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Karl e l'orco

Inserito Sabato 24 luglio 2004

Narrativa racconto di Paul J. McAuley (tit. orig. Karl and the ogre)

I tre cacciatori, Karl Shem e Anaxander, scova­rono la pista dell'orco solo dopo un giorno che avevano lasciato il villaggio e avevano iniziato a risalire il corso del fiume verso il posto dove l'unicorno era stato ucciso, in profondità nei recessi pedemontani del Berkshires. I boschi dei pendii, pieni di guglie e appuntiti, erano disseminati di felci e massi muschiosi. Alberi snelli, faggi e aceri da zucchero, pendevano da tutte le parti in una calda luce verde. Giugno. Il cielo un blu assoluto. Erano andati verso l'acqua per riempire le bottiglie e là, in una piccola insenatura tra ciottoli bianchi trascinati dalle piene dovute allo sciogliersi delle nevi, Karl trovò le orme degli scarponi dell'orco nella ghiaia umida sulla riva del fiume.

Karl, un esile ragazzo biondo con un’età di venti estati, si asciugò il sudore degli occhi mentre osservava le orme (piatte, inta­gliate dallo schema intricato delle scarpe di un tempo) ma non esultò. Dopo un attimo chiamò ad alta voce gli altri.

Anaxander si scacciò nervosamente dagli occhi i capelli neri e arruffati e gettò a malapena uno sguardo alle orme prima di danzare via, trascinando un balbettio acuto e felice, ulu-la-ulu-la-la, per poi roteare e storcere la testa per ascoltare il trillo di qualche uccello nei boschi che sorgevano sopra il fiume. Nel frattempo Shem si poggiò le mani sulle ginocchia dei jeans e si concentrò sopra il segno: il povero, lento, paziente Shem. Era stato il miglior cacciatore tra tutti quanti, aveva detto la madre di Karl, prima della trasgressione che aveva fatto scatenare l'ira dei suppositi. Gli avevano spezzato il filo dell'intelligenza, allora, lasciandogli solo una realtà ottusa e cieca da cane. Karl non era mai riuscito a sapere cosa avesse fatto Shem; a nessuno dei cacciatori piaceva parlarne, e neppure a sua madre anche se spesso era abbastanza schietta... ed ora se n'era andata, spedita dal truce supposito che aveva il comando della gilda dei caccia­tori, a snidare l'ultimo degli orchi nelle foreste pluviali della costa del Pacifico del Nord.

Karl disse con impazienza: "Non è che sia tanto grosso questa volta. Del mio peso, forse un po' meno."

"...forse" disse alla fine Shem, e si raddrizzò socchiu­dendo gli occhi al riverbero del sole che insaporiva il fiume veloce. Del sudore brillò sul ferro di cavallo maculato della calvizie che si infilava nei suoi capelli rossi. Disse: "Faccia­mo che questa volta sia pulita, ragazzo. Niente chiacchiere. Facciamolo e basta."

"Parlare dei vecchi tempi non fa male," disse Karl, sorridendo, sicuro del proprio potere sull'uomo più anziano. "... forse. Non lo so, ragazzo."

Karl schiacciò una zanzara. "C'è un'Ondina in questo fiume, giusto? Penso valga la pena sentirla."

"Penso di sì," disse Shem, mentre Anaxander estraeva dalla cinta il piccolo flauto di legno e suonava le note della canzone dell'uccello che aveva appena sentito.

Accoccolandosi nella calda luce del sole, Karl graffiò laboriosamente col pugnale i segni necessari su un duro ciottolo di granito, poi si sollevò e lanciò la pietra verso la corrente centrale. Immediatamente in quel punto l'acqua color verde botti­glia ribollì di schiuma bianca. Un braccio lungo quanto era alto Karl proruppe in superficie, un'enorme mano si distese a mostrare le membrane allacciate alle dita; e ad ogni dito sulla punta un artiglio curvo come la spina di una rosa. Poi la sua faccia inumana, i capelli arruffati come alghe intorno ad essa, poi le spalle e i seni, levigati e bianchi come i ciottoli della riva. Con l'acqua che le spruzzava dalle fessure delle branchie sul collo, l'ondina vagò nella corrente volgendosi verso i cacciatori.

Ma aveva poco da raccontar loro. Sì, disse in risposta alle domande di Karl, sì, l'orco aveva bevuto l'acqua del fiume quella mattina, proprio sul far dell'alba. E sì, ce n'era stata solo una di creatura. Ma dopo aver bevuto a sazietà si era girata e se n'era andata su per la collina e l'ondina non ne sapeva più nulla. Karl la ringraziò e lei tornò ad immergersi, i capelli non le si allontanarono galleggiando dal viso mentre l'acqua le si chiudeva sopra e si dissolse nel suo elemento. Poi ci fu solo il suono del fiume e il bisbiglio acuto degli uccelli nei boschi verdi.

"Andiamo," disse Karl sollevando la coperta arrotolata. "Ci sarà modo di trovare molte tracce su nel sottobosco... il terreno è così umido che col tacco si fa uscire un torrente. Che c'è Ax?"

Anaxander stava indicando al di là del fiume. Karl si fece ombra agli occhi e vide un daino passare con grazia sopra un tratto di ghiaia, abbassare la testa e bere.

"Lo vedo," disse Karl, "Ma è dal lato sbagliato. Potrei infilarlo con una freccia, di sicuro, ma non potrei attraversare a nuoto e nessuno di noi sa camminare sull'acqua. O tu lo sai fare, Ax, hu?"

Shem disse in tono rauco e pressante: "Hanno detto che non era permesso uccidere niente altro che l'orco. Ricorda, ragazzo, ricordati della vacca. Pronta per noi quando torniamo. Qui non è permesso."

La placida vacca di razza jersey, con gli occhi dalle lunghe ciglia che guardavano in modo fiducioso al macellaio del paese mentre le poggiava una mano sul muso bianco. Il suo istantaneo collasso di lato. Karl disse amaramente: "Si pensava che saremmo stati liberi dalle loro dannate regole una volta qui!"

Shem si strinse sulle spalle: Anaxander suonò un fram­mento della canzone che aveva cantato la ragazza. Karl arrossì e affondò i pugni nelle tasche della lunga giacca di cotone. Non c'era scopo a rimproverare l'idiota, probabil­mente con quello non voleva dire niente. Anche se non eri mai sicuro, mai veramente sicuro. Anaxander era un'idiota, ma era anche un supposito. Non sapevi mai con certezza cosa passasse dietro quegli occhi blu chiaro. "Andiamo," disse Karl dopo un attimo. "Ancora una bella tirata prima del tramonto. Può anche darsi che quel dannato orco abbia il covo vicino, uh? Perciò metti via quel flauto, Ax. Potrebbe sentire."

Shem gettò un'occhiata a Karl e il ragazzo, con le orecchie che gli iniziavano a scottare, si voltò e si avviò su per il pendio sotto gli alberi. Ma mentre si guardava attorno in cerca di segni del passaggio dell'orco (muschio staccato dal terreno, un ramoscello piegato, un ciottolo smosso di fresco) non poté fare a meno di ricordare la ragazza, la ragazza supposito, mentre si era avvicinata nei pressi delle sponde del lago con il secchio appoggiato alla sporgenza dell'anca, con le farfalle che danzavano intorno ai suoi capelli lunghi nel sole. Karl la ricordò con rabbiosa incapacità mista a disgusto. No. Non era per quelli come lui, né lo sarebbe mai stata.

 

 

Erano arrivati al villaggio, Karl e Shem e Anaxander, verso mezzogiorno due giorni prima, coi cavalli stanchi e agitati per il caldo. C'era una siepe di biancospino alta il doppio di una persona, le punte dure e resistenti come ferro temprato e così fitta che il cancello, di sbarre e bulloni, stava alla fine di una specie di tunnel. I tre dovettero aspettare fuori finché il sole non scese al suo ultimo quarto prima che il villaggio iniziasse a svegliarsi e che lo gnomo coboldo di guardia al cancello li facesse passare. Karl, assetato e con la testa intontita per il dormire al caldo, seguì il dinoccolato guardiano con gli altri conducendo i cavalli su un tappeto erboso rasato con cura. Le pecore si dispersero lungo il loro percorso.

Il villaggio si trovava oltre dei campi di fieno recintati, vicino alla riva di un lago che rifletteva gli alberi scuri che lo circondavano: un mucchio di casette di pietra dilavata, ciascuna nel proprio giardino e col tetto fatto a cannucciola e con dietro strisce di orti e recinti di siepi bianche dove i cavalli pascolavano. I tre cacciatori furono condotti lontano, verso un grosso fienile con un occhio esagonale dipinto su un lato come un bersaglio, che si trovava accanto ad una casa sconnessa a un solo piano.

Apparteneva al macellaio, naturalmente, un uomo no­doso, strano, che licenziò il coboldo e prese in carico i cacciatori, facendoli entrare nel fienile e dicendo loro di aspettare che si riunisse il concilio del villaggio. I cacciatori lavarono e strigliarono i cavalli; poi, mentre Anaxander e Shem si distendevano sulla paglia pulita per dormire assie­me, Karl si sedette al di là della grossa porta squadrata del fienile, irritandosi per il ritardo anche se ormai doveva essersi abituato al disprezzo dei suppositi.

Oltre il fienile un pendio erboso correva verso la riva del lago. In quel momento una ragazza scendeva dalla casa del macellaio con un secchio di legno e Karl l'osservò fermarsi a riempirlo e l'osservò tornarsene indietro, la gonna di pelle morbida le batteva sui polpacci grassocci, la luce del sole che luccicava sul suo giustacuore di cotone, sui suoi lunghi capelli fluenti e sui pezzetti di colore che danzavano intorno ad essi. Poi lei era dentro casa sua, la porta chiusa. Karl vide che, in basso lungo la spiaggia, la delegazione del concilio dei villaggio si stava incamminando verso il fienile.

Karl si alzò e scosse la stanchezza dalle gambe, fece alzare Shem e Anaxander. Verdi occhi che brillavano ma­liziosamente, il supposito si pavoneggiava tra i due uomini, soffiando alcune dissonanze dal flauto; Karl si impegnò ad afferrargli il braccio e spingerlo avanti alla luce del sole mentre gli abitanti del villaggio si fermavano di fuori.

A prima vista quella mezza dozzina di uomini e donne non era eccezionale, ma qualcosa nel loro portamento, una certezza pura e calma, intimidiva sempre Karl così che si rese conto in maniera non confortevole della camicia appic­cicata alla scapole, dello sporco sotto le unghie delle dita, dell'odore rancido del suo sudore mischiato a quello del cavallo. Il loro portavoce, un uomo paffuto di circa cin­quant'anni, iniziò indirizzandosi ad Anaxander e quando Karl sottolineò l'errore si limitò a scrollare le spalle e a dire all'idiota con solenne cortesia: "Mi spiace, fratello."

Karl disse: "Non capisce niente oltre alla musica."

"Capisce," disse una delle donne, osservando Karl e Shem con disapprovazione.

E così, come al solito, cominciava male, Karl arrabbiato eppure allo stesso tempo più preoccupato di quanto volesse ammettere... perché ciascuno dei suppositi, per quanto fosse mansueta la loro apparenza, avrebbe potuto rove­sciarlo con la stessa facilità con cui si apre una teca di piselli. Almeno era un lavoro franco. Il portavoce spiegò come il villaggio avesse da tempo sospettato che almeno un orco sopravviveva nelle colline oltre il lago e come questo so­spetto fosse stato confermato allorché si scoprì un unicorno ucciso da poco. Karl arguì che al villaggio avevano di fatto tollerato la creatura per un po' di tempo: gli orchi di solito erano più fonte di una miriade di noie minori intorno ai villaggi dei suppositi, sia per odio autentico sia per stupidità sia per semplice spacconaggine, piuttosto che agenti di un unico affronto. Era più facile ignorare tali trasgressioni che dare il via alle scomodità che una caccia comportava evocando la gilda della morte di tutte le genti dei vecchi tempi: ma l'assassinio di una creatura sacra non si poteva ignorare.

Così disse: "Unicorno, eh? Bene. Quanto tempo fa è stato ucciso?"

"Dodici giorni."

Karl fece le sue considerazioni, calcolando il tempo occorso ad organiz­zare la caccia e il tempo impiegato ad arrivare. Disse: "Perché avete aspettato due giorni o più prima di notificarlo alla nostra gilda? La cosa potrebbe aver lasciato ormai la zona."

"C'era, come ora, una sostituzione. Non poteva essere disturbata." Lo sguardo dell'uomo era lontano e insondabile, senza traccia di colpa. Come sempre, Karl fu costretto a sentire che, in qualche modo, era LUI nel torto; armeggiò attraverso il resto della routine, le domande su dove e quando, e si sentì sollevato quando i suppositi se ne anda­rono.

In seguito, la ragazza che Karl aveva visto riempire il secchio d'acqua venne al fienile, un cesto bilanciato su un'anca sporta in fuori: una caraffa di sidro, un formaggio stagionato, pane e miele. Karl la ringraziò, poi disse impul­sivamente: "Tuo padre è il macellaio, vero? Penso che abbiamo qualcosa in comune."

La ragazza abbassò Io sguardo e Karl poté studiare il suo viso rotondo e bello. I lunghi capelli erano stati legati sopra una spalla. Una farfalla se ne stava sopra la forma che uno dei piccoli seni faceva nel giustacuore di cotone, le ali chiuse verso l'alto come mani in preghiera; altre, notò, frullavano nelle calde ombre del fienile. Lei disse: "Di certo sei troppo giovane per essere un cacciatore. Ho sentito dire che non gli è permesso avere figli."

Era vero, naturalmente, e Karl arrossì per il fatto che gli veniva ricordata la singolarità della sua nascita. I suppositi mettevano qualcosa nel cibo delle Città dei Cacciatori, si diceva, o nell'acqua o proprio nell'aria, qualche veleno dei tempi antichi che aveva impedito alle donne di concepire. Fuori delle Città dei Cacciatori il veleno svaniva, così che le partite di caccia erano formate solo da uomini o da donne; Ma a volte le squadre di caccia si incontravano nelle zone selvagge, per caso o per disegno. In uno dei suoi momenti più ebbri, prima che partisse per la costa del Pacifico del Nord, la madre di Karl gli disse che suo padre poteva essere stato uno qualsiasi dei tre uomini: l'aveva odiata per questo. Ora disse con vanagloria alla ragazza: "Sono cinque anni che sono un cacciatore, uccidendo undici orchi." Capì subito che era la cosa più sbagliata da dire e si affrettò ad aggiun­gere: "Non dovresti aver paura di me. Sono venuto per aiutare il tuo villaggio."

"Oh, non ho paura per niente di te." Il suo sorriso era dei più semplici e s'incurvava verso l'alto alle estremità delle labbra deliziose. Quanti anni aveva? Quindici? Sedici? Tutti i compagni di bevuta di Karl erano almeno vecchi quanto sua madre o Shem, così come lo erano le sue poche amanti e i più scarsi confidenti. Per un attimo ebbe il desiderio di scappare con la ragazza, in cerca di un posto tra i boschi per vivere come gli orchi. A volte i cacciatori lo facevano e per questo erano cacciati come gli orchi. E poi Anaxander saltellò dentro fischiando dei frammenti di qualche melodia rammentata col suo flauto e la ragazza fece uno scatto.

"Non preoccuparti," disse Karl. "E' innocuo, lo è sul serio."

"Ma perché il fratello è con voi?"

"E' uno di noi, va bene, ma è stupido, capisci? Il cervello danneggiato. Tutto quello che capisce è la musica; qualsiasi canzone senta può rifarla come una delle macchine dei tempi passati."

La ragazza si alzò e Karl fu subito preoccupato. Lo sguardo di lei era luminoso e imperioso, come un'improv­visa lama di luce nel fienile oscuro. Le farfalle svolazzavano intorno alla sua testa come fiocchi multicolori di fiamma. Disse: "Non dovresti parlare di queste cose."

"Non avevo intenzione..."

"Devo andare ora."

"Mi spiace," disse Karl. "Non avevo intenzione di turbar­ti.

“Sul serio, devo andare." Il suo sguardo era un po' più dolce "Mio padre e mia madre devono mangiare presto. C'è un cambiamento stanotte."

"Che gli faranno stavolta al mondo?"

"Non siamo tenuti a saperlo."

E poi correva via sull'erba striata dalle ombre che s'al­lungavano. E cantava mentre se ne andava, una qualche complessa canzone atonale cantata con voce chiara e acuta che toccava qualcosa in Karl anche se non la capiva per niente.

Ed ora, mentre i cacciatori seguivano la traccia dell'orco attraverso la foresta scoscesa in modo ripido, Anaxander suonava tranquillamente frammenti della canzone della ragazza, mescolati a pezzi e bocconi di altre melodie ricordate, e Karl borbottava sull'orlo del ricordo di lei, cercando di non pensare alla terribile cosa che era successa in seguito. No, lei non faceva per lui.

 

 

Almeno la traccia era facile da seguire. Invece di pren­dere per i blocchi di pietra che si infilavano nel ricco terriccio del sottobosco, l'orco aveva seguito un sentiero ventilato e dal suolo soffice che li costeggiava. Era anche troppo facile, ma comunque tutti gli orchi erano vecchi, ormai. La madre di Karl lo aveva intrattenuto col racconto di lotte disperate e di difficili inseguimenti ai vecchi tempi e anche se solo la metà di quelle storie fosse stata vera, gli orchi che erano rimasti erano indubbiamente dei poveri relitti. L'ultimo che Karl aveva aiutato a liquidare era stato quasi senza parole, senza dubbio un ragazzino quando era stato cambiato tutto quan­to, e in tutti quegli anni era cresciuto in maniera selvaggia, non più di un animale impaurito. Era passato molto tempo da quando Karl aveva imparato qualcosa di nuovo sui vecchi tempi e allora era stato dai balbettii di un'artritica vecchiaccia rugosa mezza matta per la quale il coltello di Shem era stata una benedizione.

Si trovavano in alto sopra il fiume ora, potevano vedere una strada dei vecchi tempi come un serpente dalla spina rotta tra gli alberi sulla riva opposta. Karl cercò di immaginare come sarebbe potuta essere, con le MACCHINE che rug­givano via in nuvole di fuoco e fumo (quello almeno era qualcosa su cui erano d'accordo tutti gli orchi, il terrore e la maestà delle strade dei vecchi tempi)... Shem s'era arrestato, stava annusando l'aria. Dopo un momento Karl scovò una traccia dell'odore, crudo e fetido nell'aria calda. "Ragni," disse Shem.

Avanzarono con cautela e subito Karl vide delle ragna­tele di color grigio e ripugnanti che erano tese di fronte a loro, da albero a albero, scorse di sfuggita uno scuro movimento strisciante dentro l'ombra che gettavano. Rabbrividì. "Mi chiedo a cosa stavano pensando nel mettere al mondo queste cose."

Shem asciugò il sudore dalla testa che andava pelandosi e disse, lentamente e seriosamente: "Tutto ha il suo scopo. Non siamo tenuti a comprendere."

"E' un peccato che non siano riusciti a sognare qualcosa di utile, qualcosa che gli servisse a inseguire gli orchi."

"Hanno noi," disse Shem dopo un attimo.

"Penso di sì, e cosa faremmo noi se non avessimo da cacciare? Sarebbe proprio odioso appartenere a una di quelle squadre di lavoro che demoliscono i vecchi palazzi." Anche se a volte Karl si chiedeva cosa mai ci fosse rimasto in quei chilometri di mattoni e cemento che le squadre stavano lentamente riportando a terra. Sospirò e sistemò il rotolo della coperta in maniera più confortevole. "Bene, non può essere passato attraverso quelle ragnatele, comunque. I ragni mangerebbero un orco con la stessa allegria che ci metterebbero per te e per me, o per te, Ax! Non avvicinarti troppo, ora! Guardiamo attorno."

Dopo una breve ricerca, Shem fece un richiamo sotto­voce e Karl si diresse verso di lui, coi jeans che strofinavano sulle felci. L'uomo più anziano indicò il ramoscello spezzato da poco, l'impronta della suola poco sotto.

Karl scacciò i moscerini che gli svolazzavano attorno alla testa. "E' strano, "disse. "L'orco è abbastanza agile, ma qui ha rotto il ramoscello come se ci fosse passato sopra apposta. Come se volesse che lo seguissimo."

"Stupido, forse," suggerì Shem. "Dopotutto ha ucciso l'unicorno."

"Quello è stato sciocco, non stupido. C'è differenza. Procederemo con cautela, non credi? Osservare ogni pas­so. Hai sentito Ax?"

Sogghignando apertamente il supposito idiota scrollò i capelli dalla fronte bianca. Ci furono altri segni mentre salivano il pendio, fronde spezzate, terra rossa raschiata via del muschio. Karl, seguendo l'esempio di Shem, si tagliò un ramo robusto e lo usò come un'asta per saggiare il terreno di fronte a lui, ma fu Anaxander che sentì la trappola, dove la traccia dell'orco passava tra due sporgenze lichenose di roccia.

La punta dell'asta di Karl affondò in profondità nei rifiuti delle fronde spezzate e li spinse di lato. Sotto c'era una buca scavata di fresco, poco profonda e forse larga un braccio a alta il doppio. Una dozzina o più di pali dalla punta affilata erano infilati sul fondo, le punte tagliuzzate imbrattate di merda.

Shem la guardò per un bel pezzo. "I survivalisti usavano questo trucco, molto tempo fa. Penso siano tutti morti. Volevano combattere, non nascondersi. I ragazzi avevano degli arsenali dai loro genitori, sai. Non credo che..."

Anaxander li stava osservando con occhi ansiosi e spalancati e Karl disse: "Non preoccuparti, Ax, è andato via da un bel po'. Questa trappola, vedi, sperava che ci cascassimo."

Shem si grattò la barbetta del mento.

"Ora procediamo veramente piano," Karl disse loro.

Ma non c'erano altre trappole. Le tracce dell'orco, che si mantenevano quasi sempre su uno stretto sentiero di daini che tagliava tra gli alberi, salivano la china attraversata qua e là da piccoli torrenti. Gli stivali di Karl iniziarono a scivolare sulla schiuma del muschio e dell'erba epatica che copriva l'argilla umida. Qua e là c’erano cespugli con foglie scure che erano in fiore, ogni piccolo boccio bianco a forma di stella intenso come un'apparizione di un essere soprannaturale nell'om­bra verde. Poi gli alberi lasciarono il posto alla boscaglia e all'erba e alla fine i tre cacciatori guadagnarono la cresta ventosa dalla cima, scorgendo altre cime distendersi in lontananza sotto un cielo blu. In lontananza una piccola forma attraversava il cielo da est a ovest. Facendosi ombra agli occhi, Karl poté scorgere che era un cocchio tirato da una falange di enormi uccelli e provò una fitta acuta di sorda invidia: c'era là qualche Signore o Signora dei suppositi e lui qua a procedere con fatica attraverso la sporcizia del mondo.

L'orco aveva lasciato un sentiero di tracce attraverso l'erba alta e asciutta. I cacciatori lo seguirono per il pendio opposto e non si erano addentrati per molto tra gli alberi quando raggiunsero il limite di una spianata dove un rudere dei vecchi tempi aveva ceduto in un raggio di luce, la conchiglia crollata di una casa di legno a un piccolo ruscello ombreggiato da fitte felci. C'era un buco nero sbrindellato alla base del rudere, una piccola spianata di terra calpestata di fronte ad esso; fuori da un lato c'era una pila di assi annerite e altri rifiuti.

Ormai i cacciatori avevano stabilito una routine; piuttosto che provare a costringere l'orco a uscire allo scoperto, era più sicuro (anche se più noioso) aspettare che emergesse di sua spontanea volontà. Shem strisciò in tondo verso il retro del rudere e trovò un posto per nascondersi in un mucchio fitto di felci vicino al ruscello mentre Karl e Anaxander si acquattarono in attesa sul davanti, osservando l'entrata sbrindellata del covo. Una volta Anaxander fece per estrarre il flauto e Karl colpì la mano dell'idiota sussurrandogli di stare zitto e calmo. II supposito lo osservò con occhi spalancati, poi si voltò dall'altra parte a guardare tra gli alberi. Inconscia­mente, mentre aspettava, la mente di Karl ruotava intorno al ricordo della ragazza nel villaggio e di ciò che era successo in quella notte, la notte del rimodellamento.

Aveva preso un tozzo di pane dal cibo che lei aveva lasciato, si era versato una vigorosa dose di sidro e s'era ritirato verso il fondo del granaio a rimuginare sulle piccole umiliazioni della giornata. E dovette essersi addor­mentato, perché si svegliò con una luce fosca che si accumulava attraverso la porta, con la calda notte dietro. Shem e Anaxander russavano su diverse tonalità. Coi muscoli induriti per la cavalcata della giornata, Karl si diresse alla porta. L'aria sembrava fremere per l'attesa, piccole scariche statiche e si ricordò di ciò che la ragazza aveva detto: un cambiamento.

Fuori la luna si muoveva come un occhio livido e funesto in fasce di luce verde e gialla che lavavano il cielo intero. Le piccole luci del villaggio brillavano intorno alle anse della spiaggia del lago come stelle scese a terra. Anche se l'aria notturna era tiepida, Karl rabbrividì, chiedendosi che cosa si stava operando sul mondo, quali nuove cose vi si stavano portando o che cosa si stava cambiando dal volere collettivo dei suppositi operanti giù nel vortice delle particelle elemen­tari dove ciò che è si sfoca e si apre ad una miriade di possibilità.

Pure le luci della casa del macellaio erano accese e dal chiarore che emanavano Karl vide una forma pallida sull'erba vicino al filo d'acqua.

La ragazza.

Col cuore che batteva velocemente ma leggermente si diresse verso di lei. A metà strada tutte le luci del villaggio e le luci dietro a lui si spensero, ma poteva vedere abbastanza bene con la luna e con i freddi tremolii dell'aurora.

La ragazza sedeva a gambe incrociate, sporta verso l'incavo formato dalle ginocchia. Sembrava che non respi­rasse.

Karl disse: "Neppure io potevo dormire." Non ci fu risposta. Quando si inginocchiò accanto a lei vide il bianco degli occhi che si scorgeva da sotto le palpebre socchiuse. "Ehi," disse dolcemente e si azzardò a toccarle una spalla.

Lei rabbrividì e allo stesso tempo Karl provò una specie di freddezza che tendeva a contrarsi per tutta la pelle. Il cambiamento. La bocca della ragazza era spalancata e pensò di aver visto la sua lingua scattare fuori. No, qualsiasi cosa fosse, era come un paio di piccole fruste. Poi le ali polverose si liberarono delle labbra di lei e la grossa farfalla notturna cadde svolazzando.

La ragazza stava facendo una specie di gorgoglio sordo. Qualcos'altro si stava spingendo fuori dalle sue labbra con un moto lento verso l'alto. Karl fuggì, cadendo una volta e imbrattandosi d'erba e di sporco sulle ginocchia dei jeans, accumulando ancora più sporco sotto le unghie mentre si alzava e riprendeva a correre. Nel caldo soffocante e fastidioso del granaio, se ne stette sveglio per lungo tempo, vedendo e rivedendo il farfallone uscire dalla bocca di lei verso il mondo. E ora, acquattato tra le fronde polverose delle felci, guardando l'entrata della tana dell'orco, rabbrividì nonostante l'aria calda per il ricordo, un senso freddo nause­ante alla bocca dello stomaco. Sua madre aveva proprio ragione quando diceva, come faceva spesso, che i suppositi non erano umani.

Il sole si abbassò pettinando con la luce ramata la punta della macchia di felci dove si nascondeva Shem. Alla fine Karl vide un movimento nel buco sbrindellato alla base del rudere e l'orco sporse la testa irsuta, fermandosi come ad annusare l'aria prima di tirarsi lentamente e dolorosa­mente all'aperto. Istantaneamente Karl balzò in piedi e dopo un attimo anche Anaxander spuntò, tremando leggermente. L'orco sollevò il fucile e ci fu un semplicissimo click. "Male­dizione," disse con una voce acuta e spezzata e Shem si lanciò dal suo nascondiglio e lo atterrò tra lo sporco.

 

Era una donna, naturalmente, Karl l'aveva immaginato già dall'uccisione dell'unicorno. Una don­na vecchia e smunta, fasciata in una specie di mantello di pelle di daino conciato male sopra a dei jeans sbrindellati e scoloriti dei tempi passati e una camicia da lavoro, più rammendi che stoffa, i capelli intrecciati a formare trecce unte. Ma sapeva parlare e una volta realizzato che non sarebbe stata uccisa subito divenne garrula, disse a Karl che l'unicorno le aveva dato la caccia per posare il suo grande corno dorato nel suo grembo. Fu allora che lei gli aveva tagliato la gola.

Le pieghe del suo viso si risistemarono intorno ad un sorriso. "Pensava di trafiggermi su due piedi."

"Lo avrebbe fatto, se voi non foste stata... giusta." Karl provò un'esaltazione fredda e chiara, potendo controllare a malapena l'avidità a spremere tutto ciò che conosceva quella creatura.

"Una vergine, oh, sì! Non c'è stato altro che qualcuna di noi ragazze, he-he." Poi aggrottò le ciglia e disse: "Odio tutte le cose che hanno fatto. Odio loro."

Ebbe solo bisogno di un piccolo stimolo da parte di Karl per tirare fuori la storia della sua vita. Il suo nome era Liza Jane Howard, disse, ed era vissuta lì quasi tutta la vita. "Quando ci fu il cambiamento, babbo mi nascose qui. Era un biologo, sapeva che stava morendo, tutti coloro che aveva­no superato la pubertà stavano morendo. Ma non sapeva che lo avevano fatto i superbright. Non l'ho saputo neppure io, per un bel pezzo. Cambiarono i batteri degli intestini, vedi, così da uccidere tutti gli adulti. Dopo un paio d'anni, tutto era finito e allora credo che abbiano cambiato come prima i batteri, così da poter crescere, eh?" Karl annuì. Questo lo sapeva già, soprattutto dai brevi interrogatori degli altri orchi che aveva aiutato a scovare. "Rimasi qui," continuò, gli occhi sfuocati, quel tempo della cernita molto più vicino a lei della sera blu. "Mi sono nascosta, così da poter sopravvi­vere. Oh, ho parlato con qualcuno come me, ma non ho mai lasciato che sapessero dove vivevo. Ho avuto una ragazzina qui una volta, verso i primi giorni, povera cosetta malata, morì di polmonite nel giro di un mese. Non ho mai saputo il suo nome, penso fosse una benedizione, eh? Non ho visto più nessuno da un paio d'anni. Presto ce ne saremo andati tutti e non ci saranno altro che i superbright."

"Quelli sono i suppositi," suggerì Karl.

"Non lo sai ragazzo? Vedi, allora, durante i vecchi giorni, c'era un modo di migliorare l'intelligenza di un bambino prima che nascesse, tutte le persone ricche lo hanno fatto. Ma non sapevano di preciso quanto stavano cambiando quei dannati ragazzini finché i ragazzini non incominciarono a cambiare il mondo. La partenza di tutti gli adulti fu la prima cosa." Guardò da presso Karl, "non lo sapevi?"

"Non tutta la storia." La madre non gli aveva insegnato niente di storia; ma sua madre era solo una bambina quando era successo, una bambina ordinaria.

Dall'altra parte della spianata, Shem tossì e sputò, come sempre disapprovando questo discutere, desiderando di finire il lavoro. Anaxander stropicciò i piedi sull'erba, osser­vando l'orco con un misto di paura e fissazione.

Lei disse: "Mi meraviglio di essere rimasta viva così a lungo, con tutti i cambiamenti che si sono succeduti. Sve­gliandomi e scoprendo RAGNI giganti appesi agli alberi, o piccoli draghi che si nascondevano sotto le pietre e fischia­vano come teiere. E il ritorno dei lupi, senza mai essere sicura se fosse naturale o opera loro. Eh. Abbastanza presto avranno cambiato il mondo da dividerlo dall'universo, allora dove sarai, eh, ragazzo? Pensi mai a che accadrà quando abbatterete l'ultimo di noi?"

Karl ricordò la mucca uccisa in fretta per il loro ritorno, il modo fiducioso con cui aveva seguito il macellaio, il suo istantaneo e debole collasso al tocco della sua mano.

L'orco parlò con voce stridula. "Sai perché l'hanno cambiato così come hanno fatto? Hai mai letto i libri dei vecchi tempi? Babbo me ne ha lasciati a migliaia."

Karl non sapeva leggere, ma aveva sentito dei libri da uno o due degli orchi. La curiosità gli formicolò sotto la pelle. Non aveva mai incontrato prima d'ora un orco che conoscesse così tanto come erano andate le cose prima che cambiassero.

"Vieni dentro, ragazzo. Te lo mostro," disse lei. "Ti mostro da dove viene tutto questo."

"Certo, OK"

Shem rimase in piedi, la mano sul coltello nel fodero all'anca. "Ascolta, ragazzo, è una cattiva idea, una pazza idea."

"Non può farmi del male," disse Karl con amarezza. Doveva sapere, conoscere. Anaxander lo guardò, guardò Shem, occhi spalancati. Karl disse all'idiota: "Va tutto bene, non è vero, Ax?" Ma l'idiota guardò altrove con indifferenza.

"Non ho un dente nascosto nella testa," disse l'orco, "e tu hai là il mio fucile. Voglio solo farti vedere com'era."

Shem premette le mani sulle orecchie, scosse la testa.

"Andiamo," disse Karl, e spinse l'orco verso il buco sbrindellato.

Dentro puzzava, un misto di urina stantia e sudore e sego scaldato delle candele che bruciavano nelle nicchie sul muro sbriciolato di mattoni. Una catasta di vestiti marci formava una specie di nido; altri coprivano il pavimento lacerandosi sotto gli scarponi di Karl. Dovette fermarsi sotto il soffitto pieno di ragnatele. Borbottando l'orco frugò in una pila di rifiuti, disturbando degli insetti che starnazzarono via nell'ombra. Alla fine sollevò qualcosa di grosso e squadra­to, lo aprì per mostrare delle immagini ancora luminose. "Vedi," disse, scorrendo le pagine in faccia a Karl, "vedi?".

Le immagini non si muovevano, come uno degli orchi aveva detto a Karl, ma attirarono comunque la sua attenzio­ne: disegni di draghi, di grifi, di un unicorno con zoccoli sollevati su qualche impossibile pergola frondosa, di un villaggio ... Afferrò il libro, si curvò su di esso nella luce incerta delle candele. Un grappolo di casette bianche coperte da cannucciola circondato da un'altra siepe di biancospino in una spianata in una foresta scura. "Cos'è questo?" disse. Non poteva capire come un libro dei vecchi tempi potesse contenere immagini del qui-ed-ora.

L'orco starnazzò, ombre profonde nelle linee del viso. "Un libro per bambini. Capisci? Qualcosa fatto per essere guardato dai bambini. Racconti di posti inventati per divertirli. Quando cambiarono il mondo, i superbright erano solo dei bambini, i più vecchi avevano la mia stessa età. Otto anni, credo. Difficile da ricordare. La maggior parte era molto più piccola. Questo era tutto quello che conoscevano, così fu per questo che il mondo fu cambiato. Tutto tratto da un libro di racconti e di fate. Solo che ora è reale, l'Utopia costruita sulle ossa di quasi tutti quelli che vivevano allora. Guarda questo, ti faccio vedere qualcos'altro."

Mentre rovistava, Karl girava le pagine umide e chiazzate, ammiccando ripetutamente alle illustrazioni fantastiche della familiarità. L'orco si voltò di nuovo verso di lui e vide che teneva in mano una piccola pistola. Qualcosa in lui si rilassò. Si era aspettato un inganno del genere.

"Il mio fucile maledetto può aver non funzionato," disse lei con calma, "ma questo sarà sufficiente per te e per i tuoi amici. Senza offesa.”

II click mentre il cane scattava fu piccolo nello spazio vuoto. Nessun altro suono.

Karl disse gentilmente: "E' Anaxander. E' un idiota, ma è anche un supposito. Ha un potere che blocca il funziona­mento delle armi contro di lui e i suoi amici. Non deve nemmeno pensarci su: è come il battere delle ciglia."

L'orco strillò per la rabbia e tirò la pistola a Karl. Lui si abbassò e andò a sbattere contro i mattoni mentre lei correva via, s'infilava attraverso il buco dell'ingresso. Poi il silenzio. Una dopo l'altra le candele tornarono al loro livello di fiamma. Karl con calma cercò la pistola e la infilò nella sua cintura, poi si arrampicò fuori. Shem stava sopra il corpo pietosamente minuto dell'orco, leccando il sangue dalla lama del coltello.

 

Con grande disgusto di Shem, Karl si ostinò a voler seppellire il corpo. L'uomo più anziano si mise seduto su un masso tondeggiante mentre Karl andava scavando il terriccio con un'asse e disse con un tono imbronciato: "Non risolve niente. Tanto i lupi verranno a scavarla."

Karl attaccò la terra furiosamente e non replicò. Per quando ebbe finito la luce della sera era quasi del tutto svanita. Sudando, rotolò il corpo dell'orco nel buco, scalciò il terriccio sopra, lo calpestò. Shem osservava impassibile; Anaxander suonava pigramente dei frammenti di melodia. Karl raccolse un ciottolo e vi tracciò un incantesimo, lo lanciò nell'aria. Una fiamma scaturì subito. Le uniche invocazioni che gli erano state insegnate erano quelle che invocavano gli elementali, ma erano sufficienti.

Con Anaxander in testa (che guardava indietro di tanto in tanto per vedere le forme che faceva il fumo mentre si rotolava nel cielo), i tre cacciatori si arrampicarono attraver­so la foresta. Allorché uscirono dagli alberi sulla cresta della cima, videro che il cielo era animato da vessilli di luce tremolanti e Anaxander indicò con il dito, ghignando felice­mente. Mentre avanzarono il supposito estrasse il suo flauto e suonò una melodia che rotolava lentamente in solenne celebrazione del cambiamento.

Shem disse a Karl, la voce bassa: "Buttala via, ragazzo."

Automaticamente, la mano di Karl andò alla pistola infilata nella cintura.

"Non ti farà nessun bene. Se LUI..." Shem indicò l'idiota che suonando il flauto procedeva a mo' di parata in testa a loro... "può arrestare il funzionamento delle cose del vecchio tempo, ognuno di loro può farlo. Dovresti saperlo, uh?"

"E' proprio ciò che ti hanno fatto parlando."

"Forse è così. Non vedo come dirtelo. Non voglio vederti nei pasticci, ragazzo, è tutto."

"Che accadrà?" gridò Karl. "Che accadrà quando non avranno più bisogno di noi?"

Shem si strinse nelle spalle. Più avanti, lungo la pista, Anaxander guardava intorno, verdi occhi luminosi, poi pro­seguì suonando la sua canzone lenta. Karl soppesò la pistola, reale quanto qualsiasi unicorno o drago, poi di colpo la lanciò lontano nel sottobosco. La perdita non interessava. Sapeva ora che una parte dei vecchi tempi viveva immobile, sarebbe sempre vissuta, nelle favolose bestie che erano state invocate, proprio nelle pietre, bianche come ossa, delle casette del piccolo villaggio presso il lago, di tutti i piccoli villaggi del mondo cambiato.

"Andiamo, ragazzo," disse Shem, e Karl si affrettò a raggiungerlo.

Insieme seguirono il supposito giù nell'oscurità.


vedi l'illustrazione originale di SMS per Interzone

© J.P.McAyley, tr.it. D.Santoni

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