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Vedute di continenti immaginari

Inserito Martedì 25 settembre 2007

Narrativa un racconto di Franco Ricciardiello

Il mattino dell’ultimo giorno di vita del mondo, il vecchio mondo che conosciamo dalla notte del tempo, mi alzai con lo stesso umore di chiunque altro in questo angolo di pianeta. Dopo un caffè soprappensiero, gettai uno sguardo disattento fuori dalla finestra: il cielo blu ghiacciato mi ricordò quegli insulsi souvenir a emisfero pieni di acqua inquinata con neve artificiale. Non potevo saperlo, ma era l’ultima volta che mi sarei permesso uno sguardo distratto alle stelle; purtroppo l’avrei scoperto entro poche ore, quasi contemporaneamente a tutti gli altri abitanti della Terra.

Risvoltai il bavero del parka e uscii all’aperto. Come ogni mattina da quando era arrivato all’ospedale di chirurgia di guerra, Tariq mi aspettava appena fuori dalla porta. Aveva il naso puntato verso il cielo e la bocca leggermente aperta, la schiena appoggiata al muro del dormitorio e le stampelle adagiate in terra. Appena mi sentì uscire si riscosse, indicò con un gesto del capo un punto poco sopra l’orizzonte e disse in inglese: — Star. New star. — Una nuova stella.

La prima volta che ho visto la nostra galassia libera dall’inquinamento luminoso delle città occidentali è stato quando accettai il precedente incarico come chirurgo di guerra nel Terzo Mondo, sette anni fa. Non c’è paragone tra una notte sui monti dell’Asia centrale e il firmamento buio dell’Europa: d’inverno, appena fuori Kabul la luce della Luna e delle stelle è così intensa che al ritorno a casa non riesci a riabituarti al cielo orfano dell’Italia.

Quel mattino un’aurora timorosa aveva appena iniziato a cancellare le stelle a oriente. Raggiunsi l’ingresso del pronto soccorso, seguito da Tariq che mi teneva dietro a forza di braccia. C’era già una piccola folla intirizzita sotto il portico: afgani di tutte le età che ancora soffrivano dei postumi della guerra, arrivati per una visita di controllo o per piccoli interventi chirurgici. Nessuna emergenza, per fortuna. Al contrario del solito, quasi tutti i pazienti mi salutarono con un semplice cenno del capo e seguitarono curiosamente a fissare l’orizzonte orientale.

Il personale locale al pronto soccorso mi salutò con efficienza e sorrisi tutti denti bianchi. Gli altri medici dell’équipe di Sven, il nostro primario svedese, erano già al lavoro, senza traccia di stanchezza per la piccola festa del personale della sera prima. Eleonora mi salutò in fretta, evitando di guardarmi negli occhi; mi schiarii imbarazzato la gola al ricordo incerto di qualcosa che dovevo averle detto con i freni inibitori allentati dal vino, durante il party o subito dopo, quando mi ero appartato con lei nella serra dietro la lavanderia. Ogni tanto all’ospedale ci concedevamo una serata di festa con musica e danze, per spezzare la monotonia della solitudine. A ogni modo, malgrado quello che potessi avere detto o fatto, Eleonora era di sicuro la prima collega che avrei desiderato incontrare quel mattino.

— Ti sei ricordato di telefonare a tua moglie? — mi disse a bassa voce, ancora senza guardarmi direttamente.

Imprecai e tornai fuori in fretta, seguito dagli sguardi divertiti di Sven e dei colleghi. Tariq era talmente impegnato a discutere con gli altri pazienti in attesa che neppure mi notò. Rientrai nella mia camera. Tenevo il telefono cellulare in un cassetto. Faticai a prendere la linea, poi Anna rispose con una voce tesa e lontana che mi costrinse a domandare cosa avesse, a parte il fuso orario. Lei era pronta per coricarsi dopo il turno di notte in ospedale, a Torino.

— ….il telegiornale? — rispose. La comunicazione era molto disturbata. Si interruppe e non riuscii a riprendere la linea.

Tornai mani in tasca verso il pronto soccorso, e davanti al portico mi voltai per osservare il cielo. Sopra il chiaro dell’alba spiccava il piccolo disco luminoso del pianeta Venere, la stella del mattino; Tariq discuteva animatamente con gli altri pazienti, la stampella sollevata e puntata sui primi raggi del sole.

L’équipe era pronta per aprire l’ambulatorio appena Sven l’avesse ordinato. Eleonora mi osservò per un attimo e domandò: — È successo qualcosa?

Non ho mai capito come facesse a leggermi dentro a quel modo. Appena il suo profumo mi giunse alle narici, mi trovai immerso nell’atmosfera della sera precedente. Mi invase l’immagine piacevole di Eleonora seduta di fianco a me a tavola, di una serie di balli sgraziati, di Aldo che suonava la chitarra; e poi la stanchezza rilassata dopo mezzanotte, dopo che tutti erano andati a coricarsi, Eleonora e io a smaltire l’alcool in mezzo alle rose eclissate nel buio della serra. Avevamo parlato di sesso e di morte, poi Eleonora aveva recitato le parole di San Paolo sull’amore, che iniziano così: Se anche parlo le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

— Non saprei, — risposi alla sua domanda vaga. Pensavo alle parole di Anna al telefono. — Ti spiace se diamo un’occhiata a qualche notiziario su internet, Sven?

Sven mi guardò sorpreso mentre un collega lo aiutava a allacciare il camice sulla schiena.

— Francesco, è proprio necessario? Sai che non amo iniziare in ritardo.

Seguì un attimo di silenzio imbarazzato fino a che Aldo, il nostro anestesista, si schiarì la gola. — Ci penso io, — disse. — Per ora qui ho finito. Vado a prendere il mio pc portatile.

Sven acconsentì. L’infermiera aprì la porta dell’ambulatorio, ma nessuno entrò. Ci scambiammo sguardi perplessi. Sembrava che tutti i pazienti fossero rimasti fuori a discutere. Riconobbi la voce concitata di Tariq.

— Francesco… — mi pregò Sven con un gesto.

Avevo appena terminato di infilare il camice; rimisi il parka, uscii nell’atrio del blocco operatorio e poi fuori, sotto il portico davanti ai reparti di degenza. Ebbi l’impressione che i nostri pazienti del mattino si accapigliassero: continuavano a indicare con larghi gesti di smarrimento il disco della Luna piena, già parecchi gradi sopra l’orizzonte.

— Per favore! — esclamai in inglese, e poi con le poche parole di pashto che conoscevo: — Per favore, che succede?

E mentre parlavo mi resi conto che qualcosa non andava. La sera prima avevamo un quarto di Luna calante, ricordavo i riflessi della mezzaluna d’argento nelle pupille di Eleonora tra il profumo delle rose. Come poteva essere plenilunio?

Fissai il disco luminoso con attenzione, e mi sentii ghiacciare in ogni callula. Un terrore atavico e cieco scese dai miei occhi fino all’ultima terminazione nervosa. Alzai lo sguardo allo zenith, ancora immerso nell’oscurità dell’inverno asiatico: la Luna vera era lassù, un modesto quarto calante.

— Oddio… — mormorai senza riuscire a controllare un tremito. Temetti di impazzire. — Oddio mio…

Quella che avevo visto per prima non era la Luna. Tra i vortici di perturbazioni nuvolose che coprivano buona parte dell’emisfero visibile, riconobbi veri e propri continenti, mari e calotte polari ricoperte dei ghiacci.

Una pianeta vero e proprio era sospeso nel cielo del mattino.

* * *

Solamente più tardi nell’arco di quel terribile giorno, il più lungo della, Terra avremmo scoperto una quantità di cose sul pianeta apparso dal nulla; anzi, un’autentica valanga di dati ci sarebbe franata addosso, e con ragione: assistevamo al più traumatico evento collettivo della storia. Ma in quelle prime ore, quando il sole non era ancora alto sopra l’orizzonte dell’Asia centrale, cademmo per interminabili minuti in preda a un panico irrazionale. Il pensiero della fine del mondo congelò l’intera umanità al risveglio, a mano a mano che la luce del mattino si srotolava sull’emisfero del giorno.

Sven e gli altri dell’équipe uscirono all’aperto di corsa, forse avevano sentito le urla. Qualcuno cadde in ginocchio, parte del personale afgano si prostrò e cominciò a pregare in lacrime sotto l’astro fantasma, e così probabilmente in tutto l’emisfero con il progredire della linea del giorno. Fu senza dubbio il momento di massimo fervore penitenziale della razza umana, perché davvero la percezione delle fine del mondo ci attraversò tutti da capo a piedi come un fascio di particelle elementari.

Aldo ci raggiunse di corsa, senza fiato. — Incredibile, sapete cosa dicono i notiziari Internet? — esclamò. E poi anche lui vide l’Antiterra. Così l’avevano battezzata quel giorno i media appena i satelliti orbitanti rilevarono il corpo celeste. Solo nei notiziari della sera, a mano a mano che le ipotesi sulla sua origine venivano confermate, cominciò a imporsi la definizione di “Iperterra”.

Guardare l’Antiterra dava l’impressione di osservare il nostro pianeta da un satellite in orbita, o dalla superficie della Luna. Era un altro mondo: sotto vortici di bassa pressione che coprivano i mari e le terre emerse, una cortina di nuvole che diffondeva la luce solare al punto da farmi scambiare l’astro per la Luna quando l’avevo visto per la prima volta basso all’orizzonte, riconoscemmo i profili di continenti mai visti. Mi sembrarono caricature irregolari dei continenti terrestri, come se guardassi il mondo riflesso in uno specchio deformante. Mi vennero in mente le parole di San Paolo dalle labbra di Eleonora, per speculum in ænigmate, come in uno specchio in maniera confusa.

Mi voltai; Eleonora tremava come una foglia. Pensai che avrei dovuto telefonare di nuovo a mia moglie in Italia, ma in quel momento provai il bisogno fisico di avere subito qualcuno al mio fianco. Abbracciai Eleonora, che mi lasciò fare. Gli altri erano troppo sconvolti per sorprendersi.

La visione dell’Antiterra si fece più confusa, come se una nuvola passasse tra noi e l’astro. Eppure il cielo era sereno. Il pianeta inspiegabile fu coperto da una schermatura azzurra che si fuse con il cielo.

— Cos’era? — domandò Sven, che dette troppo presto per scontato la sua scomparsa.

— Tutti i notiziari del mondo dicono che è apparso questa mattina dal nulla, — rispose Aldo a bocca aperta. — Nessuno sa cosa sia. Alle 5,20 di notte aveva le dimensioni apparenti di una cometa, poi di una stella, e ha continuato a ingrandirsi per due ore come se si avvicinasse a noi a velocità incredibile.

La superficie del cielo si increspò, sembrò che una foschia si addensasse a un’altezza di migliaia di chilometri. La circonferenza dell’Antiterra tornò lentamente visibile, come se uscisse da dietro una nuvola.

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia.

I capelli mi si rizzarono sulla nuca: le sue dimensioni erano almeno triple di quando era scomparsa, mezzo minuto prima. I pazienti in attesa fuori dall’entrata gettarono urla di smarrimento, poi si precipitarono in una calca disordinata verso i carretti e gli automezzi di fortuna con i quali erano arrivati. Si allontanarono rapidamente in una confusione disperata che si trasformò in fuga.

— Facciamo il punto, — disse Sven a denti stretti. Come suonava fuori luogo la consueta espressione con la quale preannunciava la nostra riunione organizzativa settimanale.

Lo seguimmo prostrati nell’atrio dell’ospedale, senza allontanarci dalle vetrate in modo da non perdere d’occhio il pianeta spaventoso. Aldo prese il suo PC portatile per seguire in diretta gli sviluppi dei notiziari.

Subito qualcuno espresse il desiderio di prendere il primo aereo e tornare a casa dalla famiglia: se eravamo prossimi alla fine del mondo, tanto valeva affrontarla con gli affetti più cari. Seguì un’ora di confusione, della quale ricordo solo il terrore che deformava i lineamenti. Provai a rimettermi in contatto con mia moglie, ma le frequenze cellulari sembravano occupate in continuazione. Istintivamente, mi trovai accanto a Eleonora. Non so come, ma per cercare conforto in quel momento apocalittico ci ritrovammo abbracciati. Non eravamo i soli nell’assemblea.

Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.

Diversi colleghi, chirurghi e infermieri, piangevano senza ritegno. Era pieno giorno, la massa dell’Antiterra occupava una porzione smisurata del cielo. Ogni venti minuti circa l’immagine tremolava, come se uno specchio smerigliato si materializzasse tra noi e l’altro pianeta; l’azzurro diventava uniforme per pochi minuti, giusto il tempo di illuderci che l’incubo di quel mattino fosse solo un’allucinazione collettiva. Poi di nuovo l’omogeneità serena del cielo si increspava; il pianeta mostro appariva, ogni volta con dimensioni tre volte maggiori.

Si avvicinava alla Terra.

Adesso diversi gruppi si erano messi a pregare. Il personale locale domandò di tornare a casa dalle famiglie, Sven non poté negarlo. Solo noi eravamo bloccati dall’altra parte del globo.

— Quanto tempo ci metterà per arrivare qui? — domandò Eleonora con gli occhi sbarrati e un tremito incontrollato alla mandibola. Era comunque tra quelli che avevano conservato più autocontrollo.

— A questo ritmo, prima di mezzogiorno sapremo se ci viene addosso o se ci passa accanto, — risposi. Avrei voluto aggiungere che le probabilità di essere colpiti in pieno come una palla da biliardo erano estremamente basse, ma quante erano le possibilità che comparisse dal nulla un’Antiterra all’interno del sistema solare?

Fino a pochi anni prima, avrei invidiato una come Eleonora. Avrei tanto desiderato anch’io qualcosa in cui credere: un’utopia di redenzione, un’epurazione millenaria, un isolamento di meditazione o anche soltanto la fede in Dio. Incapace di avere fede, mi ero rassegnato infine alla consolazione materialista di un’etica rigorosa. Perciò quel mattino nell’atrio dell’ospedale di chirurgia di guerra, mi sentivo irrimediabilmente solo con il mio terrore.

Appena trovata una notizia, Aldo leggeva a voce alta. I pochi che avessero conservato una scheggia di sangue freddo erano radunati intorno al banco del telefono, accanto al portatile. Sembrava che le ipotesi si susseguissero senza nessuna relazione logica. Era il prologo dell’Apocalisse. No, si trattava di un’illusione ottica, una sorta di rifrazione cosmica dovuta a qualche fenomeno mai verificato prima. Era un pianeta intero di antimateria, la Terra rischiava di annichilire in un’esplosione di energia che avrebbe cancellato l’universo. Era una punizione divina per la superbia della razza umana. Era un pianeta errante che da milioni di anni attraversa lo spazio e per una casualità fatale si trovava adesso nella nostra regione di universo.

Non ricordo quale fosse l’ipotesi che ritenevo più probabile, o forse mi vergogno a dirla. L’enormità di ciò cui eravamo costretti a assistere mi spingeva a rifiutare la probabilità statistica di una spiegazione razionale. Non dico che arrivai a pregare, ma di sicuro eliminai dalla coscienza la possibilità di scoprire la verità prima che quella catastrofe provocasse la fine della vita sulla Terra.

Il pianeta adesso era così vicino da riuscire a distinguere perfettamente le terre emerse, i continenti, le perturbazioni meteorologiche. Se si fosse avvicinato ancora, non era escluso che vedessimo tracce di vita a occhio nudo. Aldo riferì che tutte le possibilità di osservare il pianeta con telescopi, satelliti e la stazione spaziale erano già sfruttate al massimo. Ogni occhio sulla superficie del mondo, umano, animale o artificiale, era incollato al cielo. Già si sapeva che l’Antiterra era abitata, si distinguevano chiare tracce di una civiltà tecnologica; ma questa notizia non commosse nessuno nel momento in cui rischiavamo di rimanere annichiliti dal nostro primo incontro ravvicinato. Tutti i dati infatti indicavano che i due pianeti erano destinati a scontrarsi.

Malgrado le sue dimensioni, il pianeta si velò di nuovo dietro una schermatura azzurra e riassorbì nel cielo. La maggior parte dei colleghi decise che non aveva senso rimanere in ospedale; quasi tutti si pronunciarono per un tentativo di ritorno a casa. Gli autisti avevano abbandonato il posto di lavoro, per cui ci mettemmo al volante di una breve colonna di automezzi diretta all’aeroporto internazionale. Soltanto due medici scelsero volontariamente di rimanere per impedire eventuali saccheggi, nella speranza, che ci appariva comunque un sogno lontano, che il mondo fosse destinato a sopravvivere alla catastrofe.

Tre automezzi si avviarono in fila indiana sulla strada per l’aeroporto internazionale, in un paesaggio urbano reso surreale dal terrore; io presi posto nel secondo fuoristrada con Eleonora e Aldo, e Sven al volante. Il semplice fatto di alzare gli occhi al cielo ci appariva irreale. Oltrepassammo zone di Kabul dove non si vedeva anima viva, accompagnati dal canto ossessivo dei muezzin dall’altoparlante di tutti i minareti. Allah u akhbar. Allah u akhbar. Ashhadu an la Ilah ila Allah. Davanti alle moschee si assiepavano folle di uomini prostrati verso la Mecca. Poche strade più in là invece la carreggiata era invasa da automezzi, carretti e animali, autobus scassati e una valanga di gente che fuggiva dalla capitale, come se la minaccia potesse essere minore sulle montagne. Sembrava che ogni cane in città si sgolasse per abbaiare contro la minaccia sospesa nel cielo, incitato dal raglio di terrore di tutti gli asini di Kabul.

La Toyota dietro di noi suonò con insistenza il clacson, la colonna si fermò davanti a una gimcana di automezzi che invadevano la carreggiata. Secondo i colleghi dell’ultima auto raggiungere l’aeroporto era impossibile, preferivano tornare all’ospedale e affrontare la sorte in un ambiente familiare.

Noi decidemmo di continuare. Riprovai inutilmente a chiamare Anna con il cellulare. Seduta accanto a me sul sedile posteriore, Eleonora appoggiò la testa alla mia spalla. Sentii, attraverso la barriera del terrore, che anche lei aveva bisogno di un calore cui aggrapparsi.

Dopo un paio di chilometri nella confusione di gente in fuga, la jeep che ci precedeva si arrestò bruscamente, malgrado in quel momento la strada fosse libera. Sven inchiodò, paraurti contro paraurti. Prima che avessi tempo di capire cosa accadesse, uscirono tutti fuori dalle portiere con il naso in su.

Sopra di noi, l’Antiterra ricompariva lentamente.

Era immensa. Una mole immane, più di metà cielo. Il sole non era ancora abbastanza alto da entrare in eclissi con il pianeta maledetto, ma l’impressione fisica era la certezza di essere schiacciati da un momento all’altro.

Quasi tutti nella colonna di automezzi si coprirono il capo, serrarono gli occhi o urlarono. Anch’io avrei voluto fuggire lontano, a piedi magari, con il capo coperto di cenere, prima che i mondi entrassero in collisione. Eleonora era bianca, livida di paura.

La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è compiuto, quello che è imperfetto scomparirà.

Di nuovo mi si rizzarono i capelli sulla nuca. La foschia che accompagnava la comparsa dell’Antiterra si dissolse completamente. Il pianeta non solo era gigantesco, ma portava con sé una corte di satelliti. Due lune smisurate si materializzarono su entrambi i lati dell’Antiterra, a stretto contatto con la sua superficie, come se nel suo universo d’inferno le leggi di Newton non avessero senso. Avevano un diametro di almeno un terzo del pianeta; ma non erano sole nell’orbita intorno al pianeta d’incubo: all’esterno di ciascuna, leggermente spostata a nordovest e a sudovest, ogni Luna aveva un altro satellite, e così via altri due e altri due sempre più piccoli verso lo spazio profondo. Appena la solita, misericordiosa foschia fu completamente dissolta, osservai con orrore infinito la catena di mondi e satelliti, sfere sempre più piccole a mano a mano che si allontanavano dall’Antiterra, le superfici a contatto in un solo punto. Lassù in alto nello spazio, a milioni di chilometri da noi, le lune si susseguivano come sfere su una collana, e si congiungevano in qualche luogo lontanissimo dello spazio fino a disegnare un anello perfetto, un mandala di abominazione.

Credetti di perdere la ragione. Si alzò un vento improvviso, pieno di polvere; pensai che la gravitazione di quel sistema planetario da incubo interferisse con l’atmosfera. Potevo immaginare cosa accadesse in quel momento lungo tutte le coste della terra, le maree e le onde anomale.

Una specie di muggito sordo, un rumore di fondo basso e inquietante, ci investì. Pensai che fosse il lamento della materia, lo strazio gravitazionale della crosta terrestre sottoposta a una trazione intollerabile. Mi resi conto di essere in ginocchio. Stringevo tra le braccia Eleonora, folle di paura. Mi sforzai di sollevare gli occhi all’abominio sopra di noi. Ebbi l’impressione di essere risucchiato verso l’alto dalla sua forza di attrazione, ma mi dissi che non aveva senso.

Di nuovo tremai come una foglia davanti alla visione: prima non mi ero accorto che la lunga collana di satelliti che incoronava l’Antiterra non erano lune deserte, ma veri e propri mondi con mari e terre emerse, repliche sempre più piccole del pianeta maggiore. Una parte di me, quella irrazionale, urlava che ciò che vedevo non poteva essere vero: non esistono, non possono esistere nell’universo collane di mondi a contatto come pietre dure. Nello stesso tempo, la sete di conoscenza che da quando ero nato mi aveva sempre spinto in situazioni al limite, mi costringeva a tenere gli occhi aperti su quella configurazione da incubo.

Eleonora mormorava qualcosa tra le labbra viola di paura; avvicinai l’orecchio, la sentii recitare le parole dalla prima lettera ai Corinzi. — Se anche parlo le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i sacri segreti e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi amore, non sarei nulla.

Eleonora aveva in mente il mio stesso ritornello di paura, come un virus informatico che infettava il software del cervello in un loop infinito: la dolce preghiera di San Paolo che mi aveva insegnato, nascosti nella serra.

La materia intorno a noi urlava per la sofferenza. I muezzin salmodiavano senza pausa, sempre più forte: Allah u akhbar. Allah u akhbar. Ashhadu an Ilah ila Allah. Ashhadu an Mohammedan rasul Allah. Haya ala as-sala. Haya ala as-sala. La loro preghiera era un tormento per l’animo.

Senza avvertire nessuno, la jeep davanti a noi si rimise in moto, manovrò bruscamente sulla larghezza della carreggiata e invertì la marcia per tornare verso l’ospedale. Osservai i volti deformati dal terrore dei colleghi attraverso i cristalli. I loro occhi non vedevano più il mondo, erano smarriti sui paesaggi raccapriccianti dell’Apocalisse.

Il terreno tremò sotto i nostri piedi, conteso tra due forze gravitazionali. Era la prova concerta, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l’Antiterra era un fenomeno reale e non un’allucinazione collettiva. Gli edifici meno solidi vibrarono come case di zucchero. Il nostro autista accelerò e ripartì con una sgommata, senza preoccuparsi se fossimo tornati a bordo. Ci aveva abbandonati in mezzo alla strada, a migliaia di chilometri da casa, sotto un mondo da incubo lanciato a velocità folle contro la Terra.

Fuggimmo con le schiene curve verso un campo abbandonato. Eravamo rimasti solo Eleonora, Aldo e io, non c’era più traccia di Sven. Sedemmo stretti l’uno all’altro sotto un albero secolare, passato indenne attraverso le peripezie di Kabul.

— Scompare di nuovo, — esclamò Eleonora.

L’aria sopra di noi si agglutinò, simile a una gelatina in via di addensamento. La superficie dell’Antiterra si fece meno nitida, poi si appannò e infine si nascose per l’ennesima volta dietro il suo schermo di aria.

Eleonora coprì il volto con il foulard che portava sempre in pubblico. La udii pregare piano. Una moltitudine di gente attraversò il campo a passo veloce; pensai che si affrettassero prima della ricomparsa dell’Antiterra. Uomini, donne e bambini, vecchi con le palme delle mani sollevate al cielo, ragazze con gli occhi rovesciati all’indietro, fanciulli spaventati senza la forza di opporsi a quello che accadeva. Davvero in quelle ore terribili nessuno pensava che il nostro mondo sarebbe sopravvissuto all’olocausto dallo spazio.

Eleonora si alzò in piedi spinta da un impulso automatico. Ci mettemmo in cammino insieme alla folla. La destinazione della marcia era poco distante: un santuario, una moschea antica dalla cupola luccicante, una madrasé azzurra e bianca, un vasto cortile d’ombra affollato di gente raccolta per passare in preghiera gli ultimi momenti prima di essere scaraventata a forza nelle braccia di Dio.

Sedemmo accanto alla fontana, nessuno sembrò fare attenzione a noi. Aldo riuscì finalmente a collegarsi con Internet via cellulare per gli ultimi aggiornamenti. Irrazionalmente, mi venne da pensare dove trovassero la forza i giornalisti di continuare a lavorare in quell’ora di paura, invece di trascorrere in altro modo gli ultimi momenti. Non avevo nessun dubbio che la catastrofe incombesse su di noi, anche se in qualche angolo del cervello conservavo la possibilità che la folle corsa dell’Antiterra passasse vicino, vicinissimo a noi ma senza collisione.

— Francesco, guarda… — disse Aldo a bocca aperta.

Presi fra le mani il suo telefono palmare. Lo schermo riportava la notizia dell’ipotesi più attendibile sull’origine della minaccia dal cielo. Ricordo con orgoglio che neppure in quei momenti estremi avevo perduto la mia curiosità razionale; mi sentivo come il marinaio di Allan Poe che osserva il Mælström a bordo della nave che sprofonda, o l’Ulisse dell’Alighieri che precipita oltre il limite del mondo.

Secondo la teoria di una rete di scienziati, l’Antiterra con la sua collana di satelliti non era né un prodromo dell’Apocalisse né una casualità ancora non spiegata dell’Universo. Era anzi un fenomeno perfettamente giustificabile: una sfera quadridimensionale si manifesterebbe nel nostro universo a tre dimensioni esattamente come un anello di sfere a mano a mano più piccole. L’Antiterra, ma sarebbe stato più giusto chiamarla Iperterra, era un corpo celeste proveniente dalla quarta dimensione.

Non ebbi la forza d’animo di razionalizzare. Mi sentivo frastornato dal canto ipnotico delle voci dagli altoparlanti, dalle espressioni di devozione e timore sui volti, dalla preghiera di Eleonora ipnotizzata dalle parole di San Paolo.

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco parzialmente, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sarò perfettamente conosciuto.

Non ci fu il tempo di pensare. Non ci fu tempo per nulla. Una zona d’ombra scese improvvisa su di noi, come se qualcosa si fosse frapposto tra il sole e il cortile della moschea. Per una frazione di secondo ebbi paura di sollevare gli occhi al cielo, come tutti; ma al contrario di tanti non riuscii a resistere.

Ci sono testimonianze unanimi sul fatto che quando l’Iperterra apparve per l’ultima volta prima del punto di impatto, si materializzò in un silenzio di tomba. Non si mosse un filo d’aria, gli altoparlanti cessarono la preghiera disperata, forse bloccati da un campo di interferenza, e tutte le voci morirono nelle gole.

L’Iperterra era immensa, infinita. Del cielo non rimaneva che un anello di azzurro all’orizzonte, tutto intorno alla curvatura del pianeta sospeso sopra di noi. Era talmente vicino da riuscire a vedere tracce di vita sulla sua superficie. 18 mila metri, questa fu la distanza minima che raggiunse: un pianeta a pochi chilometri da noi, così vicino da non riuscire più a vedere i suoi satelliti oltre la curvatura del suo orizzonte. Ero folle di paura e di eccitazione. Osservai dal basso una città enorme sospesa a testa in giù sopra di me. Notai il reticolo di strade, i punti lontani degli edifici, un corso d’acqua come un nastro nero avvolto su se stesso, una corona di montagne intorno a una conca.

Non si udiva più alcun suono. Ognuno sulla terra si trovò solo con se stesso in quei momenti. Su tutta l’Asia centrale, che in quei minuti di sospensione fatale arrivò quasi a contatto con la superficie dell’altro pianeta, si affacciava un mondo sconosciuto, vicinissimo. Non so dire se il battito cardiaco si sia fermato come la voce dagli altoparlanti o come il telefono palmare di Aldo, ma sono certo che per qualche secondo, forse un minuto intero, ho vissuto altrove, ridotto a un occhio costretto a fissare l’abisso rovesciato del terrore.

La superficie dell’Iperterra si annebbiò, l’aria si trasformò di nuovo in un vetro smerigliato. Il pianeta scomparve.

* * *

In seguito si scrissero oceani di parole su ciò che accadde quel giorno. Chiunque in grado di formulare una frase di senso compiuto, specialmente i testimoni oculari dei fatti nell’emisfero orientale della Terra, ha lasciato le proprie memorie. Su queste sono state commissionate innumerevoli ricerche nel disperato tentativo di consegnare alla storia dell’umanità un racconto il più possibile obiettivo del suo giorno più lungo. È anche stato calcolato che il dossier di tutte le testimonianze riempirebbe centomila grossi volumi, una biblioteca intera di documentazioni su un singolo giorno. A queste sono da aggiungere le registrazioni video: praticamente ogni satellite, telecamera, telescopio dotati di un’ottica spinta e guidati da una mano abbastanza salda da non cedere al panico, è rimasto puntato sull’Iperterra durante l’apparizione, così che oggi abbiamo una documentazione sterminata da consegnare ai nostri discendenti. Spesso i fatti riferiti dalle testimonianze non concordano con le registrazioni, segno che ognuno ha vissuto l’esperienza con una soggettività assoluta. Però su due momenti l’immensa maggioranza si esprime con le stesse parole: innanzitutto il silenzio cimiteriale dell’umanità sospesa sotto l’ultima apparizione dell’Iperterra, i pensieri simultanei di centinaia di milioni di persone costrette a guardare in faccia l’agghiacciante annuncio della propria morte; poi il vuoto assoluto di ricordi dell’intervallo successivo, quando il pianeta scomparve di nuovo e tutti rimanemmo in attesa di giudizio.

Mi ritrovai praticamente incapace di pensare. Il tempo congelò sul cortile del santuario, sulla folla devastata dal terrore, su Eleonora pallida seduta ai miei piedi. Non si udivano più latrare i cani, il ritmo ossessivo delle ultime preghiere si era estinto sulle labbra. Nel momento supremo, l’automatismo cerebrale del terrore assoluto annullò l’istinto del rapporto con Dio. Non ricordo, nessuno ricorda i pensieri di quei tre terribili minuti di interstizio, fino a che i raggi del sole tornarono a illuminare il cortile. Ho la sensazione vaga di una formula mnemonica ripetuta come un mantra, indipendentemente dalla mia volontà. Erano ancora le parole imparate da Eleonora: Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco parzialmente, ma allora conoscerò perfettamente.

Il cielo si increspò, un suono percorse finalmente il cortile del santuario. L’Iperterra riemerse lentamente dal tessuto dello spaziotempo.

Il pianeta maledetto era più piccolo, più lontano da noi. Di nuovo, la sua corte di satelliti che si perdeva nell’infinito mi sollevò tutta la ripugnanza di cui ero capace. Un’espressione che sarebbe diventata ricorrente, e non solo nei paesi musulmani, attraversò con un brivido la folla: le Corna di Satana.

Ma era più lontano.

Più lontano.

Non ci aveva colpito, come tutti aspettavamo. Non aveva frantumato la Terra come un sasso contro un uovo. Si allontanava.

Impossibile riassumere le ore che seguirono. Aldo, Eleonora e io riuscimmo a tornare all’ospedale, dove ritrovammo tutti i colleghi, compreso Sven che sembrava colpito da parziale amnesia a causa del trauma. L’Iperterra seguitò a arretrare fino a essere riassorbita nel suo universo d’inferno: si dissolse, poi riapparve senza corona di satelliti, scomparve di nuovo e ritornò ogni volta più piccola, fino a che la sua luminosità fioca di pianeta lontano fu assorbita nella gloria del sole di mezzogiorno.

In seguito, tutti imparammo che una sfera quadridimensionale si manifesta, ai nostri occhi di esseri a tre dimensioni, come un anello di sfere di diametro sempre più piccolo che circonda uno spazio vuoto. La superficie di un’ipersfera non è delineata solo da tutti i punti che si trovano alla medesima distanza del raggio intorno al centro, ma anche con uno slittamento del raggio in una quarta dimensione, una nuova sfera traslata in una direzione difficile da immaginare.

Per qualche ragione incomprensibile — casualità o volontà soprannaturale — un lembo di quarta dimensione è penetrato nel tessuto spaziotemporale all’interno del sistema solare. Si è congetturato che il nostro universo non rappresenti che la superficie di una realtà a quattro dimensioni, per noi invisibile. Per poche ore una scheggia di questo mondo altro si è rivelata ai nostri sensi, e adesso siamo tutti consapevoli della misura provvisoria della nostra vita. Ogni momento della giornata, durante ogni gesto, prima e dopo ogni pensiero, sono consapevole di non esistere che sulla superficie di qualcosa. Sotto il velo della realtà si apre un altro mondo incommensurabile: qui in mezzo a noi, penetra la materia e i tessuti viventi, invisibile attraverso la struttura delle particelle elementari. Qualcuno potrebbe muoversi dentro e fuori del mio corpo, attraversare i miei organi interni come io posso scavalcare una linea su un foglio bianco, che rappresenta invece uno sbarramento per un essere a due dimensioni. Siamo disegni sulla superficie di un palloncino gonfiabile, pidocchi sul cuoio capelluto di un altro universo.

Ma esiste un viaggio molto più sicuro dentro quella dimensione da incubo che ci perseguiterà per sempre in sogno: le registrazioni del giorno più lungo. Milioni di foto, migliaia e migliaia di ore di filmati, e una quantità di altri dati. Esperti dell’immagine hanno esplorato e selezionato questo materiale, oggi chiunque ha a disposizione la registrazione di quei pochi minuti in cui la collisione era una possibilità reale. Non è più un mistero che durante quei momenti di terrore in cui vedevamo il pianeta precipitarsi dritto contro di noi, anche sull’altro mondo c’erano milioni di extraterrestri terrorizzati.

Ho visto con i miei occhi la topografia dell’ipermetropoli, sembrava a portata di mano sopra l’altopiano afgano: una sconfinata luna di morte, mentre folle di paura nel cortile del santuario aspettavo la fine senza neppure la consolazione della preghiera. Oggi posso vedere con gli stessi occhi le immagini ingrandite degli iperterrestri raggelati dalla possibilità dello scontro. Anche loro tremavano di terrore nell’imminenza della fine.

Da quel giorno, le notti terrestri sono rischiarate dall’intermittenza bluastra dei televisori sintonizzati sulle immagini dell’Iperterra, un archivio virtualmente infinito da visualizzare per tentare di capire. I giorni invece sono impegnati nel lavoro di ricostruzione; prima eravamo solo centinaia di volontari dalla coscienza sporca a percorrere le vie del cielo in direzione dell’Asia, dell’Africa, dell’America latina, nella speranza di ridurre il debito di dolore nei confronti del terzo mondo; adesso siamo treni infiniti di giovani e meno giovani che si muovono verso est e verso sud. La precarietà della nostra esistenza nell’universo ha stravolto il concetto di vita. Oggi, a mesi di distanza dal giorno più lungo, mentre i nonni assistono impietriti alla cinematica muta dell’Iperterra, i nipoti mangiano polvere e razioni in scatola sulle vie dell’oriente.

Non so se ci sarà concesso di nuovo di affacciarci su quel mondo, né so se vorrei farlo. Preferisco continuare a vedere in maniera confusa come in uno specchio.


15-1-2006 / 11-2-2006
Franco Ricciardiello

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