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A Malapena Umano

Inserito Giovedì 17 giugno 2004

Narrativa (Barely Human)
James M. Schell



Illustrazione © Jeff Quan
 

illustrazione di Jeff Quan

La testa dell'ufficiale giapponese esplose in una nuvola di minute particelle che nel binocolo di Sayla apparvero color grigioverde.
        Come il cadavere decapitato ruzzolò a terra il resto della pattuglia (reclute PacRim che tendevano a perdere rapidamente coesione e a disunirsi) si sparpagliarono velocemente nell'ombra e tra le macerie ai lati della strada. Scomparvero tra le rovine prima che Sayla avesse l'opportunità di puntare il mirino su qualche altra persona. Uno degli svantaggi di un fucile a spire magnetiche era che sparava lentamente. Le armi da cecchino a batteria usavano binari magnetici al posto della carica chimica per lanciare una serie. Erano silenziosi, senza fiamma e lanciavano cariche attraverso un tubo magnetizzato con una velocità iniziale che superava i 1.700 metri al secondo. A quella velocità le semplici palle di ferro sparate a bruciapelo esplodevano all'impatto come piccole bombe. Un arma da cecchino perfetta, virtualmente inutile per qualsiasi altra cosa.
        Il che era una sfortuna, pensò Sayla, perché là sotto con la pattuglia c'era uno dei grossi cani dei Jap. Abbattere il cane sarebbe stata una buona cosa, si disse. Di solito, se c'era un cane con una pattuglia giapponese lo portava l'ufficiale. Stranamente il cane lo portava un altro. Un Rimmer? Doveva essere così. Le pattuglie non avevano mai più di un ufficiale.
        Con un gesto distratto all'unità terra aria appostata in cima la palazzo al di là della strada, Sayla s'infilò su una spalla il fucile a spire e si sporse in attesa verso l'orizzonte occidentale. Un elicottero di sicuro era già in viaggio da uno degli eliporti al largo. L'unità MTA avrebbe atteso che l'elicottero fosse visibile per abbatterlo. Almeno si sperava. Nel frattempo forze di terra patriottiche avrebbero rastrellato la zona in cerca del resto della pattuglia.
        La tattica giapponese standard era di mandare una pattuglia per attirare il fuoco e quando i patrioti colpivano inviare un elicottero per spedire razzi e sventagliate di artiglieria leggera per tutto un isolato. Aveva funzionato, una volta. I patrioti nord californiani stavano perdendo la guerra. I giapponesi stavano spingendo le linee patriottiche lontano dalle spiagge. Poi i patrioti cambiarono tattica, smisero di combattere nel modo in cui volevano i giapponesi, smisero di ingaggiare lotte testa a testa con le pattuglie e si inventarono un modo migliore.
        Si trattava di un semplice calcolo matematico: c'erano milioni di arruolati Rimmer ma c'erano solo pochi ufficiali giapponesi.
        Logorio, così lo chiamavano gli ufficiali. I cecchini lo chiamavano scappucciare i Jap. Quando vennero richiesti altri cecchini, Sayla smise di cambiare le lenzuola in un ospedale da campo e si arruolò volontaria.
        Sorridendo si fece una nota mentale di incidere la sedicesima tacca sul calcio del fucile in duro poliestere, poi si spostò di lato dal parapetto del palazzo, attraversò il tetto e si calò attraverso il buco di un'esplosione nell'appartamento sottostante. All'interno si accucciò per un attimo in ascolto di qualche rumore nel buio. Non c'era rimasto molto dell'appartamento. Non ci rimaneva mai. Era stato l'appartamento di uno strozzino. Tra le rivolte e i combattimenti questi erano i luoghi che venivano colpiti più duramente.
        Guardando attorno all'appartamento vuoto, suppose che gli avidi occupanti erano fuggiti in Oregon. O forse no.
        Si ricordò di un carico di strozzini con cui era venuta a contatto la sua Brigata di Allah. Ricordò la loro auto, grossa e scintillante, che lampeggiava alla luce delle loro torce e dei loro fuochi e che andò a sbattere contro i corpi ammassati della Brigata. Si ricordò dell'uomo, colpito a fuoco alle viscere e poi fatto a pezzi da Fratelli e Sorelle urlanti. Si ricordò delle due donne. E della ragazza. La ragazza era all'incirca della stessa età di Sayla, con occhi blu e capelli biondo scintillante legati in una treccia leggera.
        Alle donne e alla ragazza non fu permesso di morire con la stessa velocità e con la stessa facilità dell'uomo.
        Gli uomini dalla Nazione dell'Islam e la Coalizione dell'Aztlan organizzarono le Brigate e i Corpi De Hidalgo. Questi uomini, che arrivarono nelle strade dopo che la maggior parte dell'Oakland era già bruciata, sobillavano le masse per rivoltarsi ai veri nemici. Dando bersagli e compiti specifici, le folle in sommossa erano diventate un'arma e si erano spostate dai Project, dai quartieri poveri, i quartieri neri e scuri, verso i quartieri degli strozzini. Sayla, senza madre, probabilmente morta, era stata spinta in una Brigata, fatta Sorella nella Nazione dell'Islam e messa a lavorare in un ospedale da campo.
        Sopraffacendo la polizia e la Guardia Nazionale, combatterono contro gli altri: le milizie cristiane, la resistenza ariana bianca e le forze di protezione coreane e cinesi. Per quando arrivarono i veri militari degli USA quella che la TV chiamava delle sommosse era diventata una guerra.
        I capi delle Brigate, i mullah, dissero che la maggior parte dei soldati (bianchi, africani, latini, asiatici) si era rifiutata di sparare contro altri Americani, aveva volto i propri fucili, i propri carrarmati e i propri elicotteri contro i loro comandanti o contro l'un l'altro, poi aveva disertato per unirsi ad una fazione o all'altra.
        L'esercito non c'era più. Una settimana dopo che se n'erano andati i soldati americani i giapponesi invasero la California.
        I mullah dissero che la guerra si era estesa ad altre parti del paese: New England, Florida, Texas, New York, perfino nell'Idaho, Montana ed Alaska. Dicevano che i giapponesi erano solo una parte di una forza di pace dell'ONU, insieme a scarti europei e russi imperiali. Comunque Sayla non aveva mai visto niente al di là del suo cannocchiale che non fosse o giapponese o Rimmer. Si diceva che i caschi blu degli scarti europei fossero in Florida e a New York mentre i russi avevano atterrato in Texas ed in Alaska. In California i Jap mantenevano la pace, ma il loro arrivo aveva spinto ad unirsi le fazioni NoCal in lotta tra loro. Dicevano che i jap fossero anche peggio degli ariani bianchi e degli asiatici californiani. I mullah dicevano che i NoCal dovevano risolvere i propri problemi e che i jap non avevano nessuno scopo qui.
        Sayla sobbalzò al rumore inconfondibile del minicannone dell'elicottero. Doveva già essere nelle vicinanze per essere arrivato così presto, pensò.
        Attraversò di corsa l'appartamento fuori della porta scardinata in un corridoio largo e vuoto. Non vedendo alcun movimento nel corridoio scuro si lanciò verso le scale che sapeva essere dall'altra parte. L'elicottero dei jap avrebbe fatto esplodere ogni cosa nel raggio di cinquecento metri. Avrebbe cercato la postazione dell'MTA prima che avessero trovato lui.
        E avrebbe cercato di uccidere il cecchino.
        Al fischio del fuoco dei razzi si tuffò nella protezione relativa del cemento rinforzato della scalinata. Un lampo eruppe dietro di lei. L'aria sembrò cedere in avanti. Una concussione martellante riempì il corridoio, sollevandola e spingendola.
        Cercò di mantenere il passo, quasi ci riuscì quando colpì il secondo razzo. Il piede le scivolò da sotto. Sentì che cadeva. Con una calma distaccata notò che il fucile a spire probabilmente era andato. Poi un grigiore vuoto, come il cielo sopra l'oceano prima di una tempesta autunnale, si chiuse sopra di lei.
 

Sayla si mosse e si sentì come se qualcuno stesse cercando di segarle a metà la testa proprio sopra il naso. Si mosse di nuovo, mandando un dolore ancora più forte lungo il braccio sinistro.
        Serrando i denti si sollevò a sedere aiutandosi col braccio destro. Non vedeva nulla. Era come se avesse la testa dentro un sacco nero. Sondando attorno col braccio buono realizzò di non essere più sulle scale. Quanto tempo era passato? Sollevò la testa per ascoltare. Niente. Nessun colpo d'arma. Nessun elicottero. Si esaminò la testa dolorante con la mano destra, trovando sangue secco e capelli appiccicati. Doveva avere una contusione, pensò.
        Amaramente si tastò il braccio ferito. Era difficile dirlo con certezza, ma pensò che fosse rotto proprio sotto al gomito. Stringendo i denti per il dolore sollevò gentilmente il braccio sinistro con la mano destra e infilò la mano gonfia nello spazio tra due bottoni della sua camicia da lavoro. I cecchini indossavano vestiti da lavoro nero e Sayla era contenta di non dover indossare il vestito senza maniche e il chador delle altre donne della Nazione dell'Islam. Un chador non ha bottoni. Si appoggiò sulla schiena, ingoiando aria e fece un inventario veloce: non trovava il fucile a spire e la fondina al suo fianco era priva della pistola piatta da dieci millimetri. La mano scese verso uno stivale, trovò il pugnale ancora nella guaina. Sayla non sapeva nulla sul combattimento col pugnale, ma la sua presenza era comunque di conforto.
        Tornando ad appoggiarsi indietro decise che doveva trovare il fucile e poi aprirsi un passaggio verso la strada. Non sarebbe stato facile muoversi, ma non poteva restarsene là. Nessuno si sarebbe arrischiato a cercare un cecchino disperso che probabilmente poteva anche essere morto.
        "Non puoi uscire," una voce d'uomo disse docilmente da qualche parte nell'oscurità.
        Il respiro irregolare di Sayla si arrestò. Il dolore sembrò ridursi avvolgendosi in un piccolo punto nelle viscere. Aguzzò la vista nell'oscurità e la mano volò verso il pugnale nello stivale. Con rapidità estrasse la piccola lama dal serramanico.
        "E' tutto a posto. Non c'è bisogno di... preoccuparsi," disse di nuovo la voce.
        "Chi è là?" Tentò Sayla. "Sei uno Scabber?" Gli scabber, sciacalli che non erano riusciti o non avevano voluto lasciare la zona di guerra, erano sostanzialmente innocui. A volte aiutavano anche i patrioti.
        "No."
        Inghiottì. "Un patriota?" chiese poco convinta.
        "No, neppure quello," rispose quietamente la voce.
        "Cristo," sussurrò. "Un Rimmer del cazzo?"
        "No," rispose la voce sempre in modo quieto, ma con più forza.
        L'aria le uscì dai polmoni.
        "Un jap." Le parole le uscirono col respiro e sembrarono spingerla più profondamente nell'oscurità che sperava la inghiottisse.
        "Non temere," disse. "Ho la gamba rotta. E ho perso le armi quando i razzi hanno colpito questo posto."
        Lo uccido.
        Il pensiero riempì la testa di Sayla come il lampo di un razzo detonante. Ma come? Il suo braccio sinistro era inutilizzabile. La sua unica arma, il coltello, sembrava ridicolmente minuta. E se poi lui stava mentendo? I jap mentono continuamente. Lo sapevano tutti.
        "L'unica porta in questo posto è seppellita da troppe macerie. Il tetto del corridoio è crollato, credo."
        Non avrebbe dovuto credergli, lo sapeva. Ma perché sarebbe rimasto là se poteva fuggire? Anche con una gamba rotta lei avrebbe trovato il modo di muoversi. E un jap non ci sarebbe riuscito? E perché lei era ancora viva? Perché lui non...?
        "Voglio arrendermi," disse il giapponese da dentro la sua oscurità, quasi rispondendo alle domande solo pensate di Sayla. "A te."
        Fissò silenziosamente all'oscurità vuota, incerta del suo udito.
        "Hai capito? Voglio arrendermi"
        Arrendersi? I jap non s'arrendono, si disse. Non faceva parte della loro religione, o qualcosa del genere? Un istruttore ne aveva parlato alla loro unità una volta, aveva detto qualcosa sul come un giapponese che s'arrende non può andare nel paradiso jap. Anche i mullah dicevano cose simili. Morire in battaglia rappresentava un biglietto per il paradiso, dicevano.
        "I jap non s'arrendono," rantolò Sayla.
        Lui rise. Un suono morbido, basso, triste.
        "Vi dicono questo? Che non ci arrendiamo?" disse alla fine.
        "Lo sanno tutti."
        "Sì," disse e poi rise di nuovo. "Suppongo che sia così," continuò. "Tutti sanno tutto anche di voi americani."
        "Non ho mai visto un prigioniero jap," disse in tono di sfida. "Un sacco di Rimmer, ma nessun jap."
        "E perché pensi sia così?"
        Che domanda stupida, pensò Sayla e stava quasi per dirlo. "Perché i jap non s'arrendono," ripeté.
        Rise di nuovo. Il suono le fece battere gli occhi come contro un colpo di vento gelato proveniente dall'oceano.
        Dalla voce poteva dire che stava scuotendo la testa. "Forse gli altri. E' la religione di molti. Credono che morire per l'Imperatore garantisca l'ingresso nel..." si fermò. "...lo chiameresti paradiso. Non so. Credo."
        "Io ero solito credere nell'umanità, nella fede, la speranza e la gloria di essere umano," disse. "Ma ho perso la mia fede. Non so cosa sia la gloria. Ci insegnavano che la guerra fosse la gloria. Mio padre dice che questo insegnamento è nuovo e vecchio allo stesso tempo."
        Sayla non disse niente. Come poteva essere che qualcosa fosse nuovo e vecchio. Perché mai il jap le stava dicendo tutto questo?
        "Poi tutto ciò che rimane è la speranza, no? Speranza in qualcosa al di là..." Non parlò per un lungo periodo. "Posso sperare in un posto al di là di tutto questo orrore e tristezza?" disse alla fine, la voce più bassa e roca. "Non lo so."
        A Sayla arrivarono dei suoni, tagliavano l'oscurità, l'aprivano. Al buio il jap stava piangendo.
        I jap non s'arrendono. Lo sanno tutti. E come è vero Dio i jap non piangono.
        Lei non piangeva. Anche quando la perdita e la paura si abbatterono su di lei come una doppia marea, e lei desiderava riavere cose che non riusciva neppure a ricordare e dimenticare cose che ricordava benissimo, anche allora le lacrime rimasero lontane.
        Rimase seduta, ad ascoltare il soldato giapponese che piangeva debolmente, tutti e due divisi dal muro vuoto dell'oscurità.
 

Lo scoppiettare di piccole armi da fuoco fece scattare Sayla; s'era addormentata. Ad occhi spalancati s'allungò disperatamente nel buio. Era difficile dirlo con certezza, ma sembrava che la sparatoria si stava avvicinando.
        "Vengono da questa parte," una voce uscì dalla stanza buia davanti a lei, facendo eco ai suoi pensieri.
        Il soldato giapponese. Non aveva sognato di lui, del suo viso? Strizzò gli occhi nel buio, cercando di rintracciare la direzione della sua voce.
        "Amici tuoi," disse il giapponese. "Saranno contenti di trovarti, penso. Felici di trovare anche me, credo." "Sì, " disse Sayla, le parole che le raschiavano la gola secca. "Proprio felici di trovarmi. Ma tu sei morto..."
        Le parole le erano uscite quasi automaticamente. Erano tante le volte che seduta con altri patrioti si era parlato su cosa avrebbero fatto se avessero messo le mani su un soldato giapponese. Ma trecento metri era la distanza più vicina che Sayla era arrivata ad un giapponese. A sparare da un appostamento la morte ha un'immagine senza colori e senza suoni. Le dita si allentarono attorno al coltello.
        "Sì, suppongo che lo faranno," replicò quietamente. "Di sicuro non succede spesso che voi americani trovate un ufficiale imperiale giapponese. Vivo. Non ne vengono più molti quaggiù. Solo quelli che hanno avuto da dire coi superiori."
        Quello che diceva era sensato. Poi le si affacciò un altro pensiero: Aveva già ucciso un ufficiale jap. Questo, quello che in qualche modo aveva mancato, doveva portare...
        Il cane.
        "Cane?" Disse inconsciamente, le dita che si stringevano di nuovo attorno al coltello.
        "Sì." Rispose immediatamente. "Lei sta qui con me."
        Un gelo tagliente, come un proiettile di ghiaccio, sembrò provocarle un foro proprio attraverso il petto. I grossi cani erano nuovi per la guerra. Tutti sapevano che gli animali allertavano le pattuglie jap della presenza di imboscate di patrioti. Per scappucciare i jap occorreva ora una distanza maggiore e più attenzione. Ma quei cani di novanta chili potevano anche uccidere.
        Se la voleva uccidere, il cane sarebbe stato sufficiente come qualsiasi fucile o pistola. Forse era meglio. Al buio il cane non l'avrebbe mancata.
        "Troverò un'uscita," annunciò, cercando di alzarsi in piedi, mantenendo la schiena alla parete. "Puoi continuare e scagliarmi contro il cane se vuoi." Si sollevò a metà, puntando nel buio il coltello minuscolo, preparandosi per il comando del jap, per l'attacco dell'animale.
        "Sì, capisco. Non puoi... credermi," disse il soldato giapponese dopo un momento. "La porta è alla tua destra. La stanza non ha finestre. Penso sia un ripostiglio." Era di nuovo calmo, poi proseguì. "Non posso ucciderti. Ho perso le mie armi e il cane," trasse un sospiro profondo. "Sta morendo."
        Sayla si fermò a considerare la cosa. Le piacevano i cani, spesso portava del cibo ai cani randagi che vivevano oltre il perimetro della Compagnia. La faceva stare male quando altri patrioti usavano quei poveri vagabondi per il tiro al bersaglio. Il jap stava mentendo?
        "Che ha?"
        "Colpita. Un proiettile, credo. Nel basso addome."
        Aveva visto soldati colpiti al ventre nell'ospedale. Era una brutta cosa. Sempre.
        Gemendo per il dolore infilò il braccio inutilizzabile ancor più profondamente nello spazio tra i bottoni sulla sua camicetta. Si spostò sulla sua destra, spostandosi lentamente lungo il muro e cercando col braccio buono la porta.
        Le dita trovarono lo stipite e si allungò attraverso tutta la lunghezza del ferro gelido della porta per trovare una grossa sporgenza di forma arrotondata. Il jap aveva detto che la porta era bloccata. I jap mentono. Ma la porta era dove aveva detto che fosse.
        Sayla ruotò la maniglia e spinse. Niente. Appoggiò la spalla destra e le dette una mezza spinta. Niente di più. Il jap non aveva mentito. Qualcosa bloccava la porta dall'altra parte.
        "Mi spiace di non poterti aiutare," disse con calma il giapponese.
        La rabbia salì in lei a queste parole spingendo da parte il dolore. "Be', forse dovevi pensarci prima di decidere di invadere il mio paese," disse. "Le cose andavano abbastanza bene prima..." Un suono quieto e acuto le bloccò le parole. Ci volle un attimo prima che Sayla identificasse il rumore. Il cane.
        Parole, parole giapponesi in tono rassicurante seguirono il guaito del cane che proveniva dall'oscurità.
        "Ho qualche istruzione medica." Disse Sayla. "Forse posso dargli un'occhiata. Al cane, voglio dire."
        "Lo faresti?" disse la voce nell'oscurità.
        Si mosse verso il suono della voce poi s'arrestò. E' una pazzia, pensò. Non aveva idea cosa ci fosse nell'oscurità. Forse il jap aveva un coltello e voleva solo che gli si avvicinasse. Perché mai doveva aiutare un cane giapponese.
        "Se non puoi muoverti," domandò per saggiare, "com'è che sai dov'è la porta?"
        "E' da dove sono venuto qua dentro con te. Prima che la seconda scarica di missili facesse cadere il soffitto."
        Fece di nuovo un gemito. "Mi hai portato qua dentro? E come? Voglio dire, se la tua gamba è del tutto rotta?" E perché?
        "Dovevo fare qualcosa. L'elicottero stava tornando. Questa stanza è al centro del palazzo. E' il posto più sicuro."
        Ci furono nuove scariche da qualche parte e Sayla s'arrestò. Perché ci mettevano tanto a ripulire della pattuglia jap? Perché l'aveva aiutata?
        "Dovevo fare qualcosa," ripeté l'ufficiale giapponese. "Non potevo lasciarti morire."
        "Cosa?"
        "Non potevo," sussurrò dall'oscurità.
        Perché no? E' quello che avrebbe fatto lei, se lo avesse trovato incosciente tra le macerie.
        "Huh," gemette.
        "Eri così indifesa," disse. "E così bella."
        Indifesa. Bella?
        "Puoi dirmi il tuo nome?"
        "Cosa?" Domandò in tono brusco, strizzando gli occhi nel buio. Perché mai un jap voleva conoscere il suo nome?
        Bella, la parola dell'uomo si ripeteva da sola nella mente di lei. Forzò gli occhi a restringersi per il sospetto che sapeva doveva mantenere. "Guarda, potrei, potrei dare un'occhiata al tuo cane, ma non c'è modo che tu conosca il mio nome," disse. "Non c'è modo."
        "Certo, è naturale," disse in modo quieto. "Capisco."
        Fece un brontolio e si sporse in avanti. Il dolore al braccio s'era placato. Pensò che forse non era spezzato, solo una frattura. "Dì qualcosa, così so da che parte andare," fece.
        "Ti andrebbe di conoscere il mio nome?" disse debolmente il giapponese dall'oscurità.
        Si arrestò, scrutando incredula nel buio.
        "Non mi interessa qual è il tuo nome," disse in tono rabbioso. Presto sarai morto.
        "Sì. Penso che non abbia importanza," fece lui, come realizzando la verità che lei era stata sul punto di pronunciare.
        Si attese che dicesse dell'altro. Dopo un po', dato che lui non diceva niente, riprese a strisciare con cautela sul pavimento. Non aveva idea sul perché stesse facendo tutto questo per l'ufficiale jap. E per un cane jap. Colpito al ventre, il cane sarebbe morto molto presto. Anche se fosse sopravvissuto per un po', quando alla fine li avrebbero trovati, i patrioti avrebbero scappucciato il cane.
        "La uccideranno. Lo so."
        Le parole si diffusero nell'oscurità e per un momento di nuovo Sayla pensò che avesse risposto ai suoi pensieri.
        "Lo so che se i tuoi ci trovano per primi lo faranno. Ma sta soffrendo tanto," disse di nuovo. "Non lo lascia vedere, naturalmente," proseguì, "i cani sono così. Lo so. Allevo cani dove vivo con la mia famiglia. Vivevo. Prima."
        La sua voce si svuotava nell'oscurità. Sayla attese un attimo, scrollò le spalle rispetto al fastidio, rispetto a questo giapponese chiacchierone, e nei confronti di se stessa che stava ad ascoltare.
        "La uccideranno," disse di nuovo il giapponese. "E uccideranno me."
        Certo, be', muoiono tutti, pensò Sayla. Un altro jap morto non significava nulla per lei.
        Dei rumori provenienti da fuori spostarono la sua attenzione. Drizzò le orecchie ascoltando con attenzione.
        Il sollievo le scivolò via. La squadra di pulizia si avvicinava. Ma un rumore, un mugolio acuto che si stendeva sopra un rombo basso, non le era familiare. Con ansia passò in rassegna i ricordi cercando di dargli un senso.
        "TTCA," disse il giapponese.
        "Cosa?" il termine non aveva punti di riferimento.
        "Trasporto truppe su cuscinetti d'aria," disse. "Hovercraft."
        "Hover..." La parola non le era familiare. "Non abbiamo niente di simile." Fuori ci furono scoppi di piccole armi da fuoco.
        "No," disse il giapponese dopo un momento. "Fanno parte di una pressione. E' per questo che un secondo ufficiale.. che io ero con la pattuglia. Eravamo una, la chiameresti una pattuglia avanzata."
        Le sue parole non avevano senso. Una pattuglia jap era semplicemente una pattuglia jap, si disse, sempre la stessa. Doveva mentire.
        "Avanzata? Rispetto a che?" chiese.
        "Una colonna anfibia. I TTCA. Migliaia dell'ONU. Forze di coalizione, soprattutto rimmer, ormai saranno atterrate. Via aria, via TTCA, con mezzi anfibi."
        "La gente è diventata insofferente a combattere voi americani," continuò. "Le famiglie diventano sempre più stufe di funerali. Troppi morti. Ci era stato detto che sarebbe stato facile, che voi eravate tanto occupati a combattervi l'un l'altro che la... pacificazione sarebbe stata questione di mesi." Si fece di nuovo silenzioso e lei non parlò. "Ma sono tre anni e abbiamo lasciato appena la spiaggia e ci sono stati troppi morto. Troppi."
        La sua voce era cambiata, suonava strozzata e tesa. Sayla pensò che stava per piangere di nuovo.
        "E così spingiamo di nuovo, ma senza speranze di successo, non per finire. Il comando imperiale lo sa. Il comando vuole sono una bella dimostrazione per l'ONU prima di abbandonare questa guerra."
        Si trovava a un passo o due da dove l'oscurità la separava da una realtà che non aveva neppure considerato. Che cosa le stava dicendo questo ufficiale giapponese?
        Dall'interno dell'oscurità un singhiozzare profondo rispose alla sua domanda senza voce, un singhiozzare che si faceva sempre più forte finché non erose e non sbriciolò il muro nero tra di loro. Ricordi delle notti sul pavimento dell'ospedale da campo guizzarono dietro ai suoi occhi. Vide di nuovo mutilati e moribondi, udì i lamenti e le urla, ricordò altri soldati piangenti.
        Strizzò gli occhi nell'oscurità, desiderava muoversi, seguire il suono delle sue lacrime. Ma non poteva. Poteva solo restare nell'oscurità ad ascoltare i suoni della guerra esterna che si facevano più vicini, sempre più vicini, superandoli e lasciandola sola, lasciandoli soli.
 

Il cane guaì, un suono alto e acquoso seguito da un respiro profondo e raccapricciante. Sayla sapeva che l'ufficiale giapponese teneva in grembo la testa grossa e piatta dell'animale, ma anche così vicino non riusciva a vederlo.
        Tornò a rivolgere la sua attenzione cieca al cane. I cani giapponesi erano, qual era la parola?, genealterati, si ricordò di una riunione da campo quasi dimenticata. Non essendo mai stata così vicina a uno di essi, non si era mai resa conto quanto fossero enormi. Toccando il fianco dell'animale si meravigliò della solidità della grandezza. I cani erano anche molto più veloci dei cani normali, muovendosi con una strana fluidità. Ad osservarli attraverso il cannocchiale notturno gli avevano sempre fatto pensare più a dei gatti che a dei cani.
        "Ampliamento sinattico," si ricordò di ciò che l'ufficiale della riunione aveva detto alla loro unità. "Una parte del sistema nervoso di ogni mammifero è qualcosa chiamata sinapsi," la donna aveva detto loro con la monotonia di chi ha pronunciato quelle parole già molte volte.
        "Come un relais elettrico, una sinapsi invia comandi dal cervello al corpo. Il cervello da il comando, la sinapsi inoltra il messaggio al corpo. Questo significa," aveva continuato, "che il tempo tra il pensiero e l'azione è stato accorciato. Attenzione, all'inizio era una frazione di tempo minima, ma ora, con questi cani, è ancora più corto. Così non sono più come Fifì o Bobby che avete a casa." Aveva detto gettando occhi annoiati sulla decina o poco più di giovanotti. "Assomigliano più a delle macchine. Questo ricordatelo," aveva finito con la voce che finalmente si alzava per l'enfasi.
        La vita della macchina, pensò Sayla, stava sfuggendo attraverso un buco grosso quanto un pugno sul fianco.
        L'ufficiale jap teneva fermo l'animale, sussurrando qualcosa in giapponese, mentre lei inginocchiata accanto sondava attorno alla ferita con le dita. Non poteva fare niente.
        "Mi.. mi spiace," si scoprì a dire, sorpresa dalle sue stesse parole. Le dispiaceva veramente per il cane, veramente per l'uomo.
        "I miei hanno una fattoria," rispose lui in un sospiro. "Viviamo accanto ad un fiume in quella che voi chiamate la Cina occidentale occupata. Facciamo crescere pesce e granturco. E io allevo cani pastore. Per il bestiame e per le pecore. Me l'hanno data per questo. Coi cani ci so fare."
        Quello che stava dicendo non significava niente per Sayla. Tutto quello che sapeva dei giapponesi era che si trovavano qui, in California. Non sapeva niente della Cina, niente di fattorie e di bestiame e di pecore.
        "Lei non è come i miei cani," disse. "Ma un cane è sempre un cane, credo. Non ha importanza il come. All'interno non puoi cambiare ciò che realmente è."
        "Non ne hanno molti neppure come i nostri," concordò Sayla.
        "No," rispose.
        "Non so nemmeno perché li dovete avere qui," disse Sayla. Non le rispose. Rimase in silenzio per un lungo tempo.
        "Perché stiamo perdendo questa guerra, un'altra guerra, contro voi americani, e i cani non tornano a casa nei sacchi di plastica," disse alla fine, la voce un sospiro bassissimo che doveva sforzarsi per udirla. "Perché nessuno piange la morte di un cane."
        Ricadde di nuovo nel silenzio e Sayla era stata colpita troppo dalle sue parole per parlare. Gli ufficiali patrioti lo dicevano sempre che i jap stavano perdendo, ma nessuno ci credeva veramente. Ce n'era sempre tanti, e tanti rimmer. Sayla non era neppure sicura di sapere cosa significasse vincere (o perdere) la guerra. Come le rovine e le basi, i morti e i feriti, la guerra c'era e basta.
        "Non posso fare niente per lei, per il tuo cane," disse Sayla.
        "Lo so," rispose l'uomo, la voce un semplice sospiro nel buio. "Ma è una buona cosa che siamo qui con lei, ora. Non credi?"
        Non disse niente, ma annuì nel buio. Il pelo corto e spesso dell'animale era soffice sotto la sua mano. Sotto le sue dita l'animale era caldo e respirava e stava morendo. No, tutt'altro che come una macchina, decise, del tutto diverso dal bersaglio visto attraverso la sfumatura verde del suo cannocchiale notturno.
        Quando il cane esalò un respiro rantolante finale e il suo torace massiccio rimase immobile, Sayla si aspettò che il giapponese piangesse di nuovo. Poteva sentire la mano dell'uomo che accarezzava la pelliccia pesante dell'animale, ma niente altro. Aprì la bocca, poi la richiuse.
        Poi, come se venissero da tanto lontano, sentì i singhiozzi che si era spettata, Solo che venivano dalla parte sbagliata e un calore pungente si trovava sui suoi occhi, nella sua gola. Una mano si chiuse sulle sue attraverso la pelliccia dell'animale e lei non le ritrasse.
        Passò molto tempo prima che le lacrime si arrestassero.
 

Sayla chiuse gli occhi e ascoltò il tuono distante. Il suono le ricordò le tempeste invernali di quand'era bambina. Si ricordò di quando stava stesa durante la notte, sveglia ad ascoltare il tuono che copriva i suoni duri dei quartieri poveri apparentemente infiniti di Oakland. Le immagini si raccolsero nella sua mente, immagini di una ragazzina che si alzava presto dopo queste tempeste, che mangiava i suoi cereali a colazione in una veranda sul davanti di una casa popolare che guardava meravigliata alle strade nebbiose e vuote ripulite della loro solita sporcizia.
        Riaprì gli occhi. Non c'era nessun tuono. E la strada era ingombra delle rovine della guerra. Mimando il tuono reale scariche rombanti dell'artiglieria navale giapponese cercavano i loro bersagli da qualche parte, lontano, a nord.
        Al di sopra, una luce argentata aveva iniziato a spingere via le stelle dal cielo notturno. Il calore pesante dell'ufficiale giapponese premeva contro il fianco destro di Sayla. In qualche modo la sua vicinanza non la preoccupava.
        Era febbricitante, esausto, debole. Qualche rapida infezione era entrata nel suo corpo dove l'osso s'era infilato attraverso la carne della gamba. Era completamente disarmato e si era tolto anche l'armatura tattica. Poteva prendere benissimo il suo coltello e tagliargli la gola.
        Ma non lo avrebbe ucciso, stava invece cercando di salvarlo.
        Incapace a restare in piedi senza aiuto, doveva passare un braccio sulle spalle di lei e usare un manico da scopa come gruccia sotto l'altro. Con la mano buona Sayla afferrò il suo polso e si tirò su contro il suo braccio. Era più alto di poco e pesava meno di lei.
        "Shhh," sussurrò quando il movimento lo fece lamentare. "Devi stare calmo. O ci trovano sul serio. Dobbiamo arrivare alla Brigata, non possiamo farci trovare da un'unità." I combattimenti si erano allontanati dalla loro area, ma lei era sicura che qualcuno, giapponese o patriota non aveva importanza, si trovava ancora nelle vicinanze.
        Aveva sentito che la piccola unità di comando era situata da qualche parte sulle colline sopra Oakland. Era sicura che non sarebbe stato difficile trovarla. Non poteva tornare alla sua base. Lo avrebbero ucciso. Ma alla Brigata, erano svegli. Dopotutto era da dove venivano gli Ufficiali di Informazione Culturale e gli altri. Avrebbero voluto vivo questo jap.
        "Sì. Calmo. Capisco." Le sue parole uscivano lentamente, quasi con lo stesso ritmo delle raffiche distanti di artiglieria.
        Sta morendo. Il pensiero le echeggiò nella testa come una pallottola di rimbalzo. Prima che forzassero, assieme, la porta per aprirla e riuscissero a fuggire dal ripostiglio buio, Sayla aveva steccato e fasciato la sua gamba. Ma non poteva fare niente di più. Lui aveva perso la sua cassetta medica e lei non aveva medicinali. Ma se riusciva a portarlo alla Brigata, si sarebbero presi cura di lui. Una volta che i jap se ne sarebbero andati dopo la guerra lo avrebbero fatto tornare a casa, perché no?
        Sayla per un momento non riuscì a dire niente. Mentre lavorava alla sua gamba, lui le aveva parlato di casa sua, del fiume veloce, dei campi di fiori selvatici che si stendevano senza fine verso le montagne alte e innevate. Niente guerra, le aveva detto, nessun soldato, nessuna città distrutta. Era difficile immaginare un posto del genere.
        "Spostiamoci," fece, sforzandosi di tornare ai propri compiti. "Assieme siamo perfetti, eh," disse, concentrandosi sul passo. Il mio braccio sinistro rotto, la tua gamba destra rotta? Perfetti.
        "Ora devi cercare di sollevare quella gamba rotta proprio così..." Si scostò quando sentì la sua mano che le sfiorava il mento e sollevò il viso.
        "Grazie," le disse, così vicino che sentì il calore del suo respiro sulle guance, sulle labbra.
        "Sì," disse, tirandosi indietro, confusa. Si spostò di nuovo per aiutarlo. Si sforzarono assieme per sollevarlo dritto. Spinse il proprio peso in avanti e poi indietro tirando mentre lui cercava di mettersi in piedi.
        "Il mio libro," sussurrò in modo rauco.
        "Cosa?"
        "Il mio libro. M'è caduto di tasca. Mi aiuteresti a trovarlo?"
        "Libro? Che genere di libro?"
        "E'..." disse, la voce che diventava un respiro e poi tornava a salire mentre diceva:

"One moment in Annihilation's waste,
One moment of the Well of Life to taste--
The Stars are setting, and the caravan
Starts for the dawn of Nothing...
For in and out, above, about, below,
'Tis naught but a magic shadow-show,
Play'd in a box whose candle is the Sun,
'Round which we phantom figures come and go." [*]

        Poi tacque e lei rimase a dondolare leggermente al ritmo della sua voce. Le sue parole sembravano cose fisiche, che le ruotavano attorno, nella luce fioca.
        "Poesia," disse. "Molto vecchia. Il libro era un regalo di mia madre. Studiavo poesia all'università."
        Sayla si strinse nelle spalle e lo aiutò ad appoggiarsi contro una massa di cemento che sporgeva. Rimase indietro suo sui fianchi e si sporse sulle macerie scurite dalla notte e spostò avanti e indietro la mano finché le dita non trovarono una piccola cosa squadrata. "L'ho trovato," disse. "Eccolo." Lo porse verso di lui mentre si rialzava.
        "Me lo tieni tu?"
        "Prendilo tu," disse, allontanando il piccolo libro. "Non so neppure leggere."
        "Sì, ma," la sua voce scese di nuovo. "Ti ricordi," disse, "quando parlavamo di fede, speranza e gloria?"
        "Certo, parlavi di religione..."
        "No. Parlavo di umanità."
        Qualcosa leggero come una piuma le toccò una guancia e pensando che fosse una ragnatela si allungò per toglierla. Poi capì che era lui, le dita che le carezzavano gentilmente il viso.
        "Per favore," disse con calma, stringendole disperatamente la mano. "Tieni il libro. Per me."
        Riuscì solo a fissarlo, senza muoversi tra le rovine e la distruzione che si sollevava attorno a loro, ingoiandoli nell'infinito di questa guerra.
        E come se proveniente da lontano, dai campi coperti di fiori, volando su fredde brezze mattutine le sembrò di udire una voce, la voce di lui che sussurrava: Fede, speranza e gloria, lo sussurrò ancora e ancora. Fede. Speranza. Gloria.
 

"Fermi, brutte teste di cazzo, fermi!" La voce urlava da un palazzo crollato che bloccava la strada di fronte a loro.
        Fu quasi un sollievo. Avevano fatto poco meno di dodici isolati e Sayla si stava chiedendo quanto sarebbero riusciti ad andare avanti. Lei stava bene, ma l'ufficiale jap era rigido. Ce la mettevano tutta per passare lentamente attorno ad ogni ostacolo lungo la strada. Questa montagna di mattoni crollati e cemento sembrava insuperabile.
        "Mani alzate, alzate!" urlò la voce.
        Chiuse per un attimo gli occhi, con forza, poi li riaprì e lentamente sollevò la mano buona.
        "Lui... lui non è armato," sussurrò. Non è neppure come gli altri, avrebbe voluto dire. E' diverso, avrebbe voluto urlare.
        "Sono un patriota," urlò alla fine. "Lui è mio prigioniero."
        "Mani in alto, patriota," le urlò la voce. E allontanati dal tuo prigioniero, Allontanati. Via!"
        Poi una voce più profonda, più misurata, prese il posto della prima. "Fai così, sorella. Non puoi sapere cosa hai con te. Non c'è modo di saperlo, Sorella. Alza le mani e stai lontana."
        "Forza, patriota," urlò l'altra voce.
        Sayla fissò le macerie, la mente che galoppava, chiedendosi se il possessore della seconda voce riuscisse a capire quello che di certo l'uomo che urlava non riusciva a fare. Accanto a lei l'ufficiale jap vacillava sulla sua gruccia improvvisata. Fece un passo o due lontano da lei sollevando in alto un braccio e il più possibile l'altro.
        "Posso sollevare solo il mio braccio destro," disse lei. "La sua gamba è rotta. Nessuno di noi è armato," aggiunse.
        "Così va bene, Sorella," fece la seconda voce. "Ma devi allontanarti di più dal prigioniero. Questo è un ordine patriota."
        Inghiottì, nonostante il nodo alla gola. Vedevano benissimo che era azzoppato. Perché non veniva ad aiutarlo?
        "E' un ufficiale," urlò. "Lui conosce cose che può raccontarci..." La sua mente brancolava in un'oscurità più soffocante di quella nella stanza chiusa e si sentì sommersa da una paura estranea.
        "Permesso di stare col prigioniero alla Brigata!" urlò. Ma dove, poi? Dove sarebbe andato lui? La sua visione di un fiume scintillante e di montagne innevate recedette in un'oscurità avvolgente.
        "Permesso negato, patriota," rispose istantaneamente la prima voce. "Ferma. Lontana."
        "Devi fare come ti ordinano," le sussurrò accanto a lei.
        Si volse e la paura l'attanagliava all'interno, contorcendole il viso per l'indecisione. "Ho paura. Di quello che faranno."
        "Sì. Ho paura anch'io."
        La sua mascella si muoveva silenziosamente e i suoi occhi passavano lungo il contorno di lui, lungo i suoi occhi. "No," sussurrò. "No," disse mentre arrivavano le lacrime, quell'umidità non ancora familiare per lei che la sorprendeva. "Non voglio. Non posso." Sussurrò e non si allontanò, ma si avvicinò a lui lungo quei pochi passi che li separavo.
        Quando la sua testa esplose fu come se fosse di nuovo in cima ad un palazzo e vedesse le cose attraverso il grigio-verde del suo cannocchiale. Una voragine sembrò aprirsi improvvisamente tra di loro e la sua testa scomparve in una nuvola incolore.
        Il silenzio del cecchino riempì le sue orecchi e un movimento lungo la strada catturò il suo sguardo. Con sorprendente chiarezza vide sollevarsi un braccio e fare un unico gesto dalla cima di un palazzo.
        Il jap morto crollò a terra e lei sapeva che doveva muoversi, doveva scappare prima dell'arrivo dell'elicottero. Temeva che fosse troppo tardi, comunque. Il silenzio era stato rimpiazzato da un urlo distante e terrorizzante come quello dei razzi che cadevano in modo infinito dal cielo.
 

Stava nel palmo della sua mano buona, un grumo cerocristallino rotto circondato da migliaia di fibre. Potevano chiedersi cos'era successo all'impianto, chiedersi cos'era successo a lei, ma Sayla non se ne preoccupava più.
        Su un punto rialzato che guardava ad ovest sull'oceano vuoto si mise a pensare a quello che le avevano detto. L'esperto della Compagnia aveva detto che non poteva credere a tutto ciò che il jap aveva detto di sé, della sua famiglia. O di lei.
        Semplicemente il jap voleva farle credere d'essere un suo amico. Con un amico poteva infiltrarsi, era la parola che aveva usato.
        Un altro jap come questo, aggiunse il suo comandante dei cecchini, era arrivato con una ragazza in un'unità a Monterey. Li avevano accolti in un bunker della comunità. La ragazza portava la valigetta medica del jap. Solo che non era una valigetta medica. Era, e qui fece una pausa, guardando di sbieco all'esperto. Era un'atomica tattica da campo, continuò poi, senza spiegare altro.
        Tutto dell'ufficiale jap era irreale, le dissero. Come il cane, le dissero, anche lui era stato alterato, le sue sinapsi aumentate, la sua ghiandola adrenalinica ingrandita. Le ecchimosi a forma di calcio di fucile all'estremità della gamba erano inconfondibili, disse l'esperto. Il jap s'era spezzato la gamba da solo. Lo psicologo dei patrioti scosse la testa affascinato. A malapena umano, aveva mormorato il suo comandante. A malapena umano.
        "E questo congegno," l'esperto aveva detto dell'oggetto luccicante che aveva in mano, "è simile al congegno che si trova nella testa dei cani." In un cane, aveva spiegato, era un regolatore attivo. Il congegno avrebbe costretto il cane a rispondere ad una serie enorme di comandi e sradicare la resistenza dell'animale, spegnendo perfino il suo istinto di sopravvivenza.
        "In un uomo," l'esperto aveva detto, parlando più a se stesso che a Sayla, "viene fatto crescere nel talamo e opera su altri livelli. Analizza dati sovraliminali dai sensi del suo ospite. E' un amplificatore empatico. Magnifica l'abilità naturale umana a leggere le emozioni degli altri da piccoli cenni nella voce, dai movimenti, dall'espressione, perfino dall'odore.
        "L'ospite," continuò l'esperto, fissando affascinato la cosa, "può poi agire su cenni sensuali ricevuti dal suo bersaglio, magnificati un centinaio di volte." Si era poi voltato verso di lei, strizzando gli occhi come ricordandosi che era presente. "Con questa nella sua testa, quel jap poteva quasi leggerti il pensiero."
        Ma non era il suo pensiero che aveva letto.
        E non aveva mai cercato di farle male, non avevano trovato alcun esplosivo nascosto dentro di lui.
        Con una mossa veloce gettò via il congegno e l'osservò mentre cadeva in mare, le sue fibre che mimavano i movimenti della vita. Rimase a guardarlo per molto tempo. Poi mise la mano nella tasca sul petto ed estrasse il libro e guardò al piccolo spazio nero nella mano.
        "Fede, speranza e gloria," sussurrò Sayla, ricordando un tocco lieve nel buio. Poi col pollice apri la borchiad'ottone che lo chiudeva guardando verso ovest all'acqua e ricordando le sue parole. "One moment of the Well of Life to taste--and the caravan/Starts for the dawn of Nothing..."
        Poi sollevò la copertina del libro.
        E guardò in un istante di luminosità bruciante che rivaleggiava quella del sole. Quello che Sayla era stato, quello che era stato Sayla, se ne andò.
 


Dal Rubaiyat di Omar Khayyam:
Un momento nel deserto dell'Annichilimento, un momento del Pozzo della Vita da gustare... Le stelle tramontano, e la carovana parte per l'alba del Nulla... Perchè dentro e fuori, sopra, attorno, sotto non è altro che un magico spettacolo di ombre, recitato in una scatola la cui candela è il Sole, attorno a cui noi, figure di fantasmi, arriviamo e partiamo. [^]


 


© James M. Schell, apparso originalmente in Intertext, vol.9, n°3 con il titolo Barely Human
traduzione Italiana Danilo Santoni;
l'illustrazione, apparsa anche nell'edizione originale, è © Jeff Quan.
Jeff Quan lavora come senior designer per CNET. Vive e lavora a San Francisco in California.

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