Ai no fuan
Data: Mercoledì 16 giugno 2004
Argomento: Narrativa


un racconto di Emiliano Farinella

ICE Nero. Non pensarci. ICE Nero.
L'ICE nero fa parte delle leggende.
ICE che uccide.
Verbo mostruoso che divora la mente.
Spasmo epilettico che prosegue e prosegue...

Un bug di due microsecondi nel Firewall esterno. Non è più tempo delle leggende. Il mio Mastino traccia le locazioni libere e ci tuffiamo. Il muro di fuoco è alle spalle, non ci ha bruciati.

Stiamo giù, immagino di farmi piccolo piccolo in quei microsecondi che il mastino si prende per distribuire i pochi Mega delle nostre vite nelle locazioni libere marcate nei cluster più disparati del sistema.

Siamo nascosti, dentro il sistema: informazione senza nome al posto di altra informazione senza nome.

Il nero vasto e freddo dello spazio dentro la matrice va scemando poco a poco, rumori di luce infiammano il buio, ballano al loro sole nero e silenzioso come donne impazzite al morso della tarantola, schegge di luce disperate come scintille di una sportiva che corre schiacciata sull'asfalto in un tunnel di Tokyo ricuciono i microbug creati dal sistema mimetico del mio mastino.

E noi giaciamo qui, bit scambiati come valigie di coca nigeriana.

Lui è là. Sente il rumore del mio cuore impazzito, fiuta la mia paura, traccia le mie esalazioni...

Sta scandendo il sistema, lo sento; guido il Mastino, poi lo lascio di nuovo. Cerco il pavimento d'ombra per tuffarmi dentro l'ICE, nero. Non pensarci. ICE Nero. ICE che uccide...

 

 

Shibaura don't cry, please.

Logore barche di spugnari ormai vecchi e stanchi galleggiano nel porto aspettando di colare a picco. Falene senz'ali illuminano il mare con la bellezza sbiadita dell'ultima visita ad un laboratorio estetico.

Mi avvicino ad una di loro, indossa un'impermeabile in pelle nera a metà coscia. E' alta quasi quanto me e sente freddo tanto al cuore quanto alle gambe.

Non le parlo di soldi, non le parlo per niente. Le metto tra le labbra la Camel che stavo fumando, e lei stringe gli occhi. Abbasso lo sguardo, porto i miei occhi sui suoi stivali, lei mi accarezza una guancia con le sue nocche gelide.

- Otafuku - dice roca.

Poi si stringe nelle spalle, mi soffia in faccia un po' di fumo e se ne va verso un vecchio turista su una BMW cabrio.

 

 

Il mastino va avanti. Le pareti dell'ICE volano via come ali di farfalle supersoniche. La cromatura scompare da quei muri di ghiaccio. Bug nascono famelici come ragnetti affamati.

Il mastino si è fuso nella pressa.

Ancora niente, ho paura, non si sa mai quale sarà l'imprevisto che ti riporterà a casa... Intorno a noi esplosioni silenziose rischiarano simulacri di strutture dati immersi in questo spazio irreale; passiamo indenni. Strano.

Quasi lo vedo, nero, circondato da stack enormi; va tutto troppo liscio, non so come torneremo a casa.

Ancora non abbiamo incontrato lui, ancora persiste l'illusione di uno spazio infinito da trovarsi oltre l'ultimo ICE, oltre l'ICE Nero, dentro quell'enorme cubo nero.

 

Lo spacciatore che aspettavo si fece vedere sotto il vecchio faro solo con qualche minuto di ritardo. Era circospetto, ma non pareva eccessivamente diffidente, avevo buone credenziali. Volle subito vedere le mie fiale di 'dorph poi fece un gesto verso la piccola porta malmessa del faro ed entrammo in quel letamaio.

Tirai fuori il mio Packker, mi ero portato appresso un disco ottico da un Giga. Dopo i primi pallidi contatti con i Makada avevo dovuto rivalutare la mia idea di riservatezza, e anche così non ero proprio sicuro di riuscire a tener dietro al loro maniacale bisogno di sicurezza.

Il trasferimento dati fu rapido. Alla cinta portava un apparecchio simile al mio zippatore, decodificava le informazioni e trasformava i segnali wet in digitali. Lo collegò ad uno spinotto cervicale attraverso un cavo che a prima vista pareva un comune handshake di quelli che usano i ragazzini con due yen in tasca, ma in pochi secondi attraverso il decodificatore dalla sua testa fluì nel mio disco oltre mezzo Giga di informazioni.

 

 

Era tutta robaccia, tutte foto di famiglia di qualche fottutissimo impiegato della Kazuma Corporation. Più di 500 foto che scompattate inondarono il mio sistema in un intreccio inestricabile.

Dovevo trovare la foto con l'ideogramma dell'albero e l'unico gestore che potevo usare per la ricerca era quello che mi avevano fornito loro assieme al pacchetto di foto. Un programma poco amichevole che mi avrebbe lasciato solo 5 giorni di tempo e poi avrebbe iniziato a deformare le foto per fare sparire ogni traccia.

Un fottutissimo programma pure lui. Appena lo installai la prima cosa che fece non fu sparire. No, si vaporizzò, come oro delle fate.

A dir il vero non so se il programma ci sia mai stato veramente sul mio disco, ma alla fine mi ritrovai solo con poche stringhe; si trattava solo del programma principale che richiamava le varie procedure da siti corazzati in Europa. Così il programma non mi lasciava alcuna possibilità di modificarlo e non mi rimaneva altro da fare che districarmi tra quelle foto con quel gestore che se le portava incollate addosso, senza che le potessi vedere da qualche altra parte, facendo molto poco per aiutarmi a controllarle e ammonendomi continuamente di distruggerle con quel contasecondi rosso sullo schermo.

 

 

Iniziavo a credere che non ce l'avrei mai fatta in tempo: lo zoom spazzava lentamente ogni centimetro quadrato delle immagini che si susseguivano tutte uguali, senza che trovassi niente.

Ero stanco, le due notti insonni per la ricerca mi avevano distrutto.

Fuori, tra poco, sarebbe spuntato il sole. Mi rinfrescai il viso con delle salviette preumidificate, controllai che Michico fosse tranquilla e provai a salire in superficie per una mezz'ora.

Faceva un freddo boia. Non c'era vento ed il mare era calmo, le chiatte di scarico strisciavano lungo i canali di transito del porto con uno strascico di gabbiani.

Il canale era percorso da una lunga striscia scura, tutto il porto era in queste condizioni. Alghe ridotte in poltiglia dalle eliche delle petroliere, che quella notte - quando tutte le luci si spensero improvvisamente - si accesero nel mare di una fluorescenza azzurrognola. I coreani ebbero vita facile con quella loro incursione durante la guerra commerciale, usavano microleggeri invisibili, senza un microgrammo di silicio, planavano silenziosi sul porto portandosi dentro un kamikaze con l'anima venduta alle Zaibatsu di Seoul e qualche libbra di esplosivo ad alto potenziale sotto la pancia.

Il profilo del porto, quella notte, brillava nel buio come le cuciture delle coppe nei corpetti Gucci delle ragazze dello Shaitan.

Mah... cazzo di poeta che mi credevo! Mi pareva che il mare gridasse con quelle luci il suo cri de coeur silenzioso al cielo stellato.

Avevo perso il posto quella sera. Uhmf!

Il mare continuava a sbatacchiare i galleggianti contro il molo e le boe segnaletiche, ancorate basse, andavano su e giù oltre la linea di galleggiamento, proprio come i miei pensieri che spesso andavano al di là della linea consentita.

Scalciai un po' l'aria, sentivo freddo con quel telo termico trasparente.

Ripensai alla ragazza della sera prima, quella con l'impermeabile aperto e quei seni piccoli e bianchi.

Accesi una Camel.

Un riflesso sul mare, un'ombra ritagliata nell'alba.

- Michico - non so se lo gridai o lo pensai soltanto, ma subito iniziai a correre.

 

 

Un minuscolo ideogramma di albero.

Lo scovai ricamato nel colletto di quel fottutissimo impiegato ad una cena di lavoro. La 358ª foto...

Seguii le istruzioni che avevo ricevuto qualche giorno prima attraverso una lunga catena di remailer anonimi in un file trattato col PGP, ritagliai un circoletto del raggio di settantadue pixel attorno al centro dell'ideogramma.

Salvai l'immagine - in un nuovo documento del gestore - e STEGO iniziò ad interpretarlo seguendo la chiave che mi avevano fornito.

L'ultimo bit di definizione dell'immagine, che non influiva sulla visualizzazione, mi avrebbe dato una stringa di 1 e 0. Facevano le cose difficili fino all'ultimo, anche in chiaro il messaggio sarebbe apparso solo come linguaggio macchina e mi sarebbe toccato passarlo in chiaro a mano.

STEGO funzionava lentamente. I bit sparivano uno alla volta, le modifiche più evidenti si ebbero all'inizio, sparì il colore, la tonalità, poi tutto si fece meno evidente fin quando il video non fu inondato da schermate infinite di 1 e 0.

 

 

Mi addormentai in ginocchio davanti al letto di Michico mentre le accarezzavo la testa quasi calva, e sognai.

Sognai il laboratorio.

Era buio, c'era solo una piccola finestra in fondo. Dalle grate filtrava una tenue luce.

Il lento ribollire degli ossigenatori l'unico rumore in quel locale a far da sottofondo al mio respiro. Il mio sguardo correva da una vasca all'altra, vasche generative in cui giacevano rannicchiate in posizione fetale figure vagamente umane in paziente attesa di prendere forma.

Iniziai a camminare fra quelle vasche infinite e più camminavo più lontana pareva la porta da cui desideravo uscire; vasche enormi a destra e sinistra, idoli di carne al dio della biogenetica

Vasca dopo vasca le figure che lievitavano ai miei fianchi prendevano contorni sempre più precisi.

Parevano tutte donne. Al mio passare si muovevano, lentamente, come le scuotessi da un sonno eterno, come le chiamassi la prima volta alla vita. Le prime debolmente, poi - poco alla volta - al mio passaggio si muovevano più violentemente, fino a increspare l'acqua, fino a che i loro volti non assunsero sembianze precise; smorfie mostruose e sorrisi isterici iniziarono a percorrere i loro visi emaciati al mio passaggio, allora iniziai a correre, correre, correre verso quella porta lontana. Chiusi gli occhi e desiderai fuggire. La porta sparì. Niente più vasche. Rimasi solo in quell'enorme antro oscuro.

Solo un bagliore bluastro a farmi compagnia, proveniva da un cubo azzurro davanti a me.

Mi avvicinai strisciando i piedi e biascicando lamenti di paura, ero vicinissimo, il mio fiato si condensava su quel cristallo gelido. Un liquido azzurro, luminescente, percorso da lente scariche indefinibili. Un po' di torbidezza, qualche movimento nell'acqua. Degli sbuffi scuri vicino alla parete. Nuvole azzurre provenivano dal centro oscuro della vasca.

Sangue.

 

 

- Michico - mi svegliai gridando quando il suo viso sbatté contro la parete del cubo di cristallo. Non era la prima volta che la sognavo così, nuda, col ventre squarciato e il sangue che usciva a fiotti.

Ripresi il lavoro e rilessi per la terza volta il messaggio che mi avevano inviato: indecifrabile.

Si trattava di una lunghissima lettera di quel fottutissimo impiegato ad un suo amico in Europa; c'era di tutto, le mestruazioni di sua figlia, le partite di calcio al Sabato sera, il circolo teatrale dopo il lavoro e la frigidità della moglie... ma del mio messaggio fino ad ora non avevo visto traccia.

Non riuscivo a togliermi quel cubo azzurro dalla testa, così quando rilessi per l'ennesima volta la lettera mi soffermai un po' soprappensiero quando fece riferimento a delle strane sorgenti azzurre. Una frase senza senso che si leggeva un po' a fatica, a quanto mi era parso di capire il tipo aveva un po' di nostalgia per le vecchie lettere di carta... boh.

All'improvviso ebbi un'idea, un po' debole, ma era l'unica che avevo e mi ci aggrappai.

Aprii la mia casella postale, l'icona era un quadratino azzurro brillante, e iniziai a rovistare tra tutta la robaccia che c'era dentro alla ricerca di un file sorgente.

Come sempre c'era paccottiglia di ogni genere ammucchiata lì dentro da giorni.

Porno-animazioni sponsorizzate, digitalizzazioni erotiche con sovraimpressi spot pubblicitari, pacchetti in prova di ogni genere, ma, naturalmente, nulla di personale.

Trovai infine qualcosa di interessante...

MHWGA5#AXZ;TO0$E2_,PM?0P7&+NM=[RY8CT*MW36$!CXH/SV<<@-23,80NM]/VA]"<3YRF_5/+T#)?=B:*J%?=N<@JTRUE

Codice crittato, supponevo.

Non era consueto usare chiavi comunicate dall'esterno, ma mi erano state fatte avere passando attraverso una mezza dozzina di remailer anonimi gestiti per metà da cypherpunks e per il resto da hippy della EFF.

Per giocare in nero non ci sono alternative... Avevo una chiave pubblica, come ce l'hanno molti, sperduta in qualche database della EFF, ma non l'avevo mai usata un granché. Solo qualche settimana fa avevo ricevuto il mio primo serio messaggio criptato, la prima volta che afferrai la pesantezza di quelle particelle di realtà fu quando vidi quel messaggio illeggibile: finalmente agivo!

Ero un po' preoccupato, loro si erano ben guardati le spalle, prima della Makada immaginavo ci fossero dozzine di prestanomi, e comunque a evitare ogni grana per loro, tra noi c'erano di mezzo remailer anonimi assolutamente invalicabili. Ma io ero lì, difeso dal Clipper Chip solo dall'enorme numero di messaggi criptati che transitavano ogni giorno. Il decrittatore di stato, sempre in agguato, che minacciava di entrare nei miei segreti. Quel primo file era cifrato secondo la mia vecchia chiave pubblica, ma naturalmente per decrittarlo dovetti usare l'omologa chiave privata segreta.

Mi avevano dato le istruzioni per drogare la fase di decrittazione e renderla compatibile con i loro standard assolutamente unici. Inizializzai il programma secondo le loro specifiche e lanciai il generatore di chiavi con le frasi chiave fornitemi da loro. In questo modo mi ritrovai con delle coppie di chiavi assolutamente identiche a quelle usate da loro e potei iniziare a lavorare

Inserii nel decrittatore il file binario sospetto, che avevo trovato nelle mia mail-box, e provai con una di quelle chiavi. La prima andò subito bene.

Alla fine non apparve un file molto grande, ma dandogli un'occhiata sommaria pareva in grado di richiamare qualcos'altro.

Lo compilai e quando lo mandai in run mi chiese subito di inserire un disco ottico da 400 Mega almeno nel masterizzatore. Lo assecondai e come per magia partì il programma: raccolse file di ogni genere dai più disparati campioni che mi erano giunti in quei giorni da una cache d'utilità con un refresh di 10 giorni, poi iniziò a decodificarli e assemblarli con l'ultima chiave rimasta e li compilò automaticamente.

Il programma continuò a girare per un bel pezzo prima di fermarsi.

Alla fine mi ritrovai con un disco ottico pieno e gli occhi gonfi di lacrime.

 

 

Michico era madida di sudore, continuava ad essere percorsa da spasmi regolari che la torturavano con l'accanita meticolosità di inquisitori cattolici dal momento del crash neurale.

Mi diedi una spinta e mi portai vicino a lei con la sedia girevole, le accarezzai la testa quasi calva e mi rimasero in mano alcuni suoi capelli. - Neri - pensai, e mi si affacciò alla mente il rumore di tante leggende...

Rimaneva poco tempo, dovevo affrettarmi, non era ancora tempo di lacrime.

Mi stropicciai gli occhi e andai avanti.

 

 

MASTINO, bel nome per un rompi-ICE. Mi era costato una fortuna, quasi 100 ml di 'dorph rigenerativo.

Mi augurai che ne sarebbe valsa la pena.

Ma in fondo, se avessi fallito, ogni problema sarebbe sparito egualmente .

 

 

Corriamo lungo le superfici del cubo nero. Proviamo ad entrare

Assorbe la luce, aspira energia... mi sento debole; il mastino apre un finestra per pochi microsecondi, è ferito, stenta.

Siamo dentro l'infinito.

Per un attimo perdiamo il contatto con il nostro netmask. Non sono problemi di linea, il mio stabilizzatore la tiene, è Lui che ci ha trovati e ora è dentro di noi, sta iniziando a divorarci.

 

 

- Dammi la mano - sussurrava Michico

E' fredda, trema....

passami l'accendino -

Mi illuminò il viso

- Non torneremo più, vero?

- No, Michico.

 

 

Sono solo. Il Mastino è scomparso.

Forse ci aveva già scovati nel suo sistema da tempo, ma non si era preoccupato di fermarci. Era rimasto lì, quasi inerte, a vederci smantellare la sfoglia di firewall esterni seguendo ogni singolo elettrone che emettevamo per poterci tracciare.

Mi illudevo di essere quasi al sicuro, mi illudevo che catapultarsi oltre la cortina con le armi più ingombranti, direttamente dentro il suo sistema bastasse a tenere nascosta la nostra base.

Reading data ridotti del 90% prometteva il Mastino trasferendo quei pochi Mega direttamente dentro il sistema, il rompi-ICE dell'esercito cinese, il più forte del mondo, imbattibile.

Bahh...!

 

 

- Ho paura di svegliarmi

- ...

- Ho paura di scoprire che hai ragione tu. Stringimi ti prego.

Più forte -

- Andiamo?

- No, ti prego, ho paura. Non voglio scoprire che la vera realtà è solo nei sogni. Sii in me. -

Il suo corpo nudo brilla della fluorescenza della vasca.

Quel chiarore mi attira, dolcemente, seducendomi. Il seno piatto e bianco, i capezzoli rossi, crespati, eccitati. Il suo sangue mi gonfia, pulsa in me come mio. Ormai sto perdendo il controllo. Quella macchia di sangue che le si insinua nel ventre... una lacrima calda che sprofonda nella neve più bianca. Emana tepore.

- Prendimi -

Mi sento assorbito...

 

 

Bussa alle porte della mia mente. Lo sento mentre sfonda il mio sistema.

Sento il crash del mio sistema nervoso, un rumore secco e fragrante come una carotide che si spezza sotto le nocche.

 

 

Nel buio si apre una porta, troppo lontana per essere rischiarata dal bagliore della vasca. La vediamo un attimo mentre si apre e si chiude e una figura umana vi passa attraverso proiettando lunga la sua ombra fino a noi, per un attimo.

- E' qui

- L'aspettavo - le confermo freddo.

Sentiamo i suoi passi su scalini che paiono di pietra. La vasca pare eccitarsi, scariche bluastre di intensità crescente iniziano a spazzarla illuminando l'ambiente.

Lo vediamo, la luce affiora sulla sua strana testa morbida e lucida. Si avvicina.

- Ahhh!!

- No, mamma, non fare così, non mi riconosci?

Ma certo che stupido che sono, mi avresti ucciso solo tra quattro mesi se non vi avessi fermato prima. -

Indossa un'uniforme da marinaio, fuma una pipa ed ha il volto di un feto di quattro mesi.

- Ma io non posso avere figli, sono un'unità rigenerata!

- Oh, quanto sei bella mamma, da fuori lo sei anche di più... però mi avresti concepito se non ti avessi fermata, credimi.

- Digli che non è vero - mi urla Michico.

Ed io la guardo sconvolto, avevo provato a crackare le sue direttive biogenetiche per renderla fertile, volevo un figlio, solo mio, mi dicevo.

- Avanti, dillo!!

Sentivo il rumore del mare.

Non risposi, rimasi ad ascoltare quel rumore che aveva il sapore di un ricordo lontano.

- Non gridare, è inutile, mamma...

 

E' strano, so che è dentro di me ma non posso fare nulla.

ICE Nero. Mi ha trovato, ha eliminato il Mastino, ma mi lascia vivere ancora. Non posso fare nulla, è come se avesse disabilitato i miei sensi, sono solo capace di pensare e soffrire.

 

 

Sospettavano. La mia vita era osservata. Sentivo su di me lo sguardo di Dio, e il fiato dei miei fratelli sul collo, tutti alla ricerca della verità da portare al sacro altare.

Avevo paura. Se avessero scoperto che la donna che avevo spacciato per mia era una rigenerata non mi avrebbero solo scomunicato: no, lo sapevo, non sarebbe bastato. Mi avrebbero ucciso.

 

 

Era una giornata fredda come le altre. Su al porto pareva di vedere la luce dei piccoli fari di quei pescherecci brillare nell'aria, come baluginare su una polvere d'ali di falene morte... no, forse quel lieve bagliore proveniva dal pulsare bioelettrico dei cuori di quelle nuove Falene. Unità rigenerate anche loro. Nate in laboratori clandestini, figlie di angeli scomodi che il signore della biogenetica aveva scacciato lontano dai suoi occhi a fare i lavori sporchi.

Belle. Smaniosamente seducenti.

Ne presi una fra quelle che conoscevo, per farmi forza, dicendomi che era l'ultima.

Salimmo su una barca per poche migliaia di yen; sottocoperta c'era una piccola luce al neon con lo starter bruciato che sfavillava, un globo di mescalina artificiale dalla debole luminescenza e un sonar coperto di polvere e grande quanto il mare che sognavo.

Stese a terra il suo cappotto di scadente lana sovietica, e mi ci fece stendere sopra.

Spense la luce e iniziò a spogliarsi. Rimase solo il vacuo bagliore del globo a brillare nei suoi occhi morti, man mano che il suo manto nero scivolava giù la pelle si accendeva di quel bagliore violaceo.

Appena scoperti quei cristalli lucenti incastonati nei capezzoli la bloccai con una presa ferma .

Ogni cosa in quell'istante parve pesare su di me: i suoi occhi senza pupille poggiati sui miei, Michico, i fratelli, la Comunità, quel monitor coperto di polvere e vasto quanto il mio mare, i clienti di ronda sul molo... La lasciai e la sua tuta nera attillata cadde ai suoi piedi.

Decisi allora.

I suoi seni piccoli e gonfi pressati sul petto, le sue gambe snelle intrecciate attorno ai miei fianchi, le unghia retrattili conficcate nella schiena, e io mi decisi, finalmente.

 

 

Non riuscivo più a vivere, il sospetto dei miei fratelli mi distruggeva.

Non erano bastati i voti ai miei santi. Non ero riuscito a confessare il mio peccato. Non avevo vinto me stesso... ero arrivato lì, in ginocchio sulla pelle rossa, essere infimo di fronte alla Divinità calata in quella figura nera seduta di profilo oltre il compensato traforato... e poi, ogni volta, perdevo le forze al momento di parlare. Niente.

Mi arresi, decisi di dar loro un'altra anima per le loro purghe, avrei avuto un figlio, da Michico. Lo scorrere del suo sangue nelle vene avrebbe lavato ogni sospetto.

Avrei ridefinito i suoi parametri funzionali. Rischiavo di perderla, ma non importava, l'avrei elevata da pezzo di carne ad anima immortale.

 

 

- Cosa ci fai qui? - gli chiesi.

- Volevo diventare un marinaio

- Fallo tacere!! - mi urla Michico.

Proprio come me, penso. - E' per questo che sei vestito in quel modo?

- Eh sì, papà... tuttavia non lo posso diventare. La mamma mi ucciderà.

Rimango fulminato. Guardo Michico, per me è solo un riflesso condizionato, il bisogno di biasimare è un automatismo. Cerco i suoi occhi, per ferirla, credo. Ma non vedo la mia Michico, a terra, per ora, c'è solo un pezzo di carne ossuta e spigolosa che trema raggomitolata. Poco alla volta riesco a vedere anche lei in quella carne, vedo le sue mani lunghe e sottili, le sue braccia avvolte a cingere le ginocchia e l'ira istintiva si dissolve in quei lineamenti. I capelli sembrano sporchi, le punte calate sul volto tremano. Trema tutta lei, raggomitolata nuda su quel pavimento d'ombra; si volta, come una gattina che si sente scrutata, e vedo solo la sua schiena e il tracciato spigoloso della sua spina dorsale, - ICE Nero - penso - ICE che uccide - e non mi rimane che osservare la sua pelle nuda e magra stirata sulle sue ossa.

- La mamma mi ucciderà dopo che tu l'avrai lasciata.

Già, vorrei dirgli, ho capito, e invece continuo a recitare, come sempre: - Ma io l'amo.

- Non più di quanto ami i tuoi fratelli.

Quest'accusa mi lasciò senza parole. E poi continuò:

- Quando non reggerai più il sospetto l'abbandonerai e lei mi ucciderà. Sarà una notte fredda come tante altre, un po' più di vento lì su quei lunghi moli. Verrà un uomo anziano. Di quelli che se ne fottono che se lo beccano non avrà più un buco sottoterra. Mia madre giacerà sdraiata dentro uno di quei vecchi pescherecci e mi farà uccidere.

E tu dove pensi di essere, papà?

- ...

- Se non ti fermassi ora mi incontreresti in fondo al mare. Abbi un po' della tua fede anche per me, ascoltami... il fatto che tu l'abbia lasciata sarà per loro come un'ammissione di colpa. Per loro lei sarà una rigenerata. Riserva anche a me un po' della tua forza di credere: basterà come prova per i tuoi fratelli, basterà per farti finire con i piedi di cemento in fondo al porto. Sai, non si muore subito soffocati, c'è il tempo di soffrire per la pressione che ti spacca le membra...

- Smettila!

- Che fai, mi uccidi? No, vero, tu mi incontrerai lì sotto, nel tuo mare...

Un pescatore mi avvolgerà in della carta argentata e mi porterà fino ad una di quelle chiatte con gli strascichi di gabbiani. Inizieranno a beccarmi, ma lasceranno le orbite intatte, così quando verrò buttato in mare tra gusci sporchi e assorbenti usati potrò guardarlo quel mare finalmente. Lo guarderò da sotto.

Guarderò per la prima volta l'alba attraverso il fitto strato di olio e liquame che ricopre la superficie, immaginerò la pioggia che cade sul viso guardando il mare spazzato da burrasche invernali.

A te non rimarrà neanche questo, non mi vedrai mai, non vedrai più niente. Quando arriverò io lì a farti compagnia i pesci ti avranno mangiato gli occhi da tempo.

 

 

- E' meglio che tu muoia ora.

Ti conosco ormai, sono fatto apposta per entrare nella mente degli intrusi e scavare nei loro segreti. Ti divoro con le tue paure, quelle che ho scovato dentro di te, mi basta qualche microsecondo lì fuori per bruciarti, ma qui il tempo è tutt'altra cosa.

- Lasciami prendere i codici per la riprogrammazione di Michico, salviamola, e poi uccidimi.

- No, non sarò io ad ucciderti, saranno le tue paure a farti saltare il cuore. La Legge sono io, ricorda.

- E Michico, che ne sarà di lei?

- Anche per lei adesso è meglio morire.

- Perché? Lei non sa nulla, lei non ha fatto nulla.

- L'imprinting wetware può essere effettuato una sola volta, l'hai visto. Appena hai toccato i suoi codici il suo sistema è saltato, non si riprenderà più, non esistono sequenze di ritorno.

Non sono giocattoli da cambiare quando non piacciono più. Creiamo nuove vite, non allietiamo quelle che già ci sono. -

- Adesso stringi Michico, è lei che temi.

- ICE Nero - iniziai a biascicare - ICE che uccide...

 

 

- Desidero odiarti. Ci avresti ucciso solo per farti bello al tuo Dio.

Non la ascoltavo, osservavo i suoi occhi gonfi e arrossati. Le misi un dito sulle labbra: - Shhh.... - Immensa, pensai, come il mio mare.

- Adesso, è tempo di morire. - Non piangere, avrei voluto dirle, non vi sono addii nell'eternità.

La strinsi. Schiacciai il suo seno freddo contro il mio corpo improvvisamente nudo. L'acqua della vasca si stava nebulizzando e moltiplicando. Il cubo Nero è tutto attorno a noi, si sta riempiendo di una tenue luminescenza azzurra, quel liquido riempie l'aria, non si può più respirare.

Sentii una voce vibrare attorno a me mentre annegavo nell'acqua che era stata la sua.

"Stand by your God, Motenai Yoda" fu il suo ultimo saluto.


NOTE AL RACCONTO

"Ai no fuan" è il titolo di un atto unico di Yukio Mishima. La traduzione del titolo è "Inquietudine d'amore".

Shibaura, è una località nella baia di Yokohama (il porto di Tokyo)

Otafuku significa guance paffutelle, è un vecchio complimento che si faceva alle ragazze giapponesi, oggi è caduto in disuso in quest'accezione.

Motenai Yoda significa senza donna, potrebbe essere anche nome di persona. In questa accezione è usato qualche volta dalla Ai di Katsura.

PGP e STEGO sono dei programmi di criptazione







Questo Articolo proviene da IntercoM Science Fiction Station
http://www.intercom-sf.com

L'URL per questa storia è:
http://www.intercom-sf.com/modules.php?name=News&file=article&sid=53