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Dick, Philip K., Voci dalla strada

(Voices from the Street, ’52) "Collezione Dick" n. 36, ed. Fanucci, 2008 18,50 €, 464 pagg.

Inedito fino all’anno scorso, nel quale è stato stampato dalla Baror International Inc., una piccola casa editrice di Armonk, New York, se ne sapeva poco; solamente Sutin lo aveva segnalato in "Divine invasioni".
È un altro dei mainstream che Dick scrisse nei primi anni della sua attività, nei quali, come abbiamo imparato a sapere, mise tutta la sua voglia di poter diventare uno scrittore non di genere. Questo si differenzia, da tutti quegli altri suoi, per la voluminosità.
Il tipico anti-eroe dickiano che ne è protagonista, è un uomo particolarmente sensibile, che avverte fortemente l’assurdità del vivere. Esistenzialiasticamente. Gli esistenzialisti francese furono una delle sue letture preferite, in quegli anni.
Un uomo che sentiva la propria vita così: "…era così che viveva. Muovendosi senza meta, errabondo, passando a casaccio da un posto all’altro. Senza scopo. Salvato per caso, condannato da altri eventi. In un mondo senza senso." (pag. 53); ed il Mondo: "I lampioni gettavano qua e là luci giallastre, senza uno schema o un disegno visibile. Un universo di casualità… particelle accidentali che turbinavano e si depositavano senza significato." (pag. 78).
Un uomo che ha dei sogni grandi ("Vede delle cose che lei non vede… Qualcosa che nessuno di noi vede… C’è di più… lui ha qualcosa, lui è qualcosa" (la moglie, pagg. 143-146), ma che non può che rimanere nel suo piccolo mondo, unico che gli dia la necessaria sicurezza che, fuori, non riesce a trovare: "Pensò al mondo fuori dal negozio. Un infinito caos di sagome in movimento… Fuori non c’era nulla a cui appoggiarsi, solo ombre gelide e la luce fioca delle stelle, troppo lontane per toccarle. Il negozio era un cosmo piccolo e pulito, una casella ordinata di solidità attorno alla quale ruotava e turbinava un universo senza significato…. al di fuori del negozio quell’universo gli mettava paura…. Il mondo era fuori controllo. Non c’era nulla da cui poter dipendere… Il terreno sotto di lui si inclinava ovunque mettesse il piede, e lo scaraventava verso le ombre…. era un universo enorme, troppo grande perché un uomo potesse tenergli testa… arido e ostile, si allungava fino all’infinito, del tutto indifferente alle faccende degli uomini." (pagg. 310-1).
Questo personaggio è forse il più autobiografico dell’intera opera di Dick; il negozio di cui si dice è proprio un negozio di vendita e riparazione di apparecchio radiotelevisivi, e di dischi, nel quale Dick lavorò in quegli anni.
La vicenda che vi si racconta si svolge per la maggior parte in maniera molto lenta, attenta al dettaglio fino al parossismo. E quel che vi succede è veramente poco. Quest’uomo che, nel vuoto della sue esistenza, pensa, ad un certo punto, di andare a sentire un discorso del leader carismatico di una setta di fanatici religiosi apocalittici, un po’ sull’orma dei testimoni di Geova.
E ne rimane folgorato.
Quando, poi, una donna che scrive per una rivista fascista, antisionista, gli chiede se vuole parlare personalmente, con quell’uomo, gli pare, quella, possa essere l’occasione di tutta la sua vita, il momento nel quale, finalmente, tutto quanto potrà cambiare, per lui.
Ma ne riceve una cocente delusione; infuriato contro il padre che l’ha deluso, tutta la rabbia che gli era covata dentro fino ad allora esplode improvvisamente.
E, andato per fare all’amore con quella donna, praticamente la violenta, per, poi, irrompere a casa propria nottetempo, e rapire suo figlio.
Con un progetto totalmente insensato in mente: affidarlo al santone perché, almeno lui, possa avere una vita… vera.
Inizia così, per lui, una discesa agli inferi che sembra non avere mai un limite. Fino a quando non si troverà, gravemente intaccato nel fisico, a non essere, praticamente, più se stesso.
Quel suo vedere la vita nella sua futilità ("Non capisco a cosa serva tutta questa agitazione, questo correre di qua e di là, questo continuo lottare…. Sono pazzi! Ma dove corrono tutti? Sciamano come formiche… Non ha senso." (pag. 176)), dunque, che gli suggeriva la possibilità di poter trovare, se fosse riuscito ad uscire dal suo piccolo mondo, qualcosa di veramente importante da poter fare, qualcosa che restituisse, alla sua vita, quel senso che sentiva mancargli, quando va ad incocciare con la cruda realtà che, quelle persone, non erano altro che fanatici religiosi, e che quella donna non era altro che un’insicura che aveva trovato l’unica possibilità di essere spacciandosi per una fascista, fa si che tutto quanto gli crolli addosso.
Nulla più ha un significato, un’importanza; lasciare suo figlio in un’auto per ore ed ore, mentre lui vaga smarrito in ambiti di abbiezione e dolore (fisico, di botte), colpire un suo amico che avrebbe potuto tirarlo fuori, da quell’inferno, perché gli impediva di poter dire quel suo assurdo progetto al santone, e, infine, riuscire perfino ad automutilarsi per poter entrare nel negozio da cui ormai era stato scacciato, in cerca di soldi per comprarsi un’enorme automobile costosissima.
Tutto insensato. E, quindi, anche il suo agire.
"Quello che vuole, quello che stà cercando, è troppo vago, troppo remoto e astratto. Non ha un nome. Cent’anni fa si chiamava grazia." (pag. 101); quest’altra frase di sua moglie mi è parsa molto significativa. Sballottato dalla società in un ridicolo gioco nel quale l’unico senso pare essere il denaro, l’Uomo tenta, magari anche solo inconsciamente, di riacquistare un senso.
"Abbiamo tutti vissuto sotto una nebbia…. Non possiamo vedere le cose come realmente sono." (pag. 224); al di là del mondo falso, indotto dal capitalismo, si agita il mondo vero, percepito dalle persone più sensibili. Che tentano, vanamente, di trovarsi accesso. Pensando, stupidamente, di potervi accedere tramite mistificazioni parareligiose. Ad un certo punto, quel santone, viene detto "Il bambino puro, l’idiota senza macchia che viene a salvarci. Parsifal…" (pag. 223), che non può non ricordare "Il paradiso maoista".
Quando ancora non era scattato quel meccanismo autodistruttivo, e meditava sulla… pericolosità del mondo ad di là del suo piccolo universo sicuro, si era anche detto: "Rischiava di avventurarsi nuovamente in quelle infinite regioni ostili, nel tentativo di trovare qualcosa, di aggrapparsi a qualcosa di esile e vago, qualcosa che poteva non trovare mai. Qualcosa che era al di là della portata delle sue mani." (pag. 312); cosa che poi, appunto, fa.
Per trovarsi, come abbiamo detto, annullato: "…nulla di lui era sopravvissuto. Nulla dei sogni, nulla di quella furia incontenibile che lo aveva fatto schiantare, impazzito e senza più controllo, contro l’indistruttibile vetrata del mondo. Era stato lui a rompersi contro quel vetro, mentre il mondo era rimasto intatto." (pag. 459).
L’inutilità della rivolta dell’uomo, che non può che infrangersi contro un Muro invalicabile, oltre il quale, se, al limite, riuscisse ad andare, non troverebbe che il Nulla.
Abbiamo dunque visto come, questo romanzo mainstream dei primi anni di produttività artistica di Dick già dice moltissimo di quelle che saranno le tematiche delle sue opere successive.
Quella centralità della Donna, figura salvifica, dai poteri misteriosi, ai quali l’uomo non può accedere, è, in un certo senso, già qui prefigurata: "Fra le donne esisteva un’altra dimensione e lui non vi era mai penetrato. Nessun uomo poteva. Le donne erano la metafisica del mondo." (pag. 61).
Il nichilismo estremo, che abbiamo già visto permeare quest’opera, che non può che arrivare ad esiti quantomeno fortemente dubitanti, riguardo Dio: "Non è stata lei ha costruire l’universo. Forse non lo ha fatto nessuno. È tutta casualità, senza significato." (pag. 337).
L’Uomo faber, che, con le proprie mani, può fare, costruire e riparare, che, tante volte, ritroveremo nelle sue opere maggiori.
Ed il putrio, quella materia affetta da entropia, recedente verso il caos: "Buio, decadimento e silenzio. Il caos primordiale all’opera, nel suo processo di creazione." (pag. 426), ma che è presente anche in molti degli scenari in cui si svolge, ambienti nei quali, appunto, il decadimento sembra quasi essersi impossessato completamernte.
Come ben dice il Pagetti nell’introduzione ("America 1952: la banalità del quotidiano e l’arrivo dell’Apocalisse", pagg. 7-16), il romanzo ha alcune tipiche pecche delle prime opere di un artista, fra le quali la più macroscopica sone le ripetizioni che a volte vi si trovano; va detto che il testo non venne mai rivisto per la pubblicazione, e che probabilmente Dick vi avrebbe apportato sostanziali modifiche, se non, appunto, limature stilistiche.
Una bellissima sopresa, dunque, questa che la Fanucci ci fa, di una delle ultime opere che erano ancora non tradotte qua da noi.
Ora non rimangono, delle sue opere giunte fino a noi (vari romanzi dei primi anni, come ci dice Sutin, non sono riusciti a farlo), che "The Broken Bubble", ’56 e "Humply Dumpty in Oakland", ’60. Speriamo di poter leggere, quanto prima, anche loro.

Altri contributi critici: "Quando Philip Dick era no global", di Carlo Formenti, "Corriere della sera" del 25/2/2008

Aggiunto: March 19th 2008
Recensore: Marcello Bonati
Voto:
Link correlati: Philip Kindred Dick
Hits: 820
Lingua: italian

  

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