Questo film è una scultura
di Arianna Di Genova
Non è un film raccomandabile ai bambini "Cremaster 2", informano le note della sceneggiatura: contiene scene di sesso e materiali violenti. Ma non è un film a luci rosse né d'azione. In realtà è un'opera molto particolare perché è firmata – sceneggiata, interpretata e diretta - da Matthew Barney, artista americano che manipola sculture in vaselina e lavora da anni sul corpo mutante. Sua la visionaria saga che ha come titolo complessivo, appunto, "Cremaster" (il riferimento è-al muscolo che sorregge i testicoli e indica nel feto l'appartenenza al sesso maschile) e a puntate, rinverdisce il genere "schermi surrealisti".
Il primo ciak di questa epopea (l'ultima si vedrà nel 2001, in esclusiva mondiale al Guggenheim Museum di New York) risale al ’94, quando Barney, ragazzo dell'Idaho classe 1967, decise di indossare i panni del regista mascherato da satiro in quel "Cremaster 4", viaggio allucinato tra fate, maghi e piloti nel mare d'Irlanda. A questo seguì un musical girato in un campo di football ("Cremaster l") e il dark da operetta "Cremaster 5" fra bagni e teatri di Budapest. Nasce così uno degli esperimenti cinematografici più radicali e sperimentali: una numerazione disordinata contrassegna cinque episodi di una mitologia molto personalizzata, con set diversi, che vanno dall'Ovest all'Est percorrendo in senso inverso la strada del sole.
"Cremaster 2" - anteprima europea, per ora unica, dal 22 al 28 settembre, presso la galleria Discovery di Pitti Immagine a Firenze, direzione artistica di Francesco Bonami - è ambientato in luoghi impervi come i ghiacciai canadesi o i laghi salati dello Utah. E soprattutto Barney ha scelto per la prima volta un fatto di cronaca e un personaggio vero intorno a cui costruire la sua surreale trama, una fiction immaginifica e fiabesca sulla cultura degli Stati Uniti (un impasto di mito, religione e natura). Protagonista del film è l'americano Gary Gilmore (interpretato dallo stesso Barney), cow boy assassino condannato a morte che divenne un'icona negli anni 70 perché rifiutò di chiedere la grazia. Il film - liberissimo adattamento dal libro di Norman Mailer "La canzone del boia" - stato girato in video, con una telecamera digitale e poi riportato su pellicola 35 mm, per una durata di 77 minuti.
Una vera e propria produzione, molto articolata, che annovera nel cast il romanziere Norman Mailer (nella parte del mago Houdini, un personaggio-refrain dei film di Matthew Barney, simbolo dell'individuo ribelle al destino) e l'ex batterista Dave Lombardo, leader della band eavy metal Slayer. Si tratta di una sorta di western gotico, costato - finanzia la gallerista Barbara Gladstone - un milione e 700 mila dollari (più di tre miliardi di lire) contro i 200 mila impiegati per la produzione ben più artigianale del primo episodio di "Cremaster".
La distribuzione in sala è naturalmente un'operazione hard, ma il nome di Barney comincia a girare per i festival e dal 13 ottobre sarà ospitato al Film Forum di New York. Le sue ultime installazioni e sculture (fotografie, sculture in sale e nylon) sono esposte al Walker art center di Minneapolis fino al 17 ottobre. E le sue quotazioni sono triplicate da quando in maggio da Christie's a New York un suo "Cremaster 4" (edizione 10 pezzi) valutato 270 milioni è stato battuto per ben 706 milioni.
In "Cremaster 2", alla brutalità degli omicidi commessi da Gilmore fa da controcanto una complessa struttura narrativa basata su una serie di mitologie ricorrenti per l'artista che indagano il corpo umano e il suo apparato riproduttivo.
Qui come leit moti c'è l'alveare, simbolo dello Stato dello Utah. Cosa vedremo dunque? Una biografia carnevalesca di Gilmore che lo accompagna, fino alla morte, rivisitata da allucinazioni d'artista: api che copulano tra i campi, rituali mormoni, regine malinconiche, bisonti impazziti, creature in continua metamorfosi. Difficile spiegare questa saga dall'immaginazione così eccentrica. D'altronde lo stesso Barney la stigmatizza in modo misterioso: «Io cerco uno spazio della libertà, il momento in cui l'amorfo e la forma sono ancora separati, prima di essere qualcosa di definito».
Se vi capita di incontrarlo, Matthew Barney, non lo chiamate regista. Lui si considera «uno scultore nel tempo».
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