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La Guerra delle Rose

Inserito Martedì 25 maggio 2004

Narrativa un racconto di Karen Joy Fowler


Non ho mai pensato al mio villaggio come a un posto fiorito. Si trattava di case, costruite piuttosto strette, con campi e orti riservati a colture pratiche da potersi mangiare, vendere o intrecciare a vestiti. Queste colture hanno i loro fiori, naturalmente. Noi non li usavamo e così non li notavo. E ci dovevano essere i fiori selvatici. Da qualche parte nei ricordi c'è il gusto amaro del faugello, le succhiate dal trifoglio. Come posso saperle queste cose? Sono erbacce. Il nemico. Ce ne sbarazzavamo prima che riuscissero ad arrivare a fiorire.
Illustrazione di Alessandro BaniSarò onesta con me stessa. Ho fatto del mio meglio. Non ho mai pensato di essere stata scelta per condurre l'assalto alla corporazione della rosa grazie a qualche merito particolare. Non ero una lince ed ero un capo poco deciso. Credo mi avessero raccomandato due qualità presso il comitato. La prima è stata la mia età. Avevo sedici anni, nata dopo la rivoluzione, e per questo politicamente più corretta di qualcuno più anziano che avrebbe avuto molto da disimparare nella vita. La seconda è stata la mia sacrificabilità. Non che l'assalto fosse considerato pericoloso. I fucili erano solo per mostra; sapevamo che la corporazione della rosa non avrebbe avuto armi. Ma il quadro temporale era incerto. Poteva occorrere un mese. Potevano occorrere sei mesi. Non avevo iniziato nessun corso specializzato. Non ero pronta a fare un figlio. Per quanto fossi stata via, non sarei mancata a nessuno. Anche quelli che mi accompagnavano erano essenzialmente inutili.
Pensai che Silas fosse troppo vecchio per fare il viaggio, anche se era stato scelto come guida. Ci traghettarono al di là del fiume e poi Silas ci condusse lungo il nostro versante della Montagna del Dormiente. Anni fa' aveva fatto questa strada in senso inverso perchè si trovava oltre confine quando la rivoluzione aveva richiamato a casa i propri figli. Era passato per la corporazione delle rose ("e i graticci sotto ai tetti", aveva detto) in una vallata che ci veniva nascosta dalla montagna. Quando lo aveva raccontato ai nostri nuovi capi, in molti avrebbero voluto cercare immediatamente la corporazione della rosa, arrabbiati per il fatto che sfuggivano alla rivoluzione, rubando al popolo tempo e lavoro. Invece il comitato aveva votato per la chiusura dei confini. Dimenticateli, dissero al comitato. Li cercheremo quando avremo bisogno di rose. Divenne il nostro modo di dire per un tempo che non verrà mai. "Quando avremo bisogno di rose...".
Passai i primi giorni del viaggio a guardarmi i piedi, cercando di metterli dove Silas aveva messo i suoi. Il terreno era duro: la terra si opponeva a noi. Anche se eravamo abituati a faticare, questo tipo di fatica era nuova. In un viaggio lungo (diciamo, dal mio villaggio a quello vicino) la fatica si poteva conquistare con una specie di noncuranza. Dimenticavi te stesso, diventavi la camminata, diventavi un piede davanti l'altro. Qui non c'era sentiero. Ogni passo richiedeva una decisione. Le cinghie dello zaino segavano due linee parallele di pelle rossa sulle spalle e desideravo tanto alleggerirmi di quel fucile ridicolo. Eppure nessuno di noi si lamentava. Non certo Ruben, che a tredici anni era il più giovane. Non certo Angela, una vedova senza figli di quarantatrè anni. Non certo Silas, che si muoveva sempre più qentamente lungo la collina. Ne tantomeno io. Ero orgogliosa di noi tutti. Siamo gli uomini e le donne nuovi, il fiore della rivoluzione. Portavamo i nostri fucili e le nostre richieste contro la corporazione della rosa, contro delle persone che avevano preferito, invece di mettere a frutto la propria abilità, di allevare rose quando i bambini attorno a loro soffrivano la fame. Non potevo neppure immaginare una tale depravazione.
In seguito riuscii a guardare in alto e intorno a me, alla zona che stavamo attraversando. Non avevo mai visto delle zone incolte e come il progredire di Silas si faceva sempre più penosamente lento, potevo comprendere gli alberi, le piante che crescevano nella loro ombra interminabile, l'acqua che scorreva bianca, trovando sempre la strada più facile lungo la collina. C'era un silenzio speciale, al di là dei nostri passi, al di là del rumore dell'acqua, un omaggio della foresta nei nostri confronti, gli intrusi. E alla fine, dopo molti giorni, ci fermammo a guardare giù ai tetti della corporazione della rosa e anche i tetti avevano sopra dei giardini.
Mi sembrava di poter saltare da qui a là, invece ci vollero altri due giorni per raggiungere la corporazione. Passammo l'ultima notte in un campo e ci svegliammo per trovare un branco di cervi che brucava l'erba in mezzo a noi. I cervi erano coscienti della nostra presenza, ma stranamente non avevano paura. Forse quelli della corporazione vengono spesso in questo campo, pensai. Forse la gente non era così insolita qui. "Mi chiedo se dovremo mai mangiare carne," chiese in modo quieto Angela. Fu l'unico riferimento di cui mi ricordi alla paura che aveva fatto scattare l'assalto. Poi Ruben si girò verso il fucile, prese la mira. Il proiettile entrò nel petto del cervo che divenne rosso. Le zampe sottili si piegarono. Vidi gli occhi, sbarrati e sorpresi, che si offuscavano prima di riuscire a comprendere. Il resto del branco scomparve.
Ero arrabbiata. "Perchè l'hai fatto?" domandai. "Uccidere senza motivo. "E tutta la vallata avrà udito."
"Facciamoglielo sentire," disse Ruben. "Facciamogli sapere che tipo di gente sta arrivando ora. Facciamogli passare la giornata ad aspettare gente coi fucili."
"Deciderò io a cosa sparare e quando," gli dissi, e lui non mi guardò in faccia, ne' mi dette risposta. I miei occhi andarono al di là di lui, su Angela, e mi ricordai delle parole di lei. Era difficile guardare all'animale morto, l'adesione compatta della carne con l'osso, e pensarlo come cibo. Faceva male a provarci. Ce ne allontanammo per mangiare la nostra solita colazione di cereali e caffè. Nessuno parlò a Ruben. Dovetti farmi forza per masticare, farmi forza per inghiottire. L'uccisione mi aveva, alla fine, svegliata alla realtà dell'assalto. Non che avrei sparato a qualcuno. Piuttosto avrei dovuto minacciare con convinzione. Mi chiesi per la prima volta se ci sarei riuscita.
Verso la fine di quel pomeriggio ci fermammo fuori dei cancelli della corporazione, vecchi cancelli di ferro che esaminai con soggezione. Dovevano essere stati portati qua. Qualcuno aveva fatto la nostra stessa strada, ma si era accollato queste enormi griglie. Me li figurai, piegati come una dozzina di tartarughe sotto un unico guscio, il cancello sulle spalle, che procedevano con cautela per la Montagna del Dormiente. Ma sapevo che il quadro era sbagliato. Nessuno avrebbe potuto farlo. Ci deve essere stata un'altra via. Silas si sporse attraverso le sbarre per aprire il cancello dall'interno. Si aprì ed entrammo.
All'esterno i muri erano spogli. Dentro, apparvero poco più che scuse per i graticci che vi erano stati legati per tutta la loro lunghezza. Alla base di ogni graticciata c'era il tronco tozzo e potato in modo austero di un cespuglio di rose, niente fiori, solo un nodo di legno vecchio e spine. Di fronte a noi c'era la casa della corporazione. Non so cosa mi fossi aspettata. Forse l'opulenza della corruzione. Invece la casa della corporazione appariva molto simile alle nostre costruzioni, semplice, spoglia, anche se molto più larga. Scoprimmo poi che quello che inizialmente avevamo assunto come un insieme di piccole costruzioni era, di fatto, un'ampia sala. La casa della corporazione era costruita in una piazza attorno a un cortile interno e vi viveva l'intera corporazione.
Un uomo venne alla porta centrale e gridò verso di noi, parole rituali di saluto, tanto antiche che il loro significato, per me, era andato perduto. I vestiti, di taglia e misura abbondanti e volti all'utilita', erano tinti di un porpora che si vede solo nei tramonti. Ero cosciente di Ruben che stava sollevando il fucile accanto a me e gli afferrai il braccio in modo abbastanza deciso per comunicargli un messaggio di dissuasione.
"Siamo i rappresentati della rivoluzione del popolo," dissi. "Vorremmo fare una proposta alla corporazione della rosa."
"Allora entrate," rispose l'uomo, ma Silas, Angela, Ruben ed io ci impaurimmo all'istante e senza motivo. O forse dovrei parlare solo delle mie sensazioni. In viaggio, essere un capo sembrava voler dire che gli altri avrebbero fatto come avrei chiesto. Avevo sedici anni. Non avevo nessun senso della responsabilità del capo per quelli che seguono, non avevo fatto niente per ottenere la loro lealtà e il loro rispetto. Non avevo bisogno di nessuno dei due, poichè il comitato li aveva entrambi. Ora vedevo le decisioni che si presentavano di fronte a me e quanto dipendesse dal prenderle correttamente. Spettava a me portare a casa la corporazione della rosa e sapevo che non sarebbero venuti volentieri. Così me ne stavo ferma appena dopo il cancello e l'incertezza per questa prima decisione quasi mi soffocava. Dovevamo entrare nella casa della corporazione? Poteva essere una trappola? Sarebbe apparso sciocco e da codardi se avessi rifiutato d'entrare? Dovevo mandare Silas davanti a me?
Sollevai gli occhi per esaminare di nuovo l'uomo. Giudicai che avesse circa venticinque anni. Vecchio, mi sembrò allora. La sua posa era rilassata, aspettava con una pazienza apparentemente infinita la mia risposta. "Andremo io e Ruben," dissi a Silas. "Tu e Angela aspetterete al cancello," Tenevo ancora il braccio di Ruben, ora lo spinsi avanti con me. L'uomo rimase di lato, costringendoci a precederlo attraverso la porta. Si chiuse dietro a noi. Ci trovammo al centro d'un salone. Respirai l'odore pulito di legno della foresta. In faccia a noi c'era una seconda porta che l'uomo indicò tendendo la mano. "Andate in giardino," disse. "Vi porto il caffè, anche a quelli che hanno scelto di restare fuori."
Nei miei sogni ci sono ancora delle volte in cui mi trovo a fronteggiare delle porte. Ne apro una, e ce ne' un'altra dietro, e un'altra dietro a questa, e devo farmi forza per continuare ad aprirle, cosciente per tutto il tempo del fatto che mi sto avvicinando a qualcosa che non vorrei scoprire. La mia incertezza mi fece esplodere con Ruben. "Fai esattamente come ti dico," dissi, "e niente che non ti abbia detto. Se ci hanno preparato una trappola è perchè ci stavano aspettando, e se ci stavano aspettando è perchè hanno sentito il tuo stupido sparo stamattina."
Ruben non mostrò alcun segno di rimorso. "La corporazione della rosa proibisce l'uso della coercizione," disse. "Il comitato non te l'ha detto? Per centinaia d'anni le loro leggi sono state sempre le stesse."
"Lo so," risposi con durezza. "Pensi che il comitato mi avrebbe scelta per comandare e poi avrebbe informato te in modo più accurato? Non essere così stupido." Lo scambio mi lasciò ancora più insicura. Se non potevo convincere Ruben riguardo alla mia autorità, che speranze potevo avere di persuadere la corporazione? Aprii la porta ed entrai nel giardino. Lo feci per mostrare a Ruben che potevo farlo.
Giardino è una parola che usiamo anche noi, ma mai per descrivere un posto come questo cortile. Era freddo, rigido quanto qualsiasi altro posto in cui eravamo stati sulla montagna, eppure le rose fiorivano intorno a noi, profumavano l'aria, spargevano petali delicati come neve sul terreno. Rose nere, rose sanguigne, rose blu. Una donna quasi della mia stessa età e simile a me sotto altri aspetti, capelli scuri e occhi grigi, era in ginocchio accanto ai fiori neri con un paio di cesoie. Si sollevò ad un altezza leggermente superiore alla mia. Il suo viso non mi dette il benvenuto. "Potete sedervi laggiù. Fece un gesto con le forbici verso un'alcova protetta con un piccolo tavolo e quattro sedie. Con mia sorpresa stavamo abbastanza caldi. Il sole era brillante e il cortile faceva passare pochissimo vento. Osservai di nuovo le rose, notandone le differenze: bocci grossi e sparsi, fiori piccoli e perfetti, alberi di rose, rose rampicanti, rose a stelo lungo. E le loro somiglianze: la rigogliosità e la salute delle piante, il coraggio a sbocciare in pieno inverno. Non avevo mai dubitato del comitato, eppure per la prima volta iniziai a credere che l'aiuto di cui avevamo bisogno era qua.
Arrivò il caffè. L'uomo che lo portava era abbastanza simile alla donna da poter essere il fratello. Lo ringraziai, ma ci lasciò senza dire parola. Bevendo provai calore e conforto dalla bellezza attorno a me. E poi mi sentii arrabbiata, perchè nessuno veniva a parlare con noi e ci facevano aspettare come postulanti invece di soldati della rivoluzione ed ancora una volta mi convinsi che mi stavo comportando in modo sbagliato.
Chiamai la donna che aveva continuato a potare, raccogliendo in un cesto i boccioli colpiti, esaminando ogni foglia in cerca di qualcosa che non trovava. "Non ho più voglia d'aspettare," dissi e feci scorrere il fucile bene in vista. Aprì le lame delle cesoie su una rosa rampicante blu, facendo una linea rigida con la bocca, le labbra unite. Potevo vedere lo sforzo che ci voleva, ma rispose garbatamente.
"Non c'è nessuno, ora, che sia libero per parlare con voi. La corporazione è al lavoro. Vi abbiamo sistemato nel modo più comodo possibile... se i vostri amici fuori stanno meno comodi non è perchè abbiamo mancato la cortesia di invitarli ad entrare. Il nonno ha lezione. Fra un'ora, forse di più se ci saranno domande, verrà a parlare con voi." Tornò al suo rampicante e alle lame che aveva spalancato prima di parlare, chiuse ora su uno stelo in boccio.
Rimasi in piedi, arrabbiata per la risposta e imbarazzata di fronte a Ruben. Ma lasciai che il fucile mi ciondolasse inerte al fianco. Se lo avessi usato ora, solo per iniziare il colloquio, cosa mi sarebbe rimasto per fare delle minacce in seguito? "Vai a prendere tuo nonno," dissi e provai a far intendere col mio tono che non mi aspettavo nessuna discussione.
Mi guardò per un lungo momento, poi lasciò andare le cesoie nel cesto delle potature. "Molto bene," disse in modo risoluto e sparì attraverso una porta alla nostra sinistra. Tornò dietro a un vecchio, tutto calvo ma con la barba bianca sul viso, perfino più vecchio di Silas. Gli indumenti erano d'un giallo pallido.
Si mise a sedere al nostro tavolo e ci guardò in viso apparentemente senza fare caso ai fucili. "Fa piacere vedere bambini che vengono da casa," disse, quasi come se lo credesse.
"Non siamo bambini," gli dissi, cercando di non parlare come se lo fossimo. Ne' maldestra, ne' impaurita. Divertita, come dovrebbe essere divertita una persona adulta da una battuta che ha capito, ma che non si aspetta che lo faccia qualcun'altro. "Siamo i figli della rivoluzione del popolo. La vostra casa non esiste più siamo tutti uomini e donne nuovi, là."
Ora era il suo turno ad essere divertito. "Sì?" domandò e finalmente gettò un'occhiata ai nostri fucili. "Quanto sembrate uguali agli uomini e alle donne vecchi!" Fece alla ragazza cenno di continuare il lavoro, accettò il caffè dal giovanotto che era apparso, glielo aveva servito ed era scomparso. "Una bella giornata," disse prendendone un sorso. "Nel giardino, primavera; fuori, l'autunno che scivola verso l'inverno. Un tempo insolito per una passeggiata attraverso le montagne. Perchè siete venuti?"
Guardai nelle nuvole nere del caffè della tazza. Il sole gli conferiva una superficie perlacea; molti colori vi galleggiavano sopra. Cercai di strutturare la risposta con la combinazione giusta di forza e di appello. "La rivoluzione è stata messa in pericolo da perdite delle colture," gli dissi. "Il frumento è marcito alla radice e non ha prodotto nulla da poter mangiare o piantare. I nuovi semi avvizziscono prima di metterli in terra."
"Tutti i ceppi sono affetti allo stesso modo?" chiese con interesse. "In tutti i terreni?"
"C'è solo un frumento. Una qualità ad alta resa creata per la rivoluzione. Nel primo anno ha triplicato il nostro raccolto. Questa eccedenza è tutto quello che ora ci permette di non morire di fame."
Il vecchio poggiò i gomiti sul tavolo, stringendo le palme delle mani assieme in preghiera. "Tutti i campi dedicati ad un unico frumento? E' stato un grosso rischio. Questo si doveva sapere."
"Avevamo bisogno di raccogliere il massimo. La rivoluzione è circondata dai nemici. Ed è ancora così giovane..." Frenai le parole, pentendomi all'istante di aver fatto apparire la rivoluzione debole e insicura. Alle parole 'così giovane' gli occhi dell'uomo si erano posati su di me.
"La vostra rivoluzione è condannata," disse dolcemente. "La corporazione della rosa è sopravvissuta a molte carestie. I governi non ci riescono mai."
Il tono era comprensivo, le parole erano imperdonabili. La mia voce salì divenendo più adolescente e più acuta. "La rivoluzione non è un governo. La rivoluzione siamo noi. Siamo assolutamente onesti. Se dici che la rivoluzione è condannata, dici che la gente è condannata. In altre tre stagioni l'eccedenza sarà finita. Se non possiamo arrivare ad un raccolto inizieremo a patire la fame. Per primi moriranno i bambini, con le ossa che sporgono fuori dalla pelle. Ci mangeremo i cani e poi le mucche, ma moriremo comunque. A meno che non ci aiutiate. Il comitato crede che ne siate capaci. Dicono che possiamo piantare subito, che potete far spuntare la roba nella neve." Guardai attorno al posto lussureggiante che mi circondava. "Dicono che potete raggiungere l'interno stesso del seme, per cambiare la forma del fusto, il colore del fiore." Mi allungai attraverso il tavolo per guardarlo direttamente negli occhi cerchiati di rosso. "E' vero?"
Incontrò il mio sguardo. "C'è del vero in tutto ciò, ma non vi sarà d'aiuto. La resistenza si aumenta con l'ibridazione, occorrono generazioni. Quelli che hanno creato il vostro frumento dovevano saperlo. Si modificano poche piante per volta, incrociandole o clonandole. Dopo mesi di lavoro hai una dozzina di pianticelle. Ma tu stai parlando di un raccolto completo. E' impossibile."
"No," gli dissi. "Aiuteranno tutti quanti. Non può essere impossibile. La rivoluzione è ricca di persone e tutte lavoreranno come se ne andasse della loro vita." Non rispose e mi permisi di sperare che lo stavo persuadendo. "Non sono un agricoltore. Quelli impegnati in questo lavoro sono rimasti, hanno iniziato senza di noi. Possono spiegare il problema meglio di me; possono perfezionare la soluzione. Chiediamo il vostro aiuto," poggiai delicatamente il fucile sul tavolo tra di noi, "ma non posso permettere il tuo rifiuto." Un errore. Un errore. Si passò le mani sul viso, i polsini gialli calarono giù mostrando le ossa dei polsi. Aveva le mani da giardiniere, forti, grosse alle nocche, anche se vecchie e venate eccessivamente.
La voce gli si fece dura. "Nella storia della corporazione," disse scoprendo gli occhi, "non sei la prima a fare questa... richiesta. Mi voglio sbilanciare a dire che non sei la seconda. Sopravviviamo a voi, anche se la nostra risposta è sempre la stessa. Noi siamo la corporazione della rosa. Il nostro mestiere è rappresentato dalle rose. La vostra carestia è compito di qualcun'altro."
"Moriranno delle persone." Ero stata preparata a questa sua risposta, eppure non potevo credere di averla udita. "Le rose sono più importanti delle persone?"
"Non è una risposta a cui posso rispondere io. Importanti per chi? Importanti per cosa? Ci dispiace veramente molto per le morti." La voce era sincera. Questa sincerità era la parte più perfida di tutto. mi dette forza per quello che doveva seguire. Vidi la mano di Ruben che si muoveva verso il calcio del fucile e mi allungai per fermarla. Poi mi raddrizzai sollevando il mio fucile e guardai attraverso il mirino alla tunica blu della ragazza. Mi voltava le spalle allungandosi verso l'albero delle rose nere. Scelsi un quadrato di materiale blu proprio sotto il colletto. Non sarei mai riuscita a coglierlo a questa distanza. Ma chi lo sapeva?
"Molto spiacevoli" acconsentii, "le morti di quelli che non si conoscono e che non si ha il bisogno di incontrare. Ma la morte di qualcuno che ti è vicino... questo è qualcosa di più spiacevole." Sentii il vecchio che posava la tazzina sul piattino. La porcellana risuonò al contatto. Mi dissi che le mani gli stavano tremando. "La ucciderò," dissi in modo quieto. "O verrete con me."
Alzò la voce per raggiungere le orecchie della ragazza. "Anna? Piccolo fiore mio!"
"Sì, nonno."
"Devi prepararti a morire." La donna si volse. La macchia di blu turbinò alla mia vista, rimpiazzata da molti colori in movimento. Guardai su ai suoi occhi, scuri e allarmati. Non si miglioravano le cose a guardarli.
"Sul serio?" disse e la voce era acuta e tremante.
"Sì," le rispose lui gentilmente.
"Ora non sto parlando," dissi forte, "al vecchio la cui vita è quasi finita. Parlo alla giovane donna. Se verrai con noi per aiutarci, salverai molti dalle sofferenze e dalla morte. Se non verrai ti ucciderò. E' proprio una scelta difficile da fare?"
Non guardava me. Le lacrime le si raccoglievano negli occhi e scivolavano via; alzò la mano, ma non per asciugarle. Guardò semplicemente al viso del vecchio.
"Sul serio?" chiese di nuovo.
"Sì," le rispose.
b "Come morirò nonno?" Era molto impaurita. Non potevo sopportare di sentire la sua voce. Avrei potuto spararle solo per farla star zitta, pensai, anche se sapevo che non avrei potuto farlo. Ma per la rivoluzione? Per i miei amici? Per me?
"Velocemente," rispose il vecchio. "Coraggiosamente. Ti seguiremo tutti presto."
I minuti passavano lenti. Ruben si spostò nel suo posto accanto a me. "Vai nella tua camera, Anna," disse il vecchio. "lascia il cesto. Non morirai oggi, dopotutto." Anna si diresse lentamente alla porta più vicina, passo dopo passo, impaurita. La porta le si chiuse dietro. Il mio fucile aveva seguito il suo passo, vide la porta che si chiudeva. Lo abbassai.
Ora avevo fallito. Provai a chiudere la mente alle conseguenze del mio fallimento, cercando un pensiero per renderlo non importante. "La rivoluzione manderà qualcun altro. Se non c'è altro modo di risolvere la questione, dovranno farlo. Ho fallito perchè non avete creduto in me."
"E se avessimo creduto in te," la voce del vecchio era allegra, naturale, "la nostra risposta sarebbe stata la stessa. Credevi nel potere del tuo fucile, è stato questo il tuo errore. E' proprio per evitare questo tipo di inganno che la corporazione proibisce le armi. La coercizione è la manifestazione più debole del potere. E' molto meglio la persuasione. E più efficace di tutto è l'autorità che crea la lealtà. Altri nella corporazione potrebbero ascoltarti. Potrebbero perfino essere d'accordo con te. Eppure morirebbero anch'essi se glielo ordinassi. Solo io ho potere qui."
"Dunque, sei tu quello che dovremo uccidere," disse Ruben. Iniziò a sollevare il fucile. Forse dovrei lasciarglielo fare, pensai, anche se la mano si spostò verso la sua spalla, ma il vecchio la precedette.
"Anna ha già sentito la mia risposta. La corporazione morirebbe per onorarla. Sarei ancora più potente da morto." Osservò con soddisfazione mentre Ruben si rilassava. "Hai visto?" mi disse. "Hai visto il potere della persuasione?"
Udimmo aprirsi la porta centrale; Angela e Silas ci stavano raggiungendo. "Bene," disse il vecchio cordialmente. "Venite a riscaldarvi."
Era un momento poco adatto per quell'ingresso. Ero già abbattuta per il fallimento. Come arrivarono imbarazzati al tavolo, mi rivolsi verso di loro. "Vi avevo detto di stare al cancello. Perchè avete disubbidito?"
"Il vento era proprio freddo," disse Angela. "E Silas aveva iniziato a tossire. Ci sembrava che fosse passato troppo tempo e ci chiedevamo se fossimo stati più utili qua." I suoi capelli scuri erano arruffati sul viso. Li allontanò dagli occhi. "Vuoi che torniamo al cancello?" chiese.
"Avrei voluto che foste rimasti," le dissi in modo irato. "Vorrei non dover ripetere gli ordini." Ogni scambio di battute diminuiva la credibilità della mia autorità e per questo quella della missione. Ero troppo giovane. Perchè ero stata mandata? Lo scoppio improvviso di uno sparo mi bloccò la gola. Guardai verso il punto dove stava Ruben, il fucile ancora puntato verso il giardino. Premette ancora il grilletto. Un altro sparo. Vidi i petali di una grossa rosa rossa che esplodevano. Ruben colpisce sempre quando vuole colpire.
Si volse verso di me, ghignando. "E' così semplice," disse. "Uccideremo le rose." Ed io stetti semplicemente ad osservarlo. Avevo cessato completamente di essere partecipe all'assalto. Osservavo e basta e mi meravigliavo che, fra tutti, fosse Ruben ad essere l'assassino. Avresti pensato a Silas che era cresciuto nell'oppressione e nella povertà. O ad Angela che era stata giovane e accasata quando la rivoluzione era stata sanguinosa. Angela che aveva visto fare a pezzi il marito nell'attacco finale delle forze reazionarie. Angela che aveva ucciso prima. Ma Ruben era come me: accettare il bisogno della violenza all'interno di uno schema teorico, ma completamente estraneo. Per noi la rivoluzione significava arare i campi, i turni alle manifatture, la vigilanza nei confronti della vecchia gerarchia. Dove aveva imparato Ruben ad ammazzare?
Ruben si diresse verso il giardino. Sollevò il fucile come una clava, tenendolo con tutte e due la mani e lo abbassò su un alberello giovane di rose. Legno contro legno; si ruppe un ramo. Poi Anna sfrecciò dalla porta laterale. Afferrò le cesoie e le tenne strette a sè. Si aprirono altre porte. Arrivò tutta la corporazione, anche se non li aveva chiamati nessuno. Apparentemente si erano radunati tutti, stavano osservando. Corsero in giardino anche i bambini. Quando Ruben sollevò la sua clava sulle rose rosse fermarono i colpi con le braccia, lo spostarono con le mani. "Lasciatemi andare," diceva. La voce era minacciosa. Lo stava strillando. "Fareste meglio a lasciarmi andare!"
Il vecchio lasciò il tavolo e andò a mettersi di fronte a Ruben. "Sta calmo," disse, e quando Ruben si calmò fece un segno alla corporazione della rosa di lasciarlo andare. "Per uccidere le rose dovrai uccidere noi. Otterresti lo stesso risultato."
Ruben stette fermo, tenendo stretto il fucile, il viso irato ed incerto. Guardò verso di me e poi distolse lo sguardo. "Uccidi noi e la conoscenza per cui sei venuto morirà con noi. Uccidi noi e la tua missione fallirà nel modo più completo possibile."
"Se non ci aiutate," disse Ruben, "non perdiamo niente ad uccidervi."
"E non ci guadagnerete niente."
"Non saprei cosa scegliere." Non lo sapeva veramente. Potevo sentirlo nella sua voce e pensai che anche il vecchio lo sentisse e nonostante la sua spacconeria precedente era colpito. Le parole che seguirono arrivarono con letizia.
"Non possiamo abbandonare le rose," ripetè. "Non possiamo metterle in pericolo in nessun modo. Ma forse possiamo aiutarvi e servire le rose allo stesso tempo." Una leggera brezza spazzò il cortile. Caddero dei petali e nessuno si mosse. "Quando fuggimmo dalla rivoluzione," disse il vecchio, "fummo costretti ad abbandonare una grossa quantità di equipaggiamento di valore. La rivoluzione tiene ancora queste cose?"
"Non so," gli dissi. "La rivoluzione pensa che le persone abbiano valore. La rivoluzione non da valore alle macchine."
"La rivoluzione non ha macchine. Questa non è dottrina. E' un dato di fatto con cui il tuo comitato deve vivere," disse il vecchio. "Non preoccuparti. Potremmo voler scambiare l'addestramento con la restituzione della nostra proprietà."
"Questo non posso prometterlo."
Il vecchio guardò da me a Ruben. "Rischierò sulla vostra buona fede," disse. "Faremo un'offerta che vi può aiutare. Tu e lui," mosse la mano, palmo in su, da me a Ruben, "potete restare. Vi mostreremo come cambiare i semi. Ci vorrà del tempo, non posso dire quanto. Ne' posso promettere che potrà essere d'aiuto." Non spostò mai gli occhi da Ruben. Ruben era il nostro capo naturale. Era a Ruben che offriva l'accordo e divenne più persuasivo. "Un dono grosso. Senza precedenti nella lunga storia della corporazione. Ma dovete capire che l'addestramento è conoscenza e disciplina. Mentre sarete qui, vi sottometterete alle leggi della corporazione della rosa. Quando ripartirete non sarete le stesse persone che eravate prima." Era la sfida a cui Ruben rispose.
"D'accordo," mentre io parlavo veloce ma in modo futile.
"Accettiamo," dissi al vecchio, pretendendo che spettasse a me. E poi mi volsi a Silas e ad Angela. "Voi dovete tornare indietro. Dire alla rivoluzione che torneremo con la conoscenza per aiutarla."
Il vecchio allungò una mano nodosa. Mi ci volle qualche momento per capire il suo scopo. Poi ci posai il calcio del fucile; era un sollievo liberarsi di quel peso. Ruben fu più esitante. "Che ci farete?" chiese.
"Li metterò fuori dell'entrata principale. La porta più vicina al cancello. Non li toccherà nessuno. E' accettabile?"
Ruben roteò il fucile verso il basso, lo puntò contro il fusto dell'albero di rose più grosso poi lo sollevò di scatto. Il suo sparo finale risuonò nel passare sopra i tetti della casa della corporazione. "Ora è scarico," disse ruotando il fucile per puntarlo su di sè, poggiando il calcio sulla mano del vecchio. Anche se, naturalmente, non lo era affatto.
Ero grata per aver recuperato alcuni provvedimenti di successo da riportare al comitato, anche se sapevo di non aver nessun credito. E così rifiuto ogni accusa per quello che venne dopo. Sebbene imbarazzata dalle mie deficienze pubbliche, ammiravo Ruben per i suoi risultati. E ne avevo paura. Non davo più ordini e seguivo con scrupoli quelli che la corporazione mi dava. Provai una preoccupazione insolita per Angela e Silas che prendevano la strada di casa, solo loro due.
Ci trovammo insieme di buon'ora la mattina del giorno dopo, il respiro che illustrava le nostre parole con nuvolette bianche. Il sole non era ancora apparso sopra le montagne. Raggiungeva la vallata sempre tardi. Silas e Angela si spostavano da un piede all'altro davanti a me, la schiena piegata sotto il peso del cibo che la corporazione aveva preparato per loro. Sapevo che avrebbero preferito un riposo più lungo prima di tornare.
"Gli andrà bene," mi disse il vecchio mentre osservavamo gli approcci lenti che facevano lungo il sentiero coperto di fanghiglia. "Mikhal è appena arrivato dalla montagna. Dice che il tempo non peggiorerà ancora per un paio di settimane, e se lo dice Mikhal è vero."
"Chi è Mikhal?" chiesi e mi indicò una figura ombrosa in nero chinata leggermente sulle rose del tetto della casa della corporazione.
"Mikhal è il nostro girovago," disse e poi chiamò "Mikhal!" cosicchè la figura si dimenò di colpo, ci salutò e mi lanciò all'improvviso un bacio. Il gesto mi sorprese e mi imbarazzò. Abbassai gli occhi all'istante, rivoltandomi verso le spalle rimpicciolite di Silas e Angela, già quasi allo stesso livello della figura sul tetto. Mi chiedevo che tipo di rapporto avrebbero fatto su di me al comitato.
Fu l'ultima volta che mi abbandonai a un pensiero del genere. Dopo di ciò mi diressi all'interno e divenni, come avevo promesso, una della corporazione. Non fu un passaggio così difficile come mi ero aspettata. La corporazione si dimostrò severa nel suo ambiente materiale tanto quanto la rivoluzione. In entrambi i casi si trattava tanto di un problema di dottrina quanto uno di necessità. E lo spirito di cameratismo era su per giù lo stesso. I membri della corporazione raccontavano storie e cantavano mentre lavoravano assieme. Più era spiacevole il lavoro, più allegra era la musica. Mi accettarono dalla prima volta che mi sporcai le mani. Il lavoro duro e utile mi rendeva felice.
Cosa che non accadeva a Ruben. Non aveva importanza quanto fosse piccola la regola, non aveva importanza quanto fosse ragionevole, Ruben ne faceva un motivo di disubbidienza. Non voleva svolgere il suo turno in cucina, anche se questa è una disciplina richiesta anche dalla rivoluzione. Disse alla corporazione che non era venuto per imparare a cucinare, anche se mangiava abbastanza bene e spesso. Frutta e verdura della corporazione erano innegabilmente più grandi e saporite di quelle che crescevano a casa. Si rifiutò di tendere le rose. Mandato a trovare e a rimuovere i succhioni, danneggiò un'intera pianta proprio sopra la giunzione dell'innesto. Disse che era stato un incidente, ma gli avrebbero chiesto di nuovo di potare? Ogni volta che ci vedevamo mi chiedeva quando pensavo che ci avrebbero insegnato ad aprire i semi.
Il giardinaggio mi divertiva. Ottenni un turno con Mikhal che mi insegnò come dar forma allo sviluppo e come tendere gli innesti. Mikhal era più grande di me solo di qualche anno e certamente un po' più alto. Aveva un naso lungo ricurvo e gli occhi con le palpebre pesanti da rettile. Lo faccio apparire poco attraente? Io non lo ritenni tale. Mikhal era tornato alla corporazione per l'inverno e per i lavori di giardinaggio che sono una disciplina della corporazione richiesta a tutti. Ma la sua responsabilità principale erano le rose selvatiche. Quali migliorie poteva fare la natura? Cosa aveva fatto di nuovo la natura? Mikhal se ne andava in lunghe spedizioni cercando di riportare margotte e semi. Aveva in disprezzo in qualche modo le rose della corporazione, penso, per le cure di cui avevano bisogno. Era la rosa selvatica che amava.
Per tre giorni lavorammo assieme, assicurando le piante esposte sui tetti della corporazione contro l'inverno. Le potammo quasi fino a terra, fasciando i ceppi con stoffa scolorita. Mikhal cantava o mi raccontava storie dei suoi viaggi. L'anno precedente non era riuscito ad arrivare a casa prima delle prime nevicate ed era stato costretto a dividersi una grotta con un orso in letargo. "Sul serio," disse, nonostante il suo scetticismo sorridente, "strisciavo il più vicino possibile e mi svegliavo nella notte ogni volta che smetteva di russare." Il suo viaggio più recente era stato al Rio Lingua di Serpe e lungo le sue rive aveva trovato qualcosa di straordinario. I boccioli delle rose selvatiche sono semplici, utilitaristici, solo lo scalpore richiesto da un'ape. Ma questi erano di un color rosa profondo e profumati in modo eccessivo rispetto a qualsiasi altro che avesse mai incontrato prima. I campioni che aveva riportato avrebbero permesso alla corporazione di trasferire il nuovo profumo ad una delle nuove creazioni. Interrompevamo il lavoro ogni mattina per osservare il levarsi del sole. Vedevo il viso di Mikhal e le mani con la chiarezza della luce di montagna al mattino.
I campioni di Mikhal avrebbero permesso alla corporazione di conservare anche il ceppo selvatico senza modificazioni. Il vecchio mi disse che questa era la differenza principale tra la corporazione e la rivoluzione. "La rivoluzione," disse, "desidererebbe spazzar via il passato."
"Il passato è una prigione," risposi. "Dobbiamo abbandonarlo per essere liberi," ma lui scosse la testa.
"Ci sono molti disegni al mondo, molti piani. Se ne scegli uno, allora sei imprigionato. E' allora che ti sei condannato a non superare mai più l'aspetto più debole. No, la libertà implica il preservare le vecchie scelte e il lavoro sta nel crearne di nuove." Mi portò in biblioteca per mostrarmi la storia della corporazione, o ciò che erano riusciti a salvare; immagini placcate di rose noisette, il pedigree di un rampicante di Damasco, un vecchio resoconto di un festival della rosa in cui i petali delle rose furono sparsi in modo così eccessivo che alcuni celebranti vi soffocarono. Il pedigree andava indietro di un migliaio di anni.
Trovavo tutto ciò piuttosto antipatico. "Le vostre rose sono aristocratici," dissi, scegliendo una parola che conoscevo bene, ma che non avevo mai usato prima.
"La corporazione è sopravvissuta alla nascita e alla caduta delle dinastie come mostrano i pedigree," concordò il vecchio con orgoglio. "Un migliaio di anni di lavoro ininterrotto. Fino alla vostra rivoluzione. Nel fuggire abbiamo dovuto lasciarci dietro dei secoli."
"Così ammetti che la rivoluzione è differente?"
"Oh, certo." Il vecchio aveva trovato un acquarello di una rosa dorata. I petali interni più chiari si intonavano al colore delle sue maniche. "Dimmi," chiese, "che nome ha dato la tua rivoluzione al suo frumento?"
"Il Frumento del Popolo," risposi e dovetti sorridere anch'io alla sua risata. "Va bene," gli dissi. "E qual'è il nome di questa meraviglia dorata?" indicai il fiore del disegno.
"Questa è una delle mie," disse. "Uno dei primi lavori. L'ho chiamata Uccello di Fuoco, perchè avevo sentito che le penne della nuova fenice assumono il colore dorato della fiamma. Un nome profetico, come s'è dimostrato. Ma tutte le rose gialle in origine provengono da un unico ceppo che si chiama Pace."
La mia ostilità verso il vecchio era svanita. Lo chiamavo "nonno" come tutti gli altri. E rifiutavo di pensare alle sue politiche inservibili. Le trovavo impossibili da perdonare, così provai a dimenticarmene. In questo fui aiutata dal suo interesse genuino per il Frumento del Popolo.
Pensava che il marciume delle radici provenisse da dei parassiti. Fece una lezione a me e a Ruben in merito, scusandosi col resto della corporazione perchè la materia dell'argomento era per loro già familiare. "Predisposizione," disse, "è un prodotto della pianta ospite (ed è un bene che avete portato dei campioni) il patogene e la popolazione microbica del suolo che è sempre in continuo mutamento. Dovreste riuscire a controllare l'infezione attraverso la preparazione del suolo. Questo sarebbe senza dubbio più semplice. Altrimenti dovremo far ricorso a tecniche citogene. Prima della rivoluzione ricordo che ci permisero di ottenere grossi successi, particolarmente in raccolti dove tutti i cromosomi potevano essere trasferiti da una varietà all'altra. Molto dipende dalle caratteristiche dei ceppi antichi, di quelli che sono sopravvissuti, e penso che scoprirete che in molti ci sono riusciti. Il passato non è così facile da obliterare." Consultò un elenco di tavole, localizzò i geni che controllano l'espressione pertinente alla resistenza. "Vedo due possibilità," continuò. "Congiungere dei geni, naturalmente. Oppure potremo usare un virus vettore per trasferire i geni." Chiuse gli occhi, le palpebre erano sottili come carta velina, le ciglia quasi invisibili. Sedemmo per un lungo momento di silenzio. Poi guardò Ruben con un sorriso, si volse per includere anche me. "I raccolti non sono la mia specializzazione," disse scusandosi. "Penso che sia meglio che vi istruisca in tutte e due le tecniche."
Ruben aveva facilità per il lavoro, lo stesso senso di competenza fisica che lo rendeva un eccellente sparatore, e una comprensione più profonda di quanto non riuscissi a raggiungere io. Mettevo a coltura le cellule della pianta, usavo i solventi che mi era stato insegnato ad usare, azionavo la centrifuga, separavo i frammenti del DNA della rosa con l'elettroforesi. Ma non ero mai capace di assemblare i brani del processo in un'immagine significativa. Mi dicevo che non importava. Che non avevo bisogno di comprendere il lavoro. Che ero semplicemente un tecnico. Che tutto quello di cui avevo bisogno era la capacità di riprodurre le procedure. Forse ero troppo impaurita dal mondo inaspettato delle macchine, dalla loro apparenza ottusa, dalla loro sorprendente abilità. Come per il lavoro, riuscivo ad imparare ad usarle; ma non riuscivo mai a guardarci dentro, mai a penetrarne i segreti.
Ruben era meno impressionato. "Tu hai un grande dono," disse il vecchio. "E un'arroganza ancora più grande. Dovresti lavorare in giardino. Imparare la pazienza delle stagioni. Confrontare i tuoi piccoli poteri con la saggezza della natura."
"Sì, nonno." Ruben non pretendeva di nascondere il sarcasmo.
"Tu sei uno strumento, essenzialmente uno strumento." Il vecchio alzò la voce fino a che non divenne stridula, intrecciando le dita in modo inerme nella barba. "Tu non fai nascere le rose. Te ne prendi cura. Riesci a vedere la differenza?"
"Io non faccio nessuna delle due cose," gli ricordò Ruben. "Non farò nessuna delle due cose. Fino a che non avremo bisogno delle rose." Guardò fisso gli occhi del vecchio in modo diretto e alla fine fu il vecchio a distogliere lo sguardo. Ruben era completamente isolato all'interno della corporazione. Si rifiutava di portare i vestiti ampi e dai colori luminosi della gente della corporazione. Questo non aveva conseguenze. Ma c'erano anche delle voci sul fatto che Ruben avesse fatto delle richieste ad Anna, e la riluttanza di ognuno a parlarne più approfonditamente mi spiegava di che natura potessero essere queste richieste.
Per contrasto, e forse per merito di Ruben, la corporazione era aperta e amichevole nei miei confronti. Quando il vecchio mi disse che ero stata scelta per sistemare i fiori recisi all'interno della casa della corporazione, capii l'onore che mi era stato fatto. Anche se le stesse persone della corporazione usavano i fiori recisi con limitazioni e raramente mischiavano i colori, non riuscii a resistere e, abbandonando il gusto per la gioia, sparsi grossi mazzi multicolori per le stanze.
"Molto bello," mi disse Mikhal, e la sua voce mi arrestò il respiro in gola.
La notte seguente cadde la prima neve e mi svegliai su un mondo imbacuccato. Fuori lavorai per alzare la temperatura dei giardini; la neve si scioglieva e bagnava le piante. All'interno abbassai la temperatura dei virus in laboratorio. Ruben e il vecchio stavano discutendo di nuovo, i semi campione del frumento che avevo portato erano sparsi di fronte a loro sul piano nero del bancone. Ne raccolsi uno facendolo rotare sulla punta delle dita. Com'era appassito e secco, non vi aleggiava nessuna nuova vita. Qualunque fosse il codice racchiuso all'interno di questa conchiglia raggrinzita, era un codice per la morte. Pensai con una certezza istantanea e bruciante che quello che il vecchio ci insegnava non sarebbe stato sufficiente a salvarci.
Ruben era della stessa opinione. "Dovreste insegnarci ad aprire i semi," diceva. "Non abbiamo tempo per gli incroci. Non possiamo aspettare generazioni intere."
"Mi spiace," diceva il vecchio. "Vi ho mostrato quello che facciamo noi. Vi avevo avvertito che poteva non essere d'aiuto."
La voce di Ruben stava iniziando a cambiare. Aveva sviluppato l'abitudine, dovuta alla sua instabilità, di parlare in modo abbastanza sommesso quando era arrabbiato. Spaccò la buccia d'un seme con le unghie. "Devi insegnarci come arrivare dentro i semi."
"Non posso," rispose il vecchio. "Usiamo quelle parole solo in modo figurato. Quel lavoro impiegherebbe della chirurgia a livello molecolare. Questo è impossibile."
La voce di Ruben si fece ancora più profonda. "Menti!" con una bracciata furiosa spazzò la piana del bancone, molti semi sparsi colpirono il viso del vecchio come una piccola tempesta. Non sollevò le mani. Ruben si girò verso di me. "Non lo aveva promesso?" chiese. "Proprio all'inizio? Non ci ha detto che ci avrebbe insegnato ad aprire i semi?"
Scossi la testa a Ruben. Passai in rassegna i miei ricordi e non riuscii a trovare una promessa di questo tipo. Eppure provai, dal profondo, con un senso crescente di futilità e di tradimento, che sicuramente ci era stato permesso di crederci. Ruben aveva dato voce a queste attese abbastanza spesso. Nessuno si era mai preoccupato di dirgli prima d'ora che questo era solo un discorso figurato.
Ruben non vide nessuno dei miei pensieri, solo la testa che si spostava qua e là. "Sei proprio una sciocca," disse. Mi sputò le parole e poi lasciò il laboratorio con un tentativo infruttuoso di sbattere la porta. Sentimmo solo la ventata; spazzò i semi del bancone sul pavimento, tra le maniche del vecchio. Ma la porta si arrestò di botto. Si chiuse con uno scatto silenzioso. Il vecchio sprofondò nel silenzio.
"Riuscite ad aprire i semi?" gli chiesi.
Non rispose.
"Veramente ci hai insegnato tutto ciò che potevi?"
Sollevò il viso verso il mio. "Voi siete stati qui per poche settimane. Io ho lavorato in laboratorio per tutta la mia vita. Naturalmente non vi ho insegnato tutto quello che potevo. Ma vi ho insegnato tutto quello che potevo insegnare a voi."
"Non è abbastanza."
"Ve l'ho detto che non sarebbe bastato." Iniziò a pettinarsi la barba con le dita nodose, facendo cadere al suolo i semi del frumento. Scosse i vestiti, guardò di nuovo al mio viso e si addolcì. "Pazienza," disse. "In buona fede vi ho insegnato quello che credevo sarebbe stato più utile. Ci può ancora essere una carestia. Ci può essere la fame. Ma alla fine la tua opera porterà rimedio. Se la rivoluzione sopravviverà fino a questo punto o no, dipende dalla vostra rivoluzione."
"Torno subito a casa," dissi.
"Colla neve?"
"Sì."
"Vieni qua," disse il vecchio. "Siediti." Mi sedetti sulla sedia lasciata libera da Ruben. Potevo sentire ancora il calore del suo corpo dentro i cuscini. Il vecchio batteva le dita sulla piana del bancone. Incontravano il proprio riflesso sulla superficie lucida, si fondevano sulle punte, poi si separavano. "Il laboratorio è per i giovani," disse il vecchio con calma. "Più invecchio e più mi sento a mio agio in biblioteca. Ciò che è stato è incredibile allo stesso modo di ciò che sarà. Le mani si rilassarono, le maniche gialle vi caddero sopra, nascondendole. Stavamo in silenzio.
Non ero arrabbiata. Non ho predisposizione alla rabbia. Una breve fiammata, ma non posso covarla. "Partirò domattina," dissi.
"Sì. Mikhal è pronto ad uscire di nuovo. Ti porterà sul Monte del Dormiente. Devi metterti d'accordo per un incontro a primavera. Allora potrai dirci se la rivoluzione ci restituirà o meno il nostro equipaggiamento."
"E Ruben?" chiesi.
"Ruben deve restare con noi. Abbiamo contribuito al suo addestramento: ora diventa una nostra responsabilità. Ruben rappresenta il perchè non abbiamo mai fatto prima d'ora addestramenti esterni: non possiamo dargli fiducia che userebbe in modo giudizioso le sue conoscenze. Ha rifiutato ogni disciplina. Ma forse tenendolo più a lungo..."
"Gli sarà detto a Ruben che è un prigioniero della corporazione della rosa?"
Il vecchio si allungò verso le mie mani, intrecciando le dita alle sue. "Non dirgli che parti. E' l'ultima restrizione che la corporazione della rosa ti porrà. Gli dirò che tornerai in primavera. Non penso che cercherà di andarsene. Non da solo e con la neve."
Feci un errore? Avevo sedici anni e mi era stata offerta la prospettiva di un viaggio sulla montagna da sola con Mikhal. Accettai la segretezza. Ma ero veramente convinta della sua necessità? Ero impaurita da Ruben, impaurita da ciò che avrebbe potuto fare alla rivoluzione. Ruben, pensavo, era un bambino completamente privo di controllo. Se la corporazione della rosa lo avesse tenuto, non sarebbe stato relativamente innocuo?"
"Ruben è il seme," disse il vecchio, "della vostra rivoluzione. Pensa a quello che quei semi potrebbero dare nella prossima generazione."
Non gli dissi che si sbagliava. Ruben era un'aberrazione, una pianta che devia dal ceppo normale. Non sapevo di nessun'altro a casa come Ruben. Così mi lasciai dietro Ruben per un'ulteriore modificazione e attraversai i sentieri silenziosi e invernali e pensai solo a Mikhal. Mikhal mi mostrò come ritrovare i sentieri indistinti del cervo, come correre sui fianchi ghiaiosi della roccia senza scivolare, come scavare la superficie della neve per essere sicuri che sopportasse il peso. Mikhal colse una foglia digitata, la tenne nella corrente gelida finchè non divenne d'argento. Mikhal aveva nomi e storie per le stelle. Mikhal disse di amarmi.
Ci allungammo insieme nel sacco a pelo. "Sopra quella montagna," disse Mikhal indicando oltre un orizzonte in distanza curvato nel blu, "ci sono campi di cui non sono riuscito a raggiungere la fine. E cavalli. Mandrie di cavalli selvaggi. La polvere alzata dagli zoccoli fitta come nebbia." Mi baciò. "Non puoi immaginare quanto siano belli." Mi baciò di nuovo, più lentamente.
"Vieni a casa con me," gli offrii. "Sei troppo giovane per essere accusato della decisione della corporazione di fuggire. Sarai bene accetto."
Mikhal poggiò l'orecchio sul palmo della mano, il gomito piegato. "Ci sono rose?" chiese. "Ci sono rose selvatiche? E che cosa è successo alle rose intorno alla vecchia corporazione?"
"La corporazione ora è un ospedale." Provai a figurarmi il terreno attorno, ma non potevo ricordare nessuna rosa. Infatti, quando pensavo a casa non potevo ricordare nessun fiore. Mikhal si rifiutò di venire in un posto del genere. Ci dicemmo addio al fiume, baciandoci e piangendo nell'aria fredda, promettendoci di rivederci a primavera. Il rifiuto di Mikhal di unirsi a me lo rendeva un nemico della rivoluzione, eppure potevo capirlo. Tutti abbiamo la nostra casa, non è facile scambiarne una con un'altra.
Il ritorno a casa mia non fu come m'ero aspettata. La crisi era superata, l'assalto alla corporazione non interessava più nessuno. Fui grata che mi venisse risparmiata la necessità di dettagliare i miei molti fallimenti, ma delusa dallo scoprire che i miei sforzi venivano banalizzati. I vecchi ceppi del frumento, dopotutto, erano stati recuperati. I raccolti sarebbero stati minori, ma la gente era abituata a fare sacrifici. Saremmo sopravvissuti. Non avevamo avuto bisogno delle rose.
Nessuno sentì la mancanza di Ruben. Fino a che non dissi al comitato che pensavo di poter perfezionare il Frumento del Popolo prendendo una linea cromosomica da qualcosa di più vigoroso, non mostrarono la benchè minima attenzione. Misero a disposizione un laboratorio. I miei assistenti erano tutti anziani, prima della rivoluzione erano stati periti agrari e fitochimici. Come i vecchi ceppi di frumento, queste cose non erano mai andate realmente perdute, nonostante tutto. Così chiesi notizie dell'attrezzatura. "Cos'è successo," domandai, "agli strumenti di laboratorio nella vecchia corporazione delle rose? Ora potrei usarli." Ed anch'essi mi furono messi a disposizione, alcuni mi erano familiari, altri non assomigliavano a niente che avessi già visto. Così capii che quelle macchine strane erano quelle che voleva il vecchio.
Dopo il secondo giorno di lavoro i miei assistenti ne sapevano più di me su quello che spiegavo loro. Io ero semplicemente una scusa per metterli assieme, un capo politico, non certo scientifico. Chiesi ad uno di loro se pensava che sarebbe mai stato possibile realizzare della chirurgia all'interno dei semi stessi. Rispose con sorpresa. "Sono sicuro che la corporazione lo fa già. L'hanno negato?"
"Sì, l'hanno fatto."
Isolò un utensile tutt'altro che familiare per me. "Uno spettroscopio di massa," disse. "Fornisce informazioni sulla struttura molecolare. La corporazione della rosa li usava decenni prima della rivoluzione. Chissà di che cosa sono capaci ora?"
Una stagione di colture dopo avevamo cinque piante, robuste, abbondanti. Chiamai il nuovo ceppo Frumento del Vecchio e nessuno che vide i miei assistenti o le piante che si infoltivano al sole, pose domande sulla sua appropriatezza. "Un grande successo," il comitato si congratulò con me, ma io avevo imparato ad essere più cauta.
Poco prima di dover incontrare Mikhal sognai che ero di nuovo nella biblioteca della corporazione. Il vecchio stava sopra di me, vestito tutto di nero, e tendeva una rosa. "Guarda," diceva. "La mia creazione più recente!"
Era come la rosa nel quadro, ma più grande, più luminosa. Poi, mentre guardavo, i colori iniziavano ad agitarsi nei petali, guizzando ed infiammandosi come candele. La luce del fiore brillava sul viso del vecchio che era liscia e gialla come la luna. "Che nome ha?" chiedevo.
"Morte", diceva,. Me la porgeva. "Prendila," mi diceva. "E non essere triste. Tutte le rose gialle vengono da un unico ceppo e si chiama Pace."
Il fiore era così bello che mi impauriva. Aprivo la mano per accettarlo ma invece mi svegliai, sudando, sollevata per il fatto di tornare all'oscurità ininterrotta della notte.
Il giorno dopo chiesi al comitato il permesso di ridare indietro alla corporazione i pezzi più piccoli dell'equipaggiamento, solo quelli che potevo portare. "Il Frumento del Vecchio è un successo loro quanto nostro," ribattei. "Un regalo che ci hanno fatto."
Il comitato rispose che la corporazione era stata riluttante e alquanto gretta nell'addestramento. Non avevano dato via nessuno dei segreti. Quello che avevano messo a disposizione superava di pochissimo quello che conoscevamo già.
E io dissi al comitato una bugia. Dissi che quelle erano le tecniche della corporazione della rosa. Dissi che l'uomo non aveva rivendicato nessun segreto e che gli avevo creduto.
Il comitato rifiutò ancora. Andai ad incontrare Mikhal come avevamo convenuto ed ero a mani vuote. Il fango lungo le strade era scuro, soffice e pronto; il fiume aveva perso ormai i bordi ghiacciati e correva in piena. Mikhal mi aspettava sull'altra riva. Si era fatto crescere la barba e gli occhi erano infossati dentro a delle ombre circolari. Prima che avessi tempo di allarmarmi per il suo aspetto mi si era gettato tra le braccia.
"Ho passato l'inverno a valle del fiume," mi disse. "E quando sono tornato a casa la corporazione della rosa era morta."
Lo spinsi indietro per osservarlo in viso. Non capivo.
I capelli gli cadevano in avanti in ricci sporchi. "Qualche rosa, tutte le persone."
"Come?" gli chiesi, sconcertata, e poi un orrore mi salì alla gola. A malapena riuscii a superarlo per parlare. "Ruben?"
La voce di Mikhal si fece più acuta. "Erano morti da un po' di tempo. Alcuni erano difficili da identificare." Tolse lo sguardo da me, occhi arrossati si fissarono sull'orizzonte più lontano da casa sua. "Non penso che Ruben fosse là in mezzo," disse. Mikhal mi tirò più vicino, si appoggiò a me durante i lunghi momenti che mi ci vollero per realizzare quello che mi stava dicendo. Forse non lo realizzai mai completamente. I miei occhi seguirono il suo sguardo sulla montagna azzurra. Avevo scalato una montagna una volta. Sapevo di crinali e di rocce. Eppure a questa distanza appariva tutto smussato. La mia stessa voce mi parlò. "Spiacevole," disse. "La morte di quelli che non hai bisogno di vedere," e in quel momento mi disprezzai per il modo in cui sembravo sempre essere protetta. Come penitenza provai ad immaginare le loro morti, provai a condividerle, ma tutto quello che potevo creare era un quadro addolcito di corpi soffocati nei petali, come le vittime di un antico festival, qualcosa di troppo distante per essere reale.
Poi Mikhal ebbe bisogno di me e io lo tenni tra le braccia mentre piangeva per la sua famiglia, lo osservai che dormiva alla fine, dopo molte notti ossessionate. E mentre dormiva un sonno senza sogni, attraversai da sveglia il mio incubo di porte dietro ad altre porte. Provavo a chiuderle ma, al contrario, si aprivano su orribili sospetti. Perchè mai il comitato avrebbe mandato una ragazzina inesperta a capo di una missione da cui dipendeva la sopravvivenza della rivoluzione? Quante volte m'ero posta questa domanda e avevo trascurato l'unica risposta plausibile? Non lo avrebbero fatto. Un capo inesperto sarebbe stato assegnato ad una missione senza nessuna importanza.
Mi sembrò che due aspetti paradossali della corporazione l'avessero una volta protetta da dinastie, rivoluzioni, disgregazioni della storia. Il primo era l'importanza della loro conoscenza. Erano stati ignorati perchè si interessavano di cose banali. C'era tempo per occuparsi di loro quando avremmo avuto bisogno di rose.
Ma, per quanto trascurabile fosse la loro conoscenza, ne avevano comunque il monopolio. Che sarebbe successo se un giorno avessimo avuto bisogno di rose? Ci sarebbe stato un solo posto per averle. Questo monopolio era il secondo aspetto che proteggeva la corporazione. E io lo avevo infranto. Avevo preso l'addestramento e lo avevo diffuso tra molte persone. Un addestramento superficiale, naturalmente. Perfino un addestramento ristretto. Ma lo avevano creduto questo al comitato? Potevo sentirmi che li assicuravo, proprio il giorno precedente, che la corporazione non aveva segreti importanti. "Il cancello è aperto," aveva detto il comitato quando era iniziato il mio lavoro di laboratorio. Il comitato credeva molto nelle capacità di quelle persone, motivate da un genuino desiderio di aiutare il popolo, di passare attraverso un cancello aperto.
E se la mia missione alla corporazione non fosse stata la vera missione? E se io fossi stata la scorta di Ruben? Vidi di nuovo il cervo che cadeva su se stesso. Lo sapeva il comitato che Ruben era un assassino? Avevano desiderato liberarsi di lui? O lo avevano creato loro?
Non avrei mai risposto a queste domande, così ho smesso di pormele. E ho assolto me stessa. Ho sempre fatto il meglio che potevo. Ma al mattino successivo ho rubato me stessa alla rivoluzione. Sono andata a casa con Mikhal e abbiamo provato a salvare la corporazione. Nessuno poteva essere meno adatto a questo lavoro. Mikhal ne sa più di me e dice che di tutti quelli della corporazione era quello a saperne di meno.
La primavera scorsa abbiamo perso l'ultima rosa nera rampicante. Mikhal l'ha presa molto male, ma naturalmente non è niente, niente se paragonato alla perdita umana. Il vecchio si sbagliava, dopotutto. E' facile dimenticare il passato; un proiettile al posto giusto e il lavoro di secoli è andato. Ma aveva ragione sul potere della lealtà perchè è solo la lealtà che mi tiene qui. Ho detto a Mikhal che sono ancora una figlia della rivoluzione e lui dice di no, che ora sono un ibrido. Ma se qualcuno mi dovesse chiedere di scegliere tra una qualità di rose che si perde nella storia ed un cibo per bambini, non esiterei. Siamo tutti il prodotto dei secoli. Io lotto per riconquistare il lavoro della corporazione e del vecchio senza neppure credere nella sua importanza come ci credeva lui. E io spero che la rivoluzione prosperi. Con tutto il cuore credo nella creazione degli uomini nuovi e delle donne nuove.
Le stagioni passano. Le divido con Mikhal e i nostri bambini e la rivoluzione non ha bisogno di me. Vedo che Mikhal guarda spesso alle montagne lontane. Pensa alle sue rose selvatiche. Sono la sua perdita e il suo conforto. Con o senza di noi, da qualche parte, crescono le rose. Qualcuna di loro potrebbe perfino essere gialla.

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