Lo squalo di Spielberg, il brivido degli effetti speciali
di Mauro Covacich
C'è anche uno spot che gira in tv sull'argomento proprio in questi giorni: in Italia ogni anno muoiono decine di migliaia di persone per incidenti stradali, mentre nel mondo intero nello stesso periodo si registrano non più di dieci attacchi mortali di squalo. Eppure noi montiamo in macchina sempre con la stessa disinvoltura, come se si trattasse della cosa pia innocua, come se non fosse una bocca di lamiere pronta a divorarci. E al contempo, continuiamo a pensare al primo tuffo dalla barca, quest'estate, come al momento più terrorizzante di tutta la vacanza.
Tale contraddizione, inspiegabile sul terreno della logica, è alla base della fortuna del film Lo squalo (domani la videocassetta in edicola con il «Corriere» a soli 3,50 euro). Fortuna meritatissima del romanziere Benchley, prima che del regista in erba Steven Spielberg - parliamo del 1975 -, come in tutti i casi in cui l'opera scuote, muove, accende qualcosa in noi, totalmente fuori dal controllo della ragione. Qui poi, al thriller semplicemente ben confezionato, si aggiunge un fattore davvero inconscio, quello per il quale l'assassino invisibile è una forza della natura, una bestia con le pinne e la pelle di carta vetrata e, come se non bastasse, viene dalla profondità delle acque. Non c'è niente di più spaventoso che essere assaliti dal basso, dal luogo e dall'elemento della nostra origine primordiale.
Già, perché non dimentichiamo che i terrestri sono animali emancipatisi dagli abissi, dalla loro precedente vita subacquea.
E che cos'è l'uomo se non l'essere più terrestre fra i terrestri? Senza volerci azzardare in considerazioni junghiane di archetipi e psicologia del profondo, resta comunque evidente che l'aggressione che viene dall'acqua è infinitamente più temuta di quella che viene dall'asfalto, o anche, perché no, da quella che viene dalla savana: hanno fatto diversi film sui leoni mangiatori di uomini senza che nessuno di questi avesse mai lo stesso impatto emotivo dello Squalo.
Nel film di Spielberg la perfezione dell'effetto è garantita dall'invisibilità del predatore, tanto da farne una specie di assassino metafisico e tanto da pregiudicarne l'efficacia sui nervi del pubblico via via che il mostro assume fattezze concrete, ancorché mostruose. La scena iniziale dei due innamorati sulla spiaggia, di lei che si spoglia ed entra nelle acque calme e nere della notte con l'ingenuità di chi vuole solo rinfrescarsi un po’, magari tentare scherzosamente il proprio partner, e non sa che ci sono i denti della morte pronti in arrivo, ecco, quella scena, con il crescendo della musica e la doppia soggettiva dello squalo che sale verso le gambe e della ragazza che guarda verso riva, per me è ai vertici della classifica mondiale del terrore cinematografico.
Se rivedo Psyco, Shining, L'esorcista, mi spavento meno, in qualche modo sono preparato. E poi, con i pazzi e con il diavolo puoi provare a ragionarci, speri sempre che alla fine possano essere dissuasi, neutralizzati, mentre con la bestia che sale dagli abissi puoi solo morire di paura. Purtroppo l'effetto thrilling diminuisce drasticamente da metà film. L'assassino metafisico diventa un gigantesco pesce cattivo, compare sempre più spesso, gli si prende le misure. Paradossalmente la sua enormità lo sposta in un altro posto che potremmo chiamare caccia grossa, ultima sfida, e che un po’ ci tranquillizza.
Così, la volta che andiamo agli Universal Studios di Hollywood e dal nostro trenino di bravi visitatori vediamo il testone dello squalo spinto improvvisamente da un marchingegno fuori dalla sua misera vasca nella speranza di spaventarci, noi possiamo solo metterei a ridere tristemente.
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