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L'ultima possibilità

Inserito Martedì 21 aprile 2009

Narrativa (Une dernière chance.)
un racconto di Lionel Bénard

Entro un secondo Hermann Guillerdin, professore di storia, morirà. Ogni fibra del suo essere si separerà dall’anima per essere inviata verso uno di questi nuovi mondi da colonizzare. Non è un esploratore, tantomeno un avventuriero motivato dalla scoperta di nuovo terre e nuove genti. Niente affatto. Tiene dei corsi in un collegio della periferia parigina: assolutamente banale, in effetti. Tuttavia, il meno che posso fare è dire che questo involucro inanimato, questo anonimo professore, sono io. Io vedo Hermann e distinguo i suoi pensieri.
È dunque un Hermann nudo, il viso mascherato dal casco, il ventre coperto da un cordone ombelicale metallico quello che è diretto verso un mondo migliore per un viaggio di durata indeterminata. I nostri visitatori da Sirio hanno indotto in noi una fiducia cieca grazie alla loro tecnologia. Rimangono scampoli di mistero, ma per Hermann come per molti altri come lui, non ha la minima importanza. La sua vita si può riassumere in una parola: scacco. Non ha altro da perdere che l’anima, la mia anima. Strano vedersi in questo modo. Non so quando finirà. I Siriani non ci hanno detto nulla in proposito.
L’équipe medica mi ha preceduto: poco prima della “grande partenza” avrò delle visioni del passato e soprattutto del futuro. Perciò quando si verificano davvero non sono affatto sorpreso, ma mi attendevo qualcosa di meno realistico.

* * *

Hermann fa colazione in terrazza insieme a Marie quando i visitatori arrivano. È domenica pomeriggio, la giornata si annuncia dolce. Marie tiene le mani premute contro il ventre. Ogni tanto, Hermann tenta di percepire il minimo movimento di nostro figlio. La vita sembra facile e la coppia la assapora con piacere. Senza dubbio questa felicita avrebbe potuto durare più a lungo se non fosse crollata per un evento drammatico.
Alle tre del mattino, due mesi dopo la nascita, la nostra dolce, magnifica Ysa, la nostra perla, la nostra bambina è improvvisamente morta in mezzo ai suoi peluches.
La brutale scomparsa della piccola cambia completamente la vita di coppia di Hermann. Marie non riesce a riprendersi, il dramma pesa talmente che è impossibile ignorare il dolore. Maria sa che deve sopportarlo da sola, e questo malgrado l’amore e l’affetto per Hermann, perché lui non la capisce più. La tragedia è passata, lui non ignora la portata di ciò che la loro coppia ha sofferto, ma cerca di ridurla. Per lui il decesso di Ysa è una prova da superare e subito dopo lasciarsi alle spalle.
Il ricordo di mia figlia si offusca con il passare degli anni, solo la tragica memoria di saperla scomparsa rimane.
Guardo Hermann più attentamente. Come ha potuto minimizzare questo dramma? Cortocircuita la propria afflizione con un atteggiamento che vorrebbe positivo, ma si sbaglia. Cerca di confortarla dicendole deve seguire il proprio corso e Marie invece si allontana sempre più, non sopporta i suoi baci e le sue carezze. Talvolta il silenzio soffoca la coppia. La tristezza è così grande nel cuore di Marie che Hermann si scusa quasi ogni giorno. Quando fanno l’amore, tenta di mostrarsi rispettoso e domanda se non preferisca astenersene, lei risponde di no, che non la disturba continuare. Hermann vede la sua coppia disintegrarsi, il loro destino prende uno sviluppo imprevisto che non riescono più a controllare, e che osservano come spettatori.
La loro separazione si concretizza una sera dopo cena. Poche parole, l’essenziale, poi si coricano per l’ultima volta nel letto. Harmann vuole prenderle la mano, ma lei lo allontana. L’indomani mattina si alza per primo, beve un caffè, ritorna in camera per preparare le proprie cose. Inciampa in un peluche della figlia, evita di lasciarsi sommergere dall’emozione della domanda che ha eternamente in testa: perché noi?
Si rifugia con la valigia in una camera d’albergo. Le sue giornate si possono riassumere facilmente: sveglia, coso di Storia e ritorno alla camera per una cena davanti alla televisione. Le scoperte tecnologiche si fanno sempre più numerose a mano a mano che procedono gli scambi tra i Siriani e le diverse nazioni. Ogni giorno porta la sua quantità di novità. Al liceo tutti ne parlano: i colleghi, gli amici (rari) e gli allievi. Al termine del corso Stéphanie, adolescente con il seno pesante e i fianchi di vera donna, gli sussurra qualcosa facendogli scivolare nella tasca del vestito il sacchetto d’erbe commissionato il giorno prima. Lui porge alla ragazzina una copia nella quale si nasconde un biglietto da venti euro. Lei ringrazia strizzando l’occhio, Hermann risponde con un breve sorriso. Ha paura di questa ragazza, delle altri e anche di se stesso. Non sa neppure come chiamarla, questa paura. Solitudine? È senza dubbio per questo che le dà il suo numero.
La testa posata sul ventre nudo di Stéphanie, Hermann segue con gli occhi la rotondità di un seno. Cancella una traccia di sudore dissimulata in una piega. Non desidererebbe fare altro che carezzare le curve di questo corpo dalla pelle di latte. Da parte sua, la giovane è soggiogata da ciò che vede sullo schermo: ogni giorno, ambasciate di tutte le nazioni affluiscono verso il Mediterraneo, dove un’astronave gigantesca sfida le onde agitate e migliaia di imbarcazioni navigano intorno nella speranza di poter entrare in contatto con gli extraterrestri.
— Ti rendi conto, — gli dice lei, — abbiamo la possibilità di vivere una cosa come questa?
— Vivere cosa? — Domanda Hermann.
— Ma questo, — risponde Stéphanie indicando la televisione. — Sembra ci abbiano regalato il rimedio contro l'Aids.
— Dài, che bello! Potremo scopare come ci pare...
— Sei scemo...
Più mi sforzo di comprendere l’aggressività di Hermann, più la visione diventa fluida. Hermann desidera deviare il proprio dolore, negarlo se possibile. Alcol, droga, sesso procurano spossamento, talvolta un sonno senza sogni, un torpore in cui l’intelligenza sprofonda nei luoghi più nascosti, in particolare quando il corpo ha un peso immenso, al punto che le membra non possono muoversi. Ma questo genere di sogno non dura: la paura ritorna, lo fa alzare violentemente nel letto in piena notte. E, come stasera con Stéphanie, vuole che se ne vada: la sua giovinezza e il suo stupore lo disturbano, perché gli ricordano la propria sofferenza e alienazione. Lei se ne andrà come le altri e lui tornerà alla sua solitudine.
Hermann e Stéphanie non si sono accorti della comparsa, su uno dei muri della camera d’albergo, di una sala d’ospedale con monitor cardiaci, un letto e un vassoio in acciaio per pasti. Mio padre Roger, fumatore incorreggibile con un cancro in fase terminale, vive le sue ultime ore guardando la televisione. Il suo stato di salute è verificato in continuazione; un’infermiera entra nella camera, prende il braccio di mio padre per misurare la pressione. Roger la osserva e improvvisamente si vergogna della pelle flaccida. Un tempo questo braccio era pieno di vigore e di forza. Vorrebbe dirlo a questa giovane donna.
— La vita è un terribile incontro di boxe, terribile! — Dice con voce rauca.
I gesti dell’infermiera restano regolari. Roger gira la testa verso la televisione.
— Crede che potrebbero guarirmi con una delle loro macchine?
— Non so, signor Guillerdin.
Mio padre da una voglia improvvisa di aprire la mano e stringerla sul fragile polso femminile. Vuole mostrarle fino a che punto è debole, non per farle paura, ma per metterla in guardia contro la propria giovinezza così delicata.
— Si immagini su un ring con una benda sugli occhi, — dice. — I colpi arrivano ma non sa da dove. Senza regole, senza arbitro, senza giudici per dire “stop!” Così che deve incassare e dopo si corica e si raccoglie su se stessa.
L’infermiera arretra e guarda mio padre. — Non so cosa dirle, — risponde con dolore.
— Dunque non dica niente, non è grave.
Mi avvicino a mio padre. Gli mormoro all’orecchio che la giovane non dovrebbe rifiutare l’appuntamento di stasera. Non leggo dentro di lei, ma ancora meno distinguo il viso dell’uomo dietro la porta, attento alle parole scambiate qui dentro, ai gesti misurati.
— È nubile?
— Signor Guillerdin...
— Bisogna approfittare della vita, signorina. Forse c’è un ragazzo fuori della porta che aspetta di proporle un aperitivo... Basta una volta!
— Ne ha di queste battute di spirito!
Roger vorrebbe rivedere suo figlio. Per un istante ha creduto che Hermann fosse accanto a lui, per sgocciolargli strani consigli nell’orecchio. Roger pensa a questa coppia piena di vita che senza dubbio finirà per amarsi grazie a quello che lui ha appena detto. Si sente improvvisamente solo e vecchio. Quanti amori mancati e amicizie dissolte sono scomparsi da questo ring oscuro?
L’attenzione del vecchio torna alla televisione. Un’emittente annuncia in continuo le evoluzioni e i cambiamenti in tutto il mondo, i conflitti che nascono nel Mediterraneo, i progressi nella medicina; lui si domanda cosa potrebbe fare se fosse di nuovo in salute.
E io? Cosa possono fare per me, questi visitatori carichi di promesse? Darmi un’altra vita? Roger si ricrede, è troppo affaticato moralmente, vivere una seconda esistenza non sarebbe la soluzione migliore.
Nella stanza si formano delle ombre. Sono i miei nonni scomparsi da tempo, e anche mamma. Un’emozione molto forte scuote il corpo di mio padre. Le lacrime appaiono, e scivolano sulle guance. Chiude forte gli occhi quando lei gli dice che lo ama, e le tende la mano. Papà gira la testa verso di me e sorride. Gli carezzo la fronte e lo abbraccio teneramente prima di andarmene.
Al momento della mia partenza, il suono continuo del monitor cardiaco riempie la camera.

* * *

Mi allontano sempre più veloce.
In un edificio di Nogent sur Marne, un appartamento abitato da famiglie africane è in fiamme. Lo stretto androne impedisce a tutti di scendere e i numerosi pompieri non possono raggiungere l’ultima stanza all’altra estremità della costruzione. Si nasconde dietro una porta deformata dal calore. La maniglia è così rovente che il bambino non può afferrarla. Rimane sdraiato in terra come gli hanno insegnato a scuola. Si dice che presto verranno a cercarlo. Il fumo e i gas tossici scivolano verso il ragazzino, si introducono nei polmoni. Tossisce e piange. Voglio afferrarlo tra le braccia, allontanarlo da questo inferno, ma non ci riesco.
— Mammaaa! — Grida. — MAMMAAA.
Serro gli occhi quando il bambino non si muove più. Il silenzio risuona improvviso nella stanzetta.

* * *

Mi allontano ancora.
Davanti a uno dei figli, un uomo picchia la moglie che cade per terra e non si rialza. Il piccolo carezza la fronte insanguinata della madre e piange. Il padre se ne va nell’altra stanza a guardare una partita di calcio.
Una creatura diafana attende all’altra estremità della cucina. I suoi lineamenti mi risultano sconosciuti e al tempo stesso vagamente familiari. Tende la mano verso la donna in terra. In preda alla collera, mi inserisco tra la creatura d’ombra e la madre senza conoscenza. Leggo la sorpresa sul volto dell’apparizione.
— Lei non può... — balbetta.
— Non posso cosa?
— Impedirle di venire.
Guardo il bambino con le mani coperte di sangue e la faccia imbrattata di lacrime. So in anticipo che non posso salvare sua madre, ma forse aiutare il piccolo nelle sue scelte. Gli mormoro all’orecchio di afferrare il telefono, di chiamare i soccorsi. Il ragazzino sussulta, si asciuga le lacrime e si precipita verso l’apparecchio telefonico.
— È fuori dalle regole! Dice ancora la voce.
— Vattene!
L’ombra scuote il capo e se ne va con gravità.

* * *

Il Mediterraneo mi attira.
Attraverso città e regioni.
A mano a mano che mi avvicino, percepisco la presenza di milioni d’altri che convergono verso l’astronave di Sirio. Le distanze non contano nulla, neppure il tempo.
Mai avrei immaginato di trovarmi così vicino a questa macchina. Le catene televisive trasmettono ogni giorno immagini satellitari, vista dallo spazio è una testa di spillo dai riflessi cangianti sulla sfera terrestre.
Dall’altezza di un chilometro, il manufatto è una gigantesca cupola marezzata dai colori mutevoli, come di mercurio. Imperturbabile in mezzo alle onde spinte da venti violenti, la base poggia su imponenti pietre vulcaniche. Lampi rossi rischiarano crepe dentellate. È una città strappata al suolo, le fondamenta trasportano frammenti di lava fusa.
L’immenso insieme forma un anello colossale. L’istante zero nel corso del quale milioni di esseri come me partiranno è imminente.
Penso a quel bambino prigioniero delle fiamme, la cui immagine perseguiterà tutta la vita del pompiere entrato a cercarlo. Penso a quel bambino che, dopo avere salvato sua madre, passerà la vita a tentare di proteggere quelle degli altri. Penso a mio padre al quale ho potuto a malapena dire addio. Penso amia figlia Ysa che mi manca. Penso a ciò che può sconvolgerci senza che si possa comprendere e che contiene la domanda di sempre, “Perché?”
Questo viaggio non sarà ciò che potremmo attenderci, terre e pianeti stranieri e lontani, l’esplorazione dell’universo sconosciuto e di una conoscenza prossima alla magia. Prima di partire dobbiamo essere pronti, ma forse non è ancora il caso dell’umanità, a meno che non ci abbiano dimenticati.
Cosa occorre per attirare l’attenzione?
Infrangere le regole.
I Siriani hanno la tecnologia e la potenza, noi abbiamo l’immaginazione. Mi tornano in mente vecchi insegnamenti. Dall’ipotesi nasce l’esperienza, diceva Konrad Lorentz, e la storia dell’umanità passa attraverso un susseguirsi di esperienze scaturite da ipotesi. Come per la nascita dell’universo, sono certo che all’origine c’è qualcosa, qualcosa che si può chiamare Dio, ipotesi tra tante altre. Sul nostro pianeta avanziamo a tentoni, da milioni d’anni facciamo esperimenti senza altro risultato che l’errore. Non voglio Biasimare nessuno. Avendo tempo, si dice che una scimmia può imparare a suonare Beethoven. A ogni svolta della storia si ha una fattura, un avvenimento così intenso da rompere i ricordi e forse anche altro.
Senza dubbio è per questo che siamo tutti qui adesso. In questo momento zero, abbiamo la possibilità di provocare questa frattura e dare un senso alla nostra esistenza.
È quello cui aspiro, trovare un senso alla vita.
È tempo di partire, mormora una voce femminile, leggermente grave.
Alzo la testa e mi rendo conto che mi trova fra gli ultimi. Entro una manciata di secondi sarò solo. Ho il desiderio improvviso di comprendere la ragione di questo, le visioni, la mia presenza qui.
Intorno a me, migliaia di altri esseri eterei avanzano verso il manufatto. Alcuni rallentano, impegnati in conversazione con qualcosa o qualcuno, varcano convinti l’ultima soglia per scomparire nell’enorme cupola dall’aspetto di metallo liquido.
— Perché lo fate? Perché sono così persuaso che la mia partenza sarà utile per me e anche per gli altri?
Abbiamo delle stime, dei calcoli così precisi da surclassare la comprensione umana.
— Ma manca qualcosa, non è vero? Il fattore X che vi sfugge e del quale avete bisogno per sapere se le vostre valutazioni sono esatte.
No, è la vostra capacità di smarrirvi che ci ha portati a scegliere la razza umana fra le altre dell’universo.
— Smarrirci? Siamo a un punto tale da giustificare le vostre esperienze, le vostre previsioni? Siamo così incapaci da darvi il diritto di prendere decisioni al nostro posto?
Sì.
— A ogni errore umano, centinaia di interventi per correggerlo.
È insufficiente e non permette di rivedere i nostri obiettivi.
— Di conseguenza ammettete che la nostra presenza rappresenta un’incognita, che non avete tutto sotto controllo, i vostri obiettivi ancora meno. Una volta a bordo della vostra macchina, dove andremo? A testimoniare l’indifferenza di colui che chiamate Dio.
— Mi parlate di indifferenza, ma cosa fate per coloro che si spengono in solitudine? Nulla. Ho accettato di essere qui, come milioni d’altri. I giornalisti vi seguono notte e giorno, telecamere alla mano o via satellite. Tutto il pianeta sa che siete qui. Nel frattempo c’è gente che muore per incendi o incidenti. È la vostra indifferenza che vi blocca, siete incapaci di affrontarla.
Non possiamo assumere la responsabilità delle vostre morti.
— Ma questo non vi distrae dal chiedere l’intervento di milioni di persone per risvegliare Dio. Ditemi che tutto questo non è che una fantasia, un incubo che potrò dimenticare.
Non è una fantasia. Andiamo, dobbiamo partire.
— Io non voglio più partire.
L’astronave diviene silenziosa. Le onde il vento non fanno più rumore. I movimenti rallentano. Il tempo riprende il suo ritmo. Davanti a me, le nuvole di vapore circondano il manufatto e sfere luminose scintillano prima di sparire. Una pioggia fine cade sul mare.
Lo choc delle gocce sul mio corpo aumenta, si trasforma in pressioni multiple. La mia pelle trasmette onde di dolore così intense da diventare insopportabili.
— Non si muova, signor Guillerdin, soprattutto non si muova! Mi ascolti, altrimenti rischia di ferirsi.
Schegge infiammate in ogni poro della mia pelle.
Mal di testa. Luce che ferisce. Articolazioni arrugginite.
Uomini in tenuta medica slacciano le cinghie che trattengono le mie membra. Mani mi sollevano e mi aiutano a sedere. Afferro un bicchiere offerto da una donna, bevo con piacere. L’acqua mi riempie la bocca, mi inonda la gola gonfia e secca. Emetto un sospiro di disagio.
— Come si sente? — Domanda la donna.
— Mi avete rivoltato come un calzino, no?
— Più o meno.
Deglutisco, inghiotto un’altra sorsata, poso il bicchiere fresco sulla fronte. Ho appena coscienza della mia nudità e della gente che si affanna intorno a me. Penso a quello che ho vissuto e ho l’impressione di perdere terreno. Le lacrime scorrono, non riesco a trattenerle.
— Lo stress post-traumatico del viaggio scomparirà tra un istante, — prosegue il medico. — È uno degli stadi da superare, ma non sarà lunga.
— Credevo di non essermi mosso.
— Sta per ricordare un certo numero di cose. In particolare, la ragione per cui si trova qui.
Mentre un infermiere mi fornisce una tuta di ricambio blu, la donna si siede al mio fianco. Il suo atteggiamento si modifica sensibilmente.
— Si ricorda perché si trova qui, signor Guillerdin?
— L’esperienza. La seconda possibilità.
Lei annuisce. — Molte persone desiderano che la loro vita prenda una direzione differente. Sperano, un giorno, di cambiarne il corso. Oggi ciò è possibile grazie a questa installazione. Si può esplorare l'avvenire, accettare certi percorsi e rifiutarne altri. La scelta sta a voi. Noi mettiamo a disposizione i mezzi, voi fate il resto.
— Era così reale. Com’è possibile...
— ...Che fosse vero? Il suo corpo è rimasto qui, ma la sua mente ha preso uno slancio sufficiente per andare più lontano. Secondo i nostri calcoli, il suo viaggio non è durato che un minuto.
— Ho visto gente entrare in quel vascello.
— Un modo per rappresentare la morte di quelle persone.
— Credevo che avessi la possibilità di seguirle.
— L’aveva, ma ha preferito ritornare.
— Non ne sono sicuro. Mia figlia e mia moglie, senza parlare di mio padre che è morto.
— Signor Guillerdin, quando è arrivato qui stamattina ha compilato un questionario. Lei non è sposato, non ha figli e... Attenda un minuto...
— La praticante diteggia su una console olografica, sposta dei documenti con un gesto della mano. Un dossier emerge in primo piano. L’immagine si ingrandisce. C’è la mia foto, la mia impronta genetica. Il medico preme un link. La scheda di mio padre appare davanti alla mia.
— Suo padre è attualmente in cura in un’unità di trattamento oncologico. Sono felice di farle sapere che non è morto. È un caso grave, ma...
È vivo. Realizzo appena quello che mi ha detto. Giro la testa per distinguere la flebile luce del giorno e la fine di un acquazzone. Oltre gli alberi del parco del complesso ospedaliero, immagino le vie e le strade che portano al mare, a quei momenti passati con mio padre. Mi teneva la mano, camminavamo nell’acqua schiumosa di alghe.
Più tardi, la sera, mi autorizzano a salire nel reparto malattie gravi. Il poli-pilota mi guida lungo i corridoi. Preso nei miei pensieri, quasi spingo in terra una donna. È solo mentre mi profondo in scuse che la riconosco. Marie. La mia futura compagna e madre di nostra figlia.
I miei occhi si attardano sul suo viso. Il ricordo dei drammi futuri mi assale, in particolare quello terribile della bambina. Le lascio andare la mano prima di darle la schiena. Sento un’imprecazione mentre mi allontano. Non dobbiamo assolutamente conoscerci. Questo nostro primo contatto non deve avere un seguito, per il nostro bene.
Sono diviso tra delusione e sollievo. Delusione di vedere che un pezzo della mia vita futura scompare nell’ombra di un corridoio. Sollievo perché so che un nuovo avvenire si avvicina.
Quando il poli-pilota mi segnala che siamo arrivati a destinazione. Il mio cuore batte selvaggiamente. Attendo dietro la porta. Un’infermiera prende la pressione al mio vecchio padre, che guarda la televisione. Vedo il suo sguardo triste mentre lo sento parlare di boxe. L’infermiera lo aiuta a alzarsi nel letto, apre le tende e la finestra per dare aria alla stanza. Mi vede e dice qualcosa a mio pare. Il suo sguardo si volta su di me. Sorride.
— Entra! Figlio, entra!
Abbraccio mio padre senza dire una parola. Mi prende la mano. Il polso è fermo e la pelle morbida, come nei miei ricordi di bambino. Ricambio la sua stretta.
— Ho sognato questo momento, figlio. Non ti immagini quanto mi sei mancato.
— Anche a me, papà, ma adesso sono qui.
Silenzio. Ci guardiamo, incerti da dove cominciare.
— Sei sempre single? Te lo dico perché è single anche quella ragazza che hai appena visto. E non è male. Chissà che non ci sia una possibilità. Perché sai, figlio, la vita è come un ring: quando non hai nessuno che ti alleni, puoi finire in fretta per terra senza sollevarti più...


Traduzione di Franco Ricciardiello



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