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Inserito Lunedì 08 ottobre 2007

Narrativa un racconto di Donato Altomare

C’era qualcosa che brillava per strada. Strano, pensò il Signore, come può qualcosa luccicare tanto intensamente senza che vi fosse intorno alcuna luce. Ammesso che fosse un riflesso.
No, pareva proprio di no, quella cosa brillava di luce propria. Splendeva.
Il Signore non si chinò a raccoglierla e passò oltre. Il suo alto casato gli impediva atti così umili e degradanti. Eppure bruciava di curiosità.

Anche il Gobbo vide l’oggetto, e il Pescivendolo.
Entrambi furtivi gli giravano intorno cercando il momento propizio, poi si lanciarono quasi contemporaneamente e all’unisono esclamarono: “E’ mio!” Il Pescivendolo fu più lesto, afferrò la cosa e la tenne stretta in pugno fino a far sbiancare le nocche, ma, meraviglia delle meraviglie, la luminosità non fu disturbata dalla mano dell’uomo. L’attraversò quasi fosse di vetro trasparente proiettando sul volto contorto dall’ansia e dall’incredulità mille ombre mostruose.
Né mutò d’intensità o colore.
Parve semplicemente che la mano non ci fosse.
Il Pescivendolo serrò le dita ancora più forte e sentì l’oggetto premere sul palmo della mano. Poi l’aprì. Un formicolio lo infastidiva. E la luce gli rise in faccia e gli ricordò tutto il grigiore della sua inutile vita.
Era una cosa splendida, un oggetto ovale dalla parvenza metallica, luminosissimo.
L’uomo aveva ancora la bocca spalancata per lo stupore quando il Gobbo gli piantò il coltello nella schiena.
Tutto avvenne con esasperante lentezza. Il Pescivendolo ruotò su se stesso con gli occhi dilatati e la mano tesa in avanti quasi a dire ‘Tienilo, ma ridammi la vita’, e lo sguardo salì al cielo in muto rimprovero, e le gambe si piegarono come quelle di un fantoccio, e le labbra si serrarono per reprimere scioccamente l’urlo di dolore. Eppure non stramazzò al suolo. Restò in ginocchio milioni di nanosecondi, e la sua intera vita si condensò in quei pochi attimi. Poi spirò. E cadde.
E l’oggetto volò via. Rimbalzò una sola volta sul selciato poi rotolò in un tombino.
Il Gobbo bestemmiò a denti stretti cercando di sollevare il coperchio grigliato del tombino, ma udì delle voci. Qualcuno stava per giungere. E a due passi da lui c’era un cadavere. Col suo coltello tra le scapole.
Corse via. L’indomani sarebbe tornato.
La luna che aveva smesso da un pezzo di sorridere si nascose dietro una nuvola.

Il Topo attratto dalla luminosità si avvicinò guardingo. Cibo? Luce? Calore? Prudenza…
Gli impulsi gli attraversarono il minuscolo cervello con lentezza, ma egualmente fuggivano via senza che l’animale riuscisse a decidersi. Restò a lungo immobile nel buio con i due occhietti gialli puntati sull’oggetto, poi avanzò. Prima lentamente, poi velocemente. D’un tratto si arrestò e fiutò l’aria. Non percepiva alcun pericolo. Avanzò ancora. Si fermò. Pochi passi. Di nuovo fermo. Due passi. Fermo. Non capiva se quell’insolito pizzicorio fosse una cosa buona o meno. Lui si sentiva bene, nel pieno delle sue forze, eppure la naturale diffidenza lo frenava. Si decise. Quasi con un balzo superò il breve tratto che lo separava dalla cosa, diede un morso leggero ma deciso e scappò via. Non accadde nulla. Il Topo si fece più audace. L’afferrò tra le due zampette anteriori e morse con forza.
Troppo duro. E di nessun sapore.
Un senso di debolezza l’afferrò. Pensò fosse la fame. Girò lo sguardo intorno e fiutò l’aria in cerca di qualcosa da mangiare.
Durante la notte piovve. E l’acqua trascinò via l’oggetto insieme al corpo del Topo morto.
La cosa anche attraverso il fango brillava.

Il Ragazzo con la cartella a zainetto sulle spalle uscì di casa e si diresse verso la scuola. Normale.
Nulla di normale, invece , aveva quella strana cosa che pareva coperta di fango, ma capace di splendere persino nella piena luce del giorno.
La raccolse, osservò la sua forma doppiamente ovale, il suo aspetto metallico, poi la mise in tasca. Per tutta la mattinata i suo compagni di scuola si chiesero cosa avesse in tasca di tanto brillante.
Poi tornò a casa, pranzò, fece i compiti, giocò dimenticando l’oggetto e andò a letto dopo cena. Durante la notte morì.
L’oggetto gli fece da cero.

Lo Scienziato osservò la cosa che l’Agente gli aveva portato. Gli ci volle poco per capire: era carica di una incredibile e sconosciuta forma di radioattività. Non conosceva in natura elementi di quella forza. Avrebbe ucciso chiunque gli fosse stato direttamente a contatto soltanto per pochi minuti. Fu felice di essere stato particolarmente prudente e di aver indossato guanti a maschera schermata. Depose subito l’oggetto in una cassetta di piombo. Sollevò lo sguardo sull’Agente conscio di avere di fronte un cadavere ambulante e tornò ad osservare la cassetta. Strabuzzò gli occhi. Anche la cassetta splendeva.
Ci vollero 47 centimetri di piombo per fermare le radiazioni.
La luna sorse e calò di giorno. Era piena.
Lo sarebbe stata per l’ultima volta.

Lo Scienziato studiò la cosa. Era durissima, ma con una ruota diamantata riuscì a staccarne un pezzettino microscopico. Ma non credette ai suoi occhi.
L’uranio era acqua fresca al confronto.
Il Colonnello fu spaventato da tanta potenza e cercò di mettere tutto a tacere, ma il Dottore urlò che quella cosa ovale e metallica poteva essere usata contro la malattia. Perché allora si cercava di tener segreta la scoperta?
La nazione esplose di sdegno.
Il Colonnello fu degradato e allo Scienziato fu dato il Nobel.
Ma il Giornalista chiese: “Può essere usato a scopi bellici?”
Qualcuno rise.
Qualcuno rabbrividì.
In confronto l’uranio era acqua fresca.
Le ogive furono sostituite. Non più uranio, ma un microscopico frammento di quello strano metallo.
E il Capo sorse e, sedendosi sul trono, ordinò al mondo intero: “Obbeditemi.”
Ma il mondo rispose ruggendo.
“Se non lo fate vi distruggo.”
Il mondo ruggì più forte.
Il Capo premette il pulsante rosso.
Nessuno si salvò.

Lontano, tra le stelle, in direzione di Aldebaran, la più lucente del Toro, navigava una insolita astronave, una grande bolla grigiastra che luccicava con riflessi perlacei. Grandi coni l’affiancavano sprigionando una particolare energia che la faceva muovere nello spazio a velocità fantastica.
All’interno due-uno esseri scissiosimbiotici erano uniti da una sottile appendice. Come… come tenersi per mano.
Ciò che li-univa-lo-divideva era inimmaginabile, ma sulla Terra sarebbe stato chiamato genericamente amore, e certo il concetto do ‘viaggio di nozze’ avrebbe dato soltanto una pallida idea delle ragioni di quel viaggio, ma non si sarebbe staccato poi troppo dalla realtà, benché esulasse dai pensieri-immagini dei due-uno.
“Quel pianeta azzurro era splendido.” Disse lei… ovvero la parte femminile dell’uno.
“Stupendo!” Assentì lui… ovvero la parte maschile dell’uno.
“Mi piacerebbe rivederlo.” Continuò… lei.
“Torneremo.” Esclamò …lui.
“Ne sei certo?”
“Certissimo. Ho fatto quello che fanno tutti gli sposi… unione-scissione del nostro pianeta quando vogliono tornare in un posto. “E mostrò una manciata di oggetti ovali, metallici, brillantissimi. “Ho gettato su quel pianeta una di queste… monetine.


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