MORTE ALL'ALBA
Data: Martedì 07 febbraio 2006
Argomento: Narrativa


un racconto di Giuseppe Iannozzi

 
 
 
 
La Morte è l’unico potere.
La Vita non esiste.
Di Voi resterà solo vanità.
 
 
 
 
Morire è una terapia d’urto: si serba e non si serba memoria della Morte, quando avvenuta, consumata e amata. Quando amata. E amata, ancora.
 
Lo sapeva bene Shamaim che presto avrebbe tirato le cuoia: il petto gli si squassava a seguito dei ripetuti colpi di tosse, che non gli lasciavano requie. Ma non erano quelli ad ammazzarlo lentamente. Era il cuore che lo preoccupava: sapeva che presto avrebbe ceduto senza un motivo preciso. I dottori gli avevano detto ch’era tutto a posto e che la sua malattia era solo immaginata. Avrebbero fatto prima a dirgli ch’era pazzo andato, ma Shamaim sapeva la pazzia e la sua non lo era. Nella vita non aveva mai nutrito particolari certezze, ma delle poche cose di cui era sicuro, lo era veramente: la pazzia l’aveva curata quand’era ancora capace di stare dietro ai suoi pazienti, prima che la ferale malattia gli si presentasse davanti, all’improvviso, una mattina di primavera. Si stava annodando la cravatta, ma non sospettava ancora fosse il cappio al collo che avrebbe stretto, lentamente, il resto dei suoi giorni. E la vide, la Morte: non era tremenda come s’era immaginato, ma non era da considerarsi una buon partito. Era bella, d’una bellezza che metteva il terrore addosso. Gli aveva sorriso: aveva il volto di qualcuno che conosceva. Lo specchio gli diceva ch’era proprio così e che nulla avrebbe potuto fare per stornarla. Si sorprese: non desiderava lasciare questo mondo, così su due piedi, in orizzontale. Non aveva combinato granché nella vita, e a quarant’anni era ancora uno scapolo impenitente: non gl’erano mancate delle buone occasioni per metter su famiglia, ma tutte le aveva rovinate con la sua presunzione di dirsi eternamente insoddisfatto. Adesso che sapeva che la Morte lo reclamava avrebbe voluto poter tornare indietro e accontentarsi. Ma non era più possibile. Col petto oppresso dai colpi di tosse, indossò il vecchio impermeabile per uscire di casa: non aveva una mèta precisa. Le strade si assomigliavano tutte e le macchine sapevano sfrecciare veloci, e i semafori s’accendevano, prima rosso, poi arancione, infine verde. Ecco, la vita era così: un semaforo o un incidente stradale ad un incrocio. Shamaim lo pensava veramente e il mare d’inverno che aveva raggiunto, non senza poche difficoltà, era di fronte a lui: le onde alzavano schiuma, vanità, poi morivano sulla battigia, e si ripetevano, ma non erano mai le stesse onde morte un attimo prima. Una musica gracchiava in lontananza: la conosceva. Ma chissà da dove proveniva! Forse solo ce l’aveva nella testa. “Confined to sex, we pressed against / The limits of the sea: / I saw there were no oceans left / For scavengers like me. / I made it to the forward deck / I blessed our remnant fleet – / And then consented to be wrecked, / A Thousand Kisses Deep.” Era una canzone di Leonard Cohen, che conosceva bene: l’aveva cantata qualche volta sotto la doccia, per poi recitarla come una poesia all’amante che quella sera gl’avrebbe tenuto compagnia. Ed ora, le onde che morivano e l’ossessione di quelle parole che non si spegnevano. Shamaim sentì un nodo in gola: non fosse stato per la tosse, avrebbe pianto. Ma non sarebbe comunque valso a nulla dar credito al dolore.
Si guardò intorno, non troppo rassicurato: la voce c’era… che poi fosse solo nella sua testa o provenisse da una qualche radiolina dimenticata, la musica era comunque qualcosa che lui sentiva e che non poteva allontanare così come il fragore delle onde abbattute sulla spiaggia, onde simili a corpi morti. Prese a camminare, lentamente, tossendo: non c’era una sola ombra viva, tranne lui e la Morte che gli teneva chiassosa compagnia nel petto. Ma era il cuore che lo preoccupava. S’era quasi risolto a far ritorno a casa, quando un omarino, si sarebbe detto un pescatore male in arnese, spuntò dal nulla e tosto gli fu davanti: non aveva che un dente in bocca, giallo e grommoso, un incisivo superiore. Il resto del viso era una maschera incartapecorita adusta dal sole, solcata da piccoli tumori della pelle: aveva occhi giallognoli - ma un tempo dovevano esser stati neri come il carbone – e i capelli erano lunghi seppur bianchi e laschi. Era curvo ma il corpo evidenziava ancora un fascio di muscoli ben tesi: in tempi migliori, quel personaggio doveva aver trasportato non pochi pesi con la sola forza delle braccia. Adesso era lì, vecchio ed incanutito, e gli sorrideva a bocca spalancata quasi. Shamaim fece per scansarlo con un gesto, ma l’omarino gli bloccò il passo; poi, quando Shamaim tentò di allontanarlo dalla sua vista per la seconda volta, il vecchio berciò qualcosa. In altre circostanze non ci avrebbe fatto caso e avrebbe tirato lungo, ma quell’uomo dappoco aveva detto qualcosa che lo riguardava o almeno così gli era parso.
“Puoi ripetere?” – bofonchiò Shamaim.
“Delos, Delos mi chiamo. Conosco la tua malattia. Era anche la mia.”
Shamaim tentò di sorridere in segno di scherno, ma sul suo volto solo si disegnò una smorfia di dolore. Fu costretto a capitolare: “Come… come faresti a sapere…”
“Non è difficile. Ce l’hai scritto in faccia.”
Shamaim pensò: ‘Se è solo per questo! E’ chiaro che sono malato. Solo un cieco non se ne accorgerebbe.’ E fu sul punto di allontanarsi, quando Delos richiamò la sua attenzione: “Tu sai che il tuo cuore si fermerà, presto. Non è forse così?”
A queste parole, Shamaim rabbrividì e poco mancò che il cuore gli si fermasse in quel preciso momento. Gli dava le spalle, non voleva più aver a che fare con quel vecchio tanto tristo. “Hai già ordinato la cassa. Non vuoi avere sorprese. So tutto.”
Era vero: Shamaim s’era già fatto prendere le misure e l’impresario delle pompe funebri gli aveva stretto la mano, felice, perché aveva fatto davvero una buona scelta, una bella cassa con soffici imbottiture. “Come fai a saperlo?”
“Prima guardami in faccia!”- gli ordinò Delos. Ma Shamaim non voleva che saperne di incontrare ancora una volta la faccia di quello lì. Alla fine cedette, dopo alcuni secondi di silenzio lunghi come ore. Nel frattempo Delos non era cambiato: brutto era e brutto rimaneva. “Allora, parla!”
Delos s’accese un sigaro, ma Shamaim non capì come avesse fatto: il sigaro in bocca, l’aveva toccato e quello aveva preso a bruciare. Pensò ad un trucco. Ma non ebbe tempo per ulteriori riflessioni. Delos aveva preso a spiegare, mentre corpose spire di fumo l’avvolgevano. “E’ capitato anche a me, quand’ero giovane. Circa quarant’anni fa, quando avevo la tua stessa età, più o meno. A quel tempo non ero così. Ero un signore. Poi la malattia. Ero sicuro che sarei morto. E forse sono morto davvero, solo che il mio corpo non se n’è reso conto. Però come vedi, sono qui. Anch’io m’ero preparato al peggio, ed invece, eccomi qui.”
“Non significa niente.” – ribatté Shamaim.
“Niente? Il mio cuore si sarebbe fermato: lo sapevo. Sapevo il momento esatto. Era la malattia. E’ la stessa che ti sta portando alla tomba oggi.”
“Forse.” Shamaim non sapeva se credergli o… Forse diceva il vero.
“Quand’è stata l’ultima volta che hai scopato?”
Shamaim strabuzzò gli occhi, quasi offeso. “Che cazzo c’entra?”
“T’ho fatta una domanda. Non m’aspettavo un’altra domanda in risposta.”
”Non… Non sono affari tuoi.”
“Quando?”
Tra non pochi colpi di tossi, Shamaim prese a raccontare: “Fu con una bionda, la moglie di qualcuno. Comunque questo è un particolare di nessun conto. Era marmo la sua carne. Più l’avevo e più volevo il freddo marmo della sua carne… La freddezza della sua bianca carne. Ho sudato tutto me stesso per farmela. Ma quella non era mai soddisfatta.”
“E l’hai più rivista da quella volta?”
“No.”
“Lo immaginavo.”
Ebbe quasi un mancamento: la vista gli s’annebbiò. E quando si riebbe, Delos non c’era più. Non provò a cercarlo: intuiva che non l’avrebbe comunque rintracciato neanche mettendoci tutta la buona volontà del mondo.
 
 
Passarono alcuni giorni. Ormai i minuti erano contati. Lo sapeva bene. Perlopiù restava a letto, pensando se avrebbe rivisto ancora la luce del sole. Gl’era stato detto che il corpo e l’anima lottano durante la notte, ma all’Alba, quando si crede d’aver sconfitto il male, allora ci si rilassa. E sopraggiunge la Morte. Lui non voleva rilassarsi. Se l’avesse fatto, la Morte l’avrebbe ghermito e lui neanche se ne sarebbe reso conto. Sognò, in un momento di debolezza, che una bionda gli stava sopra e gli faceva l’amore. Si svegliò quasi subito, ma madido di sudore e pieno di collera. Non avrebbe dovuto chiudere gli occhi, neanche per un momento. Gl’era andata bene perché non era l’Alba, ma un errore così avrebbe potuto essergli fatale. La tosse non accennava a smettere, ma era il cuore a preoccuparlo: lui sapeva bene che se si fosse fermato, allora non ci sarebbe più stato niente da fare. Tutto dipendeva dal cuore.
 
 
“Sono così terribile?”
“No, non lo sei.”
“Ed allora, perché?”
“La Morte non è bella per gli uomini.”
“Ma io non sono…”
“Sì, lo so. Sei un angelo biondo. Marmo di carne. Ma hai l’anima della Morte, in ogni caso.”
“Delos ha detto…”
“Sì, lo conosco.”
“E io non voglio, non adesso. E’ solo il cuore.”
“Sì, so anche questo.”
“Ed allora, perché?”
”Sei ostinato. Gli uomini devono morire. Che sia adesso o domani, non fa differenza.”
“Cosa vuoi?”
“Niente.”
“Tutti desiderano qualcosa. Io la vita.”
“Io la morte.”
“Un compromesso.”
“Non c’è niente che possa cambiare il fato.”
“Ma Delos, io l’ho visto.”
“Sì.”
“Che significa?”
”Che l’hai visto. Ti sembra strano? A me, no. L’hai visto. Mi dirai coi tuoi occhi. Ti anticipo la risposta alla domanda che vorresti farmi: sì, quello che hai visto era proprio Delos, non uno spettro.”
“Ma com’è possibile? Perché a lui sì, e a me, a me, no?”
“Non gli ho riservato nessun trattamento speciale, se è questo che intendi.”
“Ma…”
“Lo senti il mio profumo?”
“Sì.”
“Lo senti il sapore del mio sesso?”
“Sì.”
“Lo senti il fiato della Morte sulla tua faccia?”
“Sì.”
“Ti fa schifo il profumo, il sapore, il fiato? Ti faccio così schifo, Io?”
“No.”
“Allora non resistere oltre.”
“Non puo’ bastare però.”
“Hai succhiato il mio sesso, sei entrato nel mio ano con la tua lingua. Hai divorato me. Non puoi dire che non è abbastanza.”
“Non voglio!”
“Non è una questione di volere o non volere. Ricordati che la donna è stato il secondo errore di Dio. Anche Dio ha il suo inferno: è il suo amore per gli uomini.” (*)
“Non capisco.”
“Puoi solo capire scavando nella terra. Scoperchiando la tua bara. Da morti si comprendono molte più cose mortali che non da vivi.”
“Ma i dottori hanno detto che la mia malattia è solo immaginata. Dio non puo’ volere questo per me!”
“Sei tu il primo a non credere ai medici.”
“I medici più pericolosi sono quelli che, da attori nati, imitano con perfetta arte di illusione il medico nato. Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male.” (**)
“Ma il mio cuore smetterà di battere.”
“Sì, è vero. Il tuo cuore smetterà la sua fatica.”
“Non voglio che accada questo. Non lo voglio.”
“Gli uomini postumi vengono compresi peggio di quelli attuali, ma ascoltati meglio. Più esattamente: non si è mai compresi, di qui l’autorità dell’uomo postumo.” (***)
“Ma è il mio cuore che smetterà la sua fatica, come dici tu. Non il tuo.”
“Nel bello l'uomo pone se stesso come misura della perfezione. L'uomo, in fondo, si rispecchia nelle cose, considera bello tutto ciò che gli rimanda la sua immagine. L'uomo ha umanizzato: ecco tutto.” (****)
“Io protesto.”
“No, tu non sei nel diritto di protestare. Hai già infangato abbastanza questa società.”
 
 
Si svegliò ch’era morto e sepolto. Si accese una sigaretta. Adesso stava proprio bene: era dunque vero quello che diceva il Poeta: “Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti.” (*****)
 
 
Si ricordò d’avere un appuntamento, ed era già quasi il crepuscolo del Tramonto: non poteva proprio mancare.
La donna era seduta al Caffè Didone, reggeva una tazzina di porcellana: il volto sorrideva. Una candela accesa, che riposava sciogliendo la sua cera nel candeliere, illuminava il biondo volto della donna.
L’avvicinò subito con passo rapido e le fece il baciamano.
“Tutto bene, Signora?”
”Bene.” Gli sorrise estatica. “Prendi qualcosa?”
”Quello che ha preso Lei” – rispose con affettata galanteria.
“Niente di speciale, dunque.”
Il cameriere venne subito e prese l’ordinazione.
“Avete sentito di quel poveretto che è morto? All’Alba, si dice.”
La Signora lo baciò sulla bocca. Shamaim non oppose alcuna resistenza. Le loro lingue scavarono nelle bocche, in profondità.
“Sai di caffè!” – esclamò lui divertito.
Lei proruppe in una risata.
 
 
La luna era bionda, il cielo nero, ma non una nuvola. I due camminavano abbracciati seguendo con lo sguardo la linea dell’orizzonte oltre la spiaggia e il mare, quasi volessero sprofondare al di là.
“E’ una notte molto seducente, non trovi anche tu?” E così dicendo, la donna si tolse le scarpe.
Shamaim l’imitò senza pensarci su due volte. Corsero sulla battigia, affannati quasi, con i cuori in tumulto, eccitati. Poi si lasciarono cadere sulla sabbia, poggiando le schiene addosso ad una bianca barca arrovesciata.
“Signora, non mi avete ancora detto il Vostro nome.”
Lei lo fissò un istante tra lo stupore e il divertimento: “Che nome vorresti per me?”
“Tanit!”
“E’ un bel nome.”
“Tanit è il nome dell’Amore e della Morte. Quanti fanciulli sacrificati in nome della Dea!”
“Ma tu non sei più un fanciullo. O sbaglio?”
”No, biondo miele, mia Tanit. Non sono più un fanciullo. E il mio cuore appartiene alla tua eternità.” Ed aggiunse, dopo un secondo di pausa: “Mi saprò accontentare, questa volta.”
“Oh Baal!” 
 
 
 
 
(*) Citazioni da F.W. Nietzsche
(**) Altre citazioni da F.W. Nietzsche
(***) Riadattamento da un passo de “Il crepuscolo degli dèi” di F.W. Nietzsche
(****) Idem
(*****) Cesare Pavese, da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”






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