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Martin George R. R. - La luce morente

(Dying of the Light, ’77); edizione originale: (Simon & Schuster); "Biblioteca di fantascienza" n. 5, ed. Fanucci, ‘94; traduzione di Franco Giambalvo; pagg. 290, 10.33 €

Opera prima dell'autore, con tutti, indubbiamente, i tipici difetti del caso.
Ad essere sinceri, si tratta, poi, anche di un'opera eccessivamente tirata per le lunghe; avrebbe potuto tranquillamente essere di almeno un centinaio di pagine in meno, e questo penso gli avrebbe giovato.
"La luce morente" fa parte della Storia Futura che Martin, al pari di molti altri, ha cesellato, e racconta delle complesse vicende che accadono sul pianeta Worlorn, pianeta alquanto particolare, in quanto, prima di essere catturato nell'orbita di Corona d’inverno, un sistema a sei stelle gialle ruotanti fra di loro in relazione troiana, vagava solitario negli spazi interstellari.
Vi sono un'infinità di personaggi, la trama è ipercomplessa e davvero difficilmente afferrabile e, soprattutto, vi si utilizzano una quantità abnorme di termini inventati e con una frequenza che, davvero, rallenta ed infastidisce la lettura di molto. Vi è un glossario, al termine, ma può risultare difficile tenere a mente le varie definizioni e può risultare stucchevole andarlo a consultare ad ogni piè sospinto.
Ma, forse, stà proprio in questo uno dei messaggi che Martin ci voleva comunicare: "I nomi sono importanti dappertutto... Una cosa che non abbia un nome non ha nessuna sostanza. Se è esistita, allora avrà dovuto avere un nome. E nello stesso modo, se dai un nome ad una cosa, in qualche punto, ad un qualche livello, la cosa nominata esisterà, verrà fuori." (pag. 38 ed. "Fantascienza" n. 1, ed. Armenia, ‘79).
E, a quel punto, bisognerà anche saperla spiegare. Purtroppo leggere "La luce morente" senza consultare il glossario risulta, praticamente, incomprensibile mentre le parole debbono anche significare qualcosa, come anche la Le Guin ci ha detto, molto bene, nel suo bel racconto "La legge dei nomi" (The Rule of Names) (in "I dodici punti cardinali" (The Wind Twelve Quarters, '75), "Sf d'anticipazione" n. 18, ed. Nord, ‘79, pag. 80).
Un'altra cosa interessante che vi ho trovato è ciò che Martin dice a riguardo dei falsouomi, un nomignolo dato ad un certo tipo di uomini che vivono su quel mondo: "...erano persone che cambiavano aspetto... dato che non avevano una vera forma. Erano uomini di cui non ci si poteva fidare, uomini che avevano dimenticato i loro codici... Non erano reali; erano semplici illusioni di umanità priva di sostanza... La sostanza dell'umanità... è un nome, un vincolo, una promessa.
È qualcosa che si ha dentro oppure la portiamo tra le braccia." (pag. 247), il che è qualcosa che quasi mi ricorda quello che Dick diceva a proposito della dicotomia uomini/androidi.
In definitiva si tratta di un'opera dalla quale già si capisce che Martin è molto più bravo sulle piccole distanze, che non alla prova del romanzo.

Altri contributi critici: "Introduzione", di Giuseppe Lippi, edizione Armenia, pag. 5; recensione di Laura Serra, "Aliens" n. 3, ed. Armenia, ‘80, pag. 95; "I romanzi a puntate su "Analog"", di Joseph P. Thomas, "The Miskatonic Magazine" n. 1, ‘81, pag. 78

Aggiunto: December 9th 2005
Recensore: Marcello Bonati
Voto:
Hits: 1348
Lingua: italian

  

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