Revival anni settanta o un'opera datata?
di Lietta Tornabuoni
Lo scrittore americano Kurt Vonnegut, che adesso ha settantasette anni, è stato una delle passioni degli Anni Settanta, antistituzione, antiborghese, antimedia, antipubblicità, antipolitica, catastrofista di sinistra, ecologista, ribaldo e molto spiritoso, visionario e sboccato, capace di porsi le grandi domande esistenziali, era esattamente l'autore che serviva ai giovani lettori dell'epoca.
Nel corso del tempo la sua letteratura s'è fatta pletorica, troppo parentetica, predicatoria, marasmatica: però restano magnifici certi suoi romanzi, a esempio "Mattatoio n. 5", "Perle ai porci", "La colazione dei campioni", perfetti anche per l'attuale revival Settanta.
Con il cinema Vonnegut non ha avuto fortuna, "Mattatoio 5" diretto da George Hill nel 1972 e, "Comiche da un altro mondo" diretto da Steven Paul nel 1982 sono film mediocri e adesso anche "La colazione dei campioni" di Alan Rudolph non è riuscito. Si capisce che sia davvero difficilissimo materializzare la fantasia tanto sfrenata, il grottesco così ilare e penetrante di una narrativa ingannevole: sembra procedere per immagini, invece procede per visioni.
"La colazione dei campioni" è il nome di certi cereali prodotti dalla General Milis per la prima colazione, nome usato estensivamente nel film per indicare il cocktail Martini. Protagonista è un tipico provinciale americano di successo, il venditore d'automobili e impresario immobiliare Dwayne Hoover (Bruce Willis) notissimo grazie alla pubblicità televisiva locale e a iniziative promozionali quali la Settimana Hawaiana; coprotagonista è il dimenticato fertile scrittore popolare Klingore Trout (Albert Finney), risvegliato dal sonno della sua vita inerte dall'invito a partecipare per mille dollari ad un Festival delle Arti in provincia.
Il protagonista affonda in una crisi depressiva devastante, ha perduto se stesso, è dominato da uno smarrimento allarmante, odia il mondo, non ha più controllo sulle proprie azioni né sui propri pensieri.
Il coprotagonista è già andato oltre lo sgomento, sa che non c'è nulla da fare ma «se si conoscessero le risposte non ci sarebbero più domande» e "sino alla morte, c'è sempre vita".
Momenti buoni non mancano nel film: Bruce Willis che, per impedire ai chiacchieroni di seguitare a ciarlare, gli acchiappa la lingua con due dita e la tiene ferma; Nick Nolte travestito da donna, incantevole in veli color rubino e biancheria purpurea, calze nere, scarpette rosse dagli altissimi tacchi.
Ancora Bruce Willis che viene accolto in ufficio al mattino da dipendenti la cui servile obbedienza è espressa dalla maschera che portano tutti sul viso, riproducente la faccia del datore di lavoro; Bruce Willis che apre la bocca e vi introduce accuratamente la canna della pistola, ma viene distolto dal suicidio dall'annuncio che «la colazione dei campioni è servita». Ma la decostruzione narrativa diventa sgangheratezza, il grottesco risulta grossolano, greve; il distacco insufficiente dagli sdegni d'epoca fa sì che il film appaia non evocativo, ma datato.
Quello che in "Paura e delirio a Las Vegas" di Terry Gilliam poteva essere un rischio, ne "La colazione dei campioni" è una trappola nella quale il regista scivola, cade, sprofonda. Meno male che Bruce Willis, veramente molto bravo, dimostra di essere in grado d'affrontare benissimo i personaggi non muscolari; mentre Albert Finney e Barbara Hershey hanno magari il torto (enfatico per l'uno, melenso per l'altra) di aver obbedito troppo passivamente al regista.
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