Fate e magie tra il sangue della guerra civile spagnola
di Tullio Kezich
Se il quadro che ci presenta Il labirinto del fauno è di pura fantasia, la cornice è autentica. Secondo Bartolomé Bennassar, autore dell'ottimo studio La guerra di Spagna (Einaudi), tra i fenomeni seguiti al conflitto civile che insanguinò la Spagna fra il '36 e il '39 ci furono «la durata insolita della repressione e il persistere di una resistenza interna limitata nel tempo e nello spazio». Alla ferocia dei franchisti impegnati nello sterminio sanguinoso degli ultimi repubblicani, corrispose da parte dei vinti un atteggiamento difensivo; e in questo il film ispano-messicano di Guillermo del Toro si discosta un po' dalla realtà, mostrando nell'estate del '44 un'improbabile banda partigiana aggressiva e vincente.
Tutto ciò avviene, in modo assai bizzarro, all'interno di una favola. L'undicenne Ofelia (Ivana Baquero) accompagna la madre Carmen (Ariadne Gil), vedova di guerra, nella trasferta per raggiungere il secondo marito, il capitano Vidal (Sergi Lòpez), comandante di una guarnigione pedemontana. Da questo militare macho e violento Carmen attende un figlio, di cui Ofelia ausculta con gioia i sussulti nel ventre materno anche se il padrigno non le garba affatto. Incaricato di eliminare i ribelli operanti nel circondario, il sadico Vidal non perde occasione di torturare e massacrare qualche innocente; tanto che la ragazzina, assidua lettrice di libri di fate, cerca scampo nell'immaginazione. Ed ecco apparire una libellula gigante, che in realtà è una fata incaricata di pilotare Ofelia nel labirinto segreto di Pan (Doug Jones), un fauno gigantesco.
Mentre nel mondo reale, scandita da complicazioni vieppiù tragiche, prosegue la guerriglia con i partigiani aiutati da Mercedes (Matibel Verdù), serva della fattoria, il Fauno sottopone Ofelia alle tre classiche prove indispensabili per l'ammissione nel regno delle creature magiche. Si tratta di ritrovare una chiave d'oro, scendere in un sotterraneo dove c'è un mostro con gli occhi nelle palme delle mani e nascondere una radice magica sotto il letto della madre sofferente. Tra i "desastros" della guerra che sembrano echeggiare Goya e le surreali angosce oniriche alla Dalì, la vicenda corre verso il finale lasciandosi dietro una scia di morti e feriti. Per dirla con una frase cara a don Milani, il senso dell'apologo è che l'obbedienza non è una virtù: infatti è proprio disobbedendo a tutti che Ofelia conquisterà la corona di principessa.
Ci fu un tempo, parlo di mezzo secolo fa, in cui sposare l'impegno civile con la letteratura di fantasia sarebbe parso reazionario. Tant'è vero che la critica di sinistra osteggiò a lungo La strada di Fellini proprio perché la considerava un'apostasia rispetto al neorealismo. Sospetto e fastidio aveva suscitato la notizia che il riminese intendeva portare sullo schermo le Favole italiane di Italo Calvino, progetto che purtroppo non si realizzò; ma nome e titolo richiamano la presenza nella "collana viola" del catalogo einaudiano, voluta e curata da Cesare Pavese in mezzo a forti contrasti documentati da Luisa Mangoni in Pensare i libri, di importanti studi antropologici. A cominciare da Le radici storiche dei racconti di fate di V.J. Propp, inviso all'ufficialità sovietica e ancora insostituibile come chiave di interpretazione di opere quali Il labirinto del fauno.
Niente premi, molto onore. La formula che accompagna i film ingiustamente ignorati dalle giurie dei festival si applica a quest'opera del dotatissimo del Toro, uscita da Cannes senza riconoscimenti ufficiali. Merito anche delle scene di Eugenio Caballero e della fotografia di Guillermo Navarro, oltre che degli interpreti. Vanno ricordati la piccola Vaquero, la fiera Verdu e il veemente Lòpez, che si assume l'ingrato compito di calamitare su di sé tutto l'odio del pubblico.
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