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SORELLE

Inserito Lunedì 08 ottobre 2007

Narrativa Racconto di Roberto Sturm e Franco Ricciardiello

Barbara si era fatta un'altra dose di flashback, me ne accorsi non appena entrò in cucina. L'avevo chiamata dalla finestra dicendole che era pronto, e lei arrivò docile attraverso le dune sul retro, completamente assente. Indossava una T-shirt di due taglie troppo grande, con la scritta Libertad para Perú.

Decisi di fingere di non essermi accorta del suo stato. In quel momento stava probabilmente rivivendo l'incontro con Aurelio, aveva risposto affermativamente al suo invito e ora si trovava a casa sua.

Tagliai un pezzo di formaggio tofu e glielo porsi. Lei lo prese, portandoselo alla bocca meccanicamente. Sedette accanto alla finestra appoggiando il gomito sul davanzale di legno, aveva sempre prediletto il contatto con materiali naturali.

“Volevo raccontarti un episodio che mi è accaduto recentemente,” dissi più stancamente di quello che volessi. “Eravamo in un ristorante spagnolo a Parigi, durante lo stage sulla comunicazione televisiva della settimana scorsa. Stavamo mangiando quando entrò una famiglia indiana che indossava il proprio abbigliamento tradizionale. Rimanemmo tutti piacevolmente sorpresi, sai è rarissimo che oggi qualcuno esibisca così tranquillamente le proprie tradizioni. Lei aveva addirittura il terzo occhio dipinto in mezzo alla fronte, il figlio e il marito il turbante in testa. Non appena si sedettero, alcuni clienti si alzarono dai tavoli e uscirono. Il cameriere li fece aspettare un’ora abbondante prima di prendere le ordinazioni. Hanno atteso senza battere ciglio fino a quando non sono stati serviti. Li ho ammirati per la loro determinazione, e anche parecchi dei colleghi presenti.”

Barbara non disse niente, probabilmente non mi aveva neanche ascoltato, immersa nella propria versione di quella sera lontana.

Il problema, pensai, non era solo il razzismo in Francia o in Germania. Il problema era anche mia sorella, o meglio la sua assenza. La xenofobia non era che una valvola di sfogo, una scusa manipolata dai governi per distogliere l'attenzione dalla pesante recessione economica che aveva investito tutta l'Europa. E' facile incolpare i deboli se le cose non vanno.

E mi ritrovai a pensare che forse stavo facendo lo stesso con Barbara.

Mia sorella che non riusciva a rientrare nella realtà.

Allungai la mano dietro di me per cercare il telecomando del microonde, appena conscia del fatto che non si trovava al solito posto.

Il flashback. L'ultima trovata in fatto di droghe sintetiche. Prezzo accessibile, nessuna dipendenza o assuefazione, il flashback fa rivivere, come se fossero veri, gli attimi perduti, i ricordi più belli. E ti mette in grado di cambiarli, condizionarli, tutto all'interno della mente.

“Avresti dovuto alzarti anche tu, dire al cameriere e al padrone che erano degli stronzi e andartene. Oppure sederti accanto agli indiani.”

Barbara mi fece trasalire, ma fui contenta che avesse seguito il discorso anche sotto effetto della droga.

Potevo giustificare chi usava il flashback per rivivere i momenti più belli della propria vita con qualcuno divenuto irraggiungibile, ma drogarsi per cercare di cambiare il passato mi sembrava una pericolosa prova di debolezza.

“Guarda che non sono fatta,” mi smentì Barbara. “Sono tua sorella, anch'io a volte capisco ciò che ti passa per la testa.”

Dopo un breve attimo di silenzio riprese: “A proposito, ti sei accorta che sono incinta?”

“Incinta?” cercai di capire se stesse scherzando. -Ma chi...-

Barbara sorrise, radiosa e rilassata. “Ci sono le banche del seme, no? Sono appena entrata nel terzo mese. Poco fa ti ho mentito, tra poco avrò una vera ragione di vita”.

Trovai finalmente con le dita il telecomando, passai turbata i polpastrelli sul bottone dall'accensione. Invece del microonde si accese lo schermo TV sulla parete.

“La banca del seme?” Poi più forte: “Mi dispiace, Barbara, non pensavo che saresti arrivata a questo punto.”

Barbara stava guardando lo schermo mentre un generale con una rassicurante faccia da macellaio parlava a un microfono modulare, davanti a un'olografia murale. Una cartina dei Llanos colombiani.

“Ma tu continui a non ascoltarmi,” sentii la rabbia montarmi agli occhi. “E' mai possibile che devi pensare continuamente a quello là?”

Quello là. L'uomo della sua vita, la sua grande occasione perduta, intravista appena una volta. Non riuscivo ad evitare il tono sarcastico alla mia voce ogni volta che se ne parlava.

“Ti sbagli,” mi rispose Barbara senza staccare gli occhi dalle labbra del generale. “Però adesso non ho voglia di ascoltare prediche.” Ironizzò. Aveva sempre sofferto la competizione con la sorella maggiore. “Io ti dico che aspetto un bambino, e tu vieni ancora una volta a farmi la paternale su Aurelio.”

Rimasi a guardarla da dietro, sentendo un vuoto allo stomaco. Fortezze volanti con radar grandi come un giardino pubblico stavano bombardando la foresta amazzonica alla 3-D, i raggi del sole rosso inghiottito dal mare penetravano nella stanza rendendo l'ambiente irreale, e mia sorella aspettava un bambino.

“Stai pensando a lui,” ribadii confondendo i riflessi sanguinolenti del mare con il fuoco chimico delle bombe al napalm. “Ma non ti bastano i tuoi viaggi con quel maledetto flashback?” aggiunsi, ottenendo solo il risultato di urtarla ancora di più.

“Parli bene tu, ma vorrei vederti al mio posto. Perdere l'uomo della propria vita per una stupida remora etica.”

Mia sorella cominciava a preoccuparmi. Il generale fu sostituito dalla sua stessa immagine in esterno, mentre accarezzava sorridendo il capo di un bambino meticcio, forse il figlio di uno dei morti per napalm.

“L'uomo della tua vita?” dissi con il sangue agli occhi. “E se fosse stato uno stronzo, invece?”

“Non lo era, Giorgia.” La sua voce si acquietò, il generale salutava sorridente con la mano aperta e la T-shirt mimetica macchiata di sudore. O almeno sperai fosse sudore e non sangue.

“E tu come lo sai?”

“Queste cose si sentono.” Barbara scrollò le spalle.

“Se gli fosse veramente importato di te non si sarebbe arreso, avrebbe insistito. Non puoi rovinarti la vita per aver rifiutato un invito a scopare e dare la colpa all'educazione che hai ricevuto. Hai trent'anni oramai e devi crescere, Barbara”

“Perché, tu con Giacomo come hai cominciato? Non siete andati subito a letto?”

“Non puoi generalizzare, ogni volta è diverso. Forse a te non andava veramente, per questo hai rifiutato. E poi il nostro incontro è stato speciale, in qualche modo...”

“Certo, il vostro incontro, famoso per tutti, idealizzato dagli amici, da te e da Giacomo. Ma cosa avrà avuto di tanto diverso, non sono mai riuscita spiegarmelo.”

Niente. Da quest'orecchio Barbara non ci sentiva. Erano passati diversi anni ma lei pensava sempre a un uomo, Aurelio, incontrato a una festa a casa di un'amica. Lui l'aveva invitata a casa sua, e lei aveva rifiutato per poi pentirsene.

Erano mesi che non vedevo mia sorella, ancora più tempo che non riuscivo a parlarle da sola e pensavo che si fosse lasciata alle spalle quell'episodio che le aveva procurato solo un forte esaurimento nervoso. Ma non era così. E adesso mi sentivo in colpa, temevo d'averla trascurata. Divisa fra lavoro, famiglia e interessi vari ero sempre stata molto occupata. E non appena Giacomo era partito per un congresso medico a Istanbul, proprio mentre io avevo un raro momento per tirare il fiato, avevo pensato fosse possibile recuperare il tempo perduto.

“Preferisco passare qualche giorno con mia sorella. Credo abbia dei problemi,” avevo risposto a mio marito quando mi aveva proposto di andare con lui.

Ma mi accorsi che il tempo non si può recuperare e che i sensi di colpa restano. Comunque avevo deciso di recitare la mia parte di sorella maggiore fino in fondo per cercare di convincere Barbara a non inseguire più quel sogno assurdo.

“Ma non puoi idealizzare uno sconosciuto.”

“Io non idealizzo niente. Prima, forse...”

“Una volta eri diversa,” la interruppi. “Eri impegnata in qualcosa di concreto, avevi degli ideali.”

Questa volta fu lei ad interrompermi. “E che cosa ne ho ricavato? Sono una semplice impiegata che non farà più carriera perché porto impresso in fronte il marchio della sindacalista. Ora che il sindacato non c'è più, che non c'è più niente da conquistare, tutte le altre mi hanno scavalcata senza nemmeno ringraziarmi.”

“Non credo che non ci sia più niente per cui battersi. Forse sei tu che non ne hai più voglia.”

Barbara mi fissò. “No,” scosse la testa, “non puoi dirmi questo proprio tu, l'eroina che conduce una delle trasmissioni più seguite della 3-D, Giorgia Rosselli che riesce a parlare di cultura anche alle persone meno istruite. Io non ho niente, e se è perché non ho più voglia di battermi per qualcosa, non importa.”

“Non credi ti farebbe bene consultare uno psicologo, cominciare una terapia?”

Non capii bene quello che mormorò tra i denti. Forse era un Fanculo Giorgia, ma non mi sembrò il caso di indagare.

* * *

Dalla cucina il panorama era splendido. Quella casa in riva al mare, in prossimità della spiaggia sabbiosa, era un’oasi di pace. Io e Giacomo ce ne eravamo subito innamorati, ma purtroppo i nostri impegni non ci permettevano di sfruttarla come avremmo voluto. Un figlio, forse, era l'unica cosa che ci mancava. Però stavamo bene anche solo in due, ci ripetevamo spesso, e c'era sempre di mezzo il poco tempo che gli avremmo potuto dedicare. Giacomo sempre in giro per conferenze, assorbito dai suoi studi – è uno dei più stimati ricercatori di ingegneria genetica europei – e io una delle più famose talk-women nel più grande network italiano.

Ultimamente mi ero ritrovata a chiedermi se la felicità di cui parlavamo la vivessimo veramente.

Uscii dalla porta sul retro, scendendo i pochi gradini di assi e terra battuta. Dall'entroterra si vedevano arrivare nuvole a branchi. Passai i cespugli aridi a cavallo delle dune e mi inoltrai sul pontile, recentemente riparato da Giacomo e Marco, il comproprietario di casa.

Sarebbe stato interessante, in quel momento, provare il flashback. Ero in un crocevia della mia vita.

Il flashback.

“Basta concentrarsi prima su ciò che vuoi rivivere, e come vuoi riviverlo. Tutto qui,” mi aveva spiegato Barbara. Documentandomi, avevo scoperto che la droga faceva effetto su situazioni realmente accadute, pescandole dai recessi della memoria. Partendo da situazioni di vita vissute potevi modificare qualcosa, ma non vivere una situazione nuova.

Era l'allucinogeno tipico del terzo millennio, la droga dell'individualità. La gente pensava solo ai propri interessi, solo a se stessi, lo sperimentavo con l'indice di ascolto della mia trasmissione. Solo quando toccavo argomenti che investivano gli interessi privati riuscivo a insidiare le percentuali dei serial/spazzatura che fruttavano così tanta pubblicità alle nostre reti.

Il mio orologio trillò brevemente, ma con un tocco dell'indice dirottai la chiamata sul sistema di casa. Non avevo voglia di parlare con nessuno.

Barbara mi preoccupava seriamente. Il suo rimpianto per quello che chiunque altro avrebbe considerato un episodio minore della propria vita stava diventando un cancro che le corrodeva l'esistenza. Non riusciva a tirarsi fuori dalla depressione, e mi vergognai di pensare che non avevo fatto molto per aiutarla.

Un vento basso e fastidioso sollevava la sabbia a lato del canneto. Sedetti sul pontile, raccogliendo la gonna sopra le ginocchia per mettere i piedi in acqua sino alla caviglia.

Povera Barbara. Un figlio. Sarebbe stato veramente un toccasana per lei, o piuttosto si sarebbe rivelato il contrario?

Un figlio. Chissà quando io e Giacomo avremo compiuto il grande passo?

Disegnai cerchi concentrici nell'acqua con le caviglie, e ripensai a come avevo incontrato mio marito.

* * *

Eravamo entrambi in realtà virtuale a visitare la mostra di Chagall al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Era un programma immersivo, che permetteva l'incontro e il dialogo a chi lo usasse nello stesso momento.

“Ti piace?”

Mi guardai intorno per accertarmi che si rivolgesse a me, poi riportai lo sguardo verso "L'annunciazione".

“Si,” risposi.

“A me non troppo. In questo quadro, Chagall esprime la convinzione che la sua arte gli fosse ispirata da Dio e che dovesse usarla come veicolo per far conoscere la Sua parola. Un po’ eccessivo, non trovi?”

Io stavo visitando la mostra solo per curiosità. Mi ero appena accostata alla pittura. Glielo dissi.

Lui mi disse che considerava Chagall troppo lineare, con un tratto troppo pulito.

“Sembra che la spiritualità debba entrare per forza nelle sue opere.”

Aveva scelto un’interfaccia standard per il collegamento, che replicava i lineamenti di un divo della TV. Avrebbe potuto essere chiunque, anche un infermo su una sedia a rotelle, un maniaco omicida o una donna.

“Se non ti piace come mai visiti la mostra?”

Sorrise senza rispondere, e per un attimo mi vergognai per la mia domanda. Mi prese sottobraccio, e senza tanti commenti continuammo il giro delle sale. Ogni tanto qualche parola e niente più. Mi vergognai appena per il mio sistema economico che non cablava perfettamente le sensazioni tattili fra la spalla e il polso.

Quando arrivarono altri utenti mi chiese se volevo uscire.

“La confusione mi dà fastidio, e poi il programma dà la possibilità di fare un giro per la città.”

Sorrisi e pensai che una volta pagato l’accesso alla mostra di Chagall il tour virtuale di Ferrara era gratuito.

Mentre osservavamo il Castello degli Estensi scoprimmo che abitavamo nella stessa città. Parlammo un po' di noi, lui studiava ingegneria genetica, io frequentavo un master di telecomunicazione.

“Be', potremmo vederci, a Milano.”

“Perché, adesso dove siamo?” cercai la battuta di spirito. Una risata sdrammatizzò l’invito. Ci vedemmo dopo un paio di giorni.

* * *

Vidi Barbara alla finestra, forse mi stava cercando. Raccolsi tutto il mio coraggio di sorella maggiore e tornai verso casa.

La trovai sdraiata sul tavolo, su un fianco, a guardare la 3-D. Un giornalista stava intervistando un soldato armato fino ai denti, con un ingombrante fucile da giungla a tracolla. Nel cielo passavano elicotteri da combattimento e la strada sterrata era tutta crateri di fango.

“E' meglio quando ci sei tu,” disse Barbara, poco obiettiva, accennando allo schermo.

Sentii che dovevo dirle qualcosa. Non poteva continuare a coltivare quell'insana venerazione per la Videoverità. Raccolsi il telecomando e fermai l'immagine. “Guarda là,” dissi.

Ingrandii un rettangolo di immagine, la texture sgranata riempì tutto lo schermo. Passai all'immagine frattale, e ritornò chiara.

“Che cosa fai?”

“La strada, dietro la jeep. Vedi quella macchia di colore?”

Barbara si concentrò, ma non capiva. “E allora?”

Avanzai di un fotogramma, poi arretrai di mezzo. Si vedeva qualcosa, al centro dello schermo, una sorta di fagotto rotondo.

“Che cos'è?”

“Voglio mostrarti come si manipola l'informazione. Altro che giornalismo obiettivo.”

Sentivo lacrime sotto le palpebre. Di commozione o di rabbia.

Raccolsi un campione di immagine, poi richiamai un programma fuori commercio che mi ero procurata in ufficio. Il campione fu elaborato come un frattale IFS, e in dieci secondi riempì lo schermo di un'immagine abbastanza nitida.

“Oh, mio Dio!” Sospirò Barbara. Stavamo guardando le orbite spente di una testa umana mozzata.

“Tutti i filmati sono ritoccati,” spiegai con voce atona. “Nessuno vuole che si conoscano questi dettagli della missione di pace dell'ONU”

Barbara si allontanò dallo schermo. “A proposito,” disse a labbra strette, “sono arrivate due chiamate per te.”

Con il telecomando passai al modo interno. Sullo schermo della 3-D comparve il viso di Jungman, il mio capo.

“Che fai, non rispondi neppure più alle chiamate?” esordì brusco. “Non ci credo che non sei in casa. Cos'altro potresti fare, passeggiare sulle croste di catrame della spiaggia?”

Meglio che essere lì con te in questo momento, pensai.

“Comunque, ti ho chiamata per vedere se puoi tornare... uh, diciamo due giorni prima. Abbiamo bisogno di te, Lavinia si è presa un'infezione da sabbia e non verrà per qualche giorno. Fai la brava, eh Giorgia...?!”

La registrazione finì. Subito dopo apparve il viso di Marco, il comproprietario di casa.

“Dai Giorgia, lo so che ci sei. Libera la console che sto arrivando, ho bisogno di qualche giorno di relax, o rischio di scoppiare. Giacomo mi ha detto che sei lì con tua sorella, prometto che farò il buono e non disturberò. Arrivo alle dieci.”

“Fanculo Marco,” pensai. Ci mancava pure questa. Sbattei il telecomando sul divano, arrabbiata. Erano le nove, Marco stava per arrivare e non sarei più rimasta sola con Barbara. Non potevo farci nulla, lui e sua moglie erano comproprietari del cottage.

Chiamai Barbara, ma era scomparsa. Salii le scale, in punta di piedi, e la trovai in bagno davanti allo specchio. Aveva in mano un cerotto coperto da una vistosa croce fosforescente.

“Fatti i cazzi tuoi,” disse quando mi vide, poi si applicò il cerotto sulla parte alta dell'avambraccio.

* * *

Marco arrivò con un cesso di familiare affittata in un rent-a-car di terza categoria. Scese in jeans e maglietta nera, senza maniche, stringendo saldamente in una mano un cartone di rimineralizzante e nell'altra la maniglia di un deck portatile.

“Sei bellissima, sorella,” mi salutò baciandomi alle guance. Aveva la barba mal curata e sapeva di antipiretico. Mi sarebbe piaciuto leggergli negli occhi quando vide Barbara in short rossi sulla soglia di casa, ma portava lenti scure.

“Ti presento il mio collega Marco Veronesi,” le dissi. “Lavora alla revisione immagini. Spero non distrugga la tua fede nella 3D-verità.”

* * *

Marco non distolse lo sguardo da Barbara nemmeno un minuto, quella sera. Finì gli avanzi della cena fredda che avevo preparato per me e mia sorella mentre ci raccontava come stava andando a rotoli il suo matrimonio.

“Non ce la faccio più. Sempre dietro al bambino, fare tutto per lui, programmare il proprio tempo rispettando tabelle che poi fa sistematicamente saltare.” Non chiamò mai per nome suo figlio. “Io vorrei una vita più dinamica, meno organizzata, meno... noiosa.”

“E non lo sapevi che un figlio ti cambia l'esistenza?” gli dissi in tono di rimprovero, sapendo di non rivolgermi solo a lui.

“Sì, ma non credevo fino a questo punto. Lo avessi saputo...” fortunatamente non terminò la frase.

Barbara sembrava non accorgersi di essere oggetto dell’attenzione di Marco, probabilmente era al culmine del suo viaggio, al vertice della propria assenza.

Marco, preso dal racconto dei propri problemi e da lei, continuava a parlare come il presentatore di un quiz TV. “Valeria non mi aiuta per niente, sempre dietro al bambino, preoccupata se dorme o non dorme, se mangia o non mangia, se fa il ruttino o no. Mi sembra di essere in prigione quando sono a casa, per questo sono venuto via. L'unica cosa che mi rimane è manipolare in realtà virtuale le registrazioni video di mia moglie, così mi sembra di riuscire a tornare indietro, di vivere di nuovo io e lei da soli.”

Marco era un artista nel suo campo, nella manipolazione delle immagini. Capii che era ancora innamorato di Valeria, e forse la sua reticenza a calarsi nella parte di genitore era stata la causa scatenante della crisi. Era un bambino viziato, con i suoi ritmi irregolari, le notti passate in bianco a vagabondare tra i locali da solo o con Valeria, abituato ad avere subito quello che voleva, a organizzare all'ultimo momento viaggi o giri in macchina. E adesso non lo poteva più fare.

“Non credi di esagerare? Più o meno, quasi tutti hanno avuto dei figli e non hanno reagito come te. Forse ti ci vorrebbe uno psicologo, vai insieme a Valeria, magari...”

Mia sorella sembrò ridestarsi all'improvviso, dopo tutto quel tempo passato in silenzio. “Che palle, Giorgia, con questi psicologi! E' mai possibile che tu non sappia dire altro? Se uno vuole un figlio deve andare dallo psicologo, se non lo vuole lo stesso. Forse sei tu l’unica ad averne veramente bisogno.”

“Ehi, la piccola ha anche una voce. E che voce...” disse Marco, ma non compresi se si riferisse al tono con cui mi aveva rimproverato.

Lasciai perdere, pensando che Barbara non era nelle condizioni per ragionare in quel momento.

“Non mi avevi mai parlato della tua sorellina, però,” disse Marco, finalmente staccando lo sguardo da Giorgia.

“Sai, lei non ha tempo,” gli rispose sarcasticamente Barbara. “E’ troppo impegnata, troppo assorbita dal lavoro.” Sentii nella sua voce un'acredine che non avevo mai notato, un rimprovero per il tempo che non le avevo concesso. O così almeno mi sembrava.

Fortunatamente squillò il telefono, ad impedire che la situazione diventasse troppo imbarazzante. “Scusate,” dissi alzandomi, e andai a prendere la chiamata nella mia stanza.

* * *

Quando rientrai in cucina trovai Marco da solo. “Tua sorella è andata a letto. Ha detto che era stanca, ma sembrava fatta.”

-Sì, di flashback.-

“Mah, io non li capisco…”

“Tu sei l'ultima persona a poter parlare. Le tue continue fughe in virtuale come le definiresti?”

In quel momento Marco si accorse dello stato in cui versavo. “Ehi, piccola, che ti é successo? Cos'hai?”

“Era Giacomo al telefono,” singhiozzai, non riuscendo a tenere dentro di me il rospo. “E' un mostro. Gli ho detto che Barbara è incinta. Poi gli ho detto che vorrei un figlio e lui...” il mio pianto si fece dirotto.

“Dai, su, non farne un dramma,” si avvicinò cingendomi le spalle. “Vedrai che cambierà idea e tutto si metterà a posto.”

“Lo credi davvero?”

“Sì sorellina, vedrai.”

Ma le sue parole non suonarono convinte. Marco conosceva Giacomo quanto me.

“Va bene, sarà meglio andare a letto.”

Marco guardò il tavolo e il suo deck portatile. “Vai, ti farà bene. Io mi farò qualche viaggio con Valeria, tanto per non perdere l'abitudine.”

All’improvviso mi sentii cattiva. “Sai cosa mi ci vorrebbe?” masticai fra i denti. “Qualcuno dei tuoi programmi di realtà virtuale. Ho una quantità di video miei e di Giacomo, pensi che potrei tirarne fuori qualcosa?”

Marco sembrò soppesare la mia irritazione. “Quando vuoi, sorellina,” rispose. Sentii di avere guastato qualcosa fra noi due.

* * *

Passai la notte insonne, a chiedermi il perché dell'atteggiamento di Giacomo di fronte alla possibilità di mettere al mondo un figlio. Eppure all'inizio sembrava più disponibile all'idea.

Dopo l'incontro alla Mostra cominciammo a vederci, e dopo meno di un anno eravamo sposati.

Eravamo giovani e cominciavamo a muovere i primi passi nei nostri rispettivi lavori, entrambi ignari di quali possibilità si sarebbero aperte davanti a noi.

Giacomo cominciò il suo lavoro di ricerca grazie a una borsa di studio ed io firmai un contratto come annunciatrice con il network più importante del paese.

Non eravamo economicamente solidi, ma le nostre famiglie ci diedero una mano. Poi ognuno di noi cominciò a bruciare le tappe della propria carriera, io grazie alla mia professionalità, Giacomo per una scoperta che avrebbe rivoluzionato l'ingegneria genetica: la possibilità di prevedere geneticamente eventuali malformazioni del feto e intervenire prima che divenissero irreversibili.

Il tempo che passavamo insieme diminuiva, ma ci dicevamo che quello che restava era comunque qualitativamente superiore a quello degli altri, e questo bastava a renderci una coppia perfetta.

Ora mi stavo accorgendo che non era vero, che lo dicevamo solo per giustificare il poco tempo che ognuno aveva a disposizione per l’altro.

Giacomo cominciò a viaggiare per tenere conferenze, lezioni e collaborazioni in posti che ancora non si raggiungevano in collegamento, mentre io ero sempre più indispensabile negli studi 3-D. Ero una sorta di supervisore a cui si chiedevano pareri d'ogni genere.

Tutto ciò aveva cambiato i nostri caratteri, spostato i nostri interessi e i nostri sentimenti. Più quelli di Giacomo che i miei, probabilmente. Ci stavamo perdendo di vista, forse ci eravamo persi del tutto. L'episodio di quella sera ne era la prova.

“Giacomo,” gli avevo detto, “cosa ne pensi di un figlio? Non credi sia arrivato il momento?”

La sua espressione sullo schermo si era irrigidita, il suo volto contrariato: “Adesso? E chi pensi lo possa educare?”

“Be', potrei lavorare un po' meno...”

“Giorgia Rosselli che lascia la TV. Dai, non farmi...”

“Senti, ho detto che potrei lavorare meno e no per niente,” lo interruppi, notando una malcelata gelosia nel tono delle sue parole. “Ci sono tanti figli i cui genitori lavorano, no?”

“Senti, adesso ho da fare. Non mi sembra il momento adatto.”

“E quando sarà il momento adatto? Non ci vediamo quasi mai.”

“Se fossi venuta con me... Ma avevi tua sorella da accudire, vero, dimenticavo.”

Fu come un pugno allo stomaco. “ Giacomo!”

“Ciao tesoro, ti saluto. Pensaci bene nel frattempo, un figlio è un figlio, non una scommessa con noi stessi. Non farti influenzare da Barbara.-

Riappese immediatamente evitando di vedere il vaffanculo che si era disegnato sulle mie labbra.

Fino a poco tempo prima non avrebbe reagito cosi. No, non era più il Giacomo che avevo sposato.

* * *

L'indomani mattina mi svegliai molto presto. Avevo avuto un sonno agitato e non mi sentivo per niente riposata. Spalancai le finestre per rabbrividire nel vento di iodio del mattino e vidi passeggiare Barbara e Marco tra le dune della spiaggia. Stavano parlando, mia sorella sembrava abbastanza tranquilla mentre Marco accompagnava i suoi discorsi con il solito gesticolare. Lui indossava gli stessi jeans e maglietta nera della sera precedente che forse non si era tolto neanche per la notte, sempre che si fosse effettivamente coricato, mentre mia sorella aveva sostituito gli short con una gonna lunga di lino e una canottiera della stessa stoffa. Avrei voluto essere dietro di loro, incuriosita dal legame tra due persone così diverse, ma poi mi preoccupai immediatamente per mia sorella. Marco non era certo il tipo adatto per tranquillizzare Barbara, anzi era la persona che più di ogni altra avrebbe potuto alimentare le sue incertezze.

Indossai un paio di jeans vecchi tagliati alle ginocchia e un serafino bianco e scesi verso la spiaggia.

La sabbia sembrava bagnata da tutte le lacrime di rugiada dell’ultimo secolo, pestata dalla follia di un mortaio e poi imprigionata nella rete di una forma di vita vagamente vegetale, che si era allargata come un frattale sterminato fra casa nostra e le ultime dune verso riva. Scavalcai cespugli di fili d’erba taglienti come le lingue dei colleghi del network, e tenendomi dietro una duna bassa mi avvicinai a Marco e Barbara alle spalle, riuscendo ad ascoltare una parte della loro conversazione.

“Il punto non è questo,” stava dicendo Marco. “Sì, lo so che devo prendermi le mie responsabilità, che il figlio è anche mio, ma non posso fin d'ora incanalare la mia esistenza in un binario così scontato.”

“Invece tua moglie può farlo?”

“E' diverso per una donna, per una madre.”

“Che cazzo di ragionamenti. Classisti, discriminatori, maschilisti. Ma che tipo sei, eh, dì un po'?” lo apostrofò Barbara.

“Ma non posso forzarmi più di tanto, non ci riesco. Parli bene, tu hai il flashback. Con quello puoi...”

“E la tua realtà virtuale? Credi che non affrontando la situazione si risolva da sola? E vero, io mi faccio con la droga, ma ora aspetto un figlio e so quello a cui vado incontro. So che sarò sola, ma questo mi dà più forza...”

“Tu hai Giorgia, non vedi come cerca di aiutarti?”

Barbara alzò le spalle. “Sì, Giorgia. Fra poco avrà più problemi di me, vedrai. Non ho mai capito cosa trovasse in Giacomo. Un arrivista, un opportunista.”

“Si amano.”

“No,” replicò decisa Barbara. “Credono di amarsi. Mi hai appena detto tu come l'ha trattata ieri, no?”

Capii in quel momento che forse mia sorella aveva ragione, che forse mi ero fatta coinvolgere in un rapporto che non sentivo solo perché volevo crederci a tutti i costi. Volevo credere che Giacomo fosse diverso, che il nostro rapporto fosse diverso, ma non era vero.

Caddi in ginocchio nella sabbia ancora fredda, allargando le dita dei piedi fra i granelli. Seppellii uno scarabeo stercoraro muovendo la mano di taglio, tornando a ricoprirlo ogni volta che cacciava il carapace fuori.

E' facile all'inizio illudersi che tutto sia come vorresti ed è difficile poi risvegliarsi dal torpore della quotidianità, dell'abitudine. Fa male accorgersene e allora molti rifiutano di farlo.

Mi rialzai sentendomi frantumata in trecento pezzi, e mi accinsi a superare la cresta della duna attraverso l’erba malvagia. Detti un paio di colpi di tosse per avvertirli della mia presenza. Si voltarono entrambi sorpresi, chiedendomi da quanto tempo fossi nei paraggi.

“Sono arrivata adesso,” mentii. “Mi sono svegliata e vi ho visto a passeggio per la spiaggia. E' una giornata meravigliosa,” accennai al cielo con lo sguardo, temendo che da un momento all’altro la zampa gigantesca di uno scarabeo stercoraro mi ricoprisse di sabbia, “non trovate?”

“Sì,” mi rispose Barbara, “e io ho perso più di un'ora del mio tempo a cercare di convincere questo testone ad affrontare la sua situazione.”

“Ed io,” le fece eco Marco, “a cercare di convincerla a non mettere al mondo quel figlio che le rovinerebbe la vita.”

“Animale,” gli dissi disgustata mentre uno sguardo di intesa passava tra i due. Si misero a ridere e continuammo la passeggiata senza parlare più.

Ne fui grata a entrambi, grata anche perché furono loro a guidarmi attraverso il frattale di vegetazione delle dune.

* * *

Finita la cena Barbara mi chiese di salire in camera sua per spalmarle una gelatina nei punti del corpo tormentati dal troppo sole.

“Andate sorelline,” Marco guardò verso il suo deck. “Ho avuto un'idea oggi pomeriggio che non vedo l'ora di provare.”

Mia sorella mi guardò alzando le spalle, poi ci avviammo al piano superiore. Barbara si tolse la camicia rossa a maniche corte, con stampato il viso di Fidel Castro sul retro e la scritta inneggiante a Cuba nel trentennale della morte del dittatore. Si sdraiò pancia sotto sul letto.

“Mettimene un po' sulla schiena, ho un bruciore fastidiosissimo,” disse passandomi il tubetto del gel.

“Rigenera la cute,” lessi ad alta voce sulla confezione, accorgendomi che veniva dai laboratori in cui lavorava Giacomo. “Contro l’azione defoliante dei raggi ultravioletti.”

Cominciai a massaggiare, mentre sentivo rilassarsi i muscoli di Barbara. Dopo un po' si girò e le stesi una lingua di gel sulla larga chiazza di pelle rosa che le ricopriva i seni, la cui forma ricordava vagamente uno di quei frattali di Mandelbrot che si studiano alle elementari.

“Tu cosa ne pensi?”

“Giacomo ha un'altra,” mi disse decisa.

Feci un sobbalzo. “No, è impossibile. Me ne sarei accorta.”

“Giacomo ha un'altra. Come sempre accade in queste situazioni lo sanno tutti meno che la diretta interessata.”

Sentii lacrime in rotta fuori controllo verso le guance. Forse coprendomi gli occhi di gel sarei riuscita a rigenerare il mio umore.

“E da quando...”

“Da subito, non appena sposati. E' più anziana di lui, di te. E’ la direttrice del centro di ricerche dove ha iniziato il suo lavoro.”

“Marta,” mormorai tra le labbra. L'avevo vista frequentemente, era stata anche a cena alcune volte a casa nostra. “Perché non me l'hai detto subito, perché non mi avete detto niente?” dissi pensando a quanta ironia dovevo avere suscitato, ignara, tra gli amici e i conoscenti. Ero rimasta sepolta nella mia buona fede come lo scarabeo stercoraro nella sabbia.

“Ci avresti creduto?” disse Barbara non sentendo la mia voce.

Non risposi, ma pensai di no.

“Adesso ci credi, vero?”

Assentii con un leggero cenno del capo.

“Per questo non te l'ho detto prima,” Barbara si voltò e mi strinse a sé. “Aspettavo il momento giusto. Quello sbagliato e ti avrei persa definitivamente.”

Ci fu un momento di silenzio in cui si sentivano solo i nostri respiri nella stanza semibuia. Il sole era sparito all'orizzonte, inghiottito dal mare, e io non sapevo cosa dire. Ero quasi certa che il frattale IFS della vegetazione si stesse già arrampicando sui muri esterni per venire a soffocarci.

“Hai una dose di flashback anche per me?-

“Servirebbe? Smetterò anch'io, non credo di averne più bisogno. E' il momento di rimboccarsi le maniche, di agire e non di fuggire.”

La mia voce echeggiò cupa nel silenzio della stanza rotto soltanto dalla risacca annoiata: “Forse sarebbe meglio la realtà virtuale di Marco, ho un sacco di video di Giacomo,” aggiunsi cinicamente.

Barbara si alzò dal letto sporgendosi verso di me. Mi prese le spalle e mi tirò verso di lei in un abbraccio deciso.

“Non so cosa deciderai di fare, ma ricordati che io sarò sempre dalla tua parte, in qualsiasi caso.”

“Grazie,” risposi mentre le lacrime scendevano sempre più fitte.

E’ strano come le parti si siano invertite nel volgere di poche ore, pensai. Ero io, adesso, che avevo bisogno d’aiuto.

* * *

Barbara dormì nella mia stanza, mano nella mano come quando dividevamo la stessa cameretta da bambine. Io passai la notte cercando di capire cosa volevo fare. Mi alzai ancora confusa. Lasciai che Barbara riposasse ancora, dato che l'avevo sentita sveglia fino a un paio d'ore prima. Non aveva più parlato quella notte, immaginando, a ragione, che io avessi bisogno di fare ordine nei miei pensieri. Presi serafino e jeans che avevo lasciato sopra la poltrona la sera prima e scesi in cucina, sperando che Marco non fosse uscito.

Lo trovai in cucina, il deck acceso, mentre guardava il notiziario mattutino del network in cui lavoravamo. Ancora scene brutali, scene di guerra nei Llanos, bombe al napalm sulla cocaina e sugli indios.

“Quanti ritocchi hai visto, fino adesso?”

“Non molti,” rispose senza voltarsi. “La definizione di queste immagini è notevole, devono usare qualche algoritmo di compressione di tipo nuovo. Uno di quei programmi di compattazione che va in giro per lo schermo a cercare porzioni d’immagine sovrapponibili per salvarle una sola volta risparmiando spazio; poi in fase di trasmisssione non decomprimono i particolari indesiderati, sovrapponendo una macchia di vegetazione, e il trucco è fatto.”

“Che schifo,” dissi. Sentivo una nausea che non avevo mai provato prima, la voglia di denunciare al mondo la mistificazione della TV verità. La messinscena dei campi di battaglia, la spettacolarizzazione della morte, il brivido virtuale della tortura a distanza. Chi mi avrebbe creduto? La Videoverità era entrata da anni nell'abitudine dei telespettatori e il suo mito non sarebbe stato scalfito dalla ribellione di uno degli ingranaggi del network. Ricordai Paul Virilio, l’intera vita civile passata sotto il segno della messinscena nel regime fascista. Anche il fascismo della Videoverità, evidentemente.

“Ci dà da mangiare, sorellina, ricordi?” disse Marco.

“A proposito, cosa vuoi per colazione? Va bene yogurt e fette biscottate integrali?”

“Quello che mangi tu.”

Dopo un attimo di pausa Marco riprese: “Sai cosa ho provato stanotte, sorellina?”

Non risposi, ma pensai che avesse fatto qualche viaggio da solo con Valeria, tanto per cambiare.

“Ho passato una intera giornata con Tommaso,” disse finalmente voltandosi verso di me. “Ho diverse immagini di mio figlio insieme a quelle di Valeria, così ho provato a inserire anche quelle.”

La sorpresa mi fece quasi cadere lo yogurt che stavo aprendo.

“Che cosa hai fatto?”

“Ho seguito il consiglio di Barbara. Ieri pomeriggio mi ha detto «Perché anziché continuare a vivere in virtuale senza tuo figlio non cominci ad abituarti a lui proprio con quel mezzo? Quando sei stanco puoi sempre scollegarti e valutare le tue reazioni.» Be'” continuò entusiasta, “tua sorella è una bomba, il suo consiglio è stato perfetto. Non solo non mi sono scollegato, ma sapendo che ero in virtuale mi sono pure divertito. Forse se vedessi il tutto sotto una luce diversa, se pensassi che effettivamente quello che sto vivendo è solo realtà virtuale...”

“Marco!” Lo interruppi. “Sei un mostro.-

“Aspetta sorellina, non intendevo letteralmente. Volevo dire che Tommaso crescerà, cambierà abitudini, avrà bisogno sempre di meno attenzioni. E' un periodo che passerà, perciò se riuscissi a viverlo come un momento di passaggio, un processo evolutivo della mia esistenza, starei meglio io e lascerei che anche gli altri fossero più tranquilli, Tommaso compreso.”

Sorrisi. “Bravo,” gli dissi. “E' un buon inizio.”

“E' tutto merito di tua sorella, Giorgia. Lei mi ha dato lo spunto.”

“Sì, è veramente in gamba.”

Sicuramente più in gamba di quello che pensassi, dissi a me stessa. L'avevo sottovalutata, considerandola un'immatura e un'insicura, ma i fatti mi avevano smentito. Non aveva bisogno di nessuno che la seguisse, che la guidasse.

Finita la colazione, mentre rimettevo a posto la tavola, chiesi a Marco da quanto tempo lui e Valeria sapessero di mio marito e Marta. Il suo viso si scurì, poi cominciò a negare adducendo giustificazioni che non stavano né in cielo né in terra.

“Non fare lo stronzo, tanto lo so anch'io.”

“E da quando?”

“Da ieri sera. Me l'ha detto Barbara.”

Guardò verso la scala che portava alle stanze da letto.

“Non prendertela con lei, è mia sorella e ha aspettato fin troppo per dirmelo.”

“Guarda, non è come pensi tu,” mi disse sfregandosi con la mano la barba sempre più incolta.

“No? E com'è, allora?”

“Vedi, quando cominciò in quell'istituto di ricerca, Marta gli fece capire che solo a certe condizioni gli avrebbe garantito un budget che gli permettesse di andare avanti con le sue ricerche. Giacomo è stato praticamente costretto, altrimenti non sarebbe arrivato al risultato che lo ha consacrato uno dei più importanti ricercatori degli ultimi anni.”

“Sì, capisco,” dissi ironica. “Non poteva rifiutare per rispetto della moglie, oppure non ne valeva la pena, che è lo stesso.”

Marco mi guardò disarmato, senza rispondermi.

“Per quale motivo questa storia sta continuando ad andare avanti anche adesso che Giacomo è talmente famoso da non avere bisogno dell'appoggio di Marta?”

“Conosci Giacomo meglio di me. Fondamentalmente si sente in debito con lei, e gli sembrava di comportarsi da bastardo lasciandola quando non ne aveva più bisogno. La sua coerenza così logica rasenta l'assurdo, a volte...”

Dopo una breve pausa buttai fuori tutto il veleno che avevo accumulato: “Diciamo che fondamentalmente Giacomo è un arrivista, pronto a qualsiasi compromesso per aumentare la sua fama, la sua notorietà. Se servisse, sacrificherebbe qualsiasi cosa per la carriera. Avrà in mente il Nobel, conoscendolo. E Marta probabilmente lo vizia, gli ricorda sempre come è bravo e come senza di lei non ce l'avrebbe mai fatta. La fama, i successi coprono la sua insicurezza, la sua incapacità di camminare da solo. Marta è la sua chioccia, una donna decisa e matura, che sa quello che vuole e cosa fare, per questo lui si sente al sicuro con lei. Sì, è proprio come ti ha detto Barbara ieri mattina.”

Crollai seduta sulla poltrona a fiori, incapace di pronunciare parola. Ero stanca, sentivo le gambe molli e il morale a pezzi. Avrei avuto bisogno di un algoritmo di decompressione che mi rimettesse in sesto.

Passarono cinque minuti prima che Marco avesse il coraggio di riaprire bocca. “E adesso cosa intendi fare?” mi chiese con una punta di rispetto in più del solito nella voce.

“Non lo so. Sicuramente lascerò Giacomo, ma che ne farò della mia vita adesso non lo so e m'interessa poco”

“Ma Giacomo ne soffrirà molto.”

“Stronzo,” sibilai rivolgendomi più a Giacomo che a Marco. “E tu finiscila di fare il melodrammatico,” stavolta fissai Marco dritto negli occhi. “Hai già tanti cazzi da pelare per conto tuo.”

“Avremo un bambino da accudire tra non molto,” la voce di Barbara risuonò forte nella stanza, in cima alla scala che conduceva al piano superiore della casa. “A volte due madri possono fare meglio di un padre e una madre.”

Scese e si avvicinò, mi prese per mano e si avviò verso la spiaggia. “Andiamo, fa bene camminare sulla battigia. Riattiva la circolazione, schiarisce le idee.”

Rigenera l’umore come un gel, pensai io, o trucca la malinconia come un algoritmo di decompressione con la videoverità.

Uscimmo. La giornata era splendida, il cielo terso e di un azzurro intenso. Guardai Barbara e capii cosa avesse passato e quello che avrei dovuto fare io per lei.

Niente di più di quello che mia sorella stava facendo per me.

Un sorriso si dipinse sui nostri volti di future mamme.


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