di Albania, Grecia. Niente nubi, il mondo è azzurro e lo spettacolo è il più bello dell’universo. Completamente isolato nel volo silenzioso e magico, catapultato in braccio al cielo.

Semplice: dopo il mio allineamento con l’orbita, il radiofaro ha guidato la mia macchina verso la camera di decompressione, poi riempita di ossigeno. Sono nel gioiellone. Sollevo il portello superiore e mi affaccio, quasi incredulo.

— Benvenuto a bordo, signor Alessandri.

Esco dall’abitacolo in un bagliore bianco, accecante. Quanta luce, rispetto al nero degli spazi. Intravedo due persone venute a ricevermi: due angeli che orbitano vegliando sul mondo... Ma no, gente normale che anzi osserva incuriosita me, magari infastidita dal turista solitario che avendo tempo da perdere interrompe esperimenti fondamentali.

— Entri. Si accomodi, prego.

Questa mi costerà un occhio, lo capisco. Ce ne sono, stazioni spaziali che accettano visite. A prezzi salati… Ok, mi prenoto per un ulteriore imbestialimento di Roxa. L’equipaggio si presenta: lui è Alexandre Rétin, di Besançon. Sui venticinque anni, bruno, un po’ stempiato, allampanato. La donna avrà qualche anno di più ed è Marika Ryklová (accenti tonici sulla prima sillaba perché è ceca) e parla discretamente italiano. E’ lei la responsabile a bordo. Mi accorgo che Rétin le si rivolge con un accenno di deferenza. O forse è ammirazione. E credo di capire subito una cosa, cioè che lei è... delle ‘sette su dieci’. Ci giurerei. Ma ora lo scoprirò.

— Chissà — dico sedendo in poltrona, una specie di minisalotto — se poi risultano realmente graditi, quelli del piano di sotto...

— Certo che lo sono — dice Marika con fascinosi occhi cordiali.

Alexandre acconsente.

Sì, sta agendo la mia ‘legge del 70%’. Cioè: piaccio a prima vista - una volta ho fatto una meticolosa statistica - in media a sette donne su dieci... ma un momento: Marika mi studia in modo diverso, non aggressivo. Lineamenti delicati, quasi ascetici, lunghi capelli molto chiari. Non so se possa definirsi bellissima, tuttavia ha sguardo e modi di una luminosità e dolcezza unici. Resto senza fiato. Sembra eterea, proiettata davvero verso un mondo differente.

Restiamo a far chiacchiere tutti e tre per una diecina di minuti. Lei mi chiede come mai mi sia avventurato fin lì, e me ne invento una. Credo di sembrare un bambino nel paese delle fate. Con Alex cerco di spiccicare qualche parola di francese. Mi domanda:

— Quanto rimani con noi?

— Non molto… La mia è semplice curiosità.

— Ma non meno di nove ore — precisa Marika. — Considerato anche il periodo dell’orbita molto ellittica della Paradis, questo è il tempo necessario perché ci ritroviamo nella finestra giusta per farti scendere verso casa tua.

— Già — rispondo — non ho ancora fatto mente locale. — Mi rendo conto che sono arrivato fin quassù senza pensare a nulla di nulla, come quando si va alle giostre. — Posso usare il bagno?

— Sicuro — risponde lei. — Poi proseguiremo con piacere la conversazione. — Dà uno sguardo all’ora di bordo, il mio orologio segna poco più delle dodici. — Tra cinquanta minuti nel mio ufficio. Così completiamo anche qualche formalità burocratica.

La piccola Paradis è russo-francese; accostandomi col tacq avevo intravisto la scritta bilingue. Penso che i due sapranno di me già vita morte e miracoli tramite i loro servizi di sicurezza e le loro banche dati. Mi avranno setacciato (anche il tacq) al metal detector, ai raggi X, al Geiger, programmi antivirus informatici e non so cos’altro. Vado dal comandante, siedo sul lato destro della scrivania in un ambiente minuscolo ma accogliente. Mi guarda, con un leggero sorriso. Capisco che ha voglia di parlare.

— Qui — dice Marika — compiamo anche studi sulle origini dell’universo. Big bang, radiazione di fondo, redshift… — Nota il mio sguardo incerto. — Cerchiamo altre conferme alla teoria per cui ci sarebbe stata una ‘singolarità’, cioè un istante iniziale prima del quale l’universo non esisteva. Non c’era nulla, anzi c’era un nulla quantistico… ma ci sono teorie alternative al big bang.

La Paradis è il tempio di misteriosi riti e tu, Marika, ne sei la sacerdotessa. Che contrasto con Roxa. Credo che tu sia diversa dalla stragrande massa delle donne. Dedicarti con entusiasmo a questi compiti impalpabili, così estranei al giro consueto e concreto del mondo. La luce che leggo sul tuo viso non è ostinazione, ma consapevolezza.

— Fino a qualche giorno fa eravamo in tre — mi spiega — poi Antoine Larbaud è dovuto rientrare d’urgenza. Ma ci manca molto, lui ha specializzazioni che ora restano scoperte.

Marika mi invita a pranzare con loro. Come immaginavo è una cucina particolare, calibrata, preconfezionata. A bordo c’è una forza gravitazionale minima perché alcuni interni della Paradis ruotano lentamente, anche se ciò provoca un fastidioso effetto di deriva spontanea degli oggetti.

Propongo un brindisi. Il vino? Vado a ritirare una bottiglia di bianco Doc di Puglia dal minifrigo del tacq, e risulta gradita.

Ho chiacchierato a lungo. Ho osservato. Il tempo a bordo in certi momenti vola, altre volte resta immobile. Per le ore che rimarrò ancora mi è stata gentilmente assegnata una cabina, quella di Larbaud. Naturalmente è una specie di cuccetta in uno spazio appena sufficiente a girarsi e rigirarsi, con sportellini e cassetti alle pareti metalliche. Mi ricorda quei costosissimi microappartamenti che si fittano a ore nella sovraffollatissima Tokyo, frutto dell’arte d’arrangiarsi nonché dello spirito commerciale puramente orientali. Mentre sono steso come un’aringa, dalla parete adiacente mi risuona nell’orecchio un leggero cicalino. Poi:

— Giuliano... — È Marika. — Stai riposando?

— Scherzi, dovrei arrivare qui per dormire?

— Lo immaginavo. Scusa, avevo da completare un lavoro. Se ora vuoi venire, la nostra stazione potrà offrirti qualcosa di diverso dal solito.

— Eccomi.

Pochi minuti per riemergere da quel budello, e sono nel suo ufficio. Noto che ha il viso fresco, e la sua particolare espressione è più luminosa che mai.

— Cosa pensi di una passeggiata in scafandro?

— Cosa penso? Mi entusiasma.

Sorride. — Seguimi.

La Paradis ha la forma tozza di un cilindro; una delle due basi è sovrastata da una struttura conica mentre l’altra è un portellone, lo stesso dal quale sono entrato col mio tacq. E’ da qui che, indossati gli scafandri, ci tuffiamo verso l’esterno. Cominciamo a galleggiare nel vuoto.

Mi accorgo subito di una cosa. — È diverso — dico stupito. — Completamente diverso dal viaggiare nel tacq.

— Visto? — sorride Marika. — In questo modo il contatto con lo spazio è più diretto, più... intimo.

Volando nel mio apparecchio molti particolari esterni non avevo avuto il tempo di notarli. Sotto di noi la Terra è un globo accecante, bianco e blu, ma scrutando bene si scoprono altri colori forti - verde, giallo, arancio, addirittura rosso - che si stemperano rapidamente l’uno nell’altro. Vedo che da un orizzonte già avanza la notte. Ci ripariamo dietro la vasta sagoma della Paradis; il riverbero luminoso della Terra svanisce di colpo e piombiamo nel buio completo. Mi rendo conto di aver perso Marika, prima era un’ombra contro la fosforescenza lontana della Via Lattea. Davanti a me ora vedo solo stelle, a miliardi e luminosissime su giù e da ogni lato. Non capisco più dove siano il sopra e il sotto. Lo stomaco protesta.

— Marika — sussurro — mi sta girando terribilmente la testa...

— Avrei dovuto continuare a segnalarti la mia presenza... Guarda, sono qui proprio a due passi.

Mi giro, e nel buio assoluto la scopro a un metro da me; allungando la mano riesco a sfiorare il suo scafandro.

— È come credere di star affogando e scoprire di essere a riva! — esclamo ridendo.

Gli scafandri hanno una forma allungata, come la grande custodia di un sigaro, con una bolla di metacrilato trattato atomicamente, nella quale alloggia la testa; sul cocuzzolo c’è il rinforzo di una calotta metallica. Le braccia, in caso di occorrenza, si possono infilare in grosse maniche snodate con dita prensili dotate di attrezzi. — Tutto bene? — dice Marika. — Seguimi. Ora accendi la luce, come faccio io.

C’è un pulsante, sul piccolo pannello interno; azionato, attiva nello scafandro una luminosità dorata che sale dal busto verso l’alto. Un accorgimento consente di continuare a guardare attraverso il vetro illuminato; comunque testa e viso risultano in luce senza che si rimanga accecati. Sono accodato a Marika, abbiamo azionato i piccoli reattori direzionali ad aria compressa. Ci allontaniamo dalla Paradis. Scorgo la donna dinanzi a me, vedo l’aureola dei suoi capelli chiari che brillano sfiorati dalla tenue luce radente.

— Ogni tanto ci vengo da sola — dice. La voce arriva nitida negli auricolari. — È un’esperienza che trovo molto intensa.

È vero. Mi prende qualcosa dentro, non so esprimere esattamente cosa. Direi semplicemente... gioia pura. Un insieme di consapevolezza del pericolo, precarietà, eccezionalità dello scenario, profondità tridimensionale dell’infinito, mistero e non so cos’altro. Glielo dico, proprio in questi termini.

Lei tace.

Comincio a prendere dimestichezza con lo scafandro. Mi volto indietro a guardare, per accorgermi che adesso siamo molto distanti dalla Paradis.

— Ehi, ma dove mi porti!

— Ora torniamo... Be’, possiamo fermarci qui un attimo, a guardare.

Ruota verso di me, il viso delicatamente bagnato dalla luminescenza d’oro, come un’icona bizantina. — Mi gira la testa di nuovo — le dico. Vedo il suo sguardo incerto e non so trattenermi dal chiarire: — Sei stupenda. È per questo.

Mi sorride, anche con gli occhi: — Grazie.

I nostri corpi non potrebbero mai toccarsi, è come se fossimo due universi non comunicanti, eppure percepisco una tensione verso di lei, che me la fa sentire vicinissima. Un’empatia reciproca, tangibile.

— Ora — dice Marika — guarda che succede... Prova a spegnere la luce. E spegni le nostre radio.

Eseguo. Mi ritrovo nuovamente nel buio, completamente solo in un raggio di miliardi di chilometri. Qualcosa mi urta leggermente. — Mi ascolti, adesso? — dice Marika.

— Sì — Le onde sonore si propagano attraverso il metallo degli scafandri quando questi si toccano. Le parole giungono attutite, quasi sussurrate. — Parlami, ti prego — insisto.

— Lo senti? In questo modo a me sembra ancora più... come dire? Naturale.

Naturale?! Mi accorgo che è un contatto-assenza semplicemente clamoroso. Di un erotismo sottile, che sconvolge. Lei mi sussurra di nuovo:

— Bene... Giuliano, è il caso che torniamo, adesso.

Ed è come se vibrasse con tutto il suo corpo contro il mio.

Fra un paio di ore dovrò già rientrare, e lì a casa mi ritroverò nella notte piena. Andare mi spiace enormemente. Perderò questa donna. Le chiedo di scambiarci indirizzi e telefono ma so che è un gesto inutile, la mia estemporanea avventura nello spazio si avvia malinconicamente verso un epilogo annunciato.

...E invece non è affatto così.

allarme a bordo, all’improvviso.

Non riesco a capire. Alex si muove su e giù esagitato. Marika è concentrata, essenziale. Scompare. Poi mi chiama per darmi la notizia.

— E’ accaduto ciò che speravamo non accadesse, almeno ora che manca Larbaud — mi annuncia. — Siamo stati centrati da un meteorite. Molto piccolo, ma il danno è grave. Dobbiamo andarcene da qui al più presto. Antoine… lui avrebbe saputo riparare il guasto. Sta già arrivando un piccolo mezzo, è il più vicino disponibile e per ora non possiamo sperare in nient’altro. È un minuscolo biposto.

Impiego alcuni attimi per realizzare. Biposto? A parte il pilota che lo sta guidando fin qui, la scialuppa potrà trasportare solo uno dei due. Degli scafandri per l’esterno manco a pensarci, hanno un’autonomia limitatissima. Domando:

— Ma poi chi verrà a prelevare Alex? Faranno in tempo?

— Non so se ce la faranno. Lo spero proprio! Chi arriverà dopo non preleverà Alex ma me — dice sorridendo limpida.

Giusto. Il capitano è l’ultimo a lasciare la nave che affonda. Marika mi stringe una mano tra le sue:

— Addio, Giuliano. Non immagini quanto sia felice di averti conosciuto. — Ci baciamo sulle guance, con un dito sfioro le labbra, esito... è solo un istante. Mi fissa, scuote il capo. Aggiunge: — È il caso che anticipi immediatamente il tuo rientro, non posso assolutamente rischiare la vita di un civile. Anche se non siamo proprio sulla rotta giusta, non dovresti incontrare difficoltà. Comunque cercheremo di indirizzarti noi da qui finché manterremo il contatto.

E adesso che sono nuovamente solo col tacq a precipitare nello spazio buio ma ormai ho perso il loro segnale dietro l’orizzonte, cerco di raccapezzarmi tra la luce spettrale del monitor, il sistema di raffreddamento esterno, il pericolo di oggetti vaganti e il terrore di commettere errori fatali. Mi sto pentendo di questa cosa, ho chiesto davvero troppo alle mie capacità. Perché, poi. Forse per dare una inutile dimostrazione a Roxa.

Planando giungo nella mia fetta d’emisfero, è notte fonda e la solitudine che provo ora non ha nulla della sensazione di libertà e potenza di quando, poche ore fa, salivo in cielo. Concentrati e al diavolo il resto, mi impongo.

Ma il ‘resto’ c’è, purtroppo.

C’è, mi grava dentro come una immensa pietra, e sarà difficile che me ne dimentichi.

Continuo a scendere, ad avvitarmi nella notte.

— Giuliano!

Naturalmente, a casa - la mia villetta murgiana - c’è il piccolo radiofaro che poi ho attivato mentre scendevo e mi ha guidato nella fase finale del rientro. Roxa si staglia contro l’ingresso illuminato di casa con un’espressione stravolta; ha capito che stavo tornando perché ha rilevato il funzionamento del radiofaro. Grida:

— Si può sapere dove cazzo sei andato?! Ho messo in subbuglio polizia, carabinieri, guardia costiera… Oh! — Scoppia a piangere e mi abbraccia da stritolarmi.

— Niente di particolare, una passeggiata in giro… Scusa, puoi accendere la tv? Hai ascoltato per caso le ultime notizie di un’avaria a una stazione spaziale?

Mi scruta come se avessi parlato turco. — Come? Che vai dicendo! — Continua a piangere tra rabbia e gioia. — Guarda, è l’una passata e ti ho aspettato, per cenare con te…

Ma lei ovviamente ignora, e ignorerà.

Ancora non ha cominciato a martellarmi per sapere dove sono stato, cosa ho combinato... Non lo farà, ora. È il suo modo d’agire. La resa dei conti verrà in un secondo momento... oh, se verrà. Ma parlarne adesso mi riuscirebbe insostenibile. Con uno sforzo mi do una rinfrescata, mentre vado a tavola mi accorgo di barcollare, sullo stomaco mi pesa un macigno. Roxa aveva addirittura messo una candela rossa in una bugia d’argento. L’accende.

— Vedi, cucciolone mio? Spaghetti al sugo di polipo, e quella maionese di plancton che a te piace tanto...

È tra i miei piatti preferiti, nonché una specialità di successo della sua azienda alimentare. Siedo rigido, dolorante. I pensieri sono altrove, a qualche centinaio di chilometri d’altezza.

Per quale motivo lassù ho fatto questo? Dacché ho lasciato la Paradis non smetto di mordermi la lingua e la mente. Non avrò più pace, specie se le notizie di cronaca delle prossime ore dovessero risultare cattive.

Marika sapeva: l’ho letto negli occhi dolci ma fermi, mentre mi informava della scialuppa di soccorso sufficiente a uno solo di loro due, e io me ne fuggivo in fretta. Sì, era al corrente che il tacq è monoposto, ma abbastanza capiente da contenere in casi estremi un altro passeggero nello spazio dietro il sedile del pilota, specie se si è in discesa e non occorre contrastare la forza di gravità. Lei e io, il suo soccorritore, chiusi in volo lì dentro e complici nell’emergenza così come eravamo stati fuori nello spazio, da soli.

Potevo proporglielo in quell’istante e...

E poi il momento era già passato. Un flash di cui ora resta solo la sensazione sgradevole di ritrovarmi in un imbuto. Vorrei riuscire a decomprimere questo messaggio compresso, leggerne il contenuto. Occorrerebbe Sirio. Forse era paura di perdere Roxa. O paura di una Marika dolce e comprensiva, magari sottomessa. Lei deve aver percepito la mia esitazione, e per non scoprirla in modo per me imbarazzante non mi ha chiesto nulla.

E io...

— Giulianello... Lilì? — Seduta di fronte, Roxa improvvisamente si alza. Sento che si è spalmata addosso le sue chemiolozioni sessuali. Micidiali. Difficile resistere, anzi inutile. Indossa una vestaglia nera trapunta con fregi d’oro orientali, sotto è più nuda di Eva. Si accosta, mi fissa con braci azzurre che mi forano. Ha odore di pelle e di intimità da far scoppiare il cervello; accosto il volto all’orecchio, l’alito caldo è profumato: — Lilì mio... è da stamattina che ho tanta voglia di te... — Penso ai suoi orgasmi multipli, penso che stavolta ne avrebbe una dozzina di seguito.

Chiudo gli occhi. Sento che il mio corpo cede. Eppure sono ancora nello scafandro a galleggiare nel buio e nel vuoto, nel silenzio, nuovamente solo come nessun uomo forse è stato in un raggio di miliardi di chilometri quadrati.

Marika, la mia notte sarà un deserto interminabile.


Gennaio 1999, Tra cielo e Terra, Oceano edizioni, Sanremo.



Il racconto è tratto dall'antologia di Vittorio Catani, L'essenza del Futuro

Massimo del Pizzo, la recensione del volume


Lo speciale di IntercoM su Vittorio Catani

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Vittorio Catani, Io e Ballard


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