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'Prometheus' Equilibrio tra Macchina e Organica

Inserito Martedì 02 dicembre 2003

Narrativa testo di Fabrizio Corselli

"Prometheus" Equilibrio tra Macchina e Organica

“Cellule”

Un vetro traslucido

contiene

di un automa,

l’anima e il corpo,

immerso in quelle acque vitali

come liquido amniotico

che della propria madre

un cordone alimenta.

Dalle estremità

di quel simulato acquario,

s’insinuano i cavi

tra le ibride membra,

e, fuoriescono

come serpi dalle loro tane,

traversando con vividi

e concitati spasmi,

l’intero corpo;

Un legame

che per quanto piccolo sia,

per quanto prodotto

sia dall’immaginazione,

fa di quell’androide

un essere vivo.

Così erompe come da una tombale eco,

una voce metallica

che del nulla i silenzi amplifica:

“In ogni primordiale preesistenza

il genere umano la propria speranza sopprime,

e la macchina artificiale

d’illusa tirannia regge il comando”.

Tutto tace, adesso,

e come forte emicrania

fluisce tra i sintetici cavi

un sordo pensiero,

per alimentare

di quelle effimere connessioni

gli umani intervalli.

“Memorie Alveari”

Al di là di una sintetica morte,

oltre i confini del reale,

una voce molto lontana

ai decaduti androidi tiene compagnia,

come tenebrosa bruma

che s’erge davanti i nostri occhi.

Immersa in una fitta nebbia

di disperazione e malinconia,

un’intelligenza artificiale

preesiste la forma e la struttura:

un cimitero meccanico,

da cui la nostra Autocoscienza

la sua energia e ascendente, trae.

Parte II

S’aprono i miei occhi,

abituandosi a quei miasmi organici

che del mio corpo vestono

di aliene sembianze una gabbia amniotica.

Il respiro più si fa forte,

e di quella membranosa barriera

un sofferto e spasmodico

singulto di lacerazione fiorita

cresce nel grembo di una macchina:

Filamenti di muscoli,

nervi e liquido tissutale

a conferirle una vitalità inerte.

Poco più di un fanciullo

di nuove esperienze alla ricerca, io sono,

mia prima immagine ed ultimo pensiero

fuori della sacca amniotica, un grande albero;

Della materna placenta

si liberano gl’ultimi resti,

che oramai divengono

del mio passato da umano,

un semplice riflesso.

In quell’aria madida d’urla

e strazianti grida di sordi embrioni,

avvinti nell’atto di nascere,

ognuno di noi, un dio si congegna,

un’ostetrica della razza umana,

capace di dispensare la vita e la morte.

Oh, si, basterebbe semplicemente

strappare di quei maledetti cordoni

dei quali divenni invidioso,

un solo vagito.

Parte III

Dal suo sonno uterino

la creatura si sveglia,

ed osserva di una matrice

la contorta sequenza,

come il feto appena nato

della propria madre contempla il nulla.

Curva la sua tenue e tenera testa,

seguendo di una lasciva lacrima

il sofferto travaglio;

Una saetta, un istante di pensiero,

e da quella culla virtuale

arretrare fece il mio corpo per lo spavento.

Sento della creatura l’irrequieta estasi,

e di lei non solo ma di tutte le creature

che in quella stanza spartivano il mio destino.

Chi prima chi dopo

dal proprio sonno letargico

trova il concitato risveglio.

In quel momento solo rimasi,

al centro di tre anelli,

acclamato dalle squassanti

e stridule urla dei miei figli:

Animali in rivolta

che della loro libertà

rivendicano un solo diritto,

Cavie da laboratorio

che agonizzano prima

del loro triste destino.

Con un solo gesto,

aprii le loro “gabbie”,

radunandoli a me,

poiché ne divenni la nuova regina madre!

Da quel momento

soltanto il mio corpo

ridotto a brani ricordo,

prima di esalare l’ultimo respiro,

tempestato dalla furente rabbia

dei miei stessi figli.

Simulazione Terminata…


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