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Se l'extraterrestre non è casto


di Giovanni Grazzini


Stramberia cosmopolita, da sconsigliarsi alle orecchie vereconde e agli occhi educati ai soavi pastelli, ma di qualche interesse per chi voglia tastare il polso a un gruppetto di cineasti sovietici emigrati in USA negli anni Settanta, e confrontare la loro poetica con quella di altri autori, quali Tarkovski e Konchalovski, anch’essi insofferenti al rigore realsocialista. Il loro capofila è Slava Tsukerman, premiato in patria per alcuni cortometraggi (uno è interpretato da Innokenti Smoktunovski) e dal 1976 stabilitosi a New York.

Affiancato dal fotografo Yuri Neyman, dalla costimista e scenografa Marina Levikova, egli esordisce nel lungometraggio – come regista, sceneggiatore e autore della musica – con un film che diremmo di realismo delirante: una favola punk nella quale il gusto della fantascienza sovietica e la vocazione alla protesta antiborghese sono assorbiti nella figurativa e tematica proprie del cinema indipendente americano, del quale Tsukerman mostra d'avere ben assimilato la natura trasgressiva.

L'idea di partenza è che gli alieni non siano soltanto ghiotti di coca e eroina, il loro cibo vitale, ma che la vadano a cercare nel cervello degli uomini durante gli orgasmi sessuali, e se la pappino in un boccone cancellando dal mondo i malcapitati.

Avanzata da un astrofisico tedesco, l'audace teoria chiede conferma. Nel frattempo un disco volante arriva nel cielo di Nuova York, e con un fiuto infallibile va a posarsi proprio sul tetto della casa di Margaret, una fotomodella, grande scialacquatrice di eroina, che frequenta un club di giovani punk, molto aggressivi e molto infelici...

A quali miserevoli scene assista l'alieno (riassunto in una famelica pupilla) conviene non dire, per non turbare il sonno di Walt Disney.

Fatto è che la donna, dopo essere stata violentata sulle scale di casa da un attore di "soap art", fa secchi uno dopo l’altro gli uomini che se la godono - nel senso che al sommo del godio si dissolvono – e per sovramercato squaglia l’amica lesbica che ha voluto possederla. Assai se ne duole, perché in fondo è una buona figliola venuta dalla provincia, ma si augura in tal modo di essere entrata nelle grazie dell'alieno appollaiato sul tetto, al quale graziosamente si offre dopo avere pugnalato il tedesco accorso a salvarla. Offerta respinta, giacche dal disco volante parte un raggio che la incenerisce. E così impara a fare la grulla..

Beneficato del premio speciale della giuria al festival di Montreal nel 1982, "Liquid Sky", se non altro, attizza la curiosità. I vecchietti possono astenersi, ma il pubblico per il quale le parolacce sono cibo quotidiano, e la droga e il sesso sono i pilastri della nuova mitologia, è perfino capace di divertirsi a questa sarabanda di mentecatti, che parlano in stato di trance, hanno lo sguardo opaco e il gesto matto.

Mischiando la satira sociale al sadismo, la fiaba rock alla disco-music, la filosofia autodistruttiva dei punk al piacere dell'eccentrico, Slava Tsukerman firma un film scombinato nella sceneggiatura e nel montaggio ma che appaga l’immaginazione, tanto spesso dissennata, dei giovani che affollano le discoteche psichedeliche, i club degli androgini, le sfilate di moda avvenirista. A suo modo un’unità stilistica il film la possiede, derivata dal rapporto tra un copione notturno e sofisticato e una veste figurativa che, anche grazie agli effetti elettronici e a obiettivi deformanti, riecheggia la più moderna ricerca visiva.

Si aggiungano il colore di una musica martellante, l’estro indubbio della costumista, la circostanza che la stessa attrice Annie Carlisle fa la parte di Margaret e di un gay, l’ironia d'una storia di fianco fra l'astrofisico tedesco e un’ebrea che non riesce a portarselo a letto, l’assatanata necrofilia d'una cantante, una buona dose di masochismo, e si capirà perché questa zuppa ha sapori piccanti. Che eccita il nervo ottico e, fra le righe, lamenta i disastri ai quali va incontro chi ad ogni costo vuol essere alla moda.






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