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La moglie vegetale

Inserito Martedì 13 novembre 2007

Narrativa (His vegetal wife)
un racconto di Path Murphy

Fynn la piantò nella serra assieme ai pomodori il primo giorno di primavera. Le istruzioni sull'imballaggio erano come le istruzioni di una qualsiasi altra confezione di semi.

Moglie vegetale: preferisce suolo sabbioso ed esposizione assolata. Piantare a due pollici di profondità dopo i geli. Trapiantare quando la piantina raggiunge i due piedi di altezza. Annaffiare frequentemente.

Una settimana dopo una pianticella delicata spuntò accanto ai pomodori nel bacino di plastica: due forti germogli che crebbero diritti con ramificazioni scarse. La piantina crebbe velocemente e quando i germogli furono alti due piedi, Fynn la trapiantò in un angolo assolato vicino l'entrata della cupola in cui viveva, proprio dove sarebbe dovuto passare ogni giorno per recarsi ai campi.

Dopo aver trapiantato la piantina si fermò sotto il cielo verde a contemplare il suo impero: una cupola per abitazione prefabbricata, assemblata in fretta, che indicava il centro del suo appezzamento di terreno demaniale; una serra in lastre di plexiglas, inclinata verso il sole; e i campi, quattro acri fertili che aveva dissodato e seminato lui stesso. La maggior parte dell'area coltivata della fattoria era stata consegnata per pagare il raccolto: stava coltivando il cimmeg, una pianta che produceva semi ricercati per l'aroma e per le proprietà medicinali. In un filare dietro l'altro le pianticelle color verde scuro levavano le foglie appuntite verso il cielo pallido.

Al di là dei campi cresceva alta l'erba originaria del pianeta, una vasta distesa di steli ondeggianti. Quando tirava il vento gli steli si spostavano e si agitavano e l'erba sibilava. Il morbido suono del vento nell'erba irritava Fynn; lo trovava simile a persone che sussurravano dei segreti. S'era divertito nel tagliare l'erba che circondava la cupola dell'abitazione, nel vangare le radici col trattore e nel piantare i filari rettilinei di cimmeg.

Fynn era un uomo dalla mascella squadrata, con capelli castani ordinari e delle dita tozze senza immaginazione. Era un uomo metodico. Gli piaceva vivere da solo ma pensava che un uomo doveva avere una moglie. Aveva scelto il seme con cura, selezionando un ceppo resistente, evitando le più delicate Vergine Vegetale e Sposa Vegetale, scegliendo una varietà celebre per la capacità di crescere in qualsiasi condizione.

La piantina crebbe velocemente. I due germogli si avvicinarono e si unirono a formare un tronco più spesso. Nel tempo che occorse al cimmeg per arrivare all'altezza delle ginocchia, la moglie aveva raggiunto l'altezza delle sue spalle, una pianta verde pallido con larghe foglie soffici ed un tronco coperto da una peluria lanuginosa. Il sole sorse ogni mattina più presto; il cimmeg raggiunse l'altezza della vita e lo stelo della Moglie Vegetale si indurì diventando di un verde oliva scuro. Le curve del corpo di lei iniziarono ad emergere: i rigonfiamenti delle anche che andavano restringendosi a formare una vita sottile; i seni arrotondati coperti da una fine peluria di colore pallido; un esile collo che reggeva la protuberanza arrotondata che sarebbe diventata la testa. Ogni mattina Fynn controllava l'umidità del suolo attorno alla piantina e sbirciava attraverso le foglie del tronco che stava maturando.

A primavera inoltrata vide per la prima volta i peli del pube, un triangolo scuro proprio sopra il punto dove i tronchi gemelli si univano a formare il corpo di lei. Con esitazione allargò le foglie per penetrare nell'oscurità ed accarezzare la nuova crescita. L'odore lo eccitò: ricco e terrigno e caldo, come l'odore della serra. Il legno era caldo sotto i peli e acconsentiva debolmente al tocco. Si avvicinò muovendo le mani verso l'alto attorno alle coppe dei seni, facendo scorrere i pollici sulle irregolarità che promettevano di diventare dei capezzoli. Il fruscio del vento tra le foglie gli fece alzare lo sguardo.

Lo stava osservando: occhi scuri, la suggestione di un naso, una bocca che era poco più di una fessura con le labbra appena divise.

Si tirò indietro frettolosamente e solo allora notò di aver rotto i gambi di molte foglie nell'intromettersi per accarezzare il tronco. Toccò con senso di colpa le foglie spezzate, poi rammentò a se stesso che era soltanto una pianta, che non poteva provare dolore. Comunque quel giorno annaffiò generosamente la moglie e, nell'andare a lavorare nei campi di cimmeg, canticchiò tra sé in modo da non sentire il sussurrio dell'erba.

Le istruzioni dicevano che sarebbe maturata in due mesi. Ogni mattina esaminava i progressi dividendo le foglie per ammirare le curve del corpo, l'esile stelo del collo, esaminava i progressi dividendo le foglie per ammirare le curve del corpo, l'esile stelo del collo, la bella luce luminosa degli occhi. Aveva un corpo pieno e un viso arrotondato in modo soffice. Sebbene gli occhi fossero aperti, l'espressione era quella di una sonnambula, di una bambina innocente che vaga inconsciamente nel buio.

L'espressione lo eccitava tanto quanto il suo corpo e a volte non poteva resistere a non spingersi vicino a lei, facendo scorrere le mani lungo le delicate curve delle natiche e della schiena, accarezzando i bei capelli scuri che coprivano la testa, ancora corti come i capelli di un ragazzino ma che andavano crescendo, maturando come tutto il resto di lei.

Fu verso la fine della primavera che la sentì muoversi sotto il tocco. La mano si trovava sui seni e sentì il corpo spostarsi quasi come se tentasse di ritirarsi. "Ah," si disse con prestazione, "non manca più molto." La mano di lei, che si era formata da poco da un gambo ingrossatosi, ondeggiò nel vento quasi per spingerlo via. Lui sorrise, mentre lei ondeggiò in una folata di vento e le foglie le stormirono.

Quel pomeriggio prese una grossa corda, gliela avvolse attorno alla caviglia annodandola con cura sul posto. Sorridendo al viso angelico incorniciato da capelli scuri, sussurrò mellifluamente: "Non posso farti scappare. Non ora che sei quasi matura." Legò l'altro capo della corda all'intelaiatura della cupola e da allora la esaminò tre volte al giorno invece di una soltanto.

Pulì l'interno della cupola per la prima volta dopo mesi, lavando le coperte del letto da scapolo, aprendo le finestre per scacciare l'odore di stantio. Poteva guardare fuori della finestra aperta e vederla ondeggiare nella brezza. A volte sembrava che stesse divincolandosi nella corda e ogni volta che lo faceva lui provava i nodi per assicurarsi che fossero saldi.

Il cimmeg cresceva alto, le foglie acute e lucenti che catturavano la luce del sole e brillavano come lame di ossidiana. Le foglie di lei sbiancarono e caddero lasciando il corpo nudo di color verde oliva esposto al sole e al suo sguardo. La guardava con attenzione ritornando più volte dai campi ogni pomeriggio a provare i nodi.

Una mattina si svegliò e la trovò acquattata in fondo alla pastoia mentre tirava il nodo con le dita soffici che sanguinavano una linfa pallida proprio nel punto in cui la corda ruvida l'aveva tagliata.

"Via, via," disse, "lascia stare." Si accovacciò accanto a lei nella polvere e poggiò la mano sulle spalle scaldate dal sole pensando di rassicurarla. Lei girò la testa verso di lui, lentamente, maestosamente, con la grazia solenne di un fiore che volge il viso verso il sole. Il viso era vuoto, gli occhi senza espressione. Quando provò ad abbracciarla non rispose se non spingendo le spalle debolmente con le mani.

L'eccitazione si impadronì di lui e le spinse la schiena sul suolo duro, la bocca che cercava il seno dove il rozzo capezzolo aveva un sapore simile alla vaniglia e la mano che separava le gambe per aprire i misteri di quello scuro triangolo lanuginoso di peli.

Quando ebbe finito lei piangeva sommessamente, un debole suono acuto come il canto dei piccoli uccelli che facevano il nido nell'erba alta. Il sono risvegliò in lui la compassione. Voltandosi via da lei e abbottonandosi i pantaloni, desiderò di essere stato meno frettoloso.

Lei giaceva nella polvere, i capelli scuri che cadevano a nasconderle il viso. Stava in silenzio e lui poteva sentire il vento nei capelli di lei, come il vento nell'erba alta.

"Dai, su," disse, a metà tra simpatia e fastidio. "Sei mia moglie. Non può essere tanto male."

Lei non lo guardò.

Le prese il mento in una mano inclinandole la testa in modo da poter vedere l'espressione. Il viso era sereno, inespressivo, vuoto. Le dette un colpetto sulle spalle, rassicurato dall'espressione. Sapeva che non provava dolore; lo dicevano le istruzioni.

Sciolse la corda dall'intelaiatura della cupola e la portò all'interno. Vicino alla finestra pose un bacino d'acqua per lei. Assicurò la corda alla gamba del letto lasciando la pastoia abbastanza lunga da permetterle di stare alla finestra o sul vano della porta ad osservarlo mentre lavorava nei campi.

Non era proprio quello che s'era aspettato da una moglie. Non comprendeva il linguaggio. Non parlava. Prestava pochissima attenzione a lui a meno che non la forzasse a guardarlo e a vederlo. Provò ad essere amabile con lei, portandole i fiori dai campi e riempiendole il bacino con acqua fresca e pulita. Non ci fece caso. Giorno e notte stava alla finestra, i piedi nel bacino d'acqua. Secondo le istruzioni derivava il nutrimento dal sole e dall'aria e dall'acqua che assorbiva dai pori della pelle.

Sembrava reagire solo alla violenza, alla minaccia diretta. Quando lui faceva l'amore, lei lottava per scappare e a volte piangeva, un suono senza parole come il mormorio dell'acqua di irrigazione che scorre in un fosso. Dopo un po' di tempo il pianto finì con l'eccitarlo, qualsiasi reazione era meglio di niente.

Non voleva dormire con lui. Se la trascinava a letto durante la notte lottava per liberarsi e svegliandosi l'avrebbe trovata alla finestra che guardava al mondo esterno.

Un pomeriggio la picchiò, al ritorno dai campi che l'aveva trovata a segare la corda con un coltello da cucina. La percosse sulla schiena e sulle spalle con la cintura. Il pianto e la linfa pallida lo eccitarono e fece l'amore con lei. La coperta ruvida del letto era tutta appiccicosa per la linfa di lei e lo sperma di lui.

La tenne come un uomo tiene una Moglie Vegetale, come un uomo tiene una cosa selvatica che si è portato a casa. A volte sedeva nella cupola ad osservare l'oscurità che scivolava sopra la sua fattoria mentre ascoltava il vento nell'erba. Osservava la Moglie Vegetale e meditava su tutte le donne che lo avevano abbandonato. Era una lista lunga, incominciava da sua madre che lo aveva dato in adozione.

Un giorno arrivò un agente governativo su di un copter per ispezionare i campi di cimmeg. L'uomo non piacque a Fynn. Sebbene Fynn portasse la sua attenzione verso il cimmeg, l'agente governativo continuava a lanciare occhiate verso la cupola. La moglie stava alla finestra, la pelle nuda che luccicava al sole, levigata e chiara e invitante.

"Avete buon gusto," aveva detto l'agente, una persona giovane vestita con tessuto cachi e pelle. "Vostra moglie è bellissima."

Fynn trattenne la rabbia con sforzo.

"Sono abbastanza sensibili, ho sentito dire," aveva detto il giovane.

L'albero di mele che aveva piantato accanto all'ingresso della cupola aveva fatto i frutti: quasi un canestro di melette di un verde intenso. Fynn le aveva schiacciate in una poltiglia e fermentato una specie di brandy dal sidro, un liquore potente dall'odore di mele marce. Più tardi, quel pomeriggio, dopo che era partito l'agente, si sedette sotto l'albero delle mele e bevve fino a non riuscire più quasi a stare dritto. Poi andò da sua moglie e la trascinò via dalla finestra.

Fynn frustò la moglie per aver sbandierato la sua nudità. La chiamò vagabonda, puttana, sporca sgualdrina. Sebbene la linfa sgorgasse dalle frustate sulla schiena, gli occhi erano asciutti. Non controbatteva e quella passività lo infiammò. "Maledetta!" Gridava, colpendola ripetutamente, "maledetta."

Si stancò e i colpi divennero più leggeri, ma la furia non scemò. Lei si volse sul letto per fronteggiarlo e le mani di lui le trovarono la gola. fece pressione sulla pelle soffice, forse pensando, nella confusione dell'ebbrezza, che strangolandola avrebbe in qualche modo arrestato i sospiri che udiva, i segreti che erano dappertutto.

Lei lo osservava, impassibile. Dato che assorbiva l'aria dalla pelle la pressione sulla gola non la disturbava. Tuttavia sollevò le mani e le appoggiò alla gola di lui, applicando una pressione lenta e salda. Ubriaco, lui lottò ma gli rimase attaccata finche non cessò la lotta.

Era calmo alla fine, calmo come una pianta, calmo come un albero, calmo come l'erba là fuori. Cercò a tastoni nella sua tasca e trovò un coltello a serramanico. Ci tagliò la corda che la legava. La pelle della caviglia era sfregiata e indurita dove l'aveva sfregata la corda.

Rimase alla finestra, aspettando il sole. Quando avrebbe scaldato la terra sarebbe andata a piantare l'uomo, così come lo aveva visto piantare i semi. Sarebbe stata con le caviglie nel fango e col vento nei capelli a vedere cosa sarebbe nato.


Pat Murphy, His vegetable wife, Interzone #16, tr.it. Santoni Danilo


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