L'idea esistenziale di Cuarón si perde nello spazio infinito
di Maurizio Porro
A 12 anni dal 2001 di Kubrick, l'unico che parlasse di una vera eternità, c'è l’odissea nello spazio per due astronauti, l'esperto Matt e la debuttante Ryan, entrambi fuggiti dalla Terra perché colpiti da destini avversi, una moglie perduta mentre stava in cielo e una figlioletta vittima d'incidente. Non resta che vagare nell'infinito anche se i due hanno un problema - altro che Apollo 13 di Howard - quando vengono colpiti da una valanga di meteoriti a 80.000 chilometri all'ora, frutto di una collisione, e vengono scaraventati fuori dai loro abitacoli in uno spazio «riempito» di vuoto e di strane traiettorie. I due, che talvolta ripensano parlano del quotidiano terrestre (una bellissima intuizione l'ordinario contro lo straordinario, ma purtroppo, abbandonata), restano privi di forza di gravità, sospesi nel nulla, anzi nel Nulla, nell'infinito leopardiano in colloquio intimo con se stessi.
Ma è proprio sul versante esistenziale poetico dell'«ermo colle» e dell'introspezione, che il film si ritrae, non passa, non arriva, traslocando i ragazzi in box sempre più mini e claustrofobici, di astronave in astronave, di capsula in capsula, americana, russa, cinese.
Se il povero Clooney, comparsa di lusso vestita come l'uomo Michelin, pronto per la moto, è la prima vittima e tornerà solo con l'immaginazione, scolandosi peraltro vodka altro che espresso, Sandra Bullock resta sola e prigioniera del suo volto spigoloso e duro, con verve androgina, con la sua ostinazione, i suoi fantasmi, la sua voglia di sopravvivere, finché alla fine casca in acqua e risorge, rischiando di annegare anche perché i servizi Nasa sono lenti a intervenire. A favore del filmone che Alfonso Cuarón ha scritto con il figlio Jonàs - saranno cento parole in tutto - autore anche di un «corto» che sviluppa una scena del film (visibile nel dvd come extra?), ci sta tutta la raffinatezza visiva di un miracolo tecnologico.
La fotografia di Emmanuel Lubezki è nitida e meravigliosa, a incastri di linee; espressionismo astratto con una grafica misteriosa e un uso sapiente e appropriato delle 3D che arrivano in platea, fonte di plateale emozione. Quando uscì il capolavoro di Kubrick, con cui è ingiusto fare paragoni, la scena dove Keir Dullea stava sospeso diventò subito cult; ora tutto il film è, grazie al dio computer, senza gravity, offrendoci uno stupore che poco alla volta si normalizza.
Allora diverte che la Bullock ascoltando via radio la «voce» dei cani, memoria terrena, si metta ad abbaiare: un grumo di follia che fa sospettare dove un altro film sarebbe potuto arrivare.
Voto: 6,5
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