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Robot dal volto umano


di Maurizio Porro


Fidarsi sempre dei registi che hanno avuto un padre generale per i film contro la guerra, John Badham con questo suo Corto circuito, di cui parlammo da Venezia, conferma la regola, e chiarisce che vede storto non solo l'establishment della guerra, il che è ovvio, ma anche le grandi corporations multinazionali e gli apparati burocratici che vogliono controllare il cervello della gente. E va dato atto al regista di Tuono blu e Wargames di sapere far spettacolo con una certa coerenza: dà fiato alle trombe dell'alta tecnologia degli effetti speciali, e si guadagna così il business dei teen ager, ma per mandarci a dire, è chiaro, qualcosa di più.

Anche in questo senso Short circuit, con la sua aria di fiaba gentile fra i campi di un mondo dove qualcuno, da qualche parte, ha già schiacciato il bottone sbagliato, conferma la regola. Badham ha il dono di farci conoscere un personaggio con pochi tocchi, gioca col montaggio da professore e non da supplente, punta sulla meraviglia dello spettatore. E così fa spettacolo.

Figurarsi qui. Ha per le mani uno splendido e luccicante robot, Number Five, certamente parente di E. T., ma allevato da industriali militari a scopi bellici per uccidere. Succede invece che un provvidenziale temporale con un provvidenziale fulmine provochi un corto circuito, mandi in aria valvole e rotelle, e faccia acquistare al nostro Numero cinque la gioia del libero arbitrio. Cosicché sceglie di essere umano e se ne va, fa amicizia con una gentile ragazza amica degli animali, cucina omelette e balla i Bee Gees come John Travolta, anche per strizzare l'occhio al regista, dato che La febbre del sabato sera fu il primo best seller di Badham.

È il patatrac, per i giochi dei potenti, che si mettono le mani tra i pochi capelli e costringono l’inventore del robot a darsi da fare. Intanto Number Five, sempre più convinto di essere vivo, è affamato di "imput", tanto che impara a memoria gli "spot" della tv e apprezza le farfalle, ma se la dà a rotelle levate quando sente che non è aria, che i padroni sono sulle sue tracce, che lo vogliono ritrovare e rimettergli in funzione gli stimoli della guerra.

Proprio ora che il piccolo aveva imparato anche i piaceri della seduzione: infatti, se non gli mancasse qualcosa di essenziale al proposito, farebbe anche il galante.

È presto chiaro che la ragazza lo proteggerà, lo aiuterà, in qualche modo ricambierà il suo affetto, e che lo scienziato sarà dalla loro parte. Così Numero Cinque prende in ostaggio i colleghi robot canticchiando "Colonel Bogey", dimostrando che c'è sempre posto per un lieto fine. E naturalmente i suoi padroni stanno felicemente convolando a essere i suoi "genitori".

Il film è davvero piacevole, inventivo, post disneyano e anche, perché no, commovente. Perché questo robot dagli occhi a binocolo, e dal corpo sottile e metallico, è divo a tutti gli effetti: l'hanno progettato 40 persone lavorando 5 mesi e sul set era accompagnato da quattro assistenti, uno per la voce, uno per gli occhi, uno per le braccia, uno per il corpo. N. 5 ci convince che è bello entrare a far parte dei mammiferi piuttosto che restare valvola e plastica, e ci insinua il dubbio, come già fece a, suo tempo Kant, che forse i principi morali sono innati e si chiamano imperativi categorici. Che il progetto sia stranamente sfuggito a Spielberg, nella cui filosofia il film si pone, non toglie alcun merito a un'opera che rientra nella categoria del Carino, è piena di trovate e trovatine, battute e battutine, anche prevedibili, ma comunque di effetto. E, dentro alla bottiglia tecnologica si può leggere un piccolo ma onesto messaggio di distensione.

Siamo nella finzione dichiarata - finora gli sceneggiatori si erano dedicati a far parlare i cartoon - infatti le psicologie sono un po’ di cartone, ma Corto circuito dà l'ebbrezza di un giro di giostra e la gioia di mettere i cattivi, i cretini e gli ottusi dietro la lavagna. Salvando così la molto carina Ally Sheedy, una ragazza non banale, con un suo piglio e cipiglio (vista in Breakfast club) e il molto simpatico Steve Guttenberg, perfetto ragazzo della porta accanto anni '80, imbranato e forse geniale.

Ma è Number Five che vince. Quando impara le battute come John Wayne, gioca a baseball, imbroglia, sghignazza e fa pernacchie è un vero modello di "bon ton" tecnologico. Per Natale è l’ideale.






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