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Fermata obbligatoria

Inserito Mercoledì 21 novembre 2007

Narrativa un racconto di Gianluca Turconi

Finalista alla XI Edizione del premio Alien e tradotto in lingua spagnola nel numero 168, novembre 2006, della rivista argentina di fantascienza Axxón, che è on-line qui


Ore 11.00

- Dio solo lo sa come ha potuto sbagliare quel tiro! - gli disse il suo compagno di posto. - Era al limite dell’area, ha dribblato il difensore centrale avversario con classe sopraffina e ha messo a sedere il portiere grazie a una finta che avrebbe tratto in inganno chiunque. Bastava un colpetto sotto la palla per metterla in rete e invece che fa? La prende di collo pieno e la spara fuori dallo stadio! Non sto scherzando. L’ho vista passare sopra la copertura degli spalti. Risultato: abbiamo perso uno a zero. È d’accordo anche lei che quella sciagura di giocatore dovrebbe essere ceduto, no?

Giulio grugnì un assenso di circostanza. Da quando era iniziato il viaggio, quel tipo lo tormentava con la cronaca differita della partita della domenica precedente. Se la Fiorentina non fosse tornata in Serie A, i tifosi del Prato si sarebbero goduti il loro scudetto in santa pace. Invece niente! Avevano perso il derby dell’ultima giornata di campionato ed erano più abbattuti di quanto lo sarebbero stati se l’aereo con tutta la rosa fosse precipitato sulle montagne. E lui, che non tifava per nessuno, doveva subire i commenti e le prese in giro di quello scocciatore.

L’autobus di linea correva a cento chilometri orari. Stavano scollinando dagli Appennini scendendo sul versante emiliano, provenienti dall’agglomerato metropolitano di Prato-Firenze ed erano entrati nella Zona Interdetta da venti minuti.

Il paesaggio che scorreva ai lati della strada era desolante. L’erba, bruciata dalle radiazioni, si abbarbicava tenace ai costoni di roccia, mentre gli alberi, rari e scortecciati, mostravano bubboni concentrici sul tronco. Gli mettevano i brividi.

Sua moglie glielo aveva detto: - Prendi la navetta delle nove. Ti scaricherà a Linate-Centro in un’ora.

Lui, testardo come un mulo, le aveva risposto: - Siamo a corto di soldi. Non ci possiamo permettere la navetta. Che vuoi che sia passare con l’autobus per la Zona Interdetta! Arrivati al Po, prendo la sopraelevata e corro all’appuntamento in Piazzale Cordusio. Se mi assumono, con l’anticipo pago la navetta al ritorno.

Tutto calcolato. Tutto facile.

Sì, esisteva una minima possibilità che non ottenesse il posto, ma lui non la metteva neppure in preventivo. Con l’adozione della nuova generazione di macchinari robotizzati era diventato difficile impiegarsi nel ramo delle concerie, tuttavia Giulio era un ottimo scuoiatore: il lavoro a Milano sarebbe stato suo.

Uno scossone anticipò la fermata dell’autobus.

- Che succede? - domandò al tifoso del Prato.

- Fermata obbligatoria - lo informò, conciso. Era un pendolare e conosceva le fermate a memoria.

- Nel mezzo della Zona Interdetta?

- È per il controllo dei biglietti.

Infatti, il controllore salì e procedette lungo il corridoio piuttosto velocemente. Si fermava alle coppie di posti, verificava che la tassa di trasporto fosse stata pagata e proseguiva.

Arrivato a loro, pretese: - Biglietto, prego!

Giulio distese il braccio, ruotò il polso all’insù e aspettò che lo scanner dell’obliteratrice analizzasse il chip sottocutaneo di credito, confermando l’avvenuto pagamento. Un bip stonato fece voltare tutti i passeggeri nella sua direzione.

- La tassa risulta non pagata - annunciò il controllore.

- Ci deve essere un errore! - protestò Giulio. - Questa mattina ho chiesto espressamente a mia moglie di provvedere al versamento. Può effettuare nuovamente la scansione? - Il secondo bip lo mise in apprensione.

- Non ci sono errori. Non ha pagato. - Impaziente, il controllore ticchettò con l’unghia sullo scanner. I passeggeri mormorarono.

- Va bene. Pagherò un secondo biglietto per intero. - Prese il codice PIN scritto su un foglietto che teneva nel portafoglio e lo digitò sull’obliteratrice. Il terzo bip lo mandò metaforicamente al tappeto.

- Il suo chip ha esaurito il credito - sentenziò il solerte dipendente dell’azienda regionale dei trasporti. Il tifoso del Prato allibì. Gli si poteva leggere in faccia l’accusa: Disonore a te! Hai terminato il credito!

Il controllore fu categorico: - Deve scendere!

Giulio aveva in mano il portafoglio e prese due banconote da cinquecento euro.

- Posso pagare in contanti... - tentò. Non l’avesse mai fatto.

Il controllore si inalberò: - Metta via quella carta straccia! - E rivoltosi all’autista: - Oh, Antonio! Qui c’è uno che vuole fare il furbo!

Giulio rintuzzò l’attacco: - No, guardi, si sbaglia. - O forse no. Sua moglie doveva aver fatto la spesa settimanale e svuotato il loro conto corrente, dimenticandosi del biglietto. L’amava tanto, ma certe volte gli prudevano le mani dalla voglia di strangolarla.

L’autista nerboruto, con muscoli da Mister Universo si badi bene, non si intenerì. Lasciò il posto di guida, lo afferrò per la giacca e lo buttò giù dall’autobus tra gli sguardi di compatimento degli altri viaggiatori.

- È una vergogna! - si lamentò Giulio, spolverandosi i pantaloni. - È così che si tratta un contribuente? Le pago lo stipendio con le mie tasse, sa?

Il controllore si sporse dalla porta aperta e gli applicò un adesivo giallo sul petto, catechizzandolo: - Se diventa rosso, il livello di radiazioni nell’ambiente ha superato il limite sopportabile dall’organismo umano. Cerchi di tenersi il più in alto possibile rispetto alla strada e se la caverà.

Giulio sbiancò in viso. Lo stavano abbandonando nella Zona Interdetta.

- Non potete lasciarmi qui! - Si aggrappò al cruscotto dell’autobus provando a forzare il blocco. L’autista lo prese a calci rigettandolo a terra.

- Non mi costringa a chiamare la polizia! - lo avvisò il controllore. - Le revocherebbero il chip di credito e non voglio vederla sbattuto fuori dal Servizio Sanitario Nazionale... - Si tirò indietro per lasciar chiudere la porta dell’autobus.

- Non scende anche lei? - frignò Giulio.

- No. Ho finito il mio turno. Ci vediamo alla corsa delle 23.

- Io che faccio nel frattempo?

Il controllore dovette muoversi a compassione perché gli diede un consiglio prezioso.

- Se ha un cellulare, lo lasci perdere. Le antenne flottanti non hanno rotte adiacenti alla Zona e non prenderebbero il segnale. Trenta chilometri più indietro c’è una stazione di servizio con un telefono fisso. Ci vada a piedi, telefoni a chi crede e ricarichi il chip. Se è in bolletta, impegni i gioielli di famiglia, ma comunque sia, venga con il biglietto pagato alle undici di stasera e chiuderemo un occhio sull’infrazione precedente. - La porta si chiuse con un sibilo e l’autobus ripartì.

Giulio risalì il pendio, come suggerito dal controllore, e si incamminò in senso opposto rispetto alla corriera.

Era solo e doveva sobbarcarsi trenta chilometri a piedi. La sfacchinata l’avrebbe sopportata, ma lo spaventava la fama della Zona Interdetta. Intorno al 2020 le amministrazioni delle regioni attraversate dalla catena appenninica avevano aperto i Siti di Stoccaggio e Decantazione di Rifiuti Bioinerti, per risolvere l’annoso problema dei rifiuti urbani in continua crescita.

In linea teorica l’idea era geniale: scavare nelle montagne gallerie e condotti lunghi anche decine di chilometri e stiparli con la spazzatura dell’homo italicus. La pratica, nell’implementazione quotidiana, era stata ben diversa. In quelle gallerie c’era finito di tutto, comprese scorie radioattive illegalmente importate da mezza Europa e seppellite tra gli scarti cittadini.

L’aumento costante del livello radioattivo, unito all’impossibilità di bonificare i siti di stoccaggio pena il collasso dello smaltimento urbano, aveva costretto il governo a creare, a cavallo della dorsale appenninica, un’area di interdizione all’abitabilità e al passaggio terrestre larga ottanta chilometri. Solo gli autobus delle linee interregionali erano autorizzati ad attraversarla per due corse giornaliere. In questo modo era nata la Zona Interdetta.

La fantasia l’aveva poi popolata di creature chimeriche che aiutavano ad aumentare la tiratura dei giornali: nuove genie di umani mutanti che si aggiravano per le valli degli Appennini; creature gelatinose che spolpavano malcapitati turisti smarritisi nel corso di escursioni; piante carnivore dotate di veloci e resistenti liane tentacolari. Ovviamente, erano tutte sciocchezze. Giulio però sapeva, in ragione del suo lavoro, che qualcosa viveva nella Zona Interdetta. Doveva darsi una mossa e arrivare alla svelta alla stazione di servizio.

Il sole gli batteva in faccia e cominciò a sudare da ogni poro. Dall’altra parte della strada c’era un’ombra invitante su un esteso prato verde-bruno marcescente. Era una tentazione troppo forte per resistervi. Fu quando calpestò il primo centimetro d’erba e la sentì scrocchiare sotto le scarpe che capì che non era veramente erba.

- Diavolo! - gli sfuggì.

Le mantidi mimetizzate si alzarono in volo simultaneamente. Milioni di insetti oscurarono per un secondo il cielo, evoluendo in formazione compatta con coordinazione da uccelli migratori. Girarono sulla sua testa due volte e si dispersero.

Era rimasto là a guardarle a bocca aperta. Non ne sapeva granché di entomologia, ciononostante dubitava che quello fosse un comportamento normale. Aveva avuto di fronte un salto evoluzionistico favorito dalle radiazioni?

Ma chi se ne frega!, pensò. Per prudenza, accelerò il passo.

Ore 14.00

La stazione di servizio era un bugigattolo di cinque metri per cinque, sovrastato dall’insegna dell’AGIP. Le cariche di litio erano addossate a una parete esterna con noncuranza.

Giulio ci aveva messo tre ore ad arrivare ed era impaziente di andarsene. Gli dolevano i piedi e col cavolo avrebbe seguito il suggerimento del controllore. All’opposto, avrebbe telefonato e si sarebbe fatto venire a prendere dal cognato o da Marco, il migliore amico che abitava a cento metri da casa sua.

L’addetto al servizio stava sorseggiando una bibita analcolica da una lattina fluorescente e giocherellava con un coltello sul pianale di un tavolo, dentro a una guardiola a nido d’ape rivestita da una pellicola polimerica antiproiettile. Giulio bussò sulla parte frontale.

L’inserviente lo catalogò con occhio esperto e gli comunicò: - Il telefono è sul retro.

- Come è riuscito a...

L’uomo fu tanto rude quanto schietto: - Credi che ci siano molti clienti al confine con la Zona Interdetta? Arrivi a piedi, hai una faccia da cane bastonato e le maniere impacciate da cittadino. Non ci vuole tanto a capire che ti hanno buttato giù dall’autobus perché non hai pagato il biglietto. Sei il quinto che scaricano questo mese, ma il primo ad arrivare alla mia stazione. Complimenti!

- Il primo? Gli altri quattro che fine hanno fatto?

L’addetto ridacchiò: - Un cittadino che non si interessa alla cronaca nera locale! Roba da non credere!

Giulio aveva avuto occhi solo per le inserzioni di lavoro. Era disoccupato da quattro mesi e figuriamoci se aveva voglia di aggiungere le disgrazie degli altri alle sue.

- Lasciamo perdere! - replicò seccato. - Può uscire e accompagnarmi al telefono?

- Fossi scemo! Non esco da qui per tutto l’oro del mondo. Cercatelo! - Tracannò un lungo sorso della sua bibita.

Tra un’imprecazione e l’altra contro quella razza di provinciali rozzi e ignoranti, Giulio entrò nella stazione e individuò il telefono appeso al muro in uno sgabuzzino dietro al bancone della cassa.

Appoggiò il suo chip sul lettore del telefono e fu messo in comunicazione con l’operatrice.

- Abitazione privata Giulio De’ Vecchi, Prato-Firenze, chiamata a carico del destinatario. - Snocciolò i dati necessari alla biondina del centralino e rimase in linea.

Ebbe il tempo di fischiettare per un intero minuto prima che una faccia amica sostituisse sul display del telefono il logo animato della società nazionale di videocomunicazioni. Era Marco, a torso nudo.

- Giulio... - L’amico non se lo aspettava.

- Marco! Che ci fai a casa mia? - Nudo!

La voce di sua moglie da fuori campo si intromise: - Caro, non dovevi rispondere. Torna a letto.

Giulio sentì il sangue ghiacciarsi nelle vene.

- Operatrice! - gridò al telefono. - Mi dia una visione stereoscopica della mia abitazione!

Qualche istante per confrontare la corrispondenza del proprietario del chip con l’intestatario dell’appartamento e l’inquadratura si allargò. Vide sua moglie Anna uscire dal bagno con indosso soltanto un asciugamano legato sopra il seno. La scena lasciava poco spazio all’immaginazione.

Perse il lume della ragione: - Che cazzo state combinando voi due! - Il software di controllo del contenuto della videochiamata giudicò le immagini e il linguaggio eccessivamente scabrosi e troncò la comunicazione.

Richiamò l’operatrice più volte, senza risposta. In preda alla collera, batté i pugni su quella dannata macchina e alla fine la sradicò dal muro, mandandola in pezzi sul pavimento.

Scollegamento del pensiero razionale.

Attivazione del lobo paranoico del cervello.

Giulio ricostruì l’accaduto. Il mancato pagamento del biglietto da parte di Anna non era dovuto a una casuale dimenticanza. Se la spassava con Marco alle sue spalle e insieme avevano pensato di sbarazzarsi di lui, il marito scomodo. Non con un truculento delitto passionale, ma con un mezzuccio più fine, che si adattasse all’anima candida della moglie. Anna probabilmente leggeva la cronaca nera e lasciarlo morire a causa delle radiazioni, solo come un cane in mezzo a una strada, rientrava nel suo stile “per favore, non sporcatemi di sangue il tappeto.

- Glielo faccio vedere io di cosa è capace il maritino...

Ritornò a grandi falcate dall’addetto. Schiacciò fronte, naso e mento contro la guardiola e gli ordinò: - Voglio il tuo coltello!

Quell’altro lo guardò distrattamente: - Non faccio credito.

- Ti posso dare il mio chip! - Giulio si morse il polso fino a lacerare la pelle e fece slittare fuori il rettangolo di silicio, tenendolo poi, insanguinato, tra il pollice e l’indice.

- Di solito non tratto con i pazzi... - rimuginò l’addetto. Il chip aveva un discreto valore sul mercato nero dei documenti di identificazione contraffatti e lo convinse: - Per questa volta farò un’eccezione.

Da una feritoia a scomparsa spinse fuori la mano col coltello, aprendo l’altra per ricevere il chip. Effettuarono lo scambio.

- Che non ti salti in mente di volerlo indietro! - precisò l’addetto.

- Il chip non mi servirà in futuro. - Non dopo ciò che avrebbe compiuto arrivato a casa. - Qual è la fermata dell’autobus più vicina?

- Quella da cui sei venuto.

Riprese la via del ritorno.

Ore 19.00

Giulio aveva la tristezza nel cuore. Era rimasto fermo per un’ora a metà strada, piangendo come un bambino.

Lo avevano tradito. Un doppio tradimento: sua moglie e il suo migliore amico! Non esisteva perdono per una vigliaccata del genere. Il pianto gli aveva aguzzato l’ingegno. Aveva pianificato la vendetta nei minimi dettagli. Dovunque fossero scappati, lui li avrebbe uccisi e non sarebbe finito in galera. Avrebbe fatto sostenere al suo avvocato che le radiazioni gli avevano inferto seri danni neurologici, ledendo la sua capacità di intendere e volere. Nessun giudice lo avrebbe condannato sapendo che i due avevano complottato per eliminarlo subdolamente e che era sopravvissuto per puro miracolo.

Si fermò sotto la pensilina. Il sole tramontò e le luci dei lampioni si accesero fioche a illuminare il percorso stradale. La furia vendicatrice scemò. Non era un assassino e avrebbe finito col perdonarli. Forse il divorzio era la soluzione preferibile. Forse...

Uno scivolamento di terriccio sul declivio dietro la fermata lo distrasse. Incuriosito, si sporse dal riparo e il ratto ricambiò il suo sguardo con un sorriso a denti sguainati. Giulio non ne aveva mai visti di vivi. Li aveva avuti per anni belli e morti, senza testa, coda e pelo, sul tavolo della pelletteria dove aveva lavorato e non lo avevano impressionato. Il suo record nella scuoiatura era di otto minuti, dal primo taglio sul sottogola all’ultimo nell’attaccatura della coda. Aveva vinto un premio di produzione per la velocità e teneva l’attestato appeso in salotto, sopra il caminetto elettrico.

Da quel particolare esemplare di ratto dell’Appennino che lo aveva adocchiato, si sarebbe potuto trarre un bellissimo divano a tre posti in vera pelle. Era un metro e venti di altezza al garrese per quattro metri abbondanti in lunghezza, coda compresa. I cacciatori professionisti che rischiavano la vita battendo le montagne in cerca di quei bestioni si sarebbero fatti pagare profumatamente per una preda simile. Per sfortuna, Giulio non era un cacciatore.

- OK, bellezza... - lo lusingò. - Ho altre cose a cui pensare. Adesso vado per la mia strada e amici come prima.

Mosse un passo.

Il ratto ruggì: - SQUIIIT!

Giulio ripiegò sulla fuga.

L’animale aveva fame e non si fece prendere alla sprovvista. Sfondò la copertura in vetroresina rinforzata della pensilina come fosse stata di cartone e lo inseguì.

I suoi artigli non fecero presa sull’asfalto, consentendo al fuggitivo di guadagnare dieci metri di vantaggio. Il ratto aveva polmoni più allenati e nel mezzofondo se lo sarebbe pappato, quindi Giulio decise di scartare alla sua sinistra, imboccando un viottolo in discesa. La bestia inseguitrice scivolò in derapata, si cappottò e perse altri quindici secondi.

- Ce la posso fare! Ce la posso fare! Ce la posso fare! - si incitò Giulio nella corsa a perdifiato. Voltò in un angolo cieco del sentiero e si imbatté in una nidiata di sorcetti grossi come dobermann. Dritto nella tana!

La madre lo prese alle spalle. Si alzò sulle zampe posteriori, fiutando insistentemente l’aria. Squittì con dolcezza e i cuccioli la imitarono sollevandosi. Prima lezione alla prole: insegnamento propedeutico alla degustazione di un essere umano.

Giulio sfoderò il coltello, si batté la mano su una coscia e lanciò la sfida: - Avanti, vediamo chi è la razza dominante!

Ore 23.00

- Antonio, quando arriviamo in prossimità della fermata obbligatoria, rallenta e basta. Diamo un’occhiata per vedere se c’è il tizio di questa mattina, per correttezza, poi tiriamo diritti - disse il controllore. L’autobus viaggiava vuoto e nessuno si sarebbe lamentato per la violazione del regolamento aziendale.

- Non mi sarei fermato comunque! - assicurò l’autista. Innestò la ridotta e marciò a passo d’uomo.

I coni di luce dei fari anteriori illuminarono a giorno il tratto di strada. Una lunga scia di sangue partiva dalla fermata e disegnava dei macabri ghirigori passando obliquamente sulla carreggiata. La voragine nella pensilina portò il controllore a una conclusione ovvia.

- Santo cielo, se lo sono mangiato i ratti!

- Povero disgraziato! Perché mi hai detto di buttarlo giù? Non si meritava quella fine.

- Mi mancano sei mesi alla pensione e tutti i giorni mio figlio mi deve portare in auto a questa fermata per aspettare la corsa ascendente. Sono venti minuti di attesa nella Zona Interdetta e l’indennità di rischio che mi danno non coprirebbe il mio funerale. Se in centrale sapessero che non compio il mio dovere, mi raddoppierebbero pure i turni. Dovevo farlo!

- Però...

- Piantiamola con i rimorsi! Dai gas!

L’autobus filò via veloce. Un chilometro e il conducente inchiodò il mezzo in uno stridio di freni. Il controllore andò a sbattere con la testa sul vetro.

- Ahi! - Si toccò nel punto d’impatto. Aveva un bernoccolo enorme. - Perché hai frenato?

- Guarda tu stesso!

Al centro della corsia, un uomo venne loro incontro tenendo le mani dietro la schiena e trascinando i piedi a stento.

Il controllore chiese conferma: - È lui?

Sapevano entrambi di chi stavano parlando.

- Sì.

Aprirono la porta quando vi arrivò davanti. L’autobus aveva una doppia corazza di piombo per proteggersi dalle radiazioni, ma non volevano correre il rischio di vedersi saltare a bordo un ratto.

Giulio salì sul predellino a testa bassa. Gocciolava sangue sul primo gradino della scaletta, aveva i vestiti a brandelli e i capelli strappati a chiazze.

Il controllore si vergognò a porre la domanda: - Ha ricaricato il chip?

- No - biascicò lui, mantenendo il capo chino.

- Capisce che non posso lasciarla salire? Potrei perdere il posto - si scusò l’altro.

- Sentite... Ho avuto una giornata pesante. Mi avete scaricato nella Zona Interdetta, ho scoperto che mia moglie mi mette le corna con il mio migliore amico e che si erano accordati per uccidermi; ho smarrito anche l’adesivo antiradiazioni che mi aveva dato lei e non so che quantitativo ne ho assorbito. Ve lo chiedo in ginocchio, non fatemi perdere la pazienza!

Alzò la testa. Aveva uno sguardo omicida e uno zigomo scarnificato fino all’osso, rigato da segni di zanne. L’insieme non piacque affatto ad Antonio. L’autista scattò a prendere la pistola che teneva per i casi di emergenza nella tasca della porta, dal lato del guidatore.

Gliela puntò in faccia: - Se ti muovi, ti stendo!

- Una pistola! - Giulio rise di gusto. - Ve lo avevo detto che lavoro nel campo delle manifatture in pelle? - Ruotò le braccia in avanti. Nella mano destra stringeva il coltello lordo di sangue rappreso, nella sinistra la testa mozzata della mamma ratto.

- Gesù, Giuseppe e Maria! - L’autista si spaventò a morte. Mollò la presa sulla pistola che rotolò per gli scalini finendo sull’asfalto.

- Dato che abbiamo chiarito l’equivoco... - riprese Giulio. - Mi metterò a sedere, buono buono. - Scelse il posto della prima fila vicino al finestrino. Sistemò il trofeo di caccia sul sedile a fianco e ripulì il coltello nella manica della camicia.

Non si decidevano a partire.

- Che aspettiamo? Ho un conto da regolare a casa, non vorrei arrivare in ritardo! - li pungolò.

Antonio balzò al volante e partì a razzo.

Giulio distese le gambe e si fece cullare dal dondolio monotono dell’automezzo sulle ruote. Adorava la tranquillità dei viaggi in autobus.


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