In viaggio sul Pacifico tra il 1980 e il 1941
di Giovanni Grazzini
"Mi compiaccio, e sono molto grato a Hollywood", ha dichiarato a una televisione privata, uscendo dal cinema, il fantasma di Albert Einstein. E c'è da capirlo: il film applica con, dovremmo dire, sagacia le teorie sulla dimensione spazio-tempo, e ci mette nell'orecchio irrequietissime pulci.
Sino a che punto, per fare un piccolo esempio, rivivendo il passato, l'uomo potrebbe mutare il corso del futuro? E quale avvenire serberebbe a se, stesso?
Domandine come queste sfarfallano nella storia (scritta da David Ambrose, Gerry Davis, Thomas Hunter e Peter Powell) d'una poderosa portaerei americana, la "Nimitz", che a comando di Kirk Douglas, il 7 dicembre 1980, partecipa a una manovra nel Pacifico, viene sorpresa da una tempesta magnetica, e, tornato il bel tempo, riprende la navigazione il 1 dicembre 1941. Ammetterete che la cosa è singolare: e infatti l'equipaggio (e Martin Sheen, l'unico civile ospitato a bordo) resta di stucco sentendo che la radio trasmette Stanlio e Ollio e l'ultimo match di Joe Louis. Ma lo stupore diventa allarme e sgomento quando, rinfrescati i ricordi di scuola, ci si avvede che siamo alla vigilia dell'attacco giapponese a Pearl Harbour e caccia nipponici mitragliano uno yacht americano sul quale prende la tintarella un senatore di Washington che, col senno di poi sappiamo scomparirà. Il dilemma di fronte al quale si trova il comandante della "Nimitz" è se lasciar perdere, in modo che le cose abbiano il corso che ebbero, oppure distruggere coi propri missili da anni Ottanta la flotta giapponese e cambiare i destini del mondo.
Non diremo qual è la scelta di Kirk Douglas, né quale sorpresa attende, all'ultimo minuto, lo sbigottito Martin Sheen, ma ci rendiamo garanti del bernoccolo del film e del suo regista Don Taylor. Benché l’idea di partenza, gravida di improvvisate, partorisca assai meno di quanto avrebbe potuto, l’ipotesi è così appetitosa, e le pieghe del racconto sono così bizzarre da inchiodare lo spettatore in vena di scherzi fantastorici. E anche da divertirlo, perché una scia ironica segue la "Nimitz", e dunque siamo nel tragicomico. D'altronde Don Taylor, tuttofare col sale in zucca, conosce i suoi polli: mentre gioca con scienza e filosofia, punta forte sull'apparato spettacolare, sulle dimensioni colossali della portaerei, sui valori ottici e acustici d'un racconto che si distingue per dinamica e fisicità, con quel frenetico viavai di aerei assordanti sui quali viaggia, insieme al paradosso, la potenza militare americana.
Gli interpreti fanno il loro mestiere con onestà. Kirk Douglas è soprattutto contento d'essere stato richiamato in servizio dalla Marina nonostante i suoi 64 anni: Martin Sheene dopo Apocalypse now non si meraviglia più di nulla; Katharine Ross, unica donna, mette a frutto il soggiorno un'isoletta deserta con James Farentino: Charles Durning strabuzza gli occhi sospettando d'essere una vittima di Roosvelt: e un bel cane, salvato dalle acque abbaia all'ombra di Einstein.
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