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Gardfield ha un sosia, la voce è di Fiorello


di Tullio Kezich


Nella vecchia fattoria di Marion (Indiana), dov'era nato nel 1945, Jim Davis crebbe in compagnia di venticinque gatti; e non c'è quindi da stupirsi se al momento di scegliere un protagonista per le strisce che aveva cominciato a disegnare il nostro si orientò sulla caricatura di un felino. Grassoccio, pigro e meditabondo, Garfield prese il nome (e anche qualche tratto di tipico umorismo rurale) dal nonno materno di Davis. Il gattone fece la sua comparsa il 17 giugno '78 su 41 giornali, che oggi sono diventati 2600 per un pubblico di lettori stimato a 263 milioni; ma l'immagine di Garield compare su ogni sorta di merchandise (magliette, berretti, tazze, palloni eccetera) e le sue avventure si sono trasferite via via sulla rete tv CBS, sui «mobile phones» e ovviamente sullo schermo. Al primo film (2004) segue ora Garfield 2, diretto da Tim Bill, specialista in spettacoli allegrotti proveniente dall'off Broadway.

Anche stavolta la difficoltà deve essere stata quella di estendere sui tempi lunghi di un film normale le gesta di un personaggio aduso alle misure e ai ritmi delle strisce e dei corti. In carenza di idee nuove, gli sceneggiatori sono andati a rispolverare una trama vecchia di 125 anni, quella del romanzo Il principe e il povero (1881) di Mark Twain, già portata varie volte sullo schermo: nel '38 nell'imbattibile classica versione di William Keighley con Errol Flynn e i gemelli Mauch, non uguagliata nel '77 da Richard Fleischer pur avendo a disposizione un cast stellare. La trovata scatta sempre allo stesso modo: l'americano Garfield non lo sa, ma è il perfetto sosia del britannico Prince, che in base a un bizzarro testamento ha ereditato il castello del suo nobile padrone (quello utilizzato nel film è l'Howard Castle presso York). Donde l'ira e le mene del bieco Lord Dargis (Billy Connolly) che catturato l'odiatissimo gatto in un cesto lo butta nel Tamigi, strizzando l'occhio alla tregenda biblica di Mosè. Intanto è accaduto che Garfield, con l'abituale sorniona disinvoltura, si è infilato nella valigia del suo padrone Jon (Breckin Meyer) in partenza per Londra per raggiungere la fidanzata Liz (Jennifer Lowe Hewitt). Secondo copione, il clandestino Garfield mentre fa il giro turistico è scambiato per Prince e portato al castello dove lo presentano agli animali del cortile come il nuovo padrone, con Dargis che schiuma di rabbia e ordisce ulteriori trame. Inutile dire che il culmine del divertimento sta nell'incontro fra i due sosia seguito da una serie di incidenti in puro stile “slapstick”. Non si può negare che il tutto, adatto soprattutto ai bambini, risulta piacevole anche per chi ha qualche anno di più.

Bisogna aggiungere che la ditta Rhytm & Blues ha migliorato l'animazione del gatto, integrandolo con maggiore perfezione che nel film precedente agli scambi con gli attori in carne e ossa. Meno convincente il lavoro della Rainmakwer Animation & Visual Effects di Vancouver, che ha provveduto a far parlare gli animali veri. Ma fin dai tempi di Francis, il mulo parlante, è assodato che le voci umane mal si adattano alle labiali delle bestie «prese dalla vita». È invece doveroso aggiungere che godibilissima risulta nella versione originale la recitazione scoppiettante di Bill Murray nel ruolo di Garfield; che il nostro poliedrico Fiorello, nel doppiarlo, non è da meno, anzi aggiunge una simpatica attrattiva in più per gli spettatori italiani del film.

Sta prendendo piede, nel campo dell’animazione disegnata o computerizzata, il matrimonio di interesse fra i personaggi creati in laboratorio e i doppiaggi affidati a interpreti di grande notorietà. Tant'è vero che negli annunci hollywoodiani (e ora anche da noi) si concede il massimo rilievo alla presenza dei divi utilizzati «in voce» quasi fossero presenti in carne e ossa.






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