Se una notte d'inverno all'obitorio...
di Maurizio Porro
Terrore alla danese, avvinghiato al senso del macabro e del morboso, nel thriller che ha vinto l'ultimo Fantafestival di Roma, Il guardiano di notte ("Nightwatch"), dove si è laureato il film e la giovane attrice di cui è vittima e protagonista, la bionda Sofie Graaboel, che dà sfoggio di sincera passione ma non eccede nell'isteria.
Naturalmente ha tutti i diritti di diventar matta.
Non solo gira per la città danese il solito serial killer particolarmente feroce col gentil sesso, ma il suo ragazzo, l'orgoglioso universitario Martin, è stato assunto come guardiano notturno nella morgue di un ospedale dove un suo predecessore organizzava festini erotici con i cadaveri.
Dati i presupposti, è facile intuire che accadranno cose turpi e turche e che donne donnine e donnacce continueranno a cadere nottetempo in laghi di sangue.
Il risvolto psicologico giovanilistico, che è anche l'arma per mettere il giovane eroe sotto il torchio dei sospetti, vuole che Martin s'accordi col suo amico del cuore, Jens, per un gioco dialettico anti borghese, posta il futuro, in cui i due dovranno sfidarsi in azioni irrispettose e senza limiti (per esempio, farsi sedurre al ristorante), almeno prima di lasciare la zona franca del celibato. Così l'ingresso della solita brava prostituta, tutta casa e lavoro, aiuta il mistero a dipanarsi secondo false piste, sospettando gli innocenti. Finché ovviamente il colpevole darà in massime escandescenze entro i 105' del copione, mettendo a serio rischio l'incolumità dei protagonisti tutti, in un balletto di vivi e morti. Finale con un eroe che si taglia un dito per salvare tre vite e sequenza del the end in chiesa, dove la doppia coppia convolerà a giuste e duplici nozze.
Se fosse una sinfonia, Il guardiano di notte inizierebbe con ritmo allegretto, proseguirebbe col passo andante, felpato e mortuario che possono avere i giri ospedalieri notturni, poi s'ingolferebbe nel racconto fin troppo facilmente parolacciaro della vita bohémienne dei ragazzi per ritrovare infine l'unità di luogo, azione e spavento nel gran finale da requiem.
Seguendo, in una struttura senza varianti, la solita traccia dello psicopatico insospettabile e coltivando i misteri dell'inconscio, il regista danese Ole Bornedal, veterano della radio e della tv, debutta nel cinema con mano sicura, raggiungendo subito gli alti incassi in patria anche per la furberia non innocente con cui mescola le diverse patologie. Gli ambienti sono credibili, i dialoghi "di servizio", gli amori facili, i morti quasi sempre rigidi, i rapporti sociali difficili, la classe medica insufficiente e gli attori bravi.
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