La filosofia del Topo
di Mariuccia Ciotta
La realtà è ormai un'altra cosa, e il topo con le scarpe da ginnastica lo dimostra. Dimenticate i film dai grandi effetti speciali digitali (Matrix) e i film dal vivo con personaggi a cartoni animati (tipo Roger Rabbit e Space jam). In Stuart Little siamo dentro un mondo meticcio. Il confine tra le due realtà si dissolve e il fluido virtuale entra nella vita vera. Impressionante. Eppure il film diretto da Rob Minkoff (Il re Leone, Disney) è etichettato «per bambini», come al solito. I piccoli così saranno gli unici a capire la New Economy, e gli unici in grado di contrastare le major del desiderio. La sperimentazione dell'immagine via computer sta privilegiando sempre più i «giochi», sia al cinema sia nei siti Internet, sia nei videogames, che con la nuova playstation giapponese hanno conquistato la terza dimensione.
In Stuart Little si ha un primo effetto di repulsione, un movimento di rifiuto per questo cinema dell'assurdo, innanzitutto quando i due coniugi Little (Geena Davis e Hugh Laurie) non reagiscono affatto all'arrivo di un topo parlante, vestito di tutto punto, nelle vesti di un orfanello in cerca di adozione.
La coppia di umani non appare consapevole della natura aliena di Stuart, ma si rivolge alla creatura digitale come se si trattasse di un bambino. Solo un po’ diverso, di un'altra etnia. Nessuno lo ha mai voluto adottare per questo. L'orfanotrofio rimbomba delle urla di piccoli biondi americani, e i Little sono lì per dare un fratello al loro figlioletto (Jonathan Lipnicki), voglioso di un compagno di giochi. Scelgono lui, il roditore un po’ dandy. Ma quando Stuart arriva trionfalmente a casa, il piccolo Little resta deluso. Sì, è un topo parlante, ma, lillipuziano com'è, non gioca a bowling, non guida la bici, non sa battere a baseball ... Anche il gattone domestico è furioso: il suo nuovo padroncino è un topo! Il leit-motiv del film, parabola politica, è l'intolleranza verso un corpo estraneo alla «famiglia». È la questione delle minoranze, che l'America ha risolto con il ghetto, «rispettoso» delle usanze straniere, in realtà gabbia culturale e anti-integrazione. Una famiglia, dice soave Geena Davis nel film, può essere composta di individui uguali, ma diversi. Più diverso di così... Il topetto, uscito dai laboratori Sony, è frutto di un elaborato mix di digitale e animatronics. Sul suo minuscolo mantello bianco sono stati applicati 500.000 peli disegnati al computer in varie sfumature di bianco e grigio, mentre i vestiti sono programmati in 3D, tagliati su misura e fatti indossare a Stuart in una bellissima scena al negozio di giocattoli, in cui il topo rifiuta di mettere gli abiti del supereroe in plastica Big Jim.
Fotografia e cromatismi iperreali, una New York incantata che va fino a una tetra periferia, passando per il radioso Central Park, la storia (tratta dall'omonimo romanzo di E.B. White) diventa thriller con i due falsi genitori topastri (doppiati in siculo-mafioso) che vengono a prelevare Stuart per ordine del gatto-padrino del quartiere, chiamato dal candido e geloso persiano da salotto (la sua conversione multietnica sarà magnifica). Stuart a malincuore torna a «casa sua», destino imposto a tutti i «clandestini» da leggi haideriane, Ma il topo sfreccia a bordo della sua fuoriserie rosso fuoco, minuscolo cuore perduto degli umani, e come Babe, il maialino (quello però era vero); si fa filosofo digitale. Fantasma, giustiziere immateriale, pura essenza del cinema che fa scorrere sui suoi schermi, da cento anni, tanti piccoli Stuart.
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